20 aprile 2013 BOLOGNA Giornata nazionale sull’analisi dei bambini e adolescenti

Giornata Nazionale sull’Analisi dei Bambini e Adolescenti

20 Aprile 2013

Centro Psicoanalitico di Bologna

“Che ideale abbiamo come analisti? Vogliamo trasformare, guarire… ? Il mio ideale è trasmettere la possibilità di pensare. Si possono usare teorie diverse, se si rimane psicoanalisti. Cosa vuol dire essere psicoanalisti? Io penso che voglia dire poter pensare in situazioni molto difficili, non importa il senso, il significato che diamo a queste situazioni.

Pensare è già giocare, sognare… Giocare è réverie. Si gioca, si trasforma, si sogna e si possono trasmettere agli altri i nostri significati.”

Queste le parole pronunciate da Manuela Utrilla a margine del suo intervento, pronunciate sotto tono, con semplicità e con un sorriso, parole estremamente dense e chiarificatrici, che sono forse la sintesi della Giornata su Bambini e Adolescenti organizzata dall’Istituto Nazionale del Training e dall’Esecutivo il 20 aprile scorso a Bologna.Questa giornata è stata, (come di nuovo Manuela Utrilla ha definito l’incontro psicoanalitico e, in generale, quello fra esseri umani), “una strana avventura”, perché ha avuto un andamento per nulla scontato e quindi strano, cioè fuori dell’ordinario, ed anche vivificato da emozioni e

pienezza di partecipazione da parte di tutti i presenti, sia nella discussione del mattino, sia nei gruppi clinici pomeridiani.

Gabriele Pasquali è stato il chair della mattinata ed ha offerto una sintesi dei contributi di Tonia Cancrini e Manuela Utrilla , con le loro specificità teoriche, le divergenze e i tratti comuni.

Tonia Cancrini ha incentrato il suo intervento sull’importanza del dare al dolore una possibilità di essere vissuto, espresso e, al contempo, condiviso dall’analista. Ha parlato del dolore per la deprivazione da parte dell’oggetto primario, cioè di “una ferita all’origine della vita” e delle sue conseguenze in termini di disintegrazione e mortificazione delle forze vitali del bambino, ma anche dell’analisi come via privilegiata per accedere alle aree traumatiche e bonificarle, creando “un ponte” fra passato e presente, favorendo la

ricostruzione della storia e generando continuità in luogo della frattura, principalmente attraverso il transfert e il controtransfert. E’ così, ha sottolineato, che il passato può rivivere nel presente e incontrare l’occasione di una trasformazione: l’analista, dunque, condensa in sé “la madre mancante”, oggetto traumatico del passato e la madre “compagno vivo” del presente, che permette il superamento del trauma.

La relazione di Manuela Utrilla si è posta rispetto alla precedente al contempo in modo contiguo e discontinuo, in quanto si è percepito una sorta di terreno comune costituito dal  grande rilievo dato alla relazione con il paziente e i genitori, una “sensibilità relazionale” che rende capaci di “sentire la disperazione, non solo di comprenderla, ma di viverla con l’altro, cioè di condividerla.” Tuttavia, accanto a questo, vi è stata l’affermazione del concetto forte di impossibilità di elaborazione del trauma, cioè di “impossibilità di riparazione dell’impensabile”. La relatrice ha sostenuto, infatti, che ciò che solo si può elaborare è l’erotizzazione del trauma e la ripetizione, o meglio l’erotizzazione della propria partecipazione all’impensabile.

L’intervento di Manuela Utrilla, dal titolo “Lutti impossibili” ha integrato in modo armonico clinica, teoria e teoria della tecnica. Tema centrale quello del lutto, già presente nel primo incontro: lutto del bambino, dei genitori e dell’analista. Lutto impossibile nell’area degli investimenti narcisistici, cioè nel caso di bambini che sono il prolungamento narcisistico dei genitori e quindi di famiglie in cui si sono formati legami simbiotici e relazioni in cui il legame è impossibile da sciogliere.

Già dal primo incontro si evidenzia il lutto dei genitori, che è rappresentato dal loro scacco: parlare a qualcuno del loro fallimento come genitori, il fallimento con il loro bambino.

Se qualcosa non funziona nel loro bambino, che è sentito come appartenere a loro,significa che qualcosa in loro non va, il che si traduce, quindi, in una ferita narcisistica.

Simmetricamente l’analista, se qualcosa non funziona nel trattamento con il suo paziente,si sente come un genitore che ha fallito. Bambino, genitori e analista si trovano, quindi,imprigionati in un’ “area narcisistica apparentemente senza uscita”, chiamata dall’autrice “costellazione o situazione melanconica”, in cui l’Io di fronte a una ferita narcisistica si sente bloccato tra l’impossibilità di disinvestire l’oggetto che ha prodotto la ferita, perché significherebbe disinvestire se stesso, e l’impossibilità di continuare ad investirlo. La relatrice, infine, ha descritto il “lavoro di distacco o lavoro melanconico” e le sue tappe che conducono all’estinzione dell’investimento narcisistico.

La relazione di Manuela Utrilla ha suscitato nelle tre discussant Elena Molinari, Violet Pietrantonio e Giuliana Tessitore suggestioni diverse e variamente articolate tra loro: suggestioni letterarie, cinematografiche, artistiche, musicali, e perfino cinofile, che hanno ulteriormente ampliato il già largo respiro dei due lavori iniziali. La densa sintesi e la personale rielaborazione di Elena Molinari ha posto l’accento sulla tecnica emersa in modo implicito ed esplicito dall’esposizione di Manuela Utrilla. Violet Pietrantonio ha invece sottolineato il lutto impossibile come “lutto dell’assenza di una presenza” e,attraverso una chiave di lettura bioniana, è arrivata ad evocare con efficacia all’interno della stanza di consultazione, oltre al bambino, i bambini-genitori, anch’essi deprivati e “orfani di contenimento”, alla disperata ricerca di un contenitore capace ed accogliente.

Infine Giuliana Tessitore ha riletto il lavoro di Manuela Utrilla attraverso la propria esperienza clinica rintracciando i temi della perdita e dell’area melanconica. Ha concluso con un riferimento al piacere di pensare insieme, che è proprio quello che è si è verificato in modo produttivo in questa giornata la cui importanza ha sottolineato Marta Badoni in un suo intervento: l’importanza che gli psicoanalisti “si incontrino molto”.

La sessione pomeridiana è stata animata dalla discussione in gruppo di due casi clinici, presentati da due perfezionandi B/A, Luca Nicoli e Tito Baldini. Alla conduzione dei due gruppi si sono alternate Marta Badoni e Manuela Utrilla, che hanno improntato il lavoro in modo personale secondo tecniche differenti, ma percepite da entrambi i gruppi come complementari e in una sorta di continuità fra di loro, rilievo emerso poi nella discussione plenaria finale.

L’esperienza nel gruppo è stata quanto mai produttiva e ha permesso di veder emergere  in modo vivido i temi trattati nelle relazioni della mattina: l’erotizzazione del trauma, il coinvolgimento controtransferale dell’analista nella costellazione melanconica e l’importanza che egli sia al contempo l’oggetto traumatico e quello che permette la trasformazione.

L’impressione finale è che i gruppi clinici coniugati al lavoro teorico abbiano attribuito alla giornata un valore trasformativo oltre che formativo, così che “i contenuti alla ricerca di un contenitore” descritti nella mattinata come cani di S. Uberto dal finissimo fiuto e cercatori di persone scomparse, abbiano potuto trovare proprio quel che cercavano.

28-4-2013

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