21-22 Ottobre 2016 CNP Crisi del lavoro, lavoro sulle crisi

Centro Napoletano di Psicoanalisi

Report a cura di Giovanna Cocchiarella

Il tema del lavoro, argomento del convegno, risulta centrale non solo per la psicoanalisi, ma anche per le società e le istituzioni che le costituiscono. Freud concepì il lavoro compiuto dall’apparato psichico come la misura dell’attività cui esso è sottoposto in virtù della sua connessione con il corpo. L’apparato psichico compie, dunque, uno spostamento dalla radice corporea della pulsione alla sua radice psichica che trasforma l’eccitamento da dato quantitativo corporeo in dato quali-quantitativo psichico. Ma il lavoro può essere anche considerato un garante metasociale nel senso che garantisce la stabilità delle formazioni e dei processi sociali. In tale direzione le sue criticità possono ricadere sui garanti metapsichici e quindi sul funzionamento psichico individuale.

Esporre, sebbene in forma sintetica, la complessità delle relazioni presentate a Napoli nelle due giornate organizzate dal CNP e dedicate al tema del lavoro, non risulta compito semplice. I relatori ne hanno fornito prospettive differenti ma mai distanti, immettendo l’uditorio nella vivace complessità dell’argomento.

Il pomeriggio del venerdì 21 è stato aperto dalla relazione di Paolo Cotrufo, cui è seguito l’intervento di Ugo Marani e infine quello di Guelfo Margherita.

L’intervento di Paolo Cotrufo, Psicoanalista MO SPI , Presidente CNP,

“Il lavoro nella teoria psicoanalitica, il lavoro dell’analista: quale crisi”, introduce al cuore della questione presentando la concezione che Freud avevadi lavoro psichico quale “misura dell’attività cui l’apparato è sottoposto in virtù della sua connessione con il corpo”. Nel 1899, Freud dedica al lavoro psichico l’intero capitolo sesto dell’Interpretazione dei sogni. Il traum arbeit, il lavoro onirico, nel testo fondativo della psicoanalisi è paradigmatico di un’azione trasformativa compiuta dall’apparato psichico che converte i pensieri latenti del sogno in contenuto manifesto. L’analista, invece, interpreta e attraverso un “lavoro in profondità” disfa, scompone il lavoro psichico del paziente affinché le parti che lo compongono possano trovarsi in una nuova relazione tra loro e con il tutto. Il lavoro del paziente procede in direzione bottom-up, dal basso verso l’alto, mentre quello dell’analista, attraverso lo strumento dell’interpretazione, percorre il verso opposto, dall’alto verso il basso, sulla frontiera tra coscienza e preconscio. Cotrufo conclude la prima parte del suo intervento sottolineando che il lavoro psichico, il lavoro interpretativo e il fatto che il metodo psicoanalitico faciliti l’emersione di materiale analizzabile, ad oggi, non sono stati messi in “crisi”.

Nella seconda parte, “Crisi” della psicoanalisi”, l’autore, citando Pontalis (1997) “La psicoanalisi non è, e non può essere, del suo tempo, […] essa è, e dovrebbe essere, indifferente all’aria del tempo”, ne marca la natura critica, in quanto fuori tempo per statuto. La psicoanalisi, infatti, si occupa di un altro tempo, il più delle volte caratterizzato da false memorie e ricordi di copertura da cui risulta un grumo condensato e talvolta stratificato, contenuto in un ribollente serbatoio atemporale: l’inconscio. Dagli anni 80, negli USA e nei paesi anglosassoni si è iniziato a diffondere uno scetticismo nei confronti della psicoanalisi che, di contro, non era in grado di rispondere ai molti importanti interrogativi posti utilizzando lo stesso strumento con il quale era attaccata: la ricerca evidence based. A partire da quegli anni la psicoanalisi ha progressivamente perduto posizioni nelle facoltà di medicina, prima, e in quelle di psicologia, poi. Nei paesi anglofoni gli psicoanalisti universitari sono sempre più rari così come nella sanità pubblica. Negli ultimi vent’anni anche l’Europa soffre la stessa perdita di psicoanalisti nelle Accademie e nei distretti di cura. Per quello che riguarda la “Crisi” di lavoro degli psicoanalisti, Cotrufo, presenta alcuni dati che si riferiscono agli anni ’90 in Italia, epoca in cui si è compiuta una trasformazione dalle inevitabili ricadute sul nostro stato professionale. In particolare si riferisce all’introduzione della legge Ossicini nel 1989 che ha istituito l’ordine professionale degli psicologi, e con esso un elenco degli “Psicoterapeuti” presente sia nell’Ordine degli psicologi che in quello dei medici. Tale norma di legge ha prodotto un’impennata delle iscrizioni alle Facoltà di Psicologia che ha determinato un aumento esponenziale del numero degli psicologi che dal ‘98 al 2011 sono aumentati di sette volte. Chiaramente un aumento esponenziale dell’offerta in assenza di un aumento altrettanto significativo della domanda ha prodotto situazioni di crisi. Sotto la spinta di questi cambiamenti, si è avviato un processo di manipolazione del metodo e della tecnica e per rispondere alla crisi si è proposto un metodo psicoanalitico elastico, adattabile a tutto e confezionato su misura sulla base della domanda di mercato rischiando di trasformare la psicoanalisi in una trasfigurata ibridazione.

Ugo Marani Prof. Ordinario di Politica Economica Università l’Orientale Di Napoli :

“ Disoccupazione, Esclusione e Disagio sociale”

Affronta nella sua relazione le conseguenze delle politiche economiche europee, il disagio, la disoccupazione e l’inattività giovanile come parte di un processo di depauperamento proprio dell’approccio “sociale” del neoliberismo. La crisi economica che ha attraversato l’occidente capitalistico e del mondo della gioventù, crea forme di marginalità sociale, la così detta lost generation o generazione in crisi. Tra le cause di una crisi di tale straordinaria rilevanza è possibile individuare il modello di filosofia sociale che il liberismo sta imprimendo alla nostra società. I principali capisaldi teorici sono rintracciabili nell’idea che se lo Stato investe più risorse, l’occupazione diminuisce e quindi, meno si occupa dell’economia dei giovani meglio fa.

Oggi, l’occupabilità è più importante dell’occupazione. Starebbe al giovane dimostrare che con la sua occupabilità, la sua occupazione è conveniente per un’impresa. Lo stato non deve intervenire, il ragazzo è egli stesso responsabile del proprio futuro. Le teorie del neoliberismo sono pervicacemente e perversamente forti. Marani chiarisce il significato di NEET e si sofferma sul ruolo delle famiglie in tale condizione di esclusione e marginalità sociale, effettiva o potenziale.

Il passo tra disoccupazione, disimpegno, e potenziale eversione verso la società è fortissima. Viene a costituirsi la categoria dei NEET, acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, in italiano indica persone non impegnate nello studio, né nel lavoro e né nella formazione. Sono quindi giovani che non si formano, non lavorano e non guadagnano. In Campania i NEET sono 500.000 di cui il 10 % sono laureati.

Prima di tale crisi economica un giovane che usciva dal mondo del lavoro sapeva di potervi rientrare in quanto era immerso in un’una economia attiva, che “tirava”, oggi invece i giovani non avendo alcuna garanzia vanno verso la marginalità sociale. Il dramma da oggettivo diventa soggettivo. In questa società di inattivi, i giovani sono i choosy, i bamboccioni, termine dispregiativo che confonde quella dipendenza economica dalla famiglia con un fenomeno deteriore. Il modello che il mondo liberista impone alla società di essere precari e flessibili, felicemente flessibili, diviene l’unica condizione possibile in cui vivere.

Marani passa poi ad affrontare la ricaduta che il modello liberista ha sulla dimensione soggettiva e quindi sociale. Quando il giovane non riesce a trovare lavoro, si sente colpevole di un personale fallimento. Oggi in Giappone, due milioni di ragazzi Hikikomoriletteralmente “stare in disparte, isolarsi”,dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”, scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento.

Il modello neoliberista consegna alla società una generazione smarrita che solo se sostenuta dall’intervento della  famiglia può riuscire a trovare un supporto per non perdersi.

Assimila la generazione perduta di oggi a quella che ha combattuto la prima guerra mondiale dove l’inesorabile destino di coloro che partivano per il fronte era morire  o tornare in patria e non trovare lavoro, un destino senza futuro. Quella di oggi sostiene Marani è una Generazione di giovani che non reagiscono, che non provano rabbia per la loro drammatica condizione, come se fossero privati anche di una spinta ideologica.

Segue la relazione di Guelfo Margherita Psicoanalista MA SPI, Didatta dell’IPG,

“Gruppo di Lavoro Gruppo in Assunto di Base, due modalità non necessariamente contrapposte tra fare ed essere”

G. Margherita pone al centro della sua riflessione due punti:

1- il gruppo non è solo un insieme di singoli ma anche un’unica entità sovrasistemica.

2- l’attività mentale del collettivo gruppale è organizzata dialetticamente intorno a due funzioni, una funzione lavorativa “Gruppo di Lavoro” (per esempio un gruppo si riunisce per costruire un ponte o curarsi insieme) e un’attività inconscia di fondo che, gli sembra, disturbi l’attenzione e la qualità lavorativa, focus principale del gruppo, pervadendola di emozioni. Chiama questa seconda attività Gruppo in Assunto di Base in quanto il gruppo risulta disturbato dall’ansia che lo stare insieme, perdere i confini individuali, dissolversi nella massa (vedi gruppo massa ed esperienza oceanica), inevitabilmente provoca. Gli assunti di base, invece, nella classica descrizione di Bion sono tradizionalmente considerati stati emozionali disturbanti la capacità operativa di un Gruppo di Lavoro (GdL). Una condizione di disturbo simile a quella dell’inconscio e delle emozioni rispetto alla razionalità

L’attivazione di questo spazio produce trasformazioni biologiche e comportamentali dell’intero organismo gruppale prima che quelle degli organismi in esso contenuti, atte a permettere all’intero insieme gli assetti e gli adattamenti migliori rispetto alle sfide dei contesti. Una seconda considerazione a questo punto è che lo stato mentale in AdB appare allora non più solo una condizione di disturbo per il GdL, ma principalmente come una condizione basale alternativa del “cervello gruppale”. Esso è magari funzionale a contenere e vivere (se stesso e le condizioni di intensa vitalità psichica connesse) in adeguati stati di coscienza (onirici e simmetrici), come l’organismo unitario che egli stesso rappresenta. Esso è infatti intento a provvedere alle condizioni “di base” della sua sussistenza, sopravvivenza e propagazione nel tempo e nello spazio.

Come per l’individuo, anche per il gruppo, questi due diversi stati mentali hanno quindi a che fare uno con la sua capacità produttiva l’altro con la sua capacità vitale.

La Neuro-fisiologia ci insegna che nell’individuo la Vitalità (ciò che ci tiene in vita: fame, sete, aggressività, sesso, termoregolazione, sonno, attacco e fuga etc…) è radicata nella istintualità del corpo

Si istituisce così un meccanismo ubiquitario e multilivello che travalica i confini del singolo uomo e della sua consapevolezza per allungarsi nel tempo e nello spazio a radicarsi nella biologia della filogenesi (specie) da una parte e nell’antropologia dei grandi aggregati dall’altra.

Per converso nei campi macrosociali, afferma Margherita, connessi con i fenomeni storici riguardanti le popolazioni, può evidenziarsi una capacità di queste di gestire le grandi sfide alla loro vivibilità e sopravvivenza attraverso il darsi l’organizzazione emozionale ed i conseguenti comportamenti gruppali che accompagnano ad es. carestie (dipendenza), guerre (attacco-fuga), migrazioni (viaggi della speranza).

Sono le crisi appunto, di certi contesti storico-socio-ambientali, (specie quando divengono catastrofi) che costringono le macrogruppalità (popolazioni, nazioni) a doversi permeare, per utilizzarle difensivamente, con le organizzazioni emozionali e comportamentali messe a disposizione dagli specifici assunti di base per consentirsi la sopravvivenza.

Tra gli interventi dalla sala:

Marta Capuano

Riprende la questione degli Hikikomori, la cui condizione, a suo dire, è anche legata all’uso delle tecnologie. I giovani giapponesi non pensano di essere isolati, ma piuttosto di essere collegati con il mondo. Inoltre sottolinea come la società Giapponese esercita una profonda limitazione dell’espressività dei sentimenti. Nonostante ci sia notevole opportunità di impiego e circolazione di danaro, i livelli di competitività nelle generazioni giapponesi sono altissimi così come è alto il numero dei suicidi. Lo stare chiusi, ritirati, sarebbe quindi un modo per difendersi da un fuori vissuto come terribile.

Thanopulos

Riprende il discorso di Margherita. Pensa che la nostra società abbia perso la capacità di funzionare come gruppo di lavoro ma che funzioni in una modalità collettiva anonima. Sostiene che la psicoanalisi è uno strumento di cura ancora efficace, ma con una difficoltà sull’evoluzione del suo paradigma e con la sua istituzione in crisi. La difficoltà a evolvere come paradigma dipenderebbe dal fatto che è la cura stessa a essere in crisi, così come lo è la scienza in senso lato. A proposito delle teorie neoliberiste, sostiene che queste vivono di per sé in quanto dissociate dalla scienza economica. Il neoliberismo, dice, è omogeneo a un’attitudine umana a una dimensione psichica e non abbisogna di una dimensione scientifica: vivere in superfice inibendo la profondità. In tale contesto si altera lo stesso andamento della scienza. Oggi domina la tecnologia, domina l’applicazione di quello che noi sappiamo. Tanopulos cita Foucault quando parla di rivoluzione del paradigma clinico nell’epoca rinascimentale “sguardo vergine e sapiente”. Il clinico e lo scienziato sosteneva Foucault dovrebbero usare uno sguardo vergine e sapiente, ma ciò non avviene.  Lavoriamo sempre più nel campo del visibile. Costruiamo macchine ultraraffinate che catturano la materia. Siamo nel campo del rendere visibile le cose e perdiamo il contatto con l’invisibile, “viviamo nel mondo di una cecità ultravedente”.

De Micco

Sostiene che la teoria neoliberista ha una configurazione mitica che rende superfluo un confronto con la realtà fattuale. La decostruzione psichica delle nuove generazioni, provoca uno sganciamento dal lavoro psichico collettivo, come lavoro di deculturazione. La costruzione di un soggetto socialmente impresentabile è quindi socialmente costruita, è un prodotto culturalizzato. Questa attiva modalità culturalizzata di un soggetto che non può più avere accesso alle leve attive della costruzione culturale è attivamente costruita. Ritiene inoltre che sia importante una riflessione sul significato dei movimenti integralisti come una possibile risposta ad un attivo lavoro di disintegrazione simbolica e psichica. De Micco cita Winnicott “Quando il ragazzino deprivato comincia ad avere comportamenti distruttivi è segno che sta recuperando la speranza”, in questa ottica il neointegralismo sarebbe a suo dire, una risposta all’espulsione di gruppi marginali così come anche il terrorismo di matrice islamica, una rifondazione che si realizza attraverso il sangue e la catastrofe.

Garella

Introduce il suo intervento a partire da un punto di convergenza tra quanto sostenuto da Marani e un aspetto proprio della psicoanalisi. Il Liberismo è presentato come un’ideologia piuttosto che una scienza e in quanto ideologia dispone di una metafisica. La metafisica del liberismo è quella del soggetto razionale individualmente completo, esaustivo e numerabile e questo lo fa passare per una scienza. La psicoanalisi non ha nulla di tutto ciò per cui non è una scienza. L’errore della psicoanalisi è cercare un modo per rendersi numerabile. Il corrispettivo del liberismo è la metapsicologia freudiana divenuta ideologia per un puro caso storico negli anni 50-60. In quegli anni in America, quando iniziava il liberismo, tutte le università erano tenute da corpi docenti formati analiticamente. Ma la metapsicologia non è direttamente un’ideologia. Freud voleva che fosse qualcosa che andasse verso l’ideologia ma che si occupasse di una “parte del mondo”. Bisogna, sostiene Garella, riuscire a resistere alla tentazione di schierarsi dal lato di coloro che in questo momento appaiono vincitori. Se la psicoanalisi si professionalizza dovrà aderire a canoni economici e professionali. I buoni professionisti psicoanalisti saranno largamente superati da psicofarmacologi e cognitivisti che dispongono di teorie numerabili e quindi da esse legittimati. Perché, si chiede Garella, non continuare ad essere quello che Freud voleva restando “di lato”? Il liberismo richiede che ci si sottometta e che, sottomettendosi, si diventi quello che è richiesto di diventare, l’imprenditore di se stesso in tutti e in ognuno, “Omnes singulatim” (Foucault), ma quando si confonde l’uno con i molti, quando si fa dell’uno tutt’uno allora, ci muoviamo nel campo della psicosi.  Garella esorta a proteggere lo specifico della psicoanalisi continuando a mantenere aperta la possibilità che il paziente possa ritagliarsi uno spazio di soggettivazione in un confronto con il mondo. 

Sabato 22 ottobre 2016, apre i lavori della mattinata Gemma Zontini Psicoanalista MO SPI, Segr. Scientifico CNP:

 “ Dispotismi ed eclissi del lavoro”

Nella sua relazione, Zontini propone il concetto di lavoro nei termini di garante metasociale e, in quanto tale, garante della stabilità della struttura sociale. Sostiene pertanto che le criticità dei garanti metasociali possano ricadere sui garanti metapsichici e quindi determinare un’alterazione del funzionamento psichico individuale. Dopo avere presentato lo schema ottico di Lacan (1949, 1954), Zontini modifica la posizione nella quale Lacan aveva posto l’occhio per suggerirci importanti questioni in merito alla contemporaneità e anche alle patologie della contemporaneità. Riprendendo il “Dispositivo Panottico” di Jeremy Bentham, mostra come la macchina panottica sia un tentativo di “esportare” nel tessuto sociale una fondamentale dinamica intrapsichica. Bentham fu un filosofo inglese appartenente alla corrente dell’utilitarismo, inventò l’edificio panottico per costruire penitenziari. Il Panopticon è, innanzitutto, una struttura finalizzata alla dissociazione tra il guardare e l’essere visti. In genere se si è guardati si è in grado di vedere chi ci guarda. Il Panopticon rompe questa reciprocità. Il nome stesso lo indica chiaramente pan-opticon, colui che vede tutto. L’applicazione più logica dell’ invenzione di Bentham fu, appunto, il carcere. Ogni cella era collegata alla torre centrale con dei tubi metallici. L’applicazione del dispositivo a contesti differenti da quello carcerario non era nelle intenzioni di Jeremy Bentham, difensore delle libertà individuali, del bene comune, della massimizzazione dell’utile in relazione al dispendio, ma, l’invenzione ha fornito una “forma” che sembra funzionare e sembra aver condizionato l’ordine sociale e il lavoro moderno e contemporaneo. Il lavoratore, sapendo di poter essere visto in ogni momento e non potendo sapere se in questo momento è visto, massimizza la sua produttività. Il prezzo è naturalmente la mortificazione della libertà individuale, della soggettività del singolo e della creatività. In riferimento all’apparato psichico, il Pan-opticon, ciò che guarda tutto, rimanda all’istanza che guarda tutto nel nostro apparato psichico, il Super-Io freudiano le cui funzioni sono proprio l’auto-osservazione, la coscienza morale e la funzione ideale. Per Freud (1932), il Super Io assolve tre funzioni: l’autosservazione, la coscienza morale e la funzione di ideale. In una condizione in cui il lavoro come processo di garanzia metasociale prende le forme della macchina panottica, il garante metapsichico interdittorio rappresentato dal Super Io, trasforma la sua funzione piuttosto nel senso di struttura ideale che nel senso di struttura deputata all’autosservazione e alla costituzione della coscienza morale. Funziona, cioè, non tanto quale istanza interdicente, ma come istanza che tende a proporre, a costruire, un’immagine ideale del soggetto come dell’oggetto, spingendo entrambi a travalicare incessantemente i limiti. Zontini parla quindi di “patologie dell’idealità” in cui l’aspetto prevalente è l’assoggettamento alla Legge dell’Ideale dell’Io, dove centrale diviene la strutturazione identitaria intorno ad un ideale, politico, religioso, sociale e in cui l’esistenza psichica, e spesso anche fisica, ruota totalmente intorno al raggiungimento di un’adesione completa all’Ideale con l’esaurimento dell’intero funzionamento psichico.  Un aspetto visibile in molte problematiche psichiche attuali, ma anche in eventi appartenenti alla storia recente in cui l’ideale religioso ha fornito una ragione sufficiente a giustificare distruzioni di popoli e civiltà. Tali deformazioni delle topiche e del funzionamento psichico appaiono quindi connesse alle trasformazioni in senso ideale del lavoro, forme di lavoro che sembrano funzionare come macchine panottiche, quali ad esempio organizzazioni del lavoro in cui lo sguardo sorvegliante dell’altro è centrale, il pensiero individuale non ha alcun peso, la libertà organizzativa personale non ha alcun rilievo, le pause di riposo sono minime, il salario è tarato per la massima parte sull’utile prodotto.

Segue Christophe Dejours Psichiatra e Psicoanalista, Membro dell’APF e dell’Istituto di Psicosomatica Pierre Marty di Parigi, Professore titolare di cattedra di Psicoanalisi –Salute-Lavoro presso il Conservatorio Nazionale di Arti e Mestieri: “ Lavoro, sofferenza etica e psicopatologia”.

C. Dejours introduce la psicodinamica del lavoro, disciplina nata negli anni ‘70 dall’incontro tra la psicoanalisi e l’ergonomia. Sin dagli esordi, questa disciplina ha mirato a superare le impasses cliniche della psicopatologia del lavoro. Dejours sostiene che il lavoro si configura come fonte di sofferenza in quanto implica la lotta contro l’incompetenza, l’incapacità, l’impotenza. “Lavorare significa fallire e reggere l’esperienza del fallimento”. Indica poi i due destini possibili della sofferenza che può aggravarsi esitando in una malattia mentale o somatica oppure, grazie alla sublimazione, può essere convertita in piacere. La relazione tra soggettività e lavoro non è quindi lineare, può scaturire il peggio come il suicidio sul posto di lavoro o il meglio, quando, grazie al lavoro stesso, la salute mentale risulta fortificata. La sublimazione assume in quest’ottica una posizione centrale per la salute mentale. A differenza di Freud che sosteneva che la sublimazione fosse un “al di là del funzionamento psichico ordinario”, la clinica del lavoro riconduce la sublimazione in tutte le situazioni lavorative accordandole un posto altrettanto importante della sessualità nell’economia del funzionamento psichico e anche nella salute e nell’eziologia delle malattie mentali e somatiche. Grazie al materiale clinico presentato, Dejours mette in tensione la metapsicologia freudiana e la psicodinamica del lavoro dimostrando che la sublimazione gioca un ruolo fondante in tutte le organizzazioni mentali, sia in senso positivo, come compimento di sé e accrescimento della salute mentale; sia in senso negativo, quando, impedita dall’organizzazione del lavoro, conduce ad un ripiegamento dell’Io ad un impoverimento del lavoro psichico. In assenza di una via verso la sublimazione, sostiene Dejours, ci sarebbero solo due possibili destini per le pulsioni: o una stabilizzazione ottenuta impiegando l’energia pulsionale in un irrigidimento difensivo, fino alla formazione di una corazza caratteriale, o uno scompenso psichiatrico o somatico.

In fine, Gianni Nolfe  Responsabile Psicopatologia da Mobbing e Disadattamento Lavorativo ASL Na/1 Centro, Centro di Riferimento della Regione Campania:

“Il declino del lavoro come bene comune: quindici anni di psicopatologia del lavoro a Napoli”

Nolfe elabora i dati che derivano dal trattamento di oltre 3.000 pazienti che hanno consultato il Centro di Psicopatologia da Mobbing e Disadattamento Lavorativo della Regione Campania da lui diretto.

Con l’ausilio di slides, si sofferma a descrivere gli esiti del disagio lavorativo suddivisi in Psichiatrici, Organici, dell’area Esistenziale, Relazionale e Comportamentale e gli esiti Economici e presenta il modello di intervento centrato sull’individuo e sul sistema.

Espone, quindi, il questionario condotto dal suo gruppo di ricerca e che ha come obiettivo la misurazione della patologia psichica correlata al lavoro, non solo nel senso del suo presente si/no, on/off, come fanno le indagini attualmente in uso, ma nel senso di misurare un continuum che può spiegare la gravità della patologia in atto. Molti altri gruppi di ricerca in Italia come all’estero, che lavorano in questo settore, hanno richiesto che gli fosse inviato il questionario così da poterlo applicare ai loro pazienti.

Infine, Nolfe ha presentato i dati relativi a una scoperta che lui e il suo gruppo di lavoro hanno fatto di recente in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II: studi PET di pazienti affetti da patologie psichiche legate al lavoro, hanno mostrato una restrizione dell’ippocampo e di aree corticali associate alla memoria. Tali dati sono evidenti soprattutto in pazienti affetti da depressione maggiore.

Interventi dalla sala

Conrotto

Si dichiara d’accordo con Dejours dell’importanza della sublimazione nella vita quotidiana. Ritiene infatti che la sublimazione è la garanzia contro la tendenza all’agire. Quando i processi di simbolizzazione non si articolano con i processi di sublimazione non si ha una vera simbolizzazione, ma un’equazione simbolica che va nella direzione dell’agire, dell’acting, della messa in atto. Nella società postmoderna, la caduta dei garanti metasociali ha messo in evidenza l’insufficienza dei processi di sublimazione e simbolizzazione da cui deriva l’incremento della tendenza all’agire e i fondamentalismi politico religiosi che si vedono crescere.

Thanopulos

Sostiene che la sublimazione ha sempre un nucleo di natura erotica, sensuale. La sublimazione estende l’eros della vita lo apre alla differenza. Tra la sessualità e la sublimazione non c’è linea di discontinuità. In un’epoca in cui è centrale la calcolabilità, i bisogni prevalgono sul desiderio, la quantità sulla qualità. Lavoriamo su tensioni e sollievo. Un processo di inerzia minaccia la nostra esistenza e la società. Gli psicoanalisti sanno che il più grande nemico è l’inerzia psichica del paziente. L’inerzia crea indifferenziazione e indifferenza. Per non soccombere, bisogna, sostiene Thanopulos, salvaguardare le differenze e impedire che si instauri l’inerzia.

Ferraro

Sceglie il concetto di Lavoro in vivo o lavoro vivente per sintetizzare il lavoro di Dejours, che, a suo dire, attraverso questo concetto mette dentro l’economia psicosomatica. Il corpo è il primo che accusa la situazione difficilissima che si è creata nel contesto lavorativo della paziente presentata da Dejours. Rilancia la necessità di un ascolto attento alle questioni di lavoro: l’analista che non ha un contatto vivo con la materialità di quella condizione di lavoro non può capire che si può essere vicini a un eccesso tale che ne deriverà un potenziale scompenso. Il modello proposto è quello delle serie complementari freudiano all’ennesima potenza che tiene dentro una multifattorialità di aspetti, l’importanza dei valori di riferimento, il sostegno gruppale, la plasticità della dinamica della libido, la dinamica delle identificazioni. Condivide inoltre l’interesse per la tematica del corpo e del lavoro.

Garella

Recupera le relazioni di Zontini e Nolfe che propongono, a suo parere, due estremi del discorso: la parola agisce sulla carne e il lavoro riempie la vita, esercita una pressione sulle strutture psichiche determinando delle modifiche dei rapporti tra le istanze. Garella sostiene che il discorso di Dejours mette a fuoco un punto centrale, il lavoro rappresenta una sorta di teatro d’azione, in assonanza, in analogia con il concetto di teatro dell’Io. Mentre il teatro dell’Io è il teatro delle rappresentazioni, il lavoro è il teatro di azione per l’Io, dove si tratta di agire, dove l’elemento autoconservativo, libidico e le forme di sublimazione sono tutte convocate per la vita. Garella sottolinea che Dejours è stato in grado di mostrare con chiarezza di essere riuscito ad entrare nel teatro di azione della paziente come premessa per riportarla nel teatro dell’Io proprio psicoanalitico. Nel teatro di azione ciò che costituisce il reale è la sconfitta. Tutto è perduto nella realtà. La realtà esercita una richiesta tale che la paziente non può sostenere. Pur avendo provato, pur essendosi consunta in questa battaglia, la paziente deve prendere atto della sconfitta. L’analista può sostenerla nel rendersi conto che nella sconfitta si è combattuto, ma allo stesso tempo, si è scoperto qualcosa di sé che continua ad esistere come premessa per altre soluzioni.

Dicembre, 2016

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