La musica come strumento di integrazione (pensieri da un concerto di Goran Bregovic)

Laura Ravaioli  è Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e componente dell’Image Task Force e della Public Communication Committee dell’International Psychoanalytical Association. Si interessa al rapporto mente-corpo ed è una grande appassionata di musica.

Nulla è sì duro e insensibile,
e imbevuto di rabbia
cui la musica, almeno nell’ascolto,
non riesca a mutare la natura.
W.Shakespeare

Il 14 marzo ho assistito a Cesena al concerto di Goran Bregović con la sua Wedding and Funeral Band, insieme a tanti altri, di tutte le età: dall’anziano al ragazzino, alle famiglie con bambini. Il concerto portava l’irriverente e provocatorio titolo : If you don’t go crazy, you are not normal!

Goran Bregović è un musicista e compositore nato da padre croato e madre serba, cresciuto nella zona a predominanza musulmana di Sarajevo, a contatto quindi con le tutte e tre le culture, nazionalità e religioni dellaBosnia – Erzegovina. Dopo un avviamento musicale insoddisfacente al violino ha scoperto la chitarra e formato il suo primo gruppo rock con cui è andato in tournée nell’Europa mediterranea. Ha poi recuperato dalle sue radici le musiche popolari, vi ha accostato jazz e tango e ha mescolato strumenti musicali classici come sassofono e percussioni alla fanfara tzigana, componendo anche diverse colonne sonore per il cinema tra cui ” I giorni dell’abbandono” di Roberto Faenza.

Si legge nella biografia che “la sua musica viene da quella terribile frontiera dove per secoli i Cattolici, gli Ortodossi Cristiani e i Musulmani si sono fatti la guerra e vivevano insieme”.  E’ cresciuta probabilmente così la sua sensibilità all’integrazione, testimoniata dall’album “Champagne for Gypsies” a sostegno dei gruppi Rom, dopo l’ondata xenofoba insinuatasi in diversi paesi europei che identifica negli “zingari” una piaga sociale. Bregović ne riconosce invece l’originalità e porta alla luce la loro tradizione musicale. 

Probabilmente, come altri artisti cosiddetti “impegnati”,  egli non avrebbe esitazione nel rispondere alla domanda se la musica sia un’espressione svincolata dal potere, autonoma (diremmo l’art pour l’art) oppure se essa non possa “dire la sua, intervenire nella società, promuovere idee e visioni del mondo, in quanto arte per il popolo, arte per la rivoluzione” (Franco Bergoglio, 2008, p.62).

A memoria – senza alcuna pretesa di fare una storiografia – il valore ideologico della musica è documentato nella stessa nascita del blues dai cries e dalle work songs dei neri nei campi di cotone negli Stati Uniti meridionali. E’ diventata denuncia nella canzone “Strange Fruit” cantata da Billie Holiday nel 1939 dove lo “strano frutto” che penzola dall’albero è il corpo dell’uomo di colore vittima di linciaggio. Il pericoloso invito alla libertà di espressione della musica nigger degli emarginati ha poi incontrato i tentativi di oppressione da parte di tutti i regimi totalitari (sia di matrice nazifascista che comunista) come raccontato anche nel bel romanzo “The Vienna Jazz Trio” dello psicoanalista Tomas Böhm: qui un aspirante musicista- scrittore, dopo una consultazione con Freud in persona, capisce di non dover necessariamente scegliere tra le due carriere ma di potere ospitare entrambe nella propria vita; sulla vitalità e passione musicale di questi ragazzi incomberà l’ombra del Nazismo, costringendoli ad una fuga in diversi paesi che smembrerà il gruppo.   

Più recentemente la musica è stata rock di protesta in eventi controversi come Woodstock o nel movimento underground. Ne sono scaturite opere diventate manifesti per la libertà o la pace e molti anni più tardi “Born in the USA” di Bruce Springsteen, che nascose una critica feroce alla sua nazione dietro un apparente omaggio.

La musica ha inoltre sempre rappresentato un’occasione di incontro e di sensibilizzazione, come raccontato anche nel recente film “Pride” di Matthew Warchus (2014) sul sostegno del gruppo londinese gay e lesbiche ai minatori in sciopero contro il governo Thatcher.

Ma l’altra sera il messaggio era diverso: non si respirava un’atmosfera di protesta bensì un senso di comunanza e integrazione tra il pubblico, e tra pubblico e musicisti – complice anche qualche difficoltà tecnica nel suono che li ha costretti a fermarsi e ricominciare il brano interrotto, mostrandoli ai nostri occhi nella loro umanità e de-idealizzando il momento.

Il progetto con la Wedding and Funeral Orchestra richiama la musica suonata nei matrimoni ebraici e gitani, i canti delle chiese ortodosse e cattoliche e le sonorità delle convocazioni musulmane.  L’orchestra serba e le coriste bulgare avvolte in sgargianti vestiti tradizionali ricordavano la genuinità di quei momenti- matrimoni, funerali- che celebrano la vita ed i suoi passaggi e che la musica ha da sempre accompagnato.

Alla fine in moltissimi ci siamo trovati in piedi a ballare canzoni d’amore e di guerra italiane e straniere, che per una sera sono diventate popolari a tutti.  Mi sono chiesta: come avviene questa magia?

Al di là della scelta consapevole di partecipare ad un determinato evento, che rappresenta sicuramente una prima importante selezione, quali sono gli elementi nell’ascolto musicale che ci permettono di accoglierla e di sentirla a noi affine?

E in un mondo che deve- e sempre più dovrà – affrontare i flussi migratori, anche per ragioni economiche, la società può usufruire della musica come strumento di aggregazione ed integrazione tra le diverse culture?

Forse il metodo di ricerca psicoanalitico, che si fonda sull’esperienza dell’individuo, mi avrebbe aiutato a capire.

Sigmund Freud si definiva privo di sensibilità musicale, eppure la talking cure da lui ideata poggia proprio su uno scambio comunicativo verbale e sull’ascolto. Max Graf, padre del più celebre piccolo Hans, uno dei casi clinici più citati da Freud, era musicologo e fu probabilmente il primo ad interessarsi alla musica da una prospettiva psicoanalitica. Alcuni autori hanno ripensato alla musica come oggetto transizionale – riprendendo il fortunato concetto di Winnicott-  ritenendola capace di assumere una funzione consolatoria e favorire l’autonomia del bambino dalla madre in coloro che sono stati allevati in un ambiente caratterizzato da interessi musicali, al pari di elementi concreti come gli orsacchiotti o le bambole.  Più vicino a noi, Irene Munari ha esaminato in dettaglio i fattori connessi allo sviluppo dell’Io che favoriscono lo sviluppo delle abilità musicali. 

Ma per comprendere il potenziale trasformativo della musica, quella sua capacità di stimolare percorsi mentali alternativi, suggerire deviazioni al pensiero, promuovere unamobilitàdelle idee favorendo l’attraversamento di aree psichiche meno frequentate (Giovanni Giammarino, 2014) ho dovuto ripensare innanzitutto al concetto di ascolto.

La musica può essere un modo simbolico di esprimere dei sentimenti (Mauro Mancia, 2008)  e possiamo anche pensare che l’emittente di un segnale cerchi un destinatario non tanto per inviargli un messaggio preordinato o un sentimento definito, quanto per ricevere da lui un campo d’ascolto, in cui si stabiliscano alcuni legami fondamentali di carattere affettivo che conferiscano a quel segnale dignità di messaggio (Antonio Di Benedetto, 1991).   Quindi, per quanto possa apparire ovvio, porsi in una posizione di ascolto, rinunciando alla gratificazione narcisistica di parlare, sembra costituire la prima condizione, imprescindibile, verso la comunicazione che poi si instaura in quanto lancia un messaggio di disponibilità verso l’altro.

Nel momento in cui poi la musica, o la dimensione musicale del linguaggio, raggiunge l’ascoltatore, sappiamo che si lega agli affetti più primitivi (Mancia, 2006; Schön e Besson, 2002). Questo avviene probabilmente perché, in quanto non-parola, come il ballo e l’attività  sportiva, ha luogo nel corpo ed anche perché assomiglia all’ esperienza corporea: “Se guardiamo a ciò di cui è fatta, troviamo elementi tratti dall’esperienza corporea. Le sue componenti fondamentali sono il ritmo, l’armonia e la melodia. Il ritmo è facilmente correlabile al battito cardiaco; l’armonia, che funge da elemento coesivo, è in fondo assimilabile all’esperienza di un tessuto connettivo, di una trama di sostegno; la melodia, fatta di suoni che si alzano e si abbassano, dipanandosi lungo una linea sinuosa, ne costituisce tutto sommato il respiro (Di Benedetto, 1991, p. 419).

La musica, per la sua struttura stessa, va a raggiungerci quindi nel profondo. Ma ancora non si spiega la piacevolezza/spiacevolezza dell’esperienza, né quella sensazione di familiarità da me avvertita pur non conoscendo le canzoni.

Secondo Kohut e Levarie (1950) la musica ha per l’individuo una grande varietà di significati: è un piacere regressivo, una scarica motoria, un’esperienza di comunione in gruppo o di beata solitudine, per citarne alcune. Ma è soprattutto la ripetizione (la regolarità del ritmo, il ritornello) che secondo questi autori permette l’esperienza di anticipazione e di riconoscimento che genera la piacevolezza dell’ascolto. L’accostamento ad una sonorità sconosciuta, come può sembrare a noi occidentali la musica cinese che si basa su una scala diversa, appare strana fino a quando se ne inizia a prevedere il ritmo e quella carica di energia che prima era impiegata a gestire l’imprevisto può essere dedicata alla gioia dell’ascolto. Gli autori hanno sottolineato come il prerequisito essenziale sia la capacità dell’Io di padroneggiare l’afflusso di questi suoni organizzati, non tanto e non solo cognitivamente quanto emotivamente. Da qui l’importanza dei ritornelli nelle canzoni ma anche e soprattutto degli elementi di personalità di chi ascolta.

Possiamo quindi dire che, nella penombra della sala, il corpo dell’ascoltatore può essere via via invaso dalla musica solo se il suo Io è sufficientemente solido ed elastico da permettergli di regredire parzialmente e temporaneamente alle sensazioni profonde e di tollerare ed organizzare il nuovo stimolo sonoro. 

Finito il concerto una ragazzina confidava a quella che ho pensato essere sua madre di essersi sentita a disagio nel ballare; lei l’ha incoraggiata rispondendole che la volta successiva sarebbe riuscita a lasciarsi andare di più. Parole semplici, azzeccate, che racchiudono questi complessi movimenti che ho cercato di approfondire e sviscerare.

La musica come linguaggio universale ha da sempre promosso nuove idee e visioni del mondo e sono convinta che possegga il potenziale per diventare uno strumento di integrazione in quanto l’ascoltatore può accogliere, insieme alle sonorità sconosciute, anche alcuni elementi culturali del musicista. E credo costituisca anche un modello di come l’integrazione sociale può avere luogo. Forse basterebbe porsi in una situazione di vero ascolto, aprirsi alla comunicazione dell’altro cercando di individuare il suo ritmo per rendercelo più familiare. Rinforzarci internamente, affrontando le nostre paure, anziché ricercarle e combatterle al di fuori.

Che peccato sarebbe non provarci neppure, impedire a questa musica di raggiungerci e di mutare la nostra anima.

Bibliografia

Bergoglio, F. (2008) “Jazz! Appunti e note del secolo breve” Costa & Nolan.

Böhm, T. (2010) “The Vienna Jazz Trio. A novel”. Pitchstone Publishing, Virginia

Di Benedetto, A. (1991) “L’ascolto del pre-verbale come principio degli affetti”(1991) Rivista Psicoanal, 37:401-427

Giammarino, G., “Ascolto psicoanalitico e ascolto musicale” – Pubblicato il 18/08/2014 su http://www.huffingtonpost.it

Kohut H. and Levarie S. (1950). On the enjoyment of listening to music. Psychoanalytic Quarterly, 19:64-87

Mancia, M. (2008) “Riflessioni psicoanalitiche sul linguaggio musicale” da “Le forme dell’immaginario Psicoanalisi e Musica”, ( pp 83-92 ), Atti del Convegno dell’Associazione per l’Aggiornamento e lo Studio della Psicoanalisi   e della Relazione Analitica, a cura di Rosalba Carollo- Moretti & Vitali Editori

Mancia, M. (2006). Memoria implicita e inconscio precoce non rimosso: loro ruolo nel transfert e nel sogno. Rivista       Psicoanal., 52:629-655.

Munari, I. (1973) Sviluppo delle abilità musicali e primi modi di comunicazione. Rivista Psicoanal., 19:159-177

Polillo, A. (1975) Jazz . Oscar Saggi Mondadori.

Schön D., Besson M. (2002). Musica Maestro! In Lars Bäckman e Claes von Hofstein (a cura di) Psychology at the turn of the millenium: Cognitive, biological and health perspectives, Vol. I, 119-152.

Vedi anche in  SpiPedia la Voce “musica e psicoanalisi”