Col terrore negli occhi con l’orrore nella mente… dal trauma alla memoria nei transiti migratori

Virginia De Micco, Psicoanalista Spi-Ipa (Caserta), di formazione psichiatra e antropologa, si è occupata dei processi di costruzione della soggettività e dei loro disturbi nei processi migratori, in particolare con bambini e adolescenti di seconda generazione, nonché di tutta l’area del trauma migratorio. Attualmente collabora col Laboratorio di Psicopatologia delle Relazioni della Seconda Università di Napoli conducendo un corso su tali tematiche.

Potete aiutarmi a dimenticare? È questa la richiesta che spesso ci si sente rivolgere dagli odierni migranti. Richiesta sorprendente per chi ricordi, invece, come la dedizione alle proprie memorie abbia costituito per secoli il principale ‘antidoto’ alle lacerazioni dei legami che inevitabilmente accompagnano l’esperienza migratoria. Ma le migrazioni nell’epoca della globalizzazione sono caratterizzate da una particolare violenza identitaria che stravolge il senso delle memorie individuali e collettive imponendone una massiccia ‘mutilazione’. E’ una elementare necessità di ‘sopravvivenza’ psichica che rende necessaria questa sorta di volontaria cancellazione del proprio passato, passato che evoca un dolore psichico talmente lancinante da risultare incollocabile psichicamente. L’esperienza migratoria è contrassegnata da una costante traumaticità, legata soprattutto all’ininterrotto lavoro di lutto che richiede, alla necessità di fronteggiare costantemente angosce depressive e persecutorie, e di affrontare e sciogliere continuamente situazioni enigmatiche e ambivalenti sul piano relazionale e simbolico nel contesto di adozione, rispetto al quale è costante il timore angoscioso di potere essere nuovamente espulsi, ma qui vorrei occuparmi di situazioni più estreme, situazioni in cui il distacco dalla propria terra, e dunque anche dalla propria storia e dalle proprie memorie, avviene sotto il segno del terrore. Condizione irrevocabile in cui letteralmente non c’è più nessuna terra a cui si possa fare ritorno. Si tratta con le parole di Sayad di quelle condizioni in cui “un popolo è costretto a rinunciare alla sua discendenza”: quando cominciano ad emigrare le donne e i bambini, e non i giovani maschi sani come nei classici profili migratori da lavoro, è il segno che qualcosa è cambiato in maniera irreversibile. Quando l’esperienza migratoria appare caratterizzata, come nella più stringente attualità, da sentimenti di terrore e da visioni di orrore ci troviamo dal lato dei genocidi piuttosto che dal lato degli spostamenti di popolazioni .

Così provate a immaginare di essere aggrappati con una mano a uno spuntone di roccia proteso su un abisso: per un tempo incalcolabile non sarete altro che quella mano aggrappata a quella roccia, quella mano-roccia che concentrerà tutta la vostra possibilità di esistenza in un punto dello spazio così come in un punto del tempo. E’ un’immagine del genere che Piera Aulagnier sceglie per far intendere l’essenza della ‘condizione’ psicotica, condizione in cui si è primariamente impegnati, o per meglio dire concentrati, con tutte le proprie forze, in una necessità di sopravvivenza. La psiche stessa diventa una psiche-roccia, incorpora cioè un elemento inanimato che le consente di sopravvivere: deve cioè farsi roccia come unica possibilità di r-esistere.
L’immagine che si disegna nelle parole della Aulagnier si traduce in tragica realtà per centinaia di migranti ammassati attorno alle nostre coste. Emergono dall’acqua mani che si aggrappano a funi, funi a cui dovranno stringersi per un tempo indeterminato prima di essere tratti in salvo. Per tutto questo tempo indecidibile si diventa solo questo: una mano aggrappata a una fune, una mano-fune che più dimentica di essere o di essere stato qualcos’altro oltre questa mano-fune più ha possibilità di salvezza. Tutto il proprio essere si rattrappisce e si incapsula in quel segmento di ‘membra’ indistinguibile da quel pezzo di corda. Ed è proprio in questo ridursi a zero, in questa sorta di grado zero dell’umanità, che si coagulano tutte le energie e le possibilità di ‘sopravvivenza’, appunto. Ma cosa resta nella psiche di chi ha fatto l’esperienza di essere ( nella psicosi), o di ridiventare (in una situazione estrema), una mano-cosa, una cosa (Sache) dal punto di vista psichico? Si ricorderà che per Primo Levi l’esperienza della disumanità consiste proprio nell’essere diventati una ‘cosa’ agli occhi di un altro essere umano. Quest’esperienza resterà incancellabile sia in chi l’ha provata sia in chi l’ha fatta provare, alterandone per sempre la ‘sostanza’ umana.

In molti dei migranti che ho incontrato l’esperienza della traversata in mare resta come un momento di puro terrore, assimilabile per certi versi alle descrizioni di scuola fenomenologica del vissuto di esordio psicotico del Weltuntergangserlebnis, vissuto di vero e proprio ‘capovolgimento’ e sovversione del mondo. Mondo che ha perso i suoi connotati conosciuti e le sue coordinate rassicuranti, che resta ‘sospeso’ nel buio liquido della notte in mare aperto e che potrebbe riformularsi e ricostituirsi in maniere del tutto imprevedibili e impensabili. Tutto potrebbe cambiare e trasformarsi e sembra sospeso sull’orlo di un abisso. Abisso che si è aperto anche nella struttura egoica che sperimenta fino in fondo tutta la sua dipendenza da quei referenti metapsichici e meta sociali che ne ‘garantiscono’ (Kaes), appunto, la coesione e la stabilità, in definitiva la sanità. In questa esperienza estrema, in cui possono essere smarrite le coordinate psichiche ( funzione di legame sia intrapsichico che intersoggettivo) e simboliche (culturali) che stabilizzano la percezione e la rappresentazione di sé, si ripresenta una violenta angoscia di frammentazione legata alla messa fuori gioco, almeno temporanea, di quei vitali processi di identificazione e rispecchiamento legati ad una efficace funzione del Kulturarbeit. Così il terrore sembra restare a lungo negli occhi, per così dire, e non poter procedere verso la mente: molti restano bloccati in un’esperienza di ‘siderazione’ psichica, in una sorta di trauma congelato.

L’evento in questi casi possiede un potenziale traumatico catastrofico, dal momento che coinvolge non solo il singolo ma l’intero suo gruppo di appartenenza e dunque gli stessi strumenti simbolici che ha a disposizione per poter edificare le sue istanze psichiche, ci troviamo di fronte ad una apocalissi culturale ancor più che ad una apocalissi psicopatologica, volendo rispolverare delle categorie demartiniane. Ecco perché si produce una sorta di sospensione psichica, priva di nessi soprattutto affettivi , che blocca ogni possibilità di trasformazione psichica dell’ ‘evento’ in trauma, e dunque ogni possibilità di inserimento, e direi proprio di ri-edificazione, di una soggettività in questo percorso.
Si verifica un massiccio disinvestimento, che tende a stabilire uno stato di anestesia psichica, il quale esita in una sorta di trauma bianco, ovverosia di lacuna nello spazio psichico. Solo la forma di questa lacuna, per così dire, può darci indicazioni sul tipo di affetti o di aree traumatiche che sono state occultate, letteralmente sbiancate: i migranti spesso fanno una richiesta esplicita o implicita di essere aiutati ad opacizzare il loro stesso trauma. Ancor più che restare bloccati in un lutto impossibile spesso restano ‘sospesi’ in un trauma congelato. Fino a quando non riporteremo mio marito al nostro paese e potremo seppellirlo nella terra a cui appartiene e come se non fosse ancora morto, dice Jenny, giovane vedova proveniente dalla Nigeria. Il lutto diventa impossibile perché l’evento è ancora ‘sospeso’, in attesa di trovare la sua collocazione affettiva e simbolica che possa finalmente trasformarlo in un ‘trauma’, in una ferita registrabile da un apparato psichico, che per funzionare ha bisogno di una integrazione minimale di percezione affetto e forme rappresentative.

Sotto quale forma ‘resta’ allora questa esperienza di terrore che sembra inassimilabile per la psiche ma che deve rimanere confinata e congelata in un fuori-psiche? Sembra letteralmente ‘imprimersi’ nella carne, attraverso vere e proprie ‘deformazioni’ segnate nel corpo, che restano come memoria indelebile, sebbene inattingibile, del momento in cui appunto quello che era un essere ‘umano’ è invece diventato un corpo-cosa. Si tratta dunque della sopravvivenza della mano-fune o della mano-roccia, che diventa anche un segno -ma nel senso di puro indicatore- del buco nero in cui la mente è diventata roccia o pezzo di corda.

Così Anitha viveva perennemente sulla soglia, era arrivata con una delle tante carrette del mare in cui si sono già disperse e confuse identità, origine, provenienza, tutta una fetta della propria umanità che molto a lungo sembra indispensabile e di cui poi si scopre che si può fare a meno, che si può vivere ( o meglio sopravvivere) anche senza. Nello stesso identico modo in cui Levi descrive come i deportati di Auschwitz appena arrivavano nel campo perdevano istantaneamente tutta una porzione della loro identità e diventavano ‘altro’, diventavano un’umanità in regime di sopravvivenza ovvero in difetto di umanizzazione, per così dire.
Si diceva che avesse perso un bambino ma non si sapeva bene né dove né come, restava tutto il giorno in un angolo affianco al portone del centro di accoglienza guardando fuori, come se aspettasse qualcuno; di sera restava sulla soglia della camera da letto, non poteva distendersi e riposare, restava semivigile, in attesa…sembrava entrata in una ‘sospensione’ del tempo.
Stringeva il pugno fino a deformarsi e torcersi i tendini come a serrare qualcosa che non voleva farsi sfuggire, ma la mano era vuota eppure immediatamente veniva serrata di nuovo. Lo sguardo sembrava liquido come se continuasse a fissare la distesa del mare in attesa che le riportasse qualcosa…
Molte donne hanno perso in mare i loro bambini, non sono riuscite a trattenerli a sé, li hanno visti ‘scomparire’, non morire, e sembrano aspettare che il mare glieli riporti. Spesso il lavoro dei terapeuti si traduce nel restare accanto a loro ad aspettare, sapendo, ma senza mai poter parlare di quanto è accaduto: quello che è accaduto non è accaduto. Anche per Anitha tutto ciò non poteva in alcun modo essere ricordato, ‘sopravviveva’ in lei, come lei sopravviveva a sè stessa. Tutto il suo corpo e le sue giornate erano diventati un ‘monumento’ a questa ‘perdita’ impensabile e incontornabile psichicamente, espulsa dalla rappresentazione ma anche dalla percezione.

Ecco perché ‘sopravvivere’ significa poi essere abitati dalle sopravvivenze, ospitare dentro di sé una parte morta, muta e sommersa, accanto alla parte ‘salvata’, ma inevitabilmente mutilata.
Quando finalmente il terrore potrà cominciare a mitigare la sua morsa allora saranno le visioni dell’orrore ad occupare la mente, si potrà finalmente cominciare a ‘vedere’ quello che fino ad allora era rimasto ‘intrappolato’ in quegli sguardi contemporaneamente atterriti e ciechi, sguardi con cui chi è sopravvissuto sembra guardarci dai confini dell’inumano. Spesso l’inizio di tale processo si annuncia attraverso incubi spaventosi che i migranti stessi riconoscono come un punto di non ritorno, un momento di estrema criticità in cui vengono (ri)vissute le scene di orrore fino ad allora solo ‘subite’. Precipitare nell’incubo equivale però anche a cominciare un lavoro di lutto con i correlati laceranti vissuti di colpa relativi al ‘lasciare andare’ definitivamente ciò che è stato perduto nel terrore. Di fronte alla mostruosa lacerazione che queste visioni ci impongono gli strumenti psicoanalitici possono sembrare talvolta così inadeguati… eppure risulta cruciale proprio riuscire a sognare il proprio trauma: è proprio questo di cui ci parla chi cerca di destarsi dall’orrore, ma per ora siamo solo all’inizio…

Vedi anche dello stesso autore: In fondo al mare e attraverso le terre: migrazioni fra trauma collettivo e rinascita individuale