26 gennaio 2016 CPF Il costrutto dell’ intersoggettività’: dialogo tra psicoanalisi e neuroscienze

Centro Psicoanalitico di Firenze

Oramai da qualche anno è consuetudine del CPF organizzare, all’interno del proprio calendario scientifico, alcune giornate di studio assieme alle associazioni di psicoterapia analitica operanti nell’area fiorentina: AMHPPIA, AFPP, SIPP. La filosofia di queste giornate poggia su un dialogo ritenuto fruttuoso tra professionisti con medesimo background e anche su una sinergia organizzativa tale da incidere significativamente sulla diffusione del pensiero analitico in ambito territoriale.  A conferma di tali propositi possono intendersi l’alta affluenza di pubblico e la ricchezza di contenuti espressi nel corso del seminario interassociativo del 26 gennaio 2016 presso l’Istituto Stensen di Firenze. Il seminario dal titolo “Il costrutto dell’intersoggettività: dialogo tra Psicoanalisi e Neuroscienze” ha avuto come relatori Vittorio Gallese e Tiziana Bastianini, mentre la funzione di moderatore è stata assegnata a Gianfranco Buonfiglio.

VITTORIO GALLESE: “SE’ CORPOREO E INTERSOGGETTIVITA’: SPUNTI DI UN DIALOGO TRA NEUROSCIENZE E PSICOANALISI”

Riassumere in pochissime pagine il lavoro di Gallese non è assolutamente facile, si cercheranno la massima chiarezza e sintesi e, per non appesantire la lettura, due aree del suo intervento ( sviluppo infantile e schizofrenia) non saranno riportate.

Gallese parte volando molto alto, ai piani alti dell’edificio, avrebbe detto Freud.  La sequenza delle prime diapositive e dei primi commenti sono stati dedicati a psicoanalisti quali Freud (“ L’Io è prima di tutto e soprattutto un Io corporeo”), Hartmann, e M. Klein, oppure a esistenzialisti e fenomenologi come Buber (“Agli inizi è relazione”), Merleau-Ponty e Ballerini. Da questi anticipatori vertici speculativi Gallese si è tosto gettato verso il basso, verso il neurone e l’atto motorio. In linea con quanto sostenuto da Pierre Janet secondo cui l’oggetto preferenziale della ricerca dovrebbe essere individuato nei “fatti più elementari”, tutto il discorso di Gallese è sembrato poi seguire una linea ascensionale dal basso verso l’alto individuando nel neurone dell’area motoria il primo step verso i processi mentali complessi. Nel campo delle neuroscienze la visione proposta dai fisiologi di Parma capovolge, infatti, la classica prospettiva delle scienze cognitive secondo la quale il movimento non è coinvolto nei processi mentali superiori, ma è confinato a funzioni esclusivamente di tipo esecutivo. Viceversa per Gallese:” Alla base della capacità di comprendere il comportamento intenzionale altrui vi è un meccanismo di base, la Simulazione Incarnata, che sfrutta l’organizzazione funzionale intrinseca del sistema motorio”. Lo sviluppo teorico da cui deriva quest’affermazione parte col considerare due dimensioni: 1) il movimento e 2) la relazione tra movimento nello spazio e oggetto, sia esso inanimato che vivente.

Le premesse neuro-anatomiche essenziali per iniziare il discorso sono solo due: 1) i movimenti sono codificati nelle aree motorie, 2) numerose sono le connessioni tra corteccia parietale e corteccia premotoria ventrale (CPV).

Attraverso registrazioni neurali è stato dimostrato che un insieme di neuroni della CPV (area F5) non codificano i semplici movimenti (contrazione dei fasci muscolari), ma si attivano quando si compiono atti motori finalizzati, come ad esempio afferrare un oggetto. In altri termini, i neuroni di F5 rappresentano il movimento in termini di scopo e possono definire lo scopo di un’azione. A volte questa definizione può essere a livello astratto. Inoltre, alcuni neuroni della CPV si attiverebbero non solo durante l’esecuzione motoria, ma anche durante la visione di oggetti tridimensionali, in altre parole alcuni neuroni (neuroni visuo-motori) mostrano una selettività motoria e visiva. La scarica visiva di questi neuroni suggerisce, dunque, che nella CPV gli oggetti sono rappresentati in riferimento ai potenziali atti motori che possono essere eseguiti su di essi. Il fatto poi che corteccia parietale e F5 siano anatomicamente connesse suggerisce che l’informazione visiva possa essere analizzata all’interno di detta rete non tanto a fini percettivi. quanto per la guida al movimento. Gli oggetti sarebbero, cioè, descritti nel cervello non solo in maniera semantica, ma anche in termini pragmatici, vale a dire riferiti al corpo e alle sue potenzialità di azione.

La realtà sarebbe ancora un po’ più complessa in quanto il sistema motorio rivestirebbe un ruolo centrale nel dare un significato agli oggetti: non solo per una finalità esecutiva, ma come conseguenza di essa. Fare attenzione a qualcosa nello spazio, secondo la teoria premotoria dell’attenzione del gruppo di Parma, significherebbe programmare movimenti (corporei o oculari) verso quella regione spaziale, pur senza metterli necessariamente in atto.

Sebbene la nostra percezione dello spazio sia unitaria, in realtà nel nostro cervello avvengono diverse elaborazioni in parallelo che codificano lo spazio in diversi settori, tutti in relazione con il corpo. La dimensione corporea sarebbe pertanto il baricentro della percezione e della costruzione dello spazio extracorporeo (oggetti e persone ). Oltre ai circuiti tra corteccia parietale e F4 (essenziali nelle trasformazioni visuo-motorie per i movimenti di raggiungimento), una cospicua popolazione di neuroni di F4 si attiva durante la somministrazione di stimoli sensoriali: tattili, visivi, uditivi. In particolare, alcuni neuroni visuo-tattili ( denominati neuroni bimodali ) si attivano quando una data regione corporea viene toccata o quando uno stimolo visivo viene avvicinato al campo recettivo tattile nello spazio peripersonale ( ovvero, lo spazio raggiungibile con un braccio, ma anche con una sua estensione, ad es. un bastone, una spada, ecc. ). E’ stato ipotizzato che i neuroni bimodali non  codifichino la posizione di uno stimolo in termini sensoriali astratti, ma gli atti motori potenziali per andare a raggiungere un oggetto nello spazio. Tale meccanismo ci offrirebbe in modo diretto, incarnato, di percepire lo spazio attorno a noi. L’identificazione di una certa posizione spaziale potrebbe cioè dipendere dall’attivazione della nostra rappresentazione interna (a livello neurale) dei movimenti necessari per raggiungere un oggetto là posizionato: il tutto inconsciamente e senza alcuno sforzo cognitivo. I movimenti eseguiti nello spazio peripersonale vengono pertanto a costituire uno spazio pragmatico interno all’individuo, spazio che ricorda quello descritto da Merleau-Ponty : “ lo spazio non è l’ambito in cui le cose si dispongono, ma il mezzo in virtù del quale diviene possibile la posizione delle cose….I punti nello spazio marcano, nelle nostre vicinanze, la variegata gamma dei nostri obbiettivi e dei nostri gesti”.

Riassumenndo: come funzionano i neuroni di F4? Per Gallese funzionano simulando :”la visione o l’udito di un oggetto o evento in una possibile localizzazione dello spazio peripersonale evoca la simulazione delle azioni appropriate verso quella stessa localizzazione spaziale”.

Simulando funzionerebbe anche un’altra area premotoria, quella di F5. Tale area è costituita da neuroni motori e da neuroni visuo-motori (di questi l’80% Neuroni Canonici e il 20% Neuroni Specchio ).

I Neroni Canonici simulano poiché la vista di un oggetto manipolabile evoca tramite essi la simulazione del suo afferramento. Cioè, l’osservazione di un oggetto determina a questo livello neurale l’attivazione del programma motorio che s’impiegherebbe se si volesse interagire con quell’oggetto. Pertanto, vedere l’oggetto significa evocare automaticamente cosa faremo con quell’oggetto e simulare un’azione potenziale: ne deriva che in realtà l’oggetto è l’azione potenziale.

I Neuroni Specchio (presenti oltre che in F5 anche nella convessità del lobo parietale inferiore) avrebbero le seguenti caratteristiche: 1) scaricano quando l’azione è eseguita o osservata, 2) scaricano quando l’azione può essere solo immaginata, 3) scaricano quando l’azione può essere solo udita, 4) incarnano una rappresentazione astratta dell’azione in formato corporeo, 5) sottendono una forma non meta-rappresentazionale della comprensione delle azioni altri, 6) grazie al loro fondamentale contributo sui meccanismi di rispecchiamento e simulazione l’Altro è vissuto come Altro da sé: “le stesse possibilità motorie che forgiano il nostro Sé corporeo – nota Gallese – ci rendono consapevoli anche del Sé corporeo altrui, in quanto le altrui possibilità motorie possono essere mappate sulle nostre”.

La capacità di attivare rappresentazioni motorie condivise tra osservatore e agente osservato ha permesso di formulare un’ipotesi per spiegare il possibile ruolo funzionale di questi neuroni. I neuroni specchio potrebbero far parte di un meccanismo di mappatura dell’azione osservata su quella eseguita; l’attivazione automatica della rappresentazione motoria corrispondente permetterebbe all’osservatore di dare un significato all’informazione sensoriale derivante dall’azione di un altro individuo e quindi di riconoscere l’azione osservata. Un meccanismo di riconoscimento delle azioni altrui basato sulla propria conoscenza corporea attraverso l’attivazione di un programma motorio in assenza del movimento. Una simulazione internalizzata che è automatica, prelinguistica e prerazionale. Il risultato di questa simulazione incarnata avrebbe un impatto profondo non solo da un punto di vista cognitivo, ma anche relazionale. Infatti, attraverso questo processo si viene a creare una dimensione della percezione che è al tempo stesso di natura sensoriale, motoria e relazionale perché permetterebbe all’osservatore non solo di condividere uno stesso comportamento con un altro individuo, ma anche di sperimentare direttamente una parte di quelle esperienze sensoriali ed emozionali che sono associate ad esso. Questo stato corporeo condiviso crea, anche se momentaneamente, una dimensione relazionale tra il soggetto e l’oggetto dell’esperienza sensoriale. Tale meccanismo potrebbe avvenire non solo per la comprensione delle azioni, ma anche per la comprensione degli stati emotivi. Il ruolo dei neuroni specchio nella comprensione delle emozioni è stato ampiamente investigato con studi di fMRI e di TMS in cui il soggetto doveva guardare delle espressioni facciali di diverse emozioni o gli veniva chiesto di imitare quelle stesse emozioni. I risultati dimostrano che le aree del sistema dei neuroni specchio vengono attivate insieme ad altre aree quali la corteccia cingolata anteriore e l’insula sinistra. I neuroni specchio attiverebbero quindi un meccanismo di simulazione che coinvolge non solo le aree deputate alla riproduzione della medesima espressione facciale, ma anche quelle aree (ad es, cingolo ed insula ) che sono coinvolte nei processi emozionali e visceromotori che si attivano quando il soggetto stesso esperisce in prima persona le stesse emozioni. L’attivazione di queste aree si correla anche con diverse misure di empatia. Questa duplice modalità di attivazione dimostrerebbe che non siamo dei soggetti che freddamente analizzano la realtà sociale, ma siamo fisicamente coinvolti perché il nostro corpo è co-partecipe dell’esperienza emozionale altrui. Il solo rumore di un dato atto motorio sembrerebbe avere la capacità di attivare i neuroni specchio ed esisterebbe una sottoclasse di neuroni specchio che si attivano sia alla visione sia al solo suono del movimento, ciò testimonierebbe come alla rappresentazione motoria di un atto si possa accedere tramite varie modalità ( acustiche, visive, tattili ). Ed è interessante notare come questo processo sia analogo e in parte sovrapponibile a quanto avviene nel linguaggio, in cui si può avere accesso al significato di una parola o di una frase, sia tramite il mezzo visivo, sia tramite quello acustico.  In effetti alcuni studi dimostrano che i neuroni specchio si attivano anche durante la comprensione linguistica descrivente una data azione ed altri studi attestano il ruolo della simulazione motoria addirittura nella lettura della finzione narrativa. Infine il gruppo dei neuroni specchio pare esser in gioco in quella che altri ricercatori denominano Teoria della Mente, vi sono infatti numerose evidenze sperimentali che suffragano il loro ruolo nel inferire sulle intenzioni degli altri, su cosa passa loro in mente e sullo scopo finale delle loro azioni.

I meccanismi neuronali di rispecchiamento e simulazione rappresenterebbero quindi una modalità di funzionamento di base del nostro cervello quando siamo impegnati in una qualsivoglia relazione interpersonale. 

In realtà quello che conosciamo circa i meccanismi di rispecchiamento rappresenta solo la punta di un iceberg di un sistema complesso ancora in buona parte ignoto e di cui i neuroni specchio rappresenterebbero una parte. Si può comunque affermare che i sistemi di rispecchiamento svolgono due funzioni: 1) i sistemi di rispecchiamento mappano le azioni, emozioni e sensazioni altrui sulle rappresentazioni in formato corporeo (motorio, somato-sensoriale, viscero-motorio ) delle stesse azioni, emozioni e sensazioni nel cervello dell’osservatore, 2) questa mappa consente di percepire le azioni, emozioni e sensazioni altrui con una qualità più diretta e differente da quella garantita da modalità proposizionali di comprensione. Grazie quindi all’attivazione dei sistemi di rispecchiamento possiamo cogliere il significato di molte azioni, emozioni e sensazioni altrui dall’interno. Possiamo, inoltre, riconoscere in ciò che osserviamo scopi motori e intenzioni di base, emozioni e sensazioni senza necessariamente dover utilizzare il ragionamento inferenziale in formato proposizionale (non è escluso che a questo livello si usino invece inferenze corporee). Ovviamente i meccanismi di rispecchiamento non consentono di fornirci le ragioni recondite che sottendono le intenzioni e le esperienze altrui, per tale comprensione sono richiesti altri processi inferenziali i cui meccanismi neurofisiologici son ben lungi dall’essere conosciuti. Tuttavia, si può affermare che il modello della simulazione incarnata assegna al Corpo un ruolo costitutivo in aspetti fondamentali della cognizione sociale. Il Corpo è l’a priori (la condizione non altrimenti riducibile di possibilità dell’esperienza) e l’intercorporeità è il livello di base della intersoggettività. Sotto questa luce, grazie alla simulazione incarnata, nel rapporto intersoggettivo vi è una dimensione di identità che fonda e precede le differenze pur se identità e alterità sono co-necessarie per una “fisiologica” costituzione del Sé: “le stesse possibilità motorie che forgiano il nostro Sé corporeo ci rendono consapevoli anche del Sé corporeo altrui, in quanto le altrui possibilità motorie possono essere mappate sulle nostre”.

La relazione di Gallese si conclude enucleando quattro ragioni per cui il modello della simulazione incarnata può rilevarsi utile per la psicoanalisi.

  1. Perché fornisce una spiegazione unitaria di aspetti non verbali delle relazioni interpersonali che giocano un ruolo importante nello sviluppo del Sé.
  2. Perché chiarifica l’intima relazione tra linguaggio e l’esperienza incarnata del mondo, offrendo nuove chiavi di lettura per l’identità narrativa del Sé.
  3. Perché può contribuire a una nuova definizione dei processi psicopatologici.
  4. Perché consente di analizzare da una prospettiva diversa le dimensioni interpersonali non verbali del setting psicoanalitico.

TIZIANA BASTIANINI: ”FORMAZIONE DEL SOGGETTO PSICHICO E INTERSOGGETTIVITA’: GENEALOGIA E RAMIFICAZIONI”

Il lavoro presentato da Bastianini è al contempo clinico e teorico, quindi ben modulato su quella che è la tipologia dell’uditorio (psicoanalisti e psicoterapeuti).  Come introduzione Bastianini sceglie una delle più affascinanti ed enigmatiche affermazioni di Freud (1938): ”la psiche è estesa, di questo non sa nulla”. Un’affermazione questa che ci stimola a mettere a fuoco una psiche la cui estensione va al di là della coscienza e ove l’inconscio, che ospita i processi di natura somatica, è il vero e proprio psichico. Postazione teorica che Bastianini definisce complessa giacché comporta considerare il flusso di coscienza abitato da discontinuità: discontinuità che divengono intellegibili a partire dagli effetti che lo stesso inconscio produce, l’ombra che vi proietta sotto forma di derivati. Fatto sta che questa estensione della psiche, di cui essa stessa è ignara, non può essere che rappresentata dalla dimensione corporea. Ontologicamente Soma e Psiche intrattengono un complesso dialogo sin dalle origini della vita. Intensi investimenti attraversano il corpo prima ancora che un soggetto psichico sia nato. Quantità d’investimenti e al contempo segni qualitativi di forme dell’esperienza creeranno le condizioni di un corpo percepiente e semiotizzante, capace di rilevarsi nella sua speciale e propria lingua. Gran parte dell’esperienza dei primi anni del nostro sviluppo è iscritta nel corpo ed usa il suo linguaggio. Inoltre il processo di graduale riconoscimento dell’oggetto come soggetto indipendente, dotato di una propria realtà psichica, non passa solo per le vie della riflessività e della rappresentazione simbolica, ma anche attraverso modalità preriflessive, molto più dirette ed automatiche, la cui mediazione è corporea. E’ a questo livello che la neurofisiologia contemporanea inizia a far comprendere il versante somatico ( automatico e preriflessivo ) che ci consente di capire gli stati mentali altrui.  E i neuroni specchio e gli altri meccanismi di rispecchiamento descritti da Gallese e collaboratori fondano l’emergenza di “un elementare senso di sé e degli altri perché riflettono il legame intrinseco tra appartenenza e alterità che caratterizza la nostra esperienza di sé corporei che agiscono ed esprimono emozioni e sensazioni”.

Bastianini riporta quindi due casi clinici che dovrebbero fungere da stimolo a una riflessione su come: ” il corpo sa…come possiamo accedere a ciò che è comunicato ma non rappresentato in parole”.

Particolarmente esemplificativo è sembrato essere il primo caso clinico.

L’analizzanda (una psicoterapeuta ) riportava come una cefalea l’aveva colta mentre ascoltava i pensieri suicidari di una propria paziente e di come la cefalea fosse scomparsa allorquando la paziente aveva cominciato a raccontare della perdita traumatica ( un ictus ) del proprio marito. Mentre raccontava questo episodio l’analizzanda avverte ricomparire in seduta la cefalea, cefalea che poco dopo scompare in concomitanza di associazioni che la conducono a recuperare un ricordo traumatico della sua seconda infanzia ( la morte del nonno ). L’analista  si pone la domanda : quali simmetrie e risonanze di vissuti possono aver dato luogo a livello intercorporeo a una comunicazione inconscia, così che il corpo della psicoterapeuta diveniva il luogo di registrazione di affetti non simbolizzati verbalmente ? E inoltre, quale era il significato transferale della cefalea ? Bastianini vede nella dissociazione il meccanismo base che non consentendo un’elaborazione delle emozioni congelava il trauma a livello somatico.  (Si aggiunge alla relazione che quando Pierre Janet descrisse la dissociazione la descrisse in termini di difesa psicocorporea in quanto associata sempre ad anestesia ). Tuttavia, l’espansione in seduta dell’involucro narrativo (rievocazione) , capace di cogliere e significare le forme di comunicazione inconscia adottate ( cefalea ), avrebbe permesso, secondo Bastianini, una elaborazione del trauma e ristretto il rischio di una sua ripetizione di fronte ad eventi associativamente correlabili.

A partire dalla clinica e dalle teorie accennate, Batianini sottolinea poi come oggi sia necessario prendere in considerazione un campo psichico ampliato, uno psiche-soma i cui segni appartengono a una pluralità di codici di comunicazione. Essi transitano attraverso i diversi registri del nostro funzionamento: intersoggettivo, interpsichico, intercorporeo. Tale ampliamento di prospettiva ha naturalmente delle ricadute dal punto di vista delle concezioni dell’azione terapeutica. Lo Study Group di Boston ha rilevato che molti cambiamenti durante l’analisi, non avvengono soltanto come conseguenza di insight consapevoli, bensì nel campo dell’inconscio procedurale, come conseguenza di esperienze di interazioni, moments of meeting, forme conoscitive non verbali e comportamentali fra analista e paziente che determinano cambiamenti nella memoria implicita.  Parafrafando il titolo dello scritto del Gruppo di Boston (“Something more than..”), Bastianini sottolinea come sarebbe utile continuare a riflettere su: qualche cosa in più della parola o nella parola. Se il linguaggio ci permette di condividere con gli altri aspetti delle nostre esperienze, ciascuno di noi sa quanti limiti abbia la parola. Il linguaggio, infatti, è anche istanza che separa il processo primario dal secondario e che fa si che parti “lasciate fuori” della nostra esperienza “diventano più difficilmente comunicabili a noi stessi e agli altri”. L’esperienza che ha luogo nel campo della relazione tra due soggetti secondo una molteplicità di codici, non può essere fatta rientrare se non in modo parziale nel campo della relazione verbale. E, nella misura in cui agli eventi che hanno luogo nel campo della relazione verbale, è attribuito l’unico valore di ”realtà”, una parte significativa dell’esperienza psichica incluso il corpo, può diventare il campo sommerso dell’esperienza. Il campo psichico ampliato dovrebbe condurre noi analisti a divenire consapevoli della nostra capacità interiore nell’ascoltare con tutti i sensi: una capacità  sensopercettiva in grado di raccogliere le informazioni provenienti dal campo in cui siamo immersi. Per quanto attiene il linguaggio verbale Bastianini ci ricorda che il flusso delle parole della madre che parla con il neonato e le vocalizzazioni del bambino sono espressioni di una complessa interazione sensoriale-emotivo-cognitiva: mentre la madre emette le parole, il bambino non le percepisce come tali, ma è immerso nel loro suono-ritmo, come aspetti emergenti di una esperienza uniforme. Le parole, agli esordi, incarnano le cose in un mezzo senso-motorio specifico, gli elementi senso-motori del discorso rimarranno sempre, in parte, ingredienti fisici del discorso e questa caratteristica continuerà ad abitare nel linguaggio in tutte le sue forme, compresa quella interiore. In questa prospettiva, asserisce Bastianini, l’inconscio, non solo non è strutturato come il linguaggio, bensì è una funzione in grado di trascrivere forme simultanee di esperienza: quelle vissuta e quella verbalmente espressa. Una che tiene traccia del sé nel tempo e l’altra che coglie il momento presente.

Il discorso di Bastianini si conclude annotando come lo sforzo del lavoro analitico sia quello di creare un campo di esperienza che trae la propria specificità dall’attenzione costante alla dimensione inconscia secondo i molteplici registri alla base di ogni divenire soggetto.

DIBATTITO E CONSIDERAZIONI: “L’IMPERIALISMO DELLE NEUROSCIENZE E IL MITO DELL’INFANZIA”

Terminate le relazioni di Gallese e Bastianini si è acceso il dibattito con il pubblico, pubblico costituito essenzialmente da analisti e psicoterapeuti. Tutte le interrogazioni poste dall’auditorio sono state rivolte a Gallese. Considerando che la relazione della Bastianini sembrava essere non solo interessante, ma molto più pertinente come ricaduta applicativa, il fatto che tutti coloro che sono intervenuti si siano rivolti unicamente a Gallese sollecita una riflessione già presente nello scrivente da diverso tempo. Perché tanti analisti, che fino un decennio fa, ponevano come bibliografia ai propri scritti esclusivamente pubblicazioni psicoanalitiche, oppure che storcevano il naso quando nel corso di una relazione udivano richiami alle neuroscienze, oggi ne sono diventati ferventi supporter? La risposta è probabilmente duplice. Da un lato, per quanto attiene alla psicoanalisi, si è assistito in questi anni al collasso e al rovinoso crollo di molti edifici analitici che non erano mai riusciti a trovare la benché minima evidenza empirica; gli abitanti, rimasti senza tetto, hanno trovato allora rifugio in un altro edificio quello delle neuroscienze, edificio un tempo guardato con  sospetto. Dall’altro lato le neuroscienze, che rispondono a logiche accademiche, si sono poste come un modello esplicativo omnicomprensivo in grado di spiegare tutto lo scibile un po’ come le teorie analitiche che aleggiavano negli edifici che poi son crollati. Una nuova fede, un nuovo credo ben più pericoloso dell’antecedente perché in grado di accogliere e suffragare tutto. Ipnotisti, psicoanalisti, cognitivisti, yogi, meditatori, ecc. se si rivolgono alle neuroscienze oggi sembrano poter trovare le basi peculiari alla loro propria disciplina. A distanza di più di un secolo pare riproporsi ciò che avvenne durante il positivismo allorquando gli scritti di neurofisiologia dei maestri di Freud ( Bucke, Meynert, Exner ) sfociarono in un sistema tale di estrapolazioni che  Ellenberger  ha giustamente definito una vera e propria “Mitologia del cervello”.  Anche Freud corse il rischio di questa fascinazione, ma nel tentativo di stesura del “Progetto” si rese conto della velleitariatà di tale visione: lasciò a mezzo Il Progetto, lo mise in un cassetto e coltivò la psicoanalisi. Certo, chi oggi subisce l’attrazione delle neuroscienze e le traspone in psicoanalisi  può obbiettare che i tempi sono cambiati rispetto all’ottocento, oggi neurochimica, fMBI, TMS, ecc. forniscono dati sicuri,  incontrovertibili. Ne siamo proprio certi ? Gallese nel corso del dibattito, con coraggio e grande onestà, ha detto di no. A volte le logiche accademiche sospingono verso un sensazionismo assurdo, come quando un gruppo di neuroscienziati canadesi pubblicò su una rivista accreditata le prove biologiche dell’esistenza dei licantropi. Oppure, ne ha accennato anche Gallese, come quando pochi mesi fa è apparso sul British Medical Journal uno studio basato su dati comparativi forniti da fMBI testimoniante l’esistenza di vere e proprie aree cerebrali “del Natale” : secondo questo studio, perfetto dal punto di vista metodologico, le immagini con temi natalizi stimolano risposte neurofiologiche simili, ma soltanto in chi è abituato a festeggiare il Natale. In vero, il testo di questo gruppo di ricerca danese lascia trasparire in alcuni punti uno spirito semiserio: non sarà che si è trattata di una dimostrazione pratica di come anche di Risonanze Magnetiche e neuroscienze non v’è certezza !!!  Gallese stesso, da buon scienziato, ha ricordato come anche nel campo del rispecchiamento si sia ai primi passi, i risultati sono stati estrapolati statisticamente su piccoli gruppi di soggetti e su una media di cervelli appartenenti a persone diverse con storie di vita personale diverse: la strada, quindi, di questa affascinante esplorazione nata a Parma par essere ancora lunga, promettere ulteriori replicazioni e sviluppi.

Coltivare lo studio della biologia umana e del cervello è più che legittimo per gli analisti, anzi essenziale, ma porre le neuroscienze come struttura portante del nostro sapere pensando che esse siano depositarie della verità è un profondo errore, errore che assegnerebbe loro un ruolo imperiale che nuoce, tra l’altro, a tutti. Parafrasando un’affermazione di Giordano Fossi  che si autodefiniva “psicoanalista organicista” e che era presente in sala : “Le neuroscienze vanno conosciute perché nel campo analitico fungono da arbitro. Fischiano quando andiamo fuorigioco con teorie assurde, ma i giocatori siamo noi, siamo noi a pensare alla strategia del gioco e a porvi tutta la nostra fantasia e creatività”.

Circa le visioni neuroscientifiche e psicoanalitiche riguardanti la prima infanzia e discusse in sede di convegno, esse non sono state incluse nel presente “report” per due motivi. Il primo deriva da una necessità di sintesi e di brevità. La seconda ragione concerne il fatto che  quest’arco della vita è indubbiamente importante, ma è altrettanto oscuro e l’oscurità può facilmente rappresentare un catalizzatore di fantasie e di ipotesi, alcune di queste troveranno forse future conferme, altre certamente no.

Una sola considerazione, queste pagine sono state scritte il 6 marzo 2016 esattamente 541 anni dalla nascita di Michelangelo che, come tutti i neonati, dal II sec. d.c.  agli anni ‘20 del secolo scorso, trascorse quasi tutto il primo anno di vita in discreta solitudine, immobile e col corpo strettamente fasciato (forse al terzo mese gli furono liberate le braccia). Quale interazione con il caregiver avvenne per produrre simile genio e sensibilità?

Marzo 2016

Scarica la locandina: http://www.spiweb.it/images/stories/pdf_interassociativi_2016.pdf

Vedi anche:

in Neuroscienze:

Sé corporeo e intersoggettività: spunti per un dialogo tra neuroscienze e psicoanalisi, di Vittorio Gallese. Firenze, 23 gennaio 2016

http://www.spiweb.it/neuroscienze/610-novita/6808-gallese-v-2016-se-corporeo-e-intersoggettivita-spunti-per-un-dialogo-tra-neuroscienze-e-psicoanalisi

Corpo e psiche sono estesi: il costrutto dell’intersoggettività, tra psicoanalisi e neuroscienze, di Tiziana bastianini. Firenze, 23 gennaio 2016

http://www.spiweb.it/neuroscienze/610-novita/6809-bastianini-t-2016-corpo-e-psiche-sono-estesi-il-costrutto-dell-intersoggettivita-tra-psicoanalisi-e-neuroscienze

Sezione sulle neuroscienze di SpiWeb:

http://www.spiweb.it/neuroscienze