14 Novembre 2015 Bologna Primo Incontro intercentri Tosco-Veneto-Emiliano – Report a cura di Adriana Ramacciotti

14 Novembre 2015 Bologna Primo Incontro intercentri Tosco-Veneto-Emiliano

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Report a cura di Adriana Ramacciotti

Sabato 14 novembre 2015 si è svolta a Bologna la giornata “intercentri” che quest’anno ha avuto tre novità di rilievo: sono stati coinvolti tre centri, il C.P. di Firenze, il C.P. di Bologna e il C. Veneto di Psicoanalisi. E’ stata colta l’occasione della presenza di un ospite straniero, Fred Busch, sostenuta dal  Capsa (Comitato dell’IPA, istituito per favorire lo scambio clinico tra le tre Regioni IPA) per realizzare un confronto tra teorie, modelli e clinica. È stato presentato del materiale clinico in un modo particolare: l’analista che aveva condotto il trattamento era anonimo. Alla presentazione del materiale è seguita la discussione condotta da tre differenti punti di vista: quello di Fred Busch, di Maria Ponsi e di Alberto Semi. Alla discussione sono intervenuti numerosi partecipanti. 

La peculiare organizzazione di questa giornata scientifica ha, infatti, attratto un consistente numero di partecipanti provenienti dai tre i centri coinvolti ed è iniziata con le parole di saluto e introduttive  di Stefano Bolognini, attuale Presidente dell’IPA. La giornata è stata purtroppo anche pervasa dal dolore, a causa degli attentati terroristici di Parigi accaduti la sera precedente e tutti ci siamo raccolti in un minuto di silenzio.

Questo report cercherà di tenere conto in particolar modo di alcuni aspetti e sarà parziale, non potrà pertanto fare riferimento ai materiali clinici presentati e neanche alle tante associazioni e pensieri personali riservati unicamente al contesto della  presentazione.

Foto F.BuschFred Busch è un analista con funzioni di training al Boston Psychoanalytic Society and Institute, un Geographical Supervising Analyst al Minnesota Psychoanalytic Institute, ed è Visiting Supervisor al Vermont Psychoanalytic Institute. Il suo terzo libro, Creating a Psychoanalytic Mind: A Method and Theory of Psychoanalysis, è stato pubblicato da Routledge nell’autunno 2013. Fred Busch è stato presentato sia da Marco Mastella, segretario scientifico del C.P. di Bologna, sia da Stefano Bolognini.

La sua relazione si è articolata fondamentalmente in due parti: nella prima ha sviluppato la sua prospettiva teorica prendendo in considerazione soprattutto i concetti di controtransfert, linguaggio e preconscio; nella seconda parte ha illustrato questi concetti attraverso il materiale clinico.

Busch definisce la sua prospettiva teorica“thinking about thinking”, la quale trova i suoi fondamentali nella Psicologia dell’Io e si riferisce in particolare modo a Rappaport. Quest’ultimo aveva posto il controtransfert come angolo base di osservazione, e d’intervento, proponendo di ripensare la teoria dell’interpretazione all’interno della concettualizzazione del controtransfert. In questo senso “ha concordato e, simultaneamente, si è discostato” dall’interpretazione kleiniana che comunica la proiezione di una fantasia inconscia, del paziente sull’analista, direttamente al paziente. Busch si è quindi soffermato a definire quello che, riprendendo anche da altri suoi contributi, lui chiama “azione di linguaggio”: aspetti della comunicazione del paziente che possono essere considerati tentativi inconsci di fare “succedere qualcosa con un altro”. Ha fornito l’esempio di libere associazioni che in certi pazienti possono veicolare comunicazioni inconsce mentre in altri possono sembrare tentativi di rendere insensibile l’analista. Si è soffermato sulle azioni di linguaggio perché sarebbe proprio dal chiarimento di tale intenzione (enactment del paziente) che deve partire il lavoro analitico. Un lavoro analitico che consiste nel “dare forma”, vale a dire nell’avviare una riflessione nel paziente con modalità non di azione ma di parola. Un esempio: l’analista commenta il modo con cui il paziente racconta un sogno in maniera talmente noiosa da provocare noia anche nell’analista. Questo modo di lavorare analitico, sostiene Busch tenendo a mente la prima topica, è colto dal preconscio del paziente avviando una costruzione sempre più complessa di rappresentazioni. Inoltre, questo evita tanti “enactment dell’analista” che spesso sono riconosciuti solo a posteriori, e che si fonderebbero in una comunicazione diretta da inconscio a inconscio. Le interpretazioni quindi dovrebbero includere una descrizione di come l’analista abbia egli stesso metabolizzato l’impatto inconscio dei messaggi del paziente e le proprie reazioni. In questa prospettiva, l’analista innanzitutto usa il proprio controtransfert per chiarire dentro di sé in che modo il paziente sta comunicando e quali sono gli effetti di tale comunicazione. Successivamente, terrà conto di questa chiarificazione al momento di elaborare l’interpretazione in modo comprensibile ed empatico al paziente. Certamente è sempre utile e salutare che l’analista possa distinguere una propria reazione patologica rispetto al paziente. 

Busch ha quindi ripreso Bibring, uno dei primi autori a considerare la chiarificazione come uno dei principi terapeutici della psicoanalisi segnalando le difficoltà che può incontrare il paziente a pensare il proprio pensiero, difficoltà già segnalate da altri autori: Joseph, Green, Bion, Ferro. Per questo motivo, Busch ha sottolineato l’importanza di un lavoro “in the neighborhood” (nelle vicinanze), con ciò che è più accessibile da parte del paziente, riconducendolo a rappresentazioni preconsce in cui l’analista cerca di introdurre una nuova idea tramite ciò che è maggiormente osservabile da parte del paziente; non si può interpretare ciò che è inconscio senza una preparazione che lo renda accessibile al pensiero preconscio.

Inevitabili le domande in merito alle azioni del linguaggio che hanno riportato alla pragmatica della comunicazione fin dai primi contributi di Austin: “Come fare cose con parole”. Si è discusso dell’appartenenza di tali azioni a un livello semantico o a un livello pragmatico poiché l’autore sembra estenda e accolga queste azioni nell’ambito delle associazioni del paziente, quindi all’interno di una catena di significazione che può essere costruita. Ci sono state domande con riferimento alla linguistica strutturale e agli stili della comunicazione analitica di D. Liberman, a Piaget e gli stadi di sviluppo, al lavoro analitico con il linguaggio non-verbale. E ancora: come lavorare con le pause e con gli agiti non verbali che avvengono in qualche momento della seduta e sulla relazione tra l’azione di linguaggio e l’identificazione proiettiva.

La questione della rappresentazione e di ciò che non è rappresentabile (ombelico del sogno) è stata accennata, cosi come anche il rapporto tra rappresentare, rêverie e interventi insaturi nel lavoro con pazienti con bassa capacità di rappresentazione.

Il caso presentato da Busch ha concentrato l’attenzione sul considerare il preconscio tra gli obiettivi dell’analisi, sul significato del suo accrescimento e anche della permeabilità dell’inconscio–preconscio, sul ruolo della pazienza dell’analista in attesa che il preconscio e l’inconscio inizino a dialogare. E’ stata richiamata l’attenzione sull’area transizionale e sull’uso del linguaggio dell’analista (del Noi).

Nel pomeriggio Marco Mastella ha letto un caso clinico di uno psicoanalista anonimo che ,alla fine della discussione sulle sedute presentate, poteva scegliere di palesarsi o meno per  esprimere un suo parere su quanto discusso. Questa modalità ha creato un’atmosfera soprattutto di “gioco e di curiosità”, che ha mantenuto alta l’attenzione, e anche di maggior libertà nella partecipazione alla discussione clinica.

Busch ha preferito fare dei commenti inserendosi nel materiale clinico, mentre Maria Ponsi (C.P. di Firenze) e Alberto Semi (Centro Veneto) hanno presentato relazioni più articolate.

Maria Ponsi ha iniziato il suo intervento dichiarando d’ispirarsi alla teoria delle relazioni oggettuali con particolare attenzione al “qui-e-ora” dell’interazione, agli aspetti pragmatici del linguaggio e ai suoi tanti punti di contatto con il relatore. Successivamente si è soffermata su ognuna delle due sedute presentate. Dalla sua analisi prendo questi spunti: l’idea di quanto ci sia una sorta d’induzione di significato, un’imitazione di tipo compiacente di un gergo che si apprende durante l’analisi. Ponsi ha ricordato quanto sia importante considerare nelle associazioni del paziente una certa “dedica” rispetto a quanto l’analista si aspetta, e anche un possibile tentativo di fare qualcosa, di dare un “assist” all’analista. Anche quest’ultimo potrebbe fare qualcosa come, per esempio, riportare un’idea alla concretezza fattuale, quindi passare da un registro all’altro, risalendo a elementi della personalità del paziente attraverso l’esuberanza dell’attività onirica o simil-onirica che “scorre come un sottotesto rispetto al livello del reale”. Quest’ulteriore elemento di lettura ridarebbe una connotazione diversa al transfert, uno “stare in analisi come stare in un bozzolo protettivo”. Rileggendo quest’ultimo concetto nel linguaggio di Busch, lo sviluppo di una mente psicoanalitica in questo caso avrebbe a che fare con lo sviluppo di una mente pseudo-psicoanalitica. Maria Ponsi si è quindi chiesta in che misura qualche aspetto imitativo o di cliché sia presente alla fine di un’analisi anche ben condotta. L’ultima domanda importante posta alla fine del suo contributo è stata: “in quale misura lo sviluppo di una mente psicoanalitica si accompagna al miglioramento della vita del paziente?”.

Alberto Semi, seguendo una procedura conseguente al metodo psicoanalitico freudiano, alquanto diversa dalla procedura seguita da Busch e da Ponsi, ha introdotto il suo intervento intitolato “C’è del metodo in questa follia” parlando del metodo psicoanalitico come un metodo realistico, che utilizza una persona per capire come è costituito il pensiero di qualcun altro attraverso, come in questo caso, un testo che a sua volta è stato elaborato dall’analista del paziente. Quindi si è inoltrato raccontando, a passo a passo, le sue associazioni, i suoi movimenti, e il loro significato, che diventano a poco a poco fonti di informazione sul come si stia configurando dentro di lui un’idea in relazione al paziente e alla relazione che intercorre con l’analista. Di questo viaggio associativo di Semi riporto due spunti: “il mantenere invariato il gioco della vita”, idea che suggerisce a Semi di porsi la domanda circa il diritto che avrebbe l’analista di interferire con i programmi del paziente e circa “una struttura reversibile dove l’oggetto può divenire il soggetto”. Per spiegare quest’ultima osservazione ha intrapreso una riflessione, stavolta teorica, dalla prima alla seconda topica. Riconosce un preconscio spesso e ricco di anni di lavoro analitico, e una certa accessibilità di materiale inconscio che non corrisponderebbe a una maggiore consapevolezza delle identificazioni e del conflitto inconscio, che hanno luogo nel transfert, con l’ambivalente richiesta all’analista di sperimentare dentro di sé una situazione di ubriachezza/violenza/compiacenza. Riscontra un Io plastico, o irrigidito, con l’ombra dell’oggetto che ricade in un modo particolare: una sorta di pseudodepressione vantaggiosa. Anche Semi integrando entrambi i materiali risale a elementi della personalità del paziente e della relazione analitica trovando nell’interpretazione del transfert dell’anonimo analista, ulteriore conferma alle sue ipotesi.

Racalbuto, Steiner, Bottela, de M’Uzan, Sacerdoti, Schafer e altri autori sono stati citati nei numerosi interventi dei partecipanti come cornice teorica di riferimento. E’ stata proprio questa possibilità di ascoltare diverse teorie e diverse modalità di lavoro che ha contribuito a creare un clima di discussione fertile, tant’è vero che perfino l’ospite, generoso e al passo con le domande che gli venivano formulate, ha evidenziato l’inusuale vivacità e la singolare profondità della discussione.

Soddisfatto e grato, lo psicoanalista il cui caso è stato discusso alla fine si è “manifestato” e ha concluso la serata dialogando con i presenti.

Notevole il lavoro svolto dai segretari scientifici dei rispettivi centri, Benedetta Guerrini degli Innocenti (Firenze), Marco Mastella (Bologna) e Maria Pierri (Veneto) nell’organizzare e coordinare la giornata nella non sempre facile delimitazione degli interventi, di vario contenuto e di varia lunghezza, e soprattutto nel creare un clima di gradevolezza che non ha fatto sentire la fatica di una così intensa giornata.

Molto importante il lavoro del traduttore Aldo Grassi che ha ricevuto calorosi applausi finali, perché non solo ha tradotto dall’inglese all’italiano e viceversa, ma ha anche “interpretato”, nel senso attoriale del termine, i diversi personaggi in scena.

Si può proprio dire che questa nuova “rappresentazione” Tosco-Veneto-Emiliana si è rivelata un esperimento ben riuscito.

Novembre 2015

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Vedi anche:

in SpiPedia:

Controtransfert, a cura di Irene Ruggiero

Capacità Negativa, a cura di Ersilia Cassani

Enactment, a cura di Maria Ponsi

In Eventi/Centri:

VII Colloquio di Palermo: Il Controtransfert