2 aprile 2016 CVP Sfide cliniche. Nuove tecnologie e dolore psichico

Padova 2 Aprile 2016 CVP “Sfide cliniche. Nuove tecnologie e dolore psichico”

Centro Veneto di Psicoanalisi

Report a cura di Anna Cordioli e Elisabetta Facella

In una sala affollata, Maria Pierri, Segretario Scientifico del CVP, ha aperto la giornata con la presentazione dei relatori Relatore: Daniele Biondo, Irenea Olivotto, Cristiano Lombardo. Discussant: Loris Zanin. Chairman: Alberto Schön.

Durante la mattinata Daniele Biondo, del Centro di Psicoanalisi Romano, ha presentato un ricco lavoro teorico-clinico che ha affrontato il tema delle nuove tecnologie dal vertice del funzionamento psichico e dell’assetto analitico nel trattamento degli adolescenti.

Nella sua relazione, Biondo auspicava un particolare tipo di sguardo sul mondo virtuale: immaginandola come una preziosa occasione d’incontro intergenerazionale, sia per gli adolescenti e i loro adulti di riferimento, ma anche per le diverse generazioni di analisti.

Attualmente, purtroppo, il trend è ben diverso: i “nativi gutemberghiani”, ovvero quelli nati prima degli anni ‘90, si sentono spesso incapaci nel territorio digitale, se non addirittura esautorati dal loro compito di adulti. Assistiamo dunque a un fenomeno molto particolare in cui i ragazzi, che si affacciano al mondo di Internet, non vengono più accompagnati dalla guida dei grandi, viene progressivamente a mancare l’object-presenting, tipico delle funzioni genitoriali, e i ragazzi, sempre più piccoli, si devono arrangiare nell’acquisizione delle competenze tecniche e sociali necessarie sul web. Un secondo fenomeno importantissimo è che nella quotidianità digitale sono spesso i ragazzi a insegnare e correggere (o canzonare) gli adulti per le loro scarse competenze in materia digitale, e questo porta a un vero e proprio capovolgimento delle generazioni.

Secondo Biondo, la tecnologia impone uno spazio mentale in cui il rapporto tra le generazioni è ridefinito e rischia di capovolgersi: mai prima nella storia ci siamo trovati così massicciamente di fronte a una generazione che si forma senza autorità genitoriale.

Durante la discussione sono bene emerse alcune caratteristiche specifiche di questo momento storico: un collega ha controbattuto che anche dopo le Guerre Mondiali molti padri erano morti. A ben guardare però, anche dopo quell’ecatombe di uomini, non era venuta meno la presentazione sociale dell’autorità, sia fosse il ricordo eroico dei padri, la regola sociale o sia la presenza stessa delle istituzioni. Era comunque presentato al bambino un complesso adulto-genitoriale cui rifarsi, fosse anche solo per ribellarsi. Ora invece che anche i “garanti metasociali” (Kaës, 1993) sono venuti meno, i ragazzini non possono facilmente esplorare Internet e confrontarsi con figure genitoriali: sono loro stessi l’avanguardia, la prima generazione che sbarca sul continente del web, senza genitori.

Non è dunque secondario che l’adulto si affacci o meno al web, perché il rischio è proprio che questa generazione “senza adulti” si concretizzi, per la rinuncia che questi stessi hanno fatto di esplorare la realtà virtuale e in ultima analisi di essere genitori.

Biondo è molto consapevole delle fatiche che questa esplorazione comporta per gli adulti e riconosce la differenza tra i Nativi Digitali e quelli che chiama gli Immigrati Digitali: così come è comprensibile che i nativi digitali si muovano agilmente nel loro territorio, è altrettanto importante riconoscere la fatica che deve fare chi è nato gutemberghiano e si trasferisce nella dimensione del web, fosse anche solo per non lasciare da soli i piccoli.

Con il suo consueto pungente umorismo, Alberto Schön rifletteva sugli scarti generazionali e sulla difficoltà di comprendere le novità. Ricordando quando il Jazz veniva considerato una “musica per negri sottosviluppati”, ha commentato: “non era incomprensione del nuovo, era il rifiuto”.

La riflessione di Biondo ha molte implicazioni, sia di tipo pratico sia sul piano speculativo. Sul piano più immediato, infatti, un adulto (magari già analista) che accetti l’immigrazione digitale, comincia ad acquisire esperienze e vocaboli propri del mondo d’internet, gettando le basi per una migliore comunicazione con il bambino e l’adolescente circa le loro esperienze. In seconda battuta, l’analista “immigrato” si trova a poter osservare nuove forme della comunicazione, ma soprattutto della soggettivazione, mediate dal web. Un nativo digitale, che cresce e attraversa quasi ogni sua acquisizione sociale anche attraverso internet, avrà una crescita intrecciata alle proprie esperienze: con buona pace di Gutenberg, anche il web lascia il suo imprinting, così come ogni sviluppo umano.   

L’autore ha mostrato una particolare capacità di sospendere il giudizio sulla tecnologia: essa è uno strumento e Biondo ne studia sia le qualità di “propulsione evolutiva” sia gli utilizzi difensivi nei confronti del dolore psichico. Biondo ritiene, in particolare, che talvolta la tecnologia sia usata come un antidolorifico, come in altri tempi l’alcool o le droghe. In questa difesa dal dolore psichico e intergenerazionale, l’adolescente utilizza la tecnologia digitale attraverso i registri della fuga e dell’onnipotenza. L’oggetto genitoriale assente viene dunque sostituito dall’oggetto totale della tecnologia, con enormi costi psichici e sociali. In questo senso la tecnologia sostiene anche concretamente la fantasia adolescenziale di poter fare a meno degli adulti.

Per meglio comprendere la portata di questi fenomeni è però necessario avere una visione in grado di discriminare un uso difensivo della tecnologia da un suo uso evolutivo.

L’uso difensivo del mondo digitale non deve infatti indurirci e portarci a demonizzare uno strumento che, nella maggior parte dei casi, è invece usato per il piacere di stare in connessione con l’altro.

Biondo ha sottolineato la funzione che la tecnologia può ricoprire all’interno del normale processo di soggettivazione adolescenziale: come strumento che favorisce la socializzazione e accompagna alcuni sviluppi intrapsichici.

Un primo punto sottolineato si collega al compito evolutivo dell’adolescente di entrare in contatto con l’altro extrafamiliare, che viene facilitato grazie ai social network. La possibilità di prendere contatto in forma anonima è caratteristica dell’era digitale, e avvicina l’adolescente a questo complesso compito. Questo spazio può essere visto, o significato, come transizionale, come prodromico di competenze relazionali più evolute. Non di rado incontriamo il fallimento di queste possibilità e veniamo in contatto con adolescenti che non sono più riusciti a compiere il passo evolutivo successivo e hanno appoggiato sull’onnipresenza del web il loro bisogno di non crescere. In quel caso osserviamo un uso narcisistico del mezzo tecnologico.

Non di meno, l’adolescente ha bisogno di correre dei rischi per soggettivarsi: la tecnologia può fornire un’area di rischio che può essere di tipo sia esterno (contatti rischiosi in rete), sia interno (ritirarsi dal palcoscenico sociale e congelare il confronto con l’Altro).

È fondamentale chiedersi che uso faccia l’adolescente della tecnologia, anche all’interno del setting analitico. Spesso anche in psicoterapia è attraverso un medium tecnologico che gli adolescenti riescono a comunicare aree di sé, altrimenti irrappresentabili o inavvicinabili con altri strumenti tradizionali: la parola, il disegno, il sogno, i prodotti della fantasia.

Le diverse modalità di investimento dei supporti tecnologici (console, computer, tablet, social network) fungono da supporto psichico artificiale malleabile. Come una sorta di “plastilina digitale”, viene facilitata la scoperta del contatto tra il sé e l’altro, dove è possibile usare la forma anonima o meno, con la possibilità di ritirarsi a proprio piacimento. Questo elemento rappresenta la possibilità di un’iniziazione al mondo seguendo il proprio ritmo, caratteristica molto rassicurante per gli adolescenti, che hanno in questo senso un’apparente possibilità di padroneggiare la distanza/vicinanza dall’altro.

Un ulteriore livello di analisi dell’esperienza con la tecnologia digitale, coinvolge il tipo di figurabilità che questo medium favorisce. La tecnica terapeutica cambia molto se ci troviamo di fronte a un adolescente che utilizza la rete o i videogiochi come rappresentazione del proprio mondo interno, rispetto a quando incontriamo un ragazzo che distingue scarsamente realtà digitale e vita non virtuale. Dobbiamo cioè chiederci a che livello si collochi la rappresentazione che stiamo incontrando.

Rifacendosi ai concetti metapsicologici freudiani, l’autore sottolinea come, nell’uso delle tecnologie digitali, il soggetto possa trovarsi a un livello di funzionamento allucinatorio (vicino alla rappresentazione di cosa), a un livello affettivo de-simbolizzato, oppure a un livello di tipo affettivo in cui la simbolizzazione dell’esperienza arriva a conquistare la rappresentazione di parola. 

Nel primo livello, più regredito, ci troveremo di fronte a un mondo dai caratteri allucinatori, in cui lo spazio digitale è uno spazio bidimensionale (Tustin, 1991) tipico dell’autismo e delle difese autistiche. Avremo a che fare con una realtà marchiata dalla fantasticheria, che parassita la vita psichica e protegge il soggetto da una realtà vissuta come traumatica.

Biondo chiama il secondo livello Virtuale-Digitale, che rimanda a una dimensione intermedia tra la fantasticheria e la fantasia, una dimensione figurativa pre-rappresentazionale, in cui esiste una dimensione sensoriale prodotta dall’esterno (immagini video) che coinvolge l’adolescente a livello affettivo fornendogli la sensazione di controllare lo spazio (Lemma, 2015). Secondo Tisseron (2013) il virtuale accompagna l’incontro reale.

Nel terzo livello il soggetto accederà al mondo della fantasia, in cui il ”come se” è stabilmente raggiunto e rende possibile una distinzione tra realtà interna ed esterna. Questo livello crea un vero e proprio spazio transizionale in cui l’adolescente utilizza il mondo digitale per rappresentare e nominare proprie esperienze.

Nel caso clinico portato da Biondo, è stato possibile rintracciare molti dei temi fino a lì teorizzati: l’assenza dei genitori, il ritiro dei videogiochi, l’inversione generazionale, l’uso antidolorifico della tecnologia, il ruolo dell’analista nel significare e collegare le esperienze sia della vita reale, che nella vita virtuale, l’uso del medium digitale come metafora e il ricomporsi del processo di soggettivazione.

Nel suo commento, Loris Zanin ha offerto delle interessanti riflessioni sulla relazione di Daniele Biondo, stimolando la discussione già avviata col gruppo, attraverso una serie di domande e quesiti aperti.

Zanin ha sottolineato come sia in atto una rivoluzione epocale con ripercussioni tutt’ora inaspettate. Ha apprezzato e sostenuto l’importanza di guardare alle tecnologie digitali non solo per i fattori di rischio, ma anche per le inedite possibilità di socializzazione e sviluppo. Portando l’esempio della piattaforma wattpad (in cui i ragazzi, e non solo, pubblicano racconti e libri scritti da loro), ha ricordato come il web non sia solo il luogo dell’alienazione, ma contenga anche spazi di rappresentabilità e condivisione dei vissuti e degli affetti. 

Ha accolto l’invito a essere “immigrati digitali”, interrogandosi sul rischio dell’inversione generazionale e sulla carenza del ruolo degli adulti. L’esposizione al mondo digitale comporta un’esplorazione dei livelli molteplici del Sé, con il rischio di un’eccessiva frammentazione e scarsa integrazione, se il Sé è eccessivamente fragile. Zanin ha ricordato quanto spesso, nei nostri studi, vediamo i disagi e le patologie da dipendenza da internet, collegati anche con un vuoto di genitorialità e un mancato incontro intergenerazionale, e che rimandano ad aspetti carenziali primari nell’accudimento psichico, traducendosi in una difficoltà nel percorso di soggettivazione.

Zanin ha anche ipotizzato che l’adolescente utilizzi il web come uno schermo paraeccitatorio allargato e vicario che sostituisce quello genitoriale, assente. I ragazzi, a dispetto del loro fare ribelle, continuano ad avere bisogno di un filtro all’eccessiva esposizione ed estraneità, dovuta a spinte interne ed esterne, connesse al processo di crescita. Ricordando Meltzer, Zanin ha posto l’importanza che la presenza parentale ha per lo sviluppo di un Super Io creativo e protettivo, fondamentale soprattutto in adolescenza.

L’adolescente “resta affamato di autorità” anche oggi, anche nel mondo digitale.

Altre questioni sollevate sono state se le patologie dell’abuso digitale possano essere “vecchie patologie” in una nuova veste, se il web presenti rischi mai incontrati prima nello sviluppo dell’individuo, e quanto il web contribuisca a una abolizione tossica dei limiti. In chiusura, Zanin ha interrogato l’uditorio sulla relazione tra sovraesposizione sensoriale visiva collegata a internet e produzione onirico-rappresentativa, sottolineando la funzione dell’analista, che possa essere in grado di ascoltare i racconti provenienti dal web come se fossero sogni che i pazienti non sono ancora in grado di sognare.

Alla ripresa della discussione Maria Pierri ha fatto un’interessante riflessione sulla tecnologia e, citando l’antropologo Franco La Cecla, che avrebbe definito i nuovi media desideri collettivi sognati a lungo, in attesa che qualcuno li trasformi in dispositivi, ha proposto di guardare alla tecnologia come esito di un sogno, di un desiderio, che è stato realizzato dalla generazione precedente e che viene consegnato alla generazione successiva perché ne possa godere. A fianco di questa fondamentale linea basata sulla continuità, Biondo ha sottolineato il fenomeno della discontinuità contemporanea, in cui sono gli stessi adolescenti che creano nuove tecnologie, utilizzate dagli adulti, con una possibile inversione: chi sogna i sogni di chi? Una larga parte della discussione ha riguardato l’inconsistenza degli adulti: i genitori assenti in internet sono spesso assenti anche nella realtà, abdicando alla loro funzione paterna e superegoica.

Si è quindi passati a interrogarsi se siano gli adulti a essere manchevoli, o piuttosto i ragazzi a essere parricidi. L’uditorio ha evitato di virare verso derive sociologiche, ritornando spesso alla clinica: molti hanno osservato quanto spesso gli adolescenti cerchino, con atteggiamenti polemici e di sfida, di attivare delle funzioni regolative, e come sia importante riconoscere queste richieste, significarle e giocarle in senso evolutivo.

Si è parlato dunque di fare i conti col canone della vergogna, così centrale sul web, ma anche di ricercare i prodromi del senso di colpa. Si è avvicinato il terrore che ha l’adulto gutemberghiano di soccombere di fronte ai nativi digitali al terrore di Laio, che sa che verrà ucciso da Edipo prima ancora che egli nasca. Infine si è messa in relazione questa minaccia di morte con la difficoltà di considerare e interpretare i fenomeni del mondo digitale come metafore di movimenti del mondo interno.

È nella gruppalità, per Biondo, che si può ricostruire il legame tra gli attori sociali, ristabilire le generazioni in senso arricchente e riconquistare la funzione paterna, così come anche all’interno del Training si guarda alla dimensione gruppale come a una “quarta dimensione” parallela alle tre primariamente considerate.

Nel pomeriggio Irenea Olivotto ha presentato il caso di un’adolescente nella quale il processo di soggettivazione era ostacolato, e dove già i processi di soggettualizzazione infantili erano stati messi in scacco da una reazione compiacente alle richieste ambientali. Questi elementi si declinavano anche nella relazione con l’analista, la quale si sentiva “tenuta lontana” dalla paziente, come su un altro pianeta, nel timore di ripetere, anche in analisi, un vissuto parassitario sperimentato con la madre.

Il caso clinico ha mostrato un massiccio uso difensivo del mondo digitale, con elementi importanti di ritiro e con una fuga nella fantasticheria per annientare i terrori di separazione.

L’infans trionfa sulle parti adolescenti, facendo abitare il presente da esperienze traumatiche, che si ripetono e che la ragazza gestisce solo attraverso il proprio cosmo privato.

Il mondo digitale è però anche uno spazio segreto, all’interno del quale la paziente comincia a fare piccole esperienze sociali. L’analista riconosce e accompagna questi elementi nuovi, aiutando l’elaborazione lenta e delicata di un funzionamento psichico meno allucinatorio e più virtuale. Attraverso il contatto con l‘analista, che la ascolta e la accompagna nelle sue avventure, la paziente arriva a sviluppare una propria opinione e una propria lettura delle cose, fino a usare le immagini che le sovvengono per comunicare, ma anche riuscendo a dire “lo so che è tutta fantasia”.

A seguire, Cristiano Lombardo ha presentato il caso di un adulto con un funzionamento al limite, la cui capacità di pensare alle proprie vicende era discontinua e determinava una parte importante del dolore dell’uomo. Si è dunque inaugurato un lungo lavoro sulla figurabilità psichica, che ha coinvolto prima di tutto l’analista, fino a divenire un tema del paziente. Egli ha fatto anche uso dei supporti digitali per raffigurare e talvolta cercare di comunicare in analisi un’intuizione o un affetto.

Il caso ha permesso di mettere in risalto la relazione tra gli elementi visivi e i vissuti di vergogna del paziente. Internet, come fosse un’estensione della sua psiche, fungeva da  “Non-luogo” (Augè, 1992), entro il quale abbandonare e poi ritrovare tracce dei propri timori, confermando le fantasie persecutorie, ma anche da “Luogo” in cui cercare il riflesso di un’immagine relazionale di Sé.

Il lavoro sulla raffigurabilità si è dunque intrecciato a quello di rispecchiamento: la raccolta di alcune intuizioni visive del paziente è divenuta esplorazione dei vissuti, permettendo il passaggio da un pensiero iconografico frammentato alla creazione di un’immagine metaforica, una storia da raccontare, che permettesse la compresenza di vari aspetti del paziente. La dimensione della rappresentazione di parola è dunque emersa da un lungo lavoro integrativo e di alfabetizzazione delle rappresentazioni di cosa, anche prese in prestito dal web.

La giornata è stata partecipata e ha promosso molte e fitte conversazioni, anche a convegno finito quando, usciti dalla sala, siamo rientrati nella vita reale.

Bibliografia:

AUGE’ M. (1992) Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità. Elèuthera, 2009.

LEMMA A. (2015). La psicoanalisi nell’epoca dello smarrimento: sul ritorno dell’oppresso. Rivista di Psicoanalisi, vol. LXI, 2, 457-476.

KAES R. (1993). Il gruppo e il soggetto del gruppo. Roma, Borla, 1994.

TISSERON S. (2013). Prova a prendermi, In: Chan R., Gutton Ph,. Tisseron S. (2013). L’adolescente e il suo psicoanalista. Roma, Astrolabio.

TUSTIN F. (1991). Protezioni autistiche nei bambini e negli adulti. Raffaello Cortina Editore.

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Vedi anche:

In articoli/attualità:

Adolescenti, Rete e Social Network, di Irene Ruggiero

in SpiPedia:

Dipendenza da Internet IAD, a cura di Andrea Marzi e Guido Saltamerenda

In Report/Materiali:

Dall’illusione dell’atto creativo: una possibile lettura di HER, di Donatella Lisciotto

In Rassegna Stampa:

Il tuo partner ti trascura per il cellulare? Soffre di “phubbing”, di Roberto Goisis, La Repubblica, 22 ottobre 2015

in Libri:

Psicoanalisi, identità e internet. Esplorazioni nel cyberspace, a cura di Andrea Marzi, F.Angeli 2013, recensione di Gregorio Hautmann

in Cinema/Recensioni:

The Social Network di David Fincher, commento di Gabriella Vandi