24 febbraio 2017 ROMA “Il piacere dell’odio”, Glen O. Gabbard

Report di Laura Porzio Giusto su “Il piacere dell’odio”, Glen O. Gabbard (24 febbraio 2017)

Glen Gabbard ci introduce nel suo discorso attraverso la propria esperienza di sentirsi odiato dai pazienti borderline con cui lavorava alla Menninger Clinic.

Essere odiati significa fare i conti con la propria fantasia inconscia relativa ad un’aspettativa di nutrirsi di relazioni gratificanti in cui il paziente ci sia riconoscente per il nostro impegno ad aiutarlo. Cita Rosenfeld: “il desiderio o l’aspettativa che interferisce in analisi e che viene sentita quale elemento disturbante dai nostri pazienti è il nostro desiderio narcisistico di avere il paziente che ci dà soddisfazioni nel nostro lavoro”.

Il paziente ingrato invece ci confronta con rabbia e odio. Mentre la rabbia appare l’esito di una ferita narcisistica e cerca di distruggere o eliminare l’oggetto frustrante da cui trae origine, l’odio richiede una rappresentazione d’oggetto interno. Esso non conosce perdono e, assetato di vendetta, crea un potentissimo legame tra sé e l’altro.

Rinunciare all’odio appare perciò difficile per molti pazienti, da esso sembrano infatti trarre un piacere non verbalizzabile. L’odio, come l’amore, è un sentimento capace di vitalizzare il senso di morte e di vuoto.

Gabbard suddivide i transfert di odio in forme benigne e maligne. Nelle prime, in cui l’odio è ego distonico, il paziente riconosce che esso proviene dall’interno e ciò gli consente di mantenere un’alleanza terapeutica volta a comprendere. Al contrario, nelle forme maligne, la dimensione “come se” collassa e il paziente si muove all’interno di un mondo schizo-paranoide. In questi casi l’attaccamento all’analista è possibile solo a patto di poterlo odiare. L’odio, nella sua importante funzione difensiva rispetto a sentimenti di disintegrazione, può fornire una ragione per vivere. Essere odiati è preferibile che essere abbandonati, proprio come un cattivo oggetto è meglio di nessun oggetto.

Diversi sono i piaceri dell’odio: quello che Bollas chiama “loving hate”, ossia l’odio come “un appassionato investimento negativo”, la scissione che evita la contaminazione dell’amore dalle influenze dell’odio, l’invidia proiettata e una forma di masochismo che fa sentire al paziente che la propria vita è talmente piena di ferite ed offese da meritare riconoscimenti speciali.

Attraverso un interessante caso clinico, Gabbard ci mostra le difficoltà, ma anche la ricchezza di opportunità che l’odio ci presenta quando fa la sua comparsa nella stanza di analisi. La dimensione transfert/contro-transfert diviene il terreno su cui si gioca il trattamento. Ostilità, disprezzo, accuse, rabbia furiosa, tentativi di controllo, minacce di acting out, impotenza, colpa, configurano una complessa trama relazionale di cui analista e paziente fanno esperienza durante i loro incontri, e non solo. L’analista infatti, grazie alla comprensione di un proprio sogno, riuscirà a capire il ruolo che l’odio provato per il paziente (che portava con sé sentimenti sadici nei suoi confronti e conseguenti sentimenti di colpa) aveva avuto nel corso del trattamento e che lo aveva indotto ad una “formazione reattiva professionale all’odio e all’aggressività”.

Il successivo aprirsi di uno spazio analitico, prima ostruito da quel collasso della dimensione “come se”, rende finalmente possibile guardare al mondo interno del paziente che ora può esprimere le proprie angosce di disintegrazione, un vuoto identitario, fantasie di essere dimenticato, paura dell’abbandono, un’incolmabile bisogno di cure e dipendenza.

Se l’analista non è in grado di tollerare l’odio, come può aspettarsi che il paziente sia in grado di farlo? Gabbard cita sia il noto lavoro di Winnicott sull’uso dell’oggetto, con la necessità che l’analista sopravviva alla distruzione del paziente, sia quello più recente di Ogden (2016) in cui l’Autore sottolinea l’importanza che il bambino sperimenti che la madre sopravviva ai suoi attacchi in quanto persona separata da lui. Occorre dunque mantenersi “saldi sul terreno che si occupa”, rifuggendo tanto dalla tentazione di contrattaccare quanto da quella di disimpegnarsi. L’impegno, ci dice Gabbard, è quello di restare in questo spazio nello sforzo di contenere e comprendere.

Importanti sono anche le implicazioni per la tecnica. In queste situazioni neutralità e astinenza appaiono improduttive o perfino dannose. Occorre contenere e processare gli elementi proiettati anziché rispondere all’urgenza di interpretare prematuramente. E, per non cadere nella disperazione, ricordarci che insieme all’odio, il paziente prova anche una certa forma di gratitudine.

La discussione di Giuseppe Martini sottolinea e approfondisce alcune questioni poste dalla ricca relazione di Gabbard. Innanzitutto coglie l’elemento del narcisismo del terapeuta, frustrato dall’odio del paziente anziché nutrito dalla sua gratitudine. Parrebbe, in una valenza positiva, che sia una tale “eccessiva frustrazione” a generare quella formazione reattiva di cui ci parla Gabbard. Martini propone alcune riflessioni anche dal vertice della propria esperienza di lavoro in reparti psichiatrici. Qui il narcisismo ferito degli operatori può, coniugandosi con la paura, tradursi in misure di contenzione fisica e in una falsificazione involontaria della storia del paziente. Fantasie di violenze agite nel passato contagiano lo staff creando e veicolando un diffuso senso di minaccia. L’odio spinto sul proscenio fa calare il sipario sul mondo interno del paziente e sulla sua sofferenza.

Sulla scia della distinzione tra forme di odio benigne e maligne, Martini propone di considerare un continuum dove ad un estremo troviamo l’odio reattivo (da rabbia e da paura) a cui segue l’odio dissociato (tipico delle organizzazioni borderline), l’odio da vuoto (tipico dei pazienti schizofrenici) fino ad arrivare a forme di odio paranoico e criminiotico.

Se nel paziente schizofrenico il vuoto porta alla “perdita attuale” (sociale, affettiva, relazionale), nel borderline è la “perdita antica” a generare quel terribile sentimento di vuoto che ben conosciamo nel vissuto di questi pazienti. Essi, anche grazie a meccanismi dissociativi, riescono tuttavia ad investire il vuoto, come nel caso del paziente di Gabbard che odiava per non farsi dimenticare. Ci troviamo di fronte ad un impasto tra istanze libidiche e aggressive che permette l’avvio e lo sviluppo di un lavoro analitico.

Altro punto di grande interesse clinico (e tecnico) è ciò che Martini chiama la “narrazione vittimistica”, laddove Gabbard aveva portato la nostra attenzione sulla funzione dell’odio di mantenere il legame con l’oggetto nell’impossibilità di concepire il perdono. Eliminare l’aspetto masochistico che porta con sé fantasie (o agiti) di risarcimento e vendetta, appare necessario ai fini di un buon trattamento. Martini aggiunge che la narrazione vittimistica è particolarmente pericolosa in quanto attiva la coazione a ripetere. Il difficile compito dell’analista è dunque quello di poter esprimere la rabbia non alimentando il vittimismo.

Le conclusioni, condivise dai due Autori, sono dunque relative alla capacità dell’analista di provare e mostrare rabbia in seduta (di contro alla neutralità e all’astinenza), cercando di scongiurare il rischio che la rabbia si trasformi in odio o in desideri sadici di controllo. In questo modo offriamo al paziente possibilità esperienziali di grande valore terapeutico: odiare non equivale a distruggere, bensì correnti di odio e amore possono coesistere in un legame affettivo. L’analista infatti sopravvive all’odio del paziente e al contempo può esprimere rabbia nei suoi confronti continuando amorevolmente ad occuparsi di lui.

Il dibattito con la sala si sviluppa su alcuni nodi centrali evidenziati dalle due relazioni.

Vengono specificate le diverse forme di odio descritte da Winnicott: quello del paziente, quello scotomizzato e quello del contro-transfert. Per Winnicott l’odio dell’analista è il frutto del lavoro analitico, a differenza della prospettiva kleiniana in cui esso è considerato una proiezione del paziente. Come dice Gabbard, l’odio non è solo proiettivo, ma costruito congiuntamente, in un ambito intersoggettivo. Winnicott sostiene infatti che la madre ha una ventina di motivi per odiare il proprio bambino prima che lui odi lei.

Vi è un richiamo a Rosenfeld sulle intrusioni psichiche. Una forma di odio particolarmente malevola è quella che idealizza l’analista: solo tu mi salverai! Questi pazienti ricercano un rapporto fusionale che rischia di bloccare il pensiero e il processo analitico.

Si sottolinea inoltre che Gabbard, oggi analista esperto, ci propone un caso trattato agli esordi della sua carriera. All’inizio egli sosteneva che, nel suo setting, le cose di cui ci ha parlato, non sarebbero mai accadute. Poi, cambia idea. Sembra che egli evidenzi l’importanza di non passare all’atto. Agire impedisce di pensare. Eppure, l’analista agisce. Come poter allora lavorare nonostante gli agiti di entrambi i membri della coppia?

Un successivo commento propone una lettura in termini di una successione di enactments messi in moto dal paziente che inducono azioni nell’analista.

Con Sandler, identificazione proiettiva ed enactment di contro-transfert sono termini sovrapponibili.

Gabbard ribadisce che il mito della “faccia di pietra” è ormai passato.

Il paziente, dice, ha bisogno di sentire l’analista.

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