24-25 Ottobre 2015 CPP Il Controtransfert VIII Colloquio di Palermo

Centro Psicoanalitico di Palermo

Il 24 e il 25 ottobre si sono tenuti a Palermo, ospitati nella storica cornice di Palazzo Chiaramonte Steri, oggi sede del Rettorato dell’Università, i lavori dell’VIII Colloquio di Palermo, tradizionalmente punto di arrivo dell’attività scientifica del Centro ma anche momento d’incontro con la Psicoanalisi Italiana. Tema del convegno “Il Controtransfert”.

“La storia del controtransfert è tuttora in attesa di una definizione teorica condivisibile – ha detto  Malde Vigneri, Presidente del Centro di Palermo in apertura del Convegno – e si articola in definizioni più o meno estese o ristrette, versioni classiche, espanse o relative alle nuove intersoggettività”, sottolineando in questa maniera come le diverse sfaccettature del tema nella letteratura psicoanalitica hanno costituito  i motivi  di avvio del convegno.  Sara Capillo, psicoanalista di Palermo, con un’originale quanto efficace relazione introduttiva dal titolo “Il paradosso del controtransfert” è riuscita a offrire un panorama sulle diverse concezioni sul controtransfert, con una formula teatrale che ha catturato l’attenzione degli ascoltatori nonostante la complessità degli argomenti:nel gioco di due protagonisti ha fatto dialogare la voce classica e quella innovativa, inizialmente in una forma contrapposta e poi avvicinandole concettualmente sempre di più fino a uno scambio di ruolo che è sembrato diventare la voce di un dialogo interno, rimarcando in questa maniera come “è proprio nella tensione irriducibile tra diverse posizioni che alberga non la verità, bensì la sua ricerca”. L’intervento, evitando quindi le polarizzazioni concettuali e inserendo invece le diverse posizioni teoriche in un gioco dinamico di dissolvenze e di figura/sfondo, ne ha addirittura ampliato gli orizzonti fino ad articolare il concetto di controtransfert con il modello di campo e con la teoria delle trasformazioni, articolazioni hanno costituito il file rouge dell’incontro scientifico, ricollegando il tema del colloquio a uno spirito antico del Centro di Palermo, come ha ricordato Antonino Ferro, che lo ha ricongiunto con il pensiero di  Francesco Corrao. Con Aldo  Costa, conduttore di un gruppo di lavoro del Centro di Palermo sul tema del convegno, i fenomeni di transfert/controtransfert attraversano il campo analitico alla  maniera di fisiologici movimenti sisto/diastolici che sottendono la ricerca pulsionale dell’oggetto propria del setting analitico. Tali movimenti, quando non determinano pericolose aritmie coincidenti con le contrazioni narcisistiche della coppia analitica, caratterizzate dalla ripetizione del passato, ritrovano – dice Aldo Costa- un momento germinativo nelle condizioni di separatezza tipiche del setting e  momento sistolico del campo, da cui origina naturalmente la diastole/nostalgia della fusionalità.  Dalle identificazioni proiettive, collegate a quest’ultima, possono germinare nuclei d’inedite riorganizzazioni identitarie della coppia analitica; qui diventa essenziale il lavoro di controtransfert,  ancora una volta “movimento del cuore”, dice Aldo Costa, che può trovare nelle  trasformazioni espansive, vero vertice di fusionalità della coppia analitica e momento di dilatazione della capacità di reverie dell’analista, arricchimenti  paragonabili alla creazione artistica.

Fusionalità e separazione, nella relazione di Riccardo Romano, diventano la doppia promessa che l’analista fa al suo paziente, “non si può parlare di analisi – dice Romano – se il transfert del paziente è considerato come riedizione che si riferisca esclusivamente alla sua sfera  senza che ci sia un coinvolgimento di qualcosa di simile che ricada anche nella sfera, nel campo, nella geografia dell’analista …. solo il paziente può farci cogliere e scoprire il nostro controtransfert, perché altrimenti si tratterebbe del nostro transfert su di lui”. Romano assimila il rapporto transfert-controtransfert al rapporto contenuto-contenitore con qualità  di legame che possono essere quindi parassitarie, conviviali o simbiotiche.  Rifacendosi al modello del pensiero associativo proposto da Corrao e alla sua struttura complessa multimodale, considera il controtransfert un oggetto analitico di cui occorre riconoscere le estensioni nelle dimensioni del senso, del mito e della passione; una quarta dimensione, quella dell’etica, rimarca poi la responsabilità dell’analista impegnato nel solitario lavoro di controtransfert.

“Al di là del controtransfert” si è invece posto Franco Conrotto con la sua relazione dallo stesso titolo, ricordando l’importanza nella psicoanalisi dell’immaginazione e che “nella produzione della conoscenza psicoanalitica assumono un ruolo centrale lo speculare, il teorizzare, il fantasticare.. “ ;  tuttavia  non è corretto – ha proseguito – parlare di osservazioni neutrali  ma sempre e soltanto di  congetture: “l’oggetto della psicoanalisi non è l’inconscio del paziente  ma ciò che si crea nella relazione analitica e la metapsicologia il tentativo di mettere in forma questo prodotto”.

Nel prosieguo del convegno, in linea con l’ipotesi  di Freud secondo cui il pensiero è un processo di scarica sulla via dell’azione, si è sottolineato come sia proprio lo sviluppo simbolico che in alcuni casi diventa impossibile. Con una relazione dal titolo “L’azione di controtransfert”, Diego Bongiorno si è chiesto quindi quanta azione è possibile riconoscere nelle parole, soprattutto quando  nella clinica opera un particolare tipo di trasformazioni sostenuto dai fenomeni di transfert-controtransfert: le trasformazioni topologiche; esse  presuppongono – dice Bongiorno – l’uso dell’azione camuffata da pensiero, frutto dell’intensità dell’affetto e foriere di azioni di controtransfert come risposta dell’analista. Alla formazione dell’oggetto topologico, prodotto dalle trasformazioni topologiche (tipici esempi possono essere considerati il nastro di Moebius o alcuni quadri di Escher), contribuiscono inconsciamente paziente e analista e costituiscono per entrambi un ambito d’impossibilità a distinguere il confine, l’interno dall’esterno.

Alessandra Randazzo, presentando un lavoro di gruppo del Centro di Palermo sulla Psicoanalisi Infantile, ha poi sottolineato che “non ogni azione è un acting, né è sempre espressione di controtransfert”. Il gruppo di Palermo ha voluto precisare, nel lavoro presentato, la differenza fra la funzione comunicativa dell’agirein, essenziale nelle analisi dei bambini, la funzione evacuativa dell’acting e le possibili re-azioni dell’analista alle identificazioni proiettive nelle analisi dei bambini. Attraverso casi clinici  è stata puntualizzata  la  “funzione azione” del linguaggio come azione terapeutica e linguaggio dell’affettività e, nell’analisi infantile, l’interpretazione/ azione come funzione dell’interpretazione, differenziandole dall’acting di controtransfert e quest’ultimo dal linguaggio/acting e dall’azione/acting, a loro volta espressioni di controidentificazioni proiettive dell’analista (Grinberg, 1957).

 Il controtransfert con i pazienti difficili ha accomunato le relazioni di Anna Maria Nicolò e Franco De Masi, anche se da vertici molto diversi. Anna Nicolò ha sottolineato che in questi casi “si toccano livelli più primitivi e non rappresentati”  dove “non sono importanti le parole ma quanto sentiamo nel corpo e a livello sensoriale…”. Ricordando Winnicott ha inoltre sottolineato come “noi riusciamo nel momento in cui falliamo con quel paziente (W. 1963, pg 337)”;  compito dell’analista “è uscire dal fallimento fornendo un’esperienza che permetta di vivere in modo trasformativo quell’ambiente primario che era stato all’origine traumatico …”. La sfida diventa quindi (si potrebbe dire ancora una volta) trasformare il campo. Nel caso descritto dalla Nicolò, un sogno di controtransfert  diventa la via regia al lavoro di controtransfert poiché attraverso il sogno – dice la Nicolò – l’analista mette a disposizione il suo funzionamento mentale a cui è giunto grazie alla sua analisi e “quando questo avviene stiamo costruendo una nuova esperienza…”.  Due definizioni di controtransfert infine nella relazione di A. Nicolò: una, ristretta e collegata ai funzionamenti nevrotici e l’altra, più estesa, stimolata dal lavoro con pazienti più gravi e dai livelli non rappresentativi della mente dove “non si tratta di svelare ma piuttosto di favorire  trasformazioni della coppia analitica”.

Con De Masi non si può lavorare analiticamente con gli psicotici se non si ha un approccio teorico specifico. Mentre il transfert psicotico costituisce per De Masi un impedimento al processo terapeutico, il ruolo del controtransfert sembra apparire in una veste ridimensionata e il lavoro analitico, più che caratterizzarsi per le dinamiche di transfert-controtransfert, passa piuttosto attraverso il tentativo di portare il paziente verso la presa di coscienza del suo funzionamento psichico e la consapevolezza di come la parte psicotica, “considerata fonte di benessere e di potenza”, possa prendere il sopravvento su quella sana poiché egli “è conscio ma non consapevole di quanto gli accade..”.  Il delirio come il trauma – dice De Masi – non può essere elaborato, viene dissociato e mantiene la possibilità di ripresentarsi come un corpo estraneo capace di contaminare il suo mondo …; con De Masi il focus del lavoro analitico si sposta quindi dal lavoro di Controtransfert in direzione di una maggiore attenzione all’esplorazione del mondo interno del paziente e  alla sua storia traumatica.

Lucio Sarno con una relazione dal titolo “Il controtransfert fra tecnica e metodo”, ha da parte sua  arricchito il panorama concettuale del convegno introducendo la self disclosure, argomento molto dibattuto e controverso dell’assetto dell’analista e della tecnica psicoanalitica, inserendola nella cornice concettuale più ampia dell’attività  dell’analista collegata al pensiero onirico della veglia ed esemplificando le sue argomentazioni con perspicue e  personali esperienze cliniche

 “Il controtransfert nodo da sciogliere o strada da esplorare …”? Si è chiesta a sua volta Paola Camassa. La psicoanalista di Palermo ha voluto sottolineare in questo modo che “il paziente deve riconoscersi nella sua costruzione e deve ritrovare le sue coordinate spazio-temporali”, ricordando che “l’ascolto del controtransfert è antagonista al libero ascolto della realtà del desiderio del paziente” e, con Bion,  che l’ascolto del controtransfert è “ciò che comporta il maggiore rischio”. La Camassa ha quindi stigmatizzato “l’uso del controtransfert che deriva dall’ascolto del Controtransfert” indicandolo come vulnus alla capacità negativa dell’analista e  indice di una modificazione del metodo psicoanalitico che da osservativo si converte definitivamente al piano relazionale;  occorre – ha continuato-  saper distinguere le macchie dell’analista da quelle del paziente: “le prime da lavare, le seconde impronte… le prime controtransfert, le seconde dentificazioni proiettive” .

Una buona interpretazione  di transfert– dice la Camassa –  dipende dall’uso che l’analista saprà fare delle identificazioni proiettive poiché “le impronte aprono varchi all’esplorazione della realtà del paziente e della reazione dell’analista a quella realtà…”.

In definitiva, accanto alle preziose puntualizzazioni riguardanti i diversi ambiti concettuali e l’utilità di mantenere nella teoria le differenze, alcune volte quasi impercettibili, fra i derivati del controtransfert da quelli delle contro-identificazioni proiettive, anche per il diverso utilizzo tecnico che ne può derivare nella clinica, le relazioni presentate al Colloquio di Palermo, e il dibattito che ne è seguito, si sono preoccupate di mantenere le diverse teorie sul  controtransfert in una posizione di  confronto dialogante. Un confronto cui l’ambiente psicoanalitico di Palermo ha saputo offrire un terreno particolarmente fertile a estensioni con il modello di campo e con la teoria delle trasformazioni, inun’interessante congerie concettuale aperta a promettenti evoluzionidella teoria psicoanalitica sul controtransfert.

Rimane comunque di non facile soluzione, e si potrebbe dire immediato, il problema di come affrontare nella pratica clinica le emergenze controtransferali.

“Ci vuole uno psicoanalista” ha affermato a tal proposito Fernando Riolo, a conclusione dei lavori scientifici, volendo sottolineare il ruolo insostituibile  e la centralità del mondo interno dell’analista, ma allo stesso tempo il valore della tecnica e della teoria psicoanalitiche.   Ricordando con Winnicott che “l’analista deve restare vulnerabile eppure conservare il suo ruolo professionale” (Winnicott, 1969), Riolo ha voluto così precisare quelle specifiche qualità della funzione dell’analista, collegate alla passione per la ricerca, che già nel percorso da Breuer a Freud hanno consentito la nascita  della psicoanalisi.

Da sottolineare, infine, la significativa e attenta  partecipazione ai lavori scientifici  di un folto numero di candidati SPI.

Suggestive cornici del Colloquio, l’affascinante Piazza Marina di Palermo e le magiche atmosfere  di Palazzo Fatta, hanno accolto gli ospiti durante le pause di lavoro con una cena sociale in stile ancien regime e preceduta da una stimolante performance teatrale dell’attore Sandro Dieli che ha rivisitato e interpretato in forma di monologo “Le Metamorfosi” di Ovidio.

I lavori sono stati moderati da Alfonso Accursio, segretario scientifico del Centro di Palermo, Antonino Ferro e Domenico Chianese.

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Vedi anche:

in Interviste:

Intervista a Malde Vigneri

In SpiPedia:

Controtransfert, a cura di Irene Ruggiero

Report/Materiali:

Primo Incontro intercentri Tosco-Veneto-Emiliano, a cura di Adriana Ramacciotti