18 aprile 2015 CPB Il Lettino e la Piazza: L’adolescenza

Irene Ruggiero :
C’è ancora qualcuno che vuole diventare adulto?Il limite evanescente dell’adolescenza.

Mariapia Veladiano:
Tutti i confini che vogliamo

Centro Psicoanalitico di Bologna

Bologna 18 aprile 2015-04-25

Report di Violet Pietrantonio

Immersi in un variabile pomeriggio d’Aprile, Monet sfumato di autunno e primavera, si è svolto a Bologna l’ultimo incontro della rassegna Il lettino e la Piazza, nella sala E. Biagi della Salaborsa. Una scrittrice-insegnante e una psicoanalista esperta di adolescenza s’incontrano, per imbarcarsi in un suggestivo viaggio di 120 minuti nei meandri di questa strana sindrome di liquidità adultofobica, che sembra inumidire e un po’ infeltrire i tessuti connettivi delle reti generazionali nella società contemporanea.
Evocando il ricordo dell’intensa relazione tra Freud e Schnitzler e delle affinità elettive tra psicoanalisi e letteratura, Luisa Masina introduce i lavori con quello che, con il senno di poi, sembra rivelarsi quasi un sogno anticipatorio sullo sviluppo del dialogo pomeridiano, exemplum in vivo di una relazione intensa, profonda, vivace, capace di esplorare all’unisono gli antri più reconditi della psiche umana, in un curioso gioco di assonanza e complementarità. Passa poi la parola a Irene Ruggiero, presidente del Centro Psicoanalitico di Bologna, autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e impegnata da tempo in importanti incarichi istituzionali nazionali ed internazionali. A tratto veloce e molto incisivo la psicoanalista traccia il ritratto di un singolare fenomeno che da circa un decennio sembra infiltrare e pervadere il mondo attuale: adolescere (crescere) sembra non essere più processo che esita in adultum (participio passato di adolescere, cresciuto), ma una sorta di condizione esistenziale permanente, in cui ragazzi, uomini, donne, anziani paiono sostare in un ad interim che è differimento a oltranza di adultità e senescenza. Un limbo in cui i vapori di una sensorialità erotizzata annebbiano vista e coscienza di limiti e confini tra funzioni e generazioni. Giovani liberi come mai nella storia di fare, avere, dare e come mai prima d’ora esclusi dalla possibilità d’incidere sulle sorti del mondo, appaiono creature immerse in un totalizzante carpe diem, che è poter godere di quelle risorse economiche e libertà sessuale un tempo privilegio di adultità, senza la necessità di alcuna progettualità. Perché mai si dovrebbe desiderare, progettare di diventare adulti e uscire di casa, se questo quasi sempre significherebbe solo rinuncia ad agi e comfort che la vita in famiglia garantisce, in un participio presente ad libitum? Ma, forse anche perché mai si dovrebbe poter desiderare diventare adulti, se ci si ritrova spettatori stupefatti di adulti che scimmiottano gli adolescenti, nella rincorsa regressiva di uno stato adolescenziale che pare inebriare i sensi e obnubilare la dolorosa consapevolezza del tempo che passa, delle differenze tra stagioni della vita, compiti, corpi, diritti, doveri, responsabilità? Tra vignette di lavoro nella stanza d’analisi e descrizione di costume, Irene Ruggiero fotografa l’attualità di una società ubriacata dal drink di un forever Young, che rievoca i miti dell’ermafroditismo e della fonte dell’eterna giovinezza; specchi strazianti del sogno di un’onnipotenza che è terrore di lutti e limiti di humana conditio. A narrare aspetti, caratteristiche e conseguenze di questa dilagante liquefazione di limiti, confini, differenze prosegue Maria Pia Veladiano, con un vivido e vibrante reportage storico-scolastico-letterario. I confini, ci dice, sono da sempre elemento-veicolo di protezione e inquietudine. Sui confini e per i confini sono scoppiate le guerre più tremende, i confini sono simbolo di recinto che può proteggere dal contatto con aree di mondo ed esperienza temute come pericolose o premature. I confini, come nel caso del monacale hortus conclusus, possono anche essere tentativo di custodia preservativa al rapporto e contaminazione con la vita. Oggi i confini tra le generazioni sembrano essere completamente saltati. Un tempo erano steccati, netti, rigidi, che separavano e definivano identità e territori di vita e lavoro in funzione di sesso ed età, che obbligavano gli adulti all’assunzione di ruoli di guida educativa ma si facevano anche bastioni di immunità difensiva delle loro mancanze e debolezze. Ora sembrano essersi incredibilmente dissolti e quella configurazione a zoo di un vivere sociale per molti versi castrato e depresso da reti di ferro che ponevano distanze insormontabili tra membri di diverse generazioni, sembra aver lasciato il posto a una giungla di liberatoria quanto confusiva indifferenziazione. Gli adulti sembrano aver smarritto la bussola dei doveri e delle responsabilità che è necessario esercitino per permettere agli adolescenti di sentire quel contenimento emotivo necessario e fondante la possibilità di una crescita evolutiva. Se un professore tira un banco addosso a un adolescente, come riporta una recente cronaca di giornale, possiamo comprendere l’enorme difficoltà del compito di contenimento emotivo che un insegnante si trova ad affrontare in una classe di ragazzi spiritati da indomite tensioni, ma non possiamo neanche dimenticare che, se un ragazzo provoca e cimenta la pazienza di un adulto, è l’adulto che dovrebbe essere capace di tenere e contenere. Che perché le regole della convivenza civile acquistino il significato di limiti necessari a un’interazione sociale fondata sul rispetto e il possibile lavoro comune, gli adulti devono trasmetterle attraverso l’esempio del loro modo di vivere e porsi. Come si può pensare che a scuola i ragazzi accettino di non usare il cellulare, quando ai colloqui con gli insegnanti i genitori li tengono accesi e interrompono la conversazione a più riprese per rispondere a telefonate e messaggi? La scrittrice conclude lanciando nell’etere un quesito di psicoanalisi futura: quale si rivelerà il senso, la natura e il destino di questa nuova, diffusa sfida al limite di genere, che sembra essere l’unica capace ancora di turbare genitori, ormai epicuri indifferenti a qualsiasi altra manifestazione di ribellione differenziante? Potrebbe essere l’ultimo, estremo confine rimasto ai giovani per gridare e mettere in gioco un bisogno di differenziazione altrimenti misconosciuto?
L’ologramma dell’acquario di questa modernità a bagno nei fluidi morfinoidi di un presente narcinista (I.Ruggiero, citando Soler : narcinismo⟵narcisismo+cinismo) sembra quasi risvegliare nella platea un desiderio di cambiamento: si susseguono domande, osservazioni, riflessioni che, in un fecondo scambio con le relatrici, riverberano una tensione alla ricerca di nuove vie per rianimare i nuclei addormentati di un’adultità, ora evidenza di timone indispensabile al non abbandono delle nuove generazioni in uno stato di deriva neotenica.

Guarda  i filmati relativi alle giornate dell’iniziativa Il lettino e la piazza 2015, organizzate dal Centro Psicoanalitico di Bologna in collaborazione con Biblioteca Salaborsa.

Bologna 21-4-2015