26 Novembre 2016 CPG Giornata di studio su Mauro Morra

Centro Psicoanalitico di Genova

Report a cura di Antonella Privizzini

Il 26 novembre 2016 il Centro Psicoanalitico di Genova ha organizzato una giornata di studio  dedicata a Mauro Morra, psicoanalista genovese scomparso nel 2003. 

In apertura dei lavori Antonella Rava, segretario scientifico del CPG, ricorda come Morra abbia rappresentato  un polo di aggregazione per la psicoanalisi a Genova e come la giornata a lui dedicata sia nata dalla gratitudine   verso una persona “importante” e dal desiderio di trasmettere le sue qualità umane e professionali a chi non lo ha potuto conoscere.

La prima relazione “Mauro Morra: lo psicoanalista, la persona” è di Riccardo Brunacci, membro Ordinario con funzioni di training del Centro Psicoanalitico di Genova.

Brunacci parte dalla lettura di alcuni passi di uno scritto di Morra pubblicato sulla Rivista di Psicoanalisi all’inizio degli anni ’80, un necrologio  che riguarda Maristella,  una sua paziente.  Dopo avere ripercorso la vita molto difficile della donna, Morra  ricorda la commemorazione molto semplice e informale al Tavistock: “Sono assolutamente sicuro-dice-che tutti erano spontanei e sinceri, e non c’è stato il minimo segno di quella ridicola idealizzazione così frequente in casi del genere”.  “E’ difficile dire – conclude – cosa si prova quando muore un paziente in analisi: la prima immagine che viene alla mente è quella della morte di un figlio. Ma non è così: sarebbe un’esagerazione del tipo della idealizzazione che altri hanno saputo evitare. Certo è come se morisse un parente o un amico a cui si era molto vicini, qualcuno con cui si sono divise esperienze di vita profonde e gravi”.

Brunacci ritrova in queste   parole alcune caratteristiche di Mauro Morra: “la sensibilità emotiva e l’umanità con la possibilità di esprimerle in modi non convenzionali, il senso della fatica e della durezza delle cose della vita, l’intraprendenza, la vitalità, la percezione del rischio delle falsificazioni idealizzanti e anche un certo candore”.

Ricorda di avere incontrato Morra all’inizio degli anni ’80 e di avere svolto con lui due lunghe supervisioni, l’osservazione  di un piccolo bambino secondo i metodi di E.Bick e gruppi di discussione clinica. Dice Brunacci: “ Fin dall’inizio mi colpì la sua capacità di entrare in contatto col paziente in modo vivo e pregnante (…) Riusciva ad armonizzare due elementi che avvertivo entrambi importanti ma che talvolta trovavo disgiunti: dare al paziente il senso di sentirsi capito e contemporaneamente aiutarlo a lavorare sul suo funzionamento, tenendo conto di quanto fosse in grado di farcela”. 

Brunacci ricorda come Morra fosse anche molto attento alle difficoltà dell’analista supervisionato: “…rigoroso, anche molto fermo se necessario ma non esigente; incoraggiante e legittimante senza seduttività”. Rievoca con affetto espressioni come: “siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi” o “la vita è difficile per tutti”: modi di dire volti a sottolineare come paziente e analista siano accomunati negli intricati grovigli della vicenda umana. Uno stile diretto e in apparenza semplice quello di Morra, che non era certo manifestazione di una generica bonomia, ma esprimeva una tensione relazionale che aspirava a tenere conto della complessità e della drammaticità delle cose.

Grazie a queste sue peculiarità, nel lavoro clinico come in supervisione, Morra riusciva a promuovere “l’arricchimento delle funzioni dell’Io, capaci di sensibilità e di giudizio  e l’ampliamento dei suoi spazi di autonomia rispetto al ruolo irrigidente e ottundente degli aspetti più arcigni del Super-io…”. Questo aspetto, secondo Brunacci, è  abbastanza scontato nel lavoro clinico ma “è assai meno scontato che possa essere realizzato anche nella supervisione, in particolare attraverso la relazione- parzialmente mutativa- col supervisore”.

Brunacci ripercorre poi i contributi scientifici di Mauro Morra partendo da quelli degli anni ’60 e ritrova alcuni aspetti di base caratteristici quali la ricerca delle radici con l’interesse per i punti di partenza della patologia, per le fantasie fetali, il radicamento della Klein in Freud; la curiosità  come desiderio di esplorare sentieri poco battuti e poi l’impegno terapeutico e sociale.

Cita alcuni filoni di ricerca pubblicati su riviste italiane e internazionali come quello sull’autismo, sulla nevrosi ossessiva e sui rapporti tra i due disturbi; l’attualità di una pubblicazione su una paziente che vuole cambiare sesso dal titolo “La ragazza che vuole diventare uomo”; gli  scritti  su un argomento spesso trascurato: la maniacalità.

Ricorda infine “…l’importanza teorica e clinica data da Morra al senso del limite, che considerava un’importante eredità della sua analisi con  Hanna Segal…” e nella sua conclusione sottolinea: “Io credo che, in primo luogo, ci spinge a ricordarlo, o meglio a non smarrirne il ricordo, siano l’esempio e l’aiuto derivante dal suo legame dinamico con la vita, nonostante tutto.”

La seconda relazione dal titolo “Genova, Milano, Ginevra, Londra, Genova” è di Annamaria Risso, Presidente del Centro Psicoanalitico di Genova che, con uno stile volutamente cronachistico, ripercorre la biografia di Mauro Morra donandoci un ritratto esaustivo dell’uomo e dello psicoanalista. Mauro Morra nasce a Genova il 2 luglio 1922 da una famiglia con legami molto forti, dove “la musica è nell’aria”: il padre, spedizioniere nel porto, suona il violino e la madre, una giovanissima milanese che dopo essersi sposata si diploma al Conservatorio. Morra confesserà che se non avesse fatto lo psicoanalista sarebbe voluto diventare un Direttore di Orchestra. Insieme alla famiglia, nel 1934, si trasferisce a Milano e quando scoppia la guerra è iscritto a Medicina alla Statale di Milano. Nel ’44 aderisce alla Resistenza e quando i compagni partigiani scendono dalla montagna per andare a liberare Milano, lui è con loro e riesce a convincerli a non uccidere una pattuglia di tedeschi in fuga: “Non dobbiamo fare come loro”. Si laurea in Medicina nel 1948, continua la militanza politica ed è iscritto al Partito Comunista.

Va a lavorare all’Ospedale Psichiatrico di Ville Turro dove incontra Franco Fornari e inizia l’analisi con Cesare Musatti. Intraprende il training SPI nel 1959 fino al 1963, nel ‘68 assume le funzioni di training e nel 1969 diventa vicepresidente della SPI.

Durante il training comincia a prendere contatti con la Società Svizzera che in quegli anni vive un momento di grande apertura internazionale: vengono invitati Melanie Klein, Hanna Segal, Paula Heimann,  Herbert Rosenfeld e Betty Joseph.

Inizia la sua seconda analisi con De Saussure viaggiando settimanalmente da Milano a Ginevra. Partecipa a seminari di psicoanalisi infantile e segue il suo primo caso di psicoanalisi di un bambino con la supervisione di Marcelle Spira: nasce l’interesse di Mauro Morra verso  Melanie  Klein. 

Nel 1969 a Ginevra si tiene il primo congresso della Federazione Europea di Psicoanalisi dedicato alla psicoanalisi infantile cui partecipano Anna Freud, René Diatkine e Hanna Segal. Qui, Mauro Morra incontra Hanna Segal e le chiede di intraprendere l’analisi, la sua terza, che inizia nel 1970.

Per tre anni viaggia settimanalmente fra Milano e Londra fino al 1973 in cui decide di trasferirsi a Londra dove rimarrà con la sua seconda famiglia per quattordici anni. A Londra s’interessa sempre più all’analisi dei bambini e degli adolescenti, fa un’esperienza di infant observation con E.Bick e frequenta i seminari condotti da B.Joseph , O’Shaughnessy, Riesemberg, Spillius e Pick.

Lavora come psichiatra nella Comunità terapeutica del St Bernard Hospital e diventa Primario del Consultorio Psichiatrico infantile di Hammersmith. 

Annamaria Risso ci racconta infine il ritorno a Genova dove alcuni giovani psicologi lo cercano per iniziare una formazione in psicoterapia infantile. Morra da quindi inizio a un Corso di Osservazione del Neonato (1984) modello Tavistock che con il tempo diventerà costituente del Master. Anche l’Ospedale Pediatrico Gaslini lo cerca come Consulente.

Nel 1987 ritorna definitivamente a Genova, dove riceve incarichi d’insegnamento dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia e l’anno successivo contribuisce alla fondazione del Centro Psicoanalitico di Genova  diventandone il primo Presidente. Forma una generazione di psicoanalisti genovesi.

Conclude Anna Risso: “La sua curiosità di ricercatore lo aveva spinto ad andare lontano a cercare nuove strade, tornando metteva a disposizione ciò che aveva trovato e restava curioso di noi e con noi”.

 

L’ultimo intervento è di Giovanna Di Ceglie, membro della British Society, che paragona Mauro  Morra a Ulisse, curioso e instancabile. Lo ricorda motivato da una profonda curiosità e rispetto per la mente umana, teso a offrire ai pazienti il meglio del suo lavoro, animato da un grande senso di responsabilità professionale accompagnato da un atteggiamento umile e da una grande gioia di vivere.

Giovanna Di Ceglie espone poi il lavoro da lei scelto per celebrare Mauro Morra dal titolo “Esplorando il senso di sicurezza e di libertà nella relazione psicoanalitica”.

Parte da un intervento tenuto da Bauman alla conferenza “Ernest Jones” sul tema “Cultura, Identità e Modernità liquida” svoltasi nel 2012 e in cui il filosofo afferma che  nella società una estrema libertà può portare al caos e quindi a una mancanza di sicurezza, mentre eccessive misure di sicurezza portano alla schiavitù. Questi due estremi possono essere due forme di inferno. Secondo Bauman il bisogno di libertà e quello di sicurezza sono collegati e parimenti importanti, mai totalmente conciliabili ma sempre in rapporto dinamico.

Di Ceglie riprende questo pensiero considerando sicurezza e libertà come un “binomio” in relazione al mondo interno, sia nel lavoro analitico,  sia nello sviluppo psichico. In questa prospettiva analizza tre aree: l’assetto mentale dell’analista, la relazione madre-bambino, l’interazione analista paziente.

L’assetto mentale dell’analista

Nel processo analitico diventa responsabilità dell’analista fare sì che il clima in seduta favorisca sicurezza e, allo stesso tempo, libertà di espressione.   

Partendo da queste osservazioni Giovanna Di Ceglie prende in considerazione alcune note della Klein sull’attitudine analitica, di cui la Spillius ha pubblicato alcuni estratti nel suo libro “Encounters with Melanie  Klein” (Spillius, 2007).

In questi scritti la Klein menziona quattro punti principali:

1) L’importanza dell’assetto della mente dell’analista

2) La cooperazione tra le diverse parti della nostra mente

3) Un rispetto vero e profondo per la mente umana  e la personalità umana

4) La conoscenza dei nostri limiti.

La Klein dice: “Dal momento in cui ci mettiamo a esplorare la mente di un’altra persona attraverso lo strumento della nostra mente è evidente che molto se non tutto dipende dallo stato mentale con cui ci mettiamo al lavoro ”. La mente dell’analista deve liberarsi da ogni preconcetto “ …imparare passo, passo tutto ciò che riguarda il paziente da lui stesso (…) riscoprire, o rivedere, qualsiasi cosa la psicoanalisi ci abbia insegnato.  Questo particolare  stato mentale, pieno di desiderio  e allo stesso tempo paziente, separato dal soggetto e allo stesso tempo completamente assorbito in esso, è chiaramente il risultato di un equilibrio tra spinte psichiche diverse e parzialmente contrastanti, e di una buona cooperazione di diverse parti della nostra mente”. 

Secondo E. Spillius (comunicazione personale) queste note sull’assetto analitico potrebbero essere  considerate  come  i precursori delle formulazioni di Bion su memoria, desiderio.

Di Ceglie riprende poi il concetto di Bion di oscillazione tra ‘’pazienza” e “sicurezza” come elementi che indicano un lavoro analitico di qualità (Bion, 1970).

L’attitudine alla pazienza suggerita da Bion, lasciare la mente libera da preconcetti, secondo le parole della Klein, implica da parte dell’analista una tolleranza della paura, necessaria per dare spazio al paziente. Dice la De Ceglie: “C’è una circolarità a spirale in questo processo, dove l’esercizio di libertà da parte dell’analista da sicurezza al paziente che porta ad un nuovo senso di sicurezza, che a sua volta richiede un nuovo esercizio di libertà per affrontare nuovi rischi. E’ un processo che non è mai concluso una volta per tutte”.

Ponendosi poi in una prospettiva inusuale suggerisce che nel  processo analitico vi sia  un continuo alternarsi di “capacità positiva” e “negativa”. La prima,  intesa come costellazione di conoscenze acquisite, speranze, desideri, conferisce all’analista un maggior senso di sicurezza e minore libertà, mentre la seconda conferisce maggiore libertà ma un senso ridotto di sicurezza.

Binomio sicurezza e libertà nella relazione madre e bambino.

Giovanna Di Ceglie parte da un precedente lavoro (Di Ceglie, 2013) in cui si è occupata dell’orientamento reciproco tra madre e bambino come una funzione biologica e psicologica presente in entrambi fin dalla nascita sottolineando come le interazioni tra madre e bambino siano intimamente connesse con il binomio sicurezza e libertà. Questi due bisogni sono fondamentali anche in un bambino appena nato e fanno parte delle prime esperienze di negoziazione tra madre e bambino.

Certamente non è facile riconoscere il bisogno di libertà del neonato per la dipendenza estrema del bambino dalla madre, per la sua impotenza e per il suo grande bisogno di sicurezza.

Il concetto di Winnicott di “continuità dell’essere” o “essere solo in presenza della madre” (Winnicott,1958) sembra contenere implicitamente un’idea del bisogno di libertà del bambino.

Il bambino esprime da subito la sua limitata libertà, attraverso movimenti e suoni, o in altri modi peculiari, talvolta anche attraverso il rifiuto del seno.

E’ fondamentale che la madre diventi capace di tollerare e riconoscere il bisogno di libertà del neonato insieme al bisogno estremo di sicurezza dato dalla sua presenza fisica ed emotiva: questa comprensione non va data per scontata ma può ritenersi una conquista.

Spostando l’attenzione dal neonato alla madre, sulla base del binomio libertà e sicurezza, possiamo vedere come la nascita del neonato comporti per la madre una  quasi assoluta perdita della libertà, un immenso sacrificio. Winnicott sottolinea l’importanza che la madre sopravviva  all’odio del bambino, ma è importante considerare anche l’odio della madre verso il bambino che “per il fatto stesso di esistere ha rubato alla madre tutto quello che lei era prima della nascita”.

Binomio sicurezza e libertà nell’interazione analista e paziente .

La Di Ceglie conclude con due casi per mostrare gli aspetti del rapporto dinamico tra sicurezza e libertà nel lavoro clinico e sottolinea come riuscire a considerare alcuni aspetti del transfert e controtransfert da questa particolare lente permette all’analista di dare importanza alla costruzione della sicurezza , così come al bisogno di libertà per il paziente e per l’analista.

La giornata in ricordo di Mauro Morra si termina con numerosi interventi del pubblico: testimonianze affettuose di chi lo aveva conosciuto e manifestazioni di gratitudine di coloro che lo hanno incontrato per la prima volta attraverso i lavori presentati, così  ricchi dal punto di vista umano e psicoanalitico.

Dicembre, 2016 

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