25 settembre 2014 CMP Incontro con Rita Corsa: “Vanda Weiss: la prima psicoanalista italiana”

Centro Milanese di Psicoanalisi

Incontro con Rita Corsa: “Vanda Weiss: la prima psicoanalista italiana”

25 settembre 2014

DISCUSSANT: Prof. ANTONELLI, professore ordinario di Storia della Psicologia presso la facoltà della Bicocca e direttore ASPI, archivio Storico della psicologia Italiana e dott. RIZZI, psicoanalista e studioso della storia della psicoanalisi italiana.

Rita Corsa ha presentato al CMP uno stimolante lavoro sulla vita di Vanda Shrenger Weiss, la prima psicoanalista italiana: le vicende di questa donna hanno sollecitato un’interessante e vivace discussione sulla nascita e l’evoluzione delle teorie psicoanalitiche e della Società Psicoanalitica Italiana.
L’interesse per la vita di quest’ analista pone le radici in un precedente ed impegnativo lavoro di R.Corsa sulla vita del marito di Vanda, Edoardo Weiss, noto cofondatore della Società Psicoanalitica Italiana. La relatrice sottolinea che tutto ciò che riporterà nella serata é documentato attraverso due fonti: i documenti dell’archivio Weiss, condiviso on line dall’archivio americano con l’ASPI (Associazione Italiana di Psicoanalisi) e il contatto personale con i figli viventi dei coniugi Weiss, in particolare con Marianna, figlia adottiva della coppia. Nei confronti di Marianna, R.Corsa esprime un’affettuosa gratitudine per il trasporto emotivo e la fiducia con cui ha recuperato e condiviso alcuni straordinari carteggi e il materiale inedito sulla vita professionale e personale dei genitori adottivi.
La curiosità che la figura di Vanda suscita in R.Corsa nasce dalla scoperta di una sua lettera inedita, datata 2 aprile 1931, in concomitanza del trasferimento da Trieste a Roma della famiglia, indirizzata a Paolo Federn, analista e “rappresentante paterno buono” di Edoardo, in cui lo rassicura sulle condizioni psichiche del marito dopo un periodo di crisi. Chi era dunque questa donna per sentirsi autorizzata a un atto del genere?
Edoardo e Vanda si erano sposati nel 1917, dopo essersi conosciuti all’Università di medicina di Vienna e avevano avuto due figli maschi, Ernesto e Guido. Essi adottarono all’età di 9 anni anche Marianna, nipote di Vanda stessa, dopo che la sua famiglia di origine era stata sterminata a Pakrac in Croazia, durante le violente campagne antisemite poste in essere dal governo croato filonazista a liberazione della Croazia dalla Serbia.
Vanda ed Edoardo, dopo avere vissuto tra Vienna e Pakrac (città d’origine di Vanda) all’inizio della loro vita coniugale si stabilirono, alla fine della Grande Guerra, a Trieste, città in cui Edoardo si divideva tra il lavoro in ospedale psichiatrico e quello di analista, mentre Vanda svolgeva l’attività di pediatra, pur sempre con un’attenzione e un approccio di tipo psicoanalitico, mutuato dal contatto con il marito e con l’ambiente psicoanalitico viennese. La città di Trieste, tuttavia, non solo non si mostrò in grado di accogliere l’interesse di Edoardo per la psicoanalisi, ma fu sempre più abitata da forze xenofobe verso gli ebrei, soprattutto di origine slava; i coniugi Weiss presero pertanto la dolorosa e travagliata decisione di trasferirsi. Forse, senza saperlo, Vanda fu decisiva nella fondazione della SPI, convincendo il marito a spostarsi a Roma e non in altre città europee o in America, dove la Psicoanalisi era sicuramente più potente e affermata. Fu infatti Vanda a non volere emigrare dall’Italia per non allontanarsi troppo dalla famiglia di origine che viveva in Croazia; se Vanda non avesse voluto fortemente restare in Italia, forse la psicoanalisi italiana avrebbe avuto altre sorti?
Nel 1932 a Roma i coniugi Weiss, con uno sparuto gruppo di seguaci, rifondarono la SPI e fondarono la Rivista Psicoanalitica Italiana, le cui sedi furono poste a casa Weiss, in via dei Gracchi.
Vanda, medico e pediatra, fu quindi la prima donna a essere iscritta alla SPI e svolse in quel periodo una notevole attività scientifica al Centro sia come chairman sia come relatore pubblicando alcuni articoli sulla rivista, tra cui “La realtá nella fantasia”: il suo magistrale scritto italiano. In questi anni Vanda ebbe contatti diretti con Federn e Jones, conobbe di persona Freud, di cui aveva già seguito i corsi all’Università di Vienna, tradusse alcuni libri di analisti stranieri anche per rispondere alle critiche esigenze economiche della famiglia. Inoltre, implementò le iniziative intellettuali e culturali della città partecipando attivamente alle riunioni con diversi intellettuali dei circoli romani, tra cui anche personaggi piuttosto bizzarri come il Dott. Bruno Veneziani e il medium Erto, ospiti frequenti a casa Weiss.
Vanda cominciò a svolgere la sua attività di psicoanalista condividendo lo studio con il marito, nonostante non avesse ancora fatto nessuna analisi, fatto cui rimediò nel 1937 svolgendo un’analisi di due anni con lo Junghiano dott. Ernest Bernhard, sotto suggerimento del marito. Bernhard era appena arrivato in Italia e per questo non faceva parte dei discepoli di Edoardo; fu forse questo uno dei motivi per cui Edoardo spinse la moglie verso questa scelta.
La situazione politica italiana, con il regime fascista e la Chiesa uniti nell’ostilità verso la disciplina psicoanalitica, costrinsero i Weiss, come molti altri analisti, a prendere la decisione di migrare in America: nel 1939 la famiglia si trasferì negli Stati Uniti a Topeka (Kansas) dove Vanda continuò la sua attività di analista senza però iscriversi né all’IPA né alla Società Psicoanalitica Americana, seppure invitata a leggere alcune relazioni alla Topeka Psychoanalytic Association. Nel 1949 fu membro fondatore dell’Association of Analitical Clinical Psychologists of San Francisco, un Istituto di matrice Junghiana, all’interno del quale svolse sempre una funzione di trait d’union con la Società Psicoanalitica fondata da Freud. Nella maggior parte degli scritti di questo periodo emerge la grande capacità di Vanda di parlare di clinica senza citare i grandi padri, che però sono presenti e integrati nella presentazione dei casi: a differenza dei passati scritti italiani, questi ultimi scritti non mancano affatto di radici teoriche, anzi la metapsicologia sembra essersi sedimentata nella mente dell’Autrice ma senza ritenere più necessari coperture teoriche cui fare riferimento.
L’attualità dell’integrazione delle teorie sembra essere uno dei motivi per cui R.Corsa ritiene che Vanda debba essere ricollocata nella posizione che le spetta all’interno della psicoanalisi italiana ed emerga dall’oblio che l’ha sempre caratterizzata, dimenticando che é stata comunque la prima psicoanalista donna ad essere iscritta alla SPI, la prima psicoanalista donna a tenere dei seminari nella SPI e la prima psicoanalista donna ad avere pubblicato un articolo sulla Rivista Psicoanalitica Italiana.
La relazione della Corsa ha attivato una vivace discussione tra il pubblico, in cui i temi della sorte della Società Psicoanalitica e dell’integrazione tra teorie si collocano al crocevia di almeno tre aspetti: il riferimento ai documenti e agli archivi, il riferimento al contesto storico-politico-culturale dell’epoca ed il riferimento alla necessità di farsi strada della psicoanalisi nell’ambiente medico-accademico del tempo, che ha a che fare con il trauma originario di questa disciplina.
Mauro Antonelli solleva il tema dell’integrazione tra teorie, in particolare tra teoria junghiana e freudiana, chiedendosi che cosa ne sarebbe stato di questa integrazione se Weiss non fosse migrato in America, toccando un problema sollevato e ripreso poi anche dal pubblico, che riferirà alcune esperienze personali della vita del CMP dopo la guerra.
Pietro Rizzi sottolinea l’importanza, spesso dimenticata, dell’uso dei documenti e degli archivi nella ricerca delle origini: talvolta l’uso di questi archivi rischia di essere strumentale alla reazione al trauma originario della psicoanalisi, cioè la necessità di “salvarsi” come disciplina. In questo senso ricorda le tre qualità necessarie allo storico: umiltà, cautela verso le notizie degli archivi, e coraggio di accettare di scoprire cose più o meno piacevoli, qualità che tra l’altro dovrebbero appartenere anche allo psicoanalista.
Forse questo trauma originario é anche alla base dell’andamento storico della disciplina analitica: Giuseppe Sabucco condivide una riflessione su come all’iniziale promiscuità nella formazione dei primi psicoanalisti, é seguito un periodo d’idealizzazione verso la neutralità e la difesa da contaminazioni reciproche tra le diverse teorie in nome della purezza teorica. Si chiede se oggi che questa idealizzazione non é più così necessaria, sia possibile ricostruire i fatti ridistribuendo i meriti e consentendo una maggiore integrazione tra aspetti teorici e vedute differenti.
Forse proprio questo atteggiamento “meno difensivo” sembra essere presente nella lettura di questa serata, che racconta di una coraggiosa pioniera che nella vita si é mossa liberamente tra teorie e centri psicoanalitici (oltre che quasi esclusivamente tra uomini) mostrando una capacità integrativa inusuale, forse anche per questo “questa autentica e tenace ebrea croata giunta in terra straniera “merita di riemergere dall’oblio.