1° Aprile 2017 ROMA Infant Research – Infant Observation Modelli di conoscenza e clinica psicoanalitica: Dialogo a più voci con Edward Tronick

Report di Anna Valbusa su Infant Research – Infant Observation Modelli di conoscenza e clinica psicoanalitica: Dialogo a più voci con Edward Tronick (1° Aprile 2017)

Clinica, teoria, ricerca neuroscientifica e Infant Observation si sono mosse in un clima di domande e riflessioni che hanno aperto al desiderio di conoscenza attraverso molti interrogativi. Come in una danza interattiva le relazioni teorico-cliniche hanno scaturito un vivace dibattito. Spero ne possiate assaporare il gusto.

Tiziana Bastianini dà l’avvio alla giornata proponendo alcune riflessioni che ci conducono a delineare le diverse concezioni della Cura e della comprensione della strutturazione del soggetto psichico al fine di costruire ponti verso il pensiero di Edward Tronick. Il sentimento di sé origina dalla capacità di creare un significato, la cui assenza, invece, produce una catastrofe psichica. Per tracciare i contorni del soggetto creatore di significato dobbiamo addentrarci in quel viaggio misterioso che compie il lattante verso il suo primo interesse emozionale. “La prima poppata teorica” del lattante viene pensata come prima esperienza su cui si fonda la nostra capacità creativa e di attribuzione di significato (Winnicott). All’origine della vita il rispecchiamento tra impressioni sensoriali ed emozioni, segnali somatici ed affetti determina come le emozioni organizzeranno un sentimento di sé. All’interno degli scambi madre-bambino si inizieranno a depositare tracce, iscrizioni, mappe di memoria basate sulla sincronizzazione, sulle informazioni corporee, sui movimenti viscerali. Questo nel tempo diventerà “materiale simbolico e funzione riflessiva che darà forma all’espressione dell’idioma soggettivo”. L’inconscio dunque non trascrive solo pensieri rimossi, ma registra, all’interno della comunicazione inconscia tra madre e bambino, come le esperienze del Sé e del rapporto Sé-altro vengono determinate. La conoscenza relazionale implicita ci aiuta a riflettere su un ampliamento del funzionamento inconscio (percezione inconscia, organizzazione inconscia, comunicazione inconscia …) che consiste “in una sofisticata forma di esperienza psichica dell’altro, che include affetti, aspettative, motivazioni”. Tale sapere che prende forma in epoche remote costituisce quel nucleo del Sé, da cui si origineranno le successive trasformazioni simbolico-linguistiche. Se le nostre esperienze vengono immagazzinate attraverso una pluralità di codici che attraversano i diversi funzionamenti psichici, allora possiamo pensare alle parole come “qualcosa in più”. Esattamente come per il neonato il flusso delle parole della madre si traduce in una complessa esperienza sensoriale-emotiva-cognitiva globale, così noi, con i nostri pazienti, dobbiamo pensare di creare un campo di esperienza che consenta l’instaurarsi di uno spazio potenziale in grado di raccogliere la dimensione conscia ed inconscia secondo i molteplici registri “di ogni divenire soggetto”.

L’idea cardine del contributo di Edward Tronick riguarda una concezione multisistemica dell’individuo, inteso come sistema biologico aperto, che necessita di un continuo interscambio con l’ambiente per avere risorse ed informazioni al fine di creare significato. È la creazione di significato che ci permette di mantenere uno stato di complessità e coerenza finalizzato allo sviluppo psichico. Questo avviene attraverso uno stato diadico di coscienza, in cui il significato co-costruito nella relazione amplifica lo stato di coscienza individuale, da cui il processo riparte per un nuovo significato. Come può un neonato comunicare, scambiare informazioni con una mente adulta, dato che non possiede ancora un sistema simbolico linguistico? E come si lega tutto questo alle relazioni adulte e a quello che avviene in terapia?

Questa è la domanda centrale che sposta e focalizza l’attenzione di Tronick verso i sistemi neuro somatici psicobiologici. Essi consentono al bambino di attribuire significati ad un immenso flusso di informazioni, significati che a loro volta producono un impatto sui suoi stati interni. Abbiamo quindi diversi sistemi che si occupano della creazione del significato: sistema cerebrale, sistema dei neuroni specchio, asse ipotalamico pituitario, sistema nervoso autonomo, sistema genetico ed i meccanismi epigenetici. L’accento di Tronick e l’attenzione della sala si sposta, a questo punto, verso l’area di ricerca che utilizza la procedura della still face (faccia immobile) per studiare come vengano ingaggiati i diversi sistemi neurosomatici, prima durante la fase del gioco (matching), poi durante la fase perturbante della rottura dell’interazione con la madre (mismatching), fino al momento in cui la madre recupera l’interazione (reparation). Per comprendere cosa succeda ai sistemi neurosomatici il focus del ricercatore si indirizza verso la fase in cui il bambino non trova più lo sguardo della madre sintonizzato con il proprio. Tronick fornisce diversi esempi del fare significato neuro somatico.

Se prendiamo in oggetto un gruppo di madri in gravidanza che abbiano subito un forte stress verificheremo che il recettore glucocorticoide della placenta si blocca impedendo la normale trasformazione di cortisolo in cortisone. Tale rilascio avrà conseguenze tossiche per il feto, e comporterà un sistema-cortisolo modificato, che graverà sulla possibilità di creare significato del neonato, che sarà quindi più sensibile allo stress. Il secondo sistema di fare significato è il sistema nervoso autonomo, sistema che porta sia all’autoregolazione che all’eccitazione. Il livello di eccitazione cresce non solo durante la fase di rottura, ma anche quando la madre torna a giocare con lui. Questo indica che durante la fase di riparazione il bambino è ancora più “distressed”. Il tono vagale, che rileva l’attività cardiaca in funzione dell’attività respiratoria, durante la still face diminuisce, come se il bambino stesse fermo, per poi aumentare durante la riunione con la madre nel tentativo di coprire la disorganizzazione. Un altro modo per fare significato è quello implicato nel gene 5- HTTLPR, che regola lo stress sociale, la cui diversa combinazione (allele Lungo LL, o corto SS, LS) va ad incidere sulla reazione psico-biologica dell’interazione sociale. Si vede infatti che, durante la still face, il bambino con l’allele corto ha una risposta molto negativa, che si riduce fino ad azzerarsi nel momento del ripristino dell’interazione. Il bambino con l’allele lungo, invece, ha una reazione costante indipendentemente dalla qualità della relazione. Ne possiamo dedurre che nel caso di un patrimonio genetico meno adattivo all’ambiente, la qualità relazionale ha un potere compensativo. Quindi al di là del patrimonio genetico sarà la qualità della relazione che “permetterà di fare significati che contengono meno stress”. Tutti questi sistemi sembrano influenzati in particolare, nella prima parte della vita, dalla qualità delle esperienze che si fanno nel mondo. Tronick, a questo punto, ci domanda che implicazioni abbiano queste riflessioni sul piano terapeutico e in quale modo possiamo favorire un cambiamento terapeutico alla luce di un fare significato neurobiologico.

Il cambiamento terapeutico non è la scoperta di qualcosa che si trova nel paziente, ma nasce dalla possibilità di co-creare nuovi significati. Infatti afferma: “il mio analista mi diceva che le sue migliori interpretazioni arrivavano proprio 5 minuti prima che io facessi le mie, così ne condividevamo il significato”.

Ritroviamo i valori neurosomatici, elementi “sconosciuti della terapia”, nei movimenti transferali e controtransferali. Una buona interazione tra paziente e analista produrrà nel tempo una sempre miglior concordanza e coordinazione tra i loro sistemi neurosomatici, che potranno via via accumulare significati fino a giungere alla loro simbolizzazione nell’intuizione clinica. Nell’ottica neurosomatica viene ripensato anche il concetto di resistenza e di conflitti. La sovrapposizione di significati diversi causa un conflitto di significato. Non è noto come i diversi sistemi si coordinino, ma è certo che questo dipenda dallo stato in cui siamo: sonno, veglia, stati di reverie, sogno ad occhi aperti, sognare il sogno del paziente.

Dobbiamo comunque pensare che il cambiamento terapeutico genera un naturale stato di disorganizzazione, simile a quello che attraversa il bambino nel passaggio dal gattonare al camminare. Il paziente, come il bambino, deve attraversare una disorganizzazione che consente di separarlo dal vecchio modo di muoversi e lo possa traghettare verso una nuova struttura. “Noi analisti – continua Tronick- dobbiamo rappresentare un sostegno per il paziente nel momento in cui si trova ad affrontare tale sofferenza fornendogli la speranza che riuscirà ad uscire dall’altra parte e ad avere una vita migliore”.

Massimo Ammanitiapprofondisce il tema della conoscenza implicita a partire dalla prima danza interattiva tra madre e bambino per poi focalizzarsi sullo scambio relazionale implicito della relazione terapeutica.

Nella condivisione madre-bambino si struttura un sistema regolatorio mutuo che favorisce la regolazione del Sé e pone le basi allo sviluppo dell’empatia e dell’intimità. Durante la normale danza interattiva, si alternano continuamente momenti di accordo e disaccordo, ma è certamente la riparazione l’esperienza centrale che colora la relazione. Le esperienze riparative hanno, infatti, una grande rilevanza nel mondo rappresentazionale del bambino e nella costituzione del wego (noi). Durante queste fasi precoci il bambino si affida alla sua conoscenza relazionale implicita per individuare il caregiver disponibile. Emerge quindi il rapporto tra sistema di attaccamento e processi intersoggettivi. La conoscenza implicita, continua Ammaniti, rappresenta quel “qualcosa in più” di cui aveva parlato Bastianini: elementi del comportamento extra verbale del paziente, musicalità del linguaggio ed espressioni implicite. Il relatore ci presenta un’esemplificazione clinica, in cui il suono ripetuto del campanello della sua paziente, è diventato un nucleo in cui si sono condensati significati emotivi importanti non ancora simbolizzati. A questo punto analista e paziente hanno potuto esperire nel loro scambio reciproco la condivisione del “io so, che tu sai che io so”.

Alfredo Lombardozzi, chair della mattinata, riprende il tema della disorganizzazione, stato in cui si articolano tutti i livelli affrontati: inconscio implicito, inconscio rimosso, aree simboliche. E dà l’avvio alla discussione della sala che si apre ricca di interrogativi e riflessioni.

Come pensiamo di comprendere altre menti? Come, madre e bambino, sono in grado di comunicare tra loro? Per capire questo dobbiamo attuare un cambiamento di prospettiva filosofica teorica che va verso l’idea, espressa nel modello di Gibson, che la percezione è nell’environment, ed è già capace di rappresentazione. Seguendo questa linea possiamo pensare che la comunicazione madre – bambino avvenga in relazione alla condivisione di codici e che la storia dell’adulto sia una rinegoziazione successiva degli stati diadici.

In che modo la reazione del bambino con l’allele corto al momento della riunione con la madre pu   avere a che fare con un processo difensivo? Forse potremmo mettere in relazione la reazione del bambino con l’allele corto con quella del bambino evitante, dove vediamo che l’emozione negativa viene eliminata. Allo stesso modo il bambino con l’allele lungo lo potremmo paragonare al bambino sicuro.

Si sottolinea inoltre l’importanza di distinguere le difese dalle proto-difese, intese come proto-modalità di regolazione attraverso cui la mente impara a proteggersi nella relazione con l’oggetto.

Un altro intervento evidenzia il ruolo dell’epistemologia dei sistemi complessi, che ci richiede di mettere in discussione alcune concezioni psicologiche ed epistemologiche a cui siamo abituati, come ad esempio la costruzione del sistema analista-paziente. Sovvertire la causalità lineare con quella circolare ci permette di ascoltare i casi clinici con un livello di complessità molto maggiore. Tronick si muove entro una concezione multisistemica dell’individuo, lontana dal modello localistico. E questo certamente impone una serie di interrogativi.

Tronick risponde innanzitutto alla sollecitazione sulla funzione difensiva esercitata dal bambino con l’allele corto al momento della riunione con la madre. È vero che si può intravedere un approccio difensivo del bambino che riduce moltissimo la negatività. Forse sarebbe meglio pensare in termini più fisiologici alle difese, quindi in termini di buffering (“tamponamento”). Si vede, infatti, che la reazione al cortisolo di bambini traumatizzati subisce un importante appiattimento, come se il sistema di reazione venisse semplicemente spento. Per capire il funzionamento mentale dobbiamo anzitutto abbandonare le vecchie distinzioni mente-corpo per vedere, invece, come l’intero sistema interagisce con il mondo per creare significato. Questo avviene attraverso una multipla interazione tra i sistemi. Il problema, conclude, è che la scienza non riesce ancora a vedere tutti questi sistemi in azione, poiché ha ancora un’ottica lineare e non circolare, con la conseguenza di tralasciare gli effetti di amplificazione ed annullamento.

Il bambino incontra il mondo. I nostri 10 anni di Infant Observation

Giovanni Meterangelis, chair del pomeriggio, introduce la sezione pomeridiana dedicata all’Infant Observation, sottolineando l’importanza dell’osservazione diretta del bambino come strumento per esplorare alcuni dei concetti a cui la psicoanalisi contemporanea sta prestando attenzione: il linguaggio non verbale, il corpo, l’azione.

Il gruppo è composto da Maria Pia Corbò, Elisabetta Greco, Paola Linguiti, Giuliana Tessitore e Francesca Selloni. Ci introducono nel loro lavoro riflettendo su come l’Infant Observation ci abbia avvicinato all’idea di una mente precocissima, la cui osservazione sembra un’esperienza formativa essenziale del divenire analisti. Questo preziosissimo lavoro si è svolto all’interno di un gruppo, il cui buon clima ha accompagnato le osservazioni nella costruzione di un pensiero comune. Il gruppo funziona come “una mente a più voci” che consente di ampliare l’osservazione nel corso del tempo della crescita del bambino all’interno della relazione con la madre. A questo punto le colleghe ci fanno entrare nelle osservazioni da loro compiute attraverso diversi vertici di osservazione: la relazione madre-bambino, la relazione tra gemelli, le tradizioni culturali della famiglia e una gravidanza trigemellare segnata da un trauma. I contributi raffigurano in modo corale la complessità del campo osservato e stimolano nella sala pensieri ed emozioni.

Segue un interessante dibattito, introdotto da Meterangelis, che partendo dal ruolo dell’osservatore si interroga sulla soggettività dell’analista e sul suo controtransfert. Riflette inoltre sul ruolo dell’umiltà dell’analista, intesa come la capacità di “avvicinarsi all’oggetto osservato abbandonando un supposto sapere” (Ferenczi).

Si sottolinea poi il ruolo dell’emozione come quel pezzo del puzzle che unisce i contributi dell’Infant Research con quelli dell’Infant Observation. Nell’interazione madre-bambino descritta dalle osservatrici, anche loro coinvolte emotivamente, vediamo quanto l’emozione nasca all’interno del balletto duale. L’esperienza gemellare e il cercarsi dei gemelli sia attraverso la membrana che attraverso la tendina delle culle, ci stimola a ripensare alla pulsione. Una pulsione che ricerca l’oggetto fin dal suo esordio, fin da dentro la pancia della mamma.

Come possiamo espandere i concetti di co-costruzione e co-creazione? Sono termini sovrapponibili o diversi? Questi infatti sono il nucleo dell’osservazione madre-bambino.

Tronick risponde alle diverse sollecitazioni rievocando quando, giovanissimo, insegnava agli specializzandi. Con loro aveva costituito un gruppo che potremmo chiamare di Infant Observation. Chiedeva loro, infatti, di osservare delle famiglie una volta la settimana. I contenuti delle osservazioni venivano visti con un’ottica psicoanalitica all’interno del gruppo. I contenuti delle loro osservazioni avevano sempre un punto di contatto con le loro esperienze personali, ma non trovavano nel linguaggio una vera e propria rappresentazione strutturale. Certamente, continua Tronick, questo lo potremmo ricollegare alla co-creatività e alla co-costruzione. La costruzione del racconto osservativo vincola, chiude la creatività; mentre, durante l’osservazione, c’è la libertà della creatività data dal non sapere cosa accadrà di lì a poco. E lo stesso lo potremmo applicare alla terapia nel caso in cui vincoliamo un paziente alle nostre teorie, invece di ascoltarlo “senza memoria e senza desiderio”. È nel seguire il tragitto libero del nostro paziente che noi possiamo co-creare con lui senza vincolarlo al nostro racconto teorico. Immaginare altre possibilità ci aiuta a trovare ipotesi che si alternino o contrastino con quelle che abbiamo costruito nella nostra mente. È questo il filone degli esperimenti e della creazione della teoria dei sistemi, in cui un fatto non produce una conseguenza, ma nasce da un’interazione multipla. E, nell’interazione multipla, scopriamo il nuovo e l’imprevedibile.