17 Ottobre 2015 CPdR Perché il male? Il punto di vista psicoanalitico sulla distruttività

saturno che divora i suoi figli 1819 1823117 Ottobre 2015 CPdR Perché il male? Il punto di vista psicoanalitico sulla distruttività

Centro Psicoanalitico di Roma

Report a cura di Marco Grignani

Non credo che alla fine del seminario qualcuno abbia potuto dare una risposta alla domanda forse provocatoria che dava il titolo al convegno. Sicuramente però siamo usciti tutti molto arricchiti da una grande quantità di stimoli che ci hanno aperto nuove vie di riflessione sul tema.

Cruciani lo ha ricordato nel dibattito della mattina: il concetto di male non è psicoanalitico, ma gli psicoanalisti non possono non affrontarlo perché attiene a una sfera più ampia, morale, etica e deontologica, alla quale nessuno può sottrarsi e con la quale anche gli psicoanalisti devono confrontarsi.  Anche Russo ha proposto la sua precisazione metodologica nel dibattito mattutino cercando di riportare il tema a un dibattito clinico, per trovarne uno specifico psicoanalitico. In questo senso ritengo che la notazione sulle collusioni narcisistiche possa essere un valido filo di lettura di molte altre relazioni.

La mattinata è stata aperta dall’introduzione molto articolata di Baldassarro che ha individuato una grande quantità di filoni di lettura del tema; elencarli significherebbe impoverire la ricchezza della relazione, quindi preferisco scegliere di evidenziare quelli che mi hanno colpito di più e che mi è sembrato siano stati ripresi durante la giornata. Primo fra tutti il rendere l’Altro cosa, tema di estrema gravità e attualità che prevede l’allontanamento dalla relazione oggettuale per entrare nel mondo del concreto o del reale. Non c’è più relazione, ma solo uso. Collegandosi a questa ipotesi, Baldassarro  sviluppa una riflessione sul pensiero di Green che lo vede passare attraverso una molteplicità di concetti tra tutti però collegati: dall’assenza alla distruzione dei legami, all’incomprensibilità, all’infinità del tempo dell’analisi. La pulsione di morte avrebbe quindi un valore “vitale” solo nell’impasto pulsionale con la pulsione di vita, nello slegarsi si troverebbe il suo senso “maligno” e mortifero.

Francesconi e Scotto di Fasano hanno ripreso il tema della pulsione di morte articolando il loro discorso dalla violenza/distruttività vista come corollario dell’invidia: non c’è possibilità di recuperare l’oggetto buono attaccato se non come un oggetto danneggiato e persecutorio; il soggetto si sentirà sempre in credito con la vita  e non potrà avere la necessaria fiducia in un ritorno arricchito  dell’oggetto, preferendo chiudersi in un narcisismo ferito dalla superiorità dell’oggetto-seno che non ha bisogno di lui per vivere. E’ necessario allora accedere a una triangolazione edipica attraverso la quale superare, seguendo il pensiero di Britton, la “fusionalità patologica duale”.

L’intervento della Guarnieri prende le mosse dalla presentazione del pensiero della psicoanalista francese Nathalie Zaltzman. In un profondo intreccio con la teoria freudiana del Kulturarbeit, emerge la necessità di un processo che sia contemporaneamente individuale e collettivo e consenta un’elaborazione che vada  al di là della formazione del Super Io e che si ponga in una prospettiva in cui il male possa essere usato al servizio del bene. Ciò può avvenire solo attraverso lo sviluppo della pulsione anarchica, particolare forma della pulsione di morte che si pone al servizio della vita per  opporsi all’eccesso di legame che l’opera di civilizzazione porta avanti: attraverso un’intimità con il male si può raggiungere un principio di speranza per l’individuo e per la collettività.

Complesso il contributo di Galiani che ha riproposto il pensiero di Fédida presentando il rapporto umano/disumano come una conquista di civiltà e la lotta per mantenerla. L’umano sarebbe rappresentato dal riconoscimento del simile e della necessità di rinunce primitive, mentre il disumano sarebbe  un modo di disfare il legame umano. Questa condizione viene delineata nei casi gravi in cui il limite della rappresentazione di sé viene messo alla prova,  e nella Shoah in cui non è più possibile riconoscere di essere stato lì allora e qui ora, nel senso del venire meno della possibilità della testimonianza.

I presenti hanno portato ulteriori contributi nella direzione di quanto avviene nella stanza di analisi all’interno di relazioni che si rompono, oppure che sono troppo strette fino alla collusione narcisistica, ma anche di quanto il compito dell’analista sia quello di guardare fuori della stanza ed esprimersi anche su di un piano etico, mantenendo il livello del simbolico per evitare che tutto precipiti nel reale.

Dopo la necessaria e, per fortuna, soleggiata pausa i lavori sono ripresi con l’esame di situazioni specifiche, che hanno ancor più approfondito l’argomento, attraverso l’esame di situazioni concrete in cui il male sembra esprimersi, in primis la guerra.

L’amplissima trattazione di Castellet y Ballarà ha proposto un excursus dalle ipotesi biologiche fino alla trattazione approfondita delle dinamiche che nel gruppo portano alla possibilità di uccidere per concludere che è solo all’interno del gruppo che può scomparire l’orrore per l’uccisone di un proprio simile. Questo però significa invariabilmente una perdita di umanità difficilmente recuperabile, perché “uccidere  significa prima essere stati uccisi nella propria capacità empatica di identificarci con l’altro”.

Malgherini  ha poi proposto un tema molto particolare, quello dell’auto-sacrificio, attraverso l’esame di due situazioni storiche e pervenendo a una serie di conclusioni molto articolate. Il cardine fondamentale sembra essere l’idea che il sacrificio rappresenta un resto fecondo della distruttività; in questo modo il gesto crudele non è solo un semplice scarto. Perché ciò si avveri vi è la necessità di rendere testimonianza di quanto accaduto; nei casi descritti questo è avvenuto attraverso la scrittura.

Anche Pozzi ha proposto un tema specifico parlando del massacro e descrivendolo nelle due forme dell’individuale e del collettivo attraverso due diversi eventi di cronaca e introducendo l’ipotesi che nel caso individuale l’azione fosse volta a un attacco della coppia madre bambino per ottenere la potenza sessuale, mentre nel caso del suicidio collettivo il problema della potenza sessuale viene risolto con un appello alla purezza e al tentativo di superare il sentimento di morte con un allucinazione di immortalità portato avanti, appunto, attraverso il suicidio collettivo.

L’ultimo intervento è stato quello di Fraire che ha ricondotto il male alla stanza di analisi e alla sofferenza corporea recuperando l’immagine dell’esausto di Deleuze, che, nel caso descritto, si alza dieci minuti prima della fine della seduta, prima di soccombere, per riproporsi però non come colui che cede ma come colui che ascolta. Non c’è in questa posizione né attacco né resa, ma un linguaggio comune dei corpi.

 Come si può osservare, gli interventi sono complessi e variegati, ma è interessante ritrovare all’interno di quasi tutti un filo comune che, a mio giudizio, seguendo soprattutto l’intuizione introduttiva di Baldassarro costruisce, e in qualche modo precisa , la definizione di un paradigma specifico nella lettura della dinamica tra pulsioni di vita e pulsioni di morte.

 Innanzitutto è necessario sottolineare l’estraneità del concetto di “male” dal campo stretto della teorizzazione psicoanalitica e, nello stesso tempo, la possibilità di  rintracciarlo come idea di sottofondo che pervade moltissimi livelli dell’operare e del teorizzare psicoanalitico: a partire dal rapporto con la realtà propria del terapeuta e del paziente, per continuare con la visione del mondo esterno, letto sia in chiave politica sia in termini etici e deontologici e, per finire, con la lettura di fenomeni specifici nella stanza di analisi e nella relazione terapeutica.

L’idea sembra ramificarsi in molte diverse declinazioni, dall’orrore, alla paura, al disumano, fino a rappresentare anche la dinamica del cambiamento. Anche Freud, infatti, nella lettera a Marie Bonaparte del 27 maggio 1937 scrive: “Tutte le attività che riassestano o provocano dei cambiamenti sono in qualche misura distruttive”.

Non è possibile quindi definire una sovrapposizione immediata tra male e distruttività, come non è possibile assimilarlo alla pulsione di morte.

Nel quarto capitolo de “L’Io e l’Es” Freud illustra in modo complesso la dinamica fra Eros e Thanatos, così come definisce il legame pulsionale libidico tra Es e Io, ma si vede in modo molto chiaro che il fatto centrale nella relazione tra le due pulsioni è rappresentato dal movimento impasto/disimpasto. Non è possibile pensare l’una senza l’altra ed entrambe sono contemporaneamente al servizio della prosecuzione della vita, ma anche della tendenza verso la morte. In questo quadro il principio di piacere diviene il motore della vita e della sua tendenza alla quiete della morte, ma diviene anche il regolatore della quantità di energia libidica da dedicare a ogni determinata attività. Ecco allora il senso profondo dell’impasto pulsionale che diviene il motore delle attività vitali. Quando questo non accade, per i motivi più vari, molti dei quali esposti nelle relazioni, quando si verifica invece il disimpasto delle due pulsioni si verifica una condizione di sofferenza e di distanza dall’oggetto che non viene più riconosciuto come tale, ma piuttosto reificato, ridotto a cosa e utilizzato al servizio della pulsione di morte. Può essere questa una via per comprendere “Perché il male?”.

Dicembre, 2015

BIBLIOGRAFIA

Freud S : Lettere a Marie Bonaparte

Freud S. (1922) L’Io e L’Es. ( OSF vol 9 Boringhieri Torino)

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