Ethos dei profughi e asilo politico secondo eschilo, ovvero: cosa ci chiedono i migranti, come rispondere ai supplici (463 A.C. / 2015 D.C.)

Monica Centanni, grecista, insegna all’Università Iuav di Venezia e all’Università di Catania. È studiosa di tragedia greca e di tradizione classica, dall’antico alle sue riemersioni nel rinascimento e nel contemporaneo: su questi temi ha pubblicato diverse traduzioni, saggi, monografie. Ha fondato e dirige la rivista “Engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale” <www.engramma.it>.

Un gruppo di migranti si presenta alle porte della città. Hanno attraversato il mare, sono gente di pelle scura, le loro vesti sono strane, esotiche, barbare. Sono tutte giovani donne – unico maschio è il padre, Danao, che le ha condotte per mare, nel pericoloso viaggio dalle sponde dell’Africa fino in Grecia.

Lo spunto da cui Eschilo ricava la sua tragedia è la leggenda che racconta che Danao fugge dalla terra del Nilo per evitare le nozze delle figlie con i figli di Egitto, suo fratello, e sbarca ad Argo rivendicando un’antichissima parentela con la stirpe greca – e quindi un diritto sul trono della città – per via della mitica figura di Io. La bellissima principessa argiva su cui si era posato lo sguardo di Zeus, era stata perseguitata dalla gelosia di Era e dopo un infinito peregrinare da un capo all’altro del mondo, era giunta sulle rive del Nilo e aveva dato l’avvio alla progenie libico-egiziana. Io, prima figura di dolorosa migrante; Io prima vergine-madre, fecondata dal soffio divino di Zeus, che mette al mondo un bimbo nero – Epafo – che porta nel nome l’impronta del tocco divino.

Eschilo prende il frammento di mito e lo trasforma: mette al centro del dramma, come protagoniste assolute, non il padre, ma le figlie – le fanciulle che vedono nei cugini un branco di stupratori violenti, che hanno orrore del miasma dell’incesto, che vogliono preservare il proprio corpo puro, intatto, vergine. Il coro delle fanciulle in fuga è una replicazione, al plurale, della fuga mitica della vergine Io. Sono loro, le ‘supplici’ – non il padre – che dialogano direttamente con il re della città greca; sono loro a raccontare dell’antica parentela che unisce la loro stirpe alla stirpe greca, nonostante sembri incredibile perché il colore della loro pelle è diverso, e diversissime le vesti, i costumi, gli accenti; sono le ‘supplici’ che chiedono asilo al re, in nome della comune ascendenza. Il loro interlocutore, Pelasgo, crede alla rievocazione della leggenda di Io, crede alle parole delle fanciulle e mostra pietà e rispetto per la loro condizione. Ma, nella prima parte della tragedia, Pelasgo si sottrae al ricatto della genealogia: gravissimo è il rischio di una ritorsione da parte degli Egizi, e primo dovere del re è evitare di coinvolgere la città in una guerra che sarebbe comunque rovinosa.

Pur avendo riconosciute le Danaidi come sue parenti, e dopo avere accreditato le ragioni della loro richiesta di asilo, Pelasgo reagisce alle pressanti richieste delle fanciulle facendo loro notare che non si sono presentate a chiedere ospitalità alla porta della sua casa: se è vero che il contagio dell’eventuale sacrilegio ricadrebbe su tutta la città, dovrà essere la città a decidere (Suppl., vv. 365-369, 397-399). Con Pelasgo, Eschilo porta in scena la figura del principe della nascente democrazia ateniese, piuttosto che quella di un antico re. Si delinea una situazione sociale e politica tutta diversa dal totalitarismo dinastico delle monarchie orientali: la città non coincide con il palazzo regale e il principe delega, o meglio condivide, diritti e responsabilità con tutti i cittadini.

Le migranti non capiscono: rispondono, incoerentemente, richiamando il principe al diritto di un potere assoluto, monarchico, che – come Pelasgo ha già dichiarato – non è in vigore “nella nostra città”. Ma le Danaidi proprio non intendono: secondo loro il principe è la città, e può decidere senza consultazioni, con il suo “voto unico” (vv. 370-375). La voce dei migranti riporta in scena un’idea arcaica del potere che si richiama all’antico diritto dell’ospitalità che vige tra parenti, o tra pari: i supplici chiedono ospitalità, in nome di una relazione primaria, ancestrale. Asilo a qualunque costo, in forza della parentela che, a qualche altezza remota nella linea della mitologia (o della paleontologia), accomuna il genere umano. Asilo come diritto secondo un’idea intrattabile di giustizia, in forza del loro essere innocenti da crimini, in forza del fatto che sfuggono a una situazione di violenza (o di guerra, oggi, o di carestia). Le profughe protagoniste della tragedia di Eschilo si sottraggono a qualsiasi dimensione dialettica, rivelando la loro natura, essenzialmente monarchica e monoteista: e infatti le loro preghiere si rivolgono ossessivamente a Zeus – il dio dei supplici, il dio dell’ospitalità, ma anche il dio-re.

Ma l’accoglienza – insegna il principe della città – non può che essere condivisa, non può che essere l’esito di un atto pubblico: il valore antico – aristocratico – dell’ospitalità deve essere sapientemente tradotto, attraverso una procedura formale, in diritto politico (vv. 400-401). Il principe mette in atto una complicata strategia retorica, intraprende un’azione di preparazione del consenso per le strade della città, nelle piazze e sugli altari in cui dovranno essere ben visibili i rami di ulivo avvolti in bende di lana – il segno sacro dei supplici. Una campagna accorta e precisa, volta a convincere il demos, a persuaderlo che sarebbe ingiusto – sacrilego – respingere i migranti, anche se questa decisione comportasse di dover affrontare una guerra. Il principe riuscirà nel suo intento: l’operazione di coinvolgimento del popolo nella decisione si conclude con l’emozionante rito in cui si sente l’aria vibrare, e “la mano potente del demos” si alza all’unanimità per decretare l’accoglienza delle profughe (v. 604). Il demos impara ad avere pietà, ad accogliere il supplice che si presenta alle porte della città. Il demos impara a essere ospitale: in questo senso il civilissimo istituto dell’asilo politico si rivela come una versione aggiornata della tradizionale ospitalità aristocratica.

A questo punto le figlie di Danao sono al sicuro: dopo aver ricacciato perentoriamente gli armati inviati dai figli di Egitto che già avevano catturato le fanciulle e le stavano trascinando a forza sulle loro navi, Pelasgo le rassicura formalmente che la libera città greca non tollererà di cedere alla violenza e alla sopraffazione, che i suoi ospiti saranno, sempre difesi. Pelasgo si presenta come prostates (v. 963), ovvero assume un ruolo e un titolo che, nell’Atene del V secolo, corrisponde a una ben precisa figura istituzionale: il cittadino che si faceva garante nei confronti della collettività della condotta del ‘meteco’, lo straniero accolto nella polis, e che era il suo rappresentante giuridico in caso di controversie. Nella trasfigurazione teatrale Pelasgo amplia il profilo del prostates, estendendo il ruolo a tutto il corpo dei cittadini, i quali sono chiamati a farsi – tutti – garanti della incolumità delle fanciulle.

A questo punto il principe si prende cura di offrire alle fanciulle un alloggio in città e propone alle profughe soluzioni diverse, lasciando generosamente alla loro discrezione la scelta: potranno scegliere case pubbliche o private, abitare da sole o con altri cittadini (954-961). Le fanciulle potranno scegliere: λωτίσασθε – leggiamo nel testo della tragedia (v. 963). Nel coniare la forma verbale con cui Pelasgo invita le Danaidi e scegliere per sé la miglior dimora nella città di Argo, Eschilo gioca, com’era uso fare, sull’allitterazione, che è insieme gioco paretimologico, per cui la scelta migliore (λῷστα) risulta di fatto già implicita nella materia fonetica del verbo λωτίσασθε. Ma con quella parola che evoca l’esotico loto, il re greco nel perfezionare la sua offerta di ospitalità alle fanciulle egiziane viene loro, linguisticamente, incontro: offre alle donne, in forma metaforica, il nome, il profumo, l’immagine del fiore della loro terra; le fa sentire a casa denominando la scelta della dimora in Argo con un’immagine floreale tratta dal paesaggio botanico nilotico, e con un termine che, come testimonia Erodoto, al tempo in cui il dramma è in scena ‘suona’ egiziano. Come dicesse loro: “Scegliete fior da fiore, come quando cogliete i vostri fiori di loto (i fiori che voi chiamate ‘loto’)”: con il richiamo al loto, fiore tipico del Nilo, la concessione dell’asilo politico risulta ancor più dolce: più grata, perché tradotta, con gentilezza e delicatezza, in una lingua che suona famigliare alla fanciulle straniere. Con una sola parola Pelasgo esprime la grazia della sua cortesia e fa sentire le supplici bene accolte nelle nuove case che egli stesso e la città – ora divenuta ospitale – mette loro a disposizione.

 

Nella temperie storica del V secolo a. C. in cui la tragedia fu portato in scena, la storia delle lontane discendenti dall’argiva Io, profughe dall’Egitto e supplici presso la città greca, poteva essere rievocata anche come mito fondativo dell’importanza dell’istituto politico dell’inclusione attiva degli stranieri – emigrati o rifugiati politici, come erano i ‘meteci’ – nella vita economica e sociale della polis.

Già nella prima parte del dramma Eschilo aveva coniato un’altra parola, inventando un nome poetico e politico per i migranti che la città accoglie: ἀστόξενοι, “cittadini ospiti” (v. 356). Stranieri, ospiti, ma insieme nostri concittadini: un termine ossimorico, uno statuto eccezionale che dopo la ratifica della votazione democratica, nel finale del dramma diventa uno status ufficialmente riconosciuto. La dignità della nuova posizione è tutta in quell’atto linguistico, che è anche una patente di libertà. Carità e pietà da sole non bastano: l’ospitalità per avere significato deve diventare accoglienza, farsi atto politico.

ἀστόξενοι: Eschilo ci ha insegnato la parola giusta 2500 anni fa.

Vedi anche, sul mito,il Dossier “Identikit del terrore”, il testo di Riccardo Romano : La giustizia è giusta se è un problema, non è più giusta se vuole essere una soluzione.