26 gennaio 2014 CMP Giornata della Memoria, Presentazione dell’iniziativa

Visitors

Due parole su come è nata questa iniziativa.

Lo spettacolo è stato segnalato prima delle vacanze estive al Centro Milanese di psicoanalisi dal direttore della Casa della Cultura, Ferruccio Capelli. Come referente del gruppo che studia gli aspetti psicoanalitici dei traumi e delle tragedie storiche collettive, ho preso contatto con  gli autori  Susanne Barta e Manfredo Bertazzoni.

Il 30 luglio 2013, in occasione del  Congresso della International Psychoanalytic  Association  a Praga  ho potuto visitare, con alcuni colleghi di diversi paesi,  la fortezza lager di Terezin, che è poco distante da Praga.

Al visitatore appena arrivato Terezin si presenta come uno  spazio vasto e spoglio,  costeggiato da  una spianata di tombe con una grande croce e  una stella di Davide. (DIA A,B,C ). 

LAGEROK

Lo spazio  è limitato da  due fortezze coeve,  la  Grande e la piccola Fortezza, costruite su pianta a stella  alla fine Settecento. La  Grande Fortezza, una cittadina fortificata,  divenne il Ghetto di Terezin. Tra gli edifici in cui furono ammassati i prigionieri c’è la scuola, che è oggi diventata il museo del Ghetto.

Vale la pena di ricordare che la Grande Fortezza  fu  lo scenario di una colossale e perversa finzione dei nazisti. Infatti nel 1944, mentre a scaglioni  deportavano i prigionieri dal ghetto ai campi di sterminio, i nazisti   presentarono Terezin come la città modello “donata dal Fuhrer agli ebrei”. Fu così girato  un film in cui tutti apparivano lieti, ben vestiti e sorridenti. Per mostrare al mondo come i profughi fossero ben trattati il finto ghetto fu aperto agli ispettori  della Croce Rossa nel giugno 1944. Nel corso della breve visita  gli ispettori videro o vollero vedere, solo il ghetto modello.

La  Piccola Fortezza,  già carcere duro durante l’impero, dal 1940 passò sotto il controllo  della Gestapo. L’ho visitata e cerco di raccontarvi questa esperienza.  Superato un ingresso minaccioso ecco gli enormi campi,  gli spalti, gli stanzoni  dove si ammassavano i deportati. Con l’infermeria,  le celle per la tortura e quelle di detenzione per i condannati a morte. A sorvegliare le baracche  una casa linda di stile tirolese: lo chalet  delle guardie. E poi gli   spiazzi per le esecuzioni  e i vasconi   dove venivano gettati i cadaveri.  

E poi le celle, dei buchi, che erano  destinate ai condannati a morte o al carcere perpetuo al tempo dell’impero austro-ungarico, prima di diventare  celle per i prigionieri massacrati dalla Gestapo. Mentre passiamo nel corridoio  arriva in volo, velocissima, una rondine: che si posa sulla porta di una cella. Ha nidificato lì.  Dietro quella porta, dopo quattro anni di carcere duro, sempre al buio,  dice la guida,  è morto di tubercolosi Gavrilo Prinzip. In una di quelle celle dopo quattro anni di carcere duro, passati  al buio,  dice la guida,  è morto di tubercolosi Gavrilo Prinzip.  Proprio lui, quello studente serbo di diciassette anni che sparò all’Arciduca Francesco Ferdinando nell’attentato che fu il detonatore della Prima Guerra Mondiale. Un nome. Quella cella era stata la cella di un ragazzo, con un nome. Una figura  esce dall’anonimato e noi visitatori usciamo dallo stato di obnubilamento e ci rendiamo conto  in modo più lucido che  quel vuoto, che sembrava risucchiarci, è abitato, è affollato da presenze mute, che erano persone,  singoli individui.  Non più  una massa, dove le individualità si perdono, ma volti,  nomi,  storie.TerezinKrondine small

Per ricordare bisogna  far emergere gli individui dalla massa anonima. E’ difficile e forse ingiusto testimoniare della massa,  non si può rielaborare quel che è accaduto alla massa, o lo si può fare in modo molto parziale. Noi che ascoltiamo il racconto del lager, noi visitatori davanti alle lapidi con i numeri degli ebrei deportati ci chiediamo: quanti morti? quanti morti a Terezin? quanti ad Auschwitz? Ma finché non sappiamo chi erano ci  troviamo di fronte all’impensabile. La  massa deve ridiventare gli individui: uomini,  donne,  bambini. A Terezin, soprattutto bambini. L’anonimato della massa non è che una delle violenze  inflitte dalla Shoah che continua  anche dopo la Shoah.

Dopo esser stata a Terezin i miei sonni sono stati abitati da  incubi confusi per un mese: dovevo scappare, mi inseguivano, ero in un pericolo mortale. Mi svegliavo con una sensazione di  vuoto e di non riuscire ad afferrare  le immagini. Questo non avrebbe nessun rilievo se non fosse  un effetto comune. Essere esposti, “vedere” i luoghi dei traumi collettivi inflitti dalla crudeltà umana provoca, più che un disagio, una forma di disorientamento, e incubi. E’ cosa conosciuta e studiata psicoanaliticamente. Per dirla con parole schematiche, forse è un tentativo faticoso, tutt’altro che immediato, dell’organizzazione psichica  di trasformare sensazioni, percezioni ed emozioni confuse,  ammassate, ed eccessive, in qualche cosa di pensabile: parole,  immagini. Qualche cosa che può essere comunicato e condiviso. E’ un’ embrionale elaborazione di un trauma, che proviene dal racconto e dall’esposizione al trauma stesso. E’, forse, un’embrionale forma di  “riparazione”.

La psicoanalisi con Melanie Klein e i suoi seguaci ha coniato il concetto di “riparazione”. Con questo intende l’elaborazione dell’aggressività, il suo riconoscimento e trasformazione e possibile superamento a partire da sé. Si tratta di riparare, con il pensiero e la parola che dà luogo a simboli condivisi a ciò che  nella fantasia, prima che nella realtà, è stato attaccato e distrutto. Ma il compito riparativo non finisce lì: è il compito difficile, non garantito,  e precario che ognuno può/deve assumere per  restaurare  ciò che è stato distrutto: da noi o dagli altri. Individualmente e in gruppo. Per tentare di  riparare ciò che unisce gli esseri umani tra loro. E per  sentimento di  responsabilità  verso i  più deboli. 

Questa è la ragione per cui è necessario  sempre di più, in tempi  di negazione e di indifferenza,  ridare  volto,  nome e una storia a coloro che i nazisti e i loro complici hanno  cercato di cancellare dalla faccia della terra. Per questo nel museo del Ghetto di Terezin  sono stati raccolti  i disegni, le lettere, le poesie, dei bambini e dei ragazzi che là furono imprigionati. E i loro nomi. Si trovano gruppi interi  di fratelli e sorelle. Mi ricorderò, ci ricorderemo dei fratelli Katz, che erano cinque, il più piccolo aveva 3 anni, il più grande 12.  Tutti  deportati e uccisi  ad Auschwitz. 

Tra poco  sentiremo  queste storie,  e la storia di  Ilse Weber che ha cercato con tutte le sue forze di riparare alla distruzione di quanto vi è di umano, di conservare e rinsaldare il legame con i più piccoli e deboli,  in tempi disumani.

Ilse è la nostra rondine.  Speriamo tutti nella rondine