27 febbraio, 5 e 19 marzo 2016 CNP La cura e i curanti, l’arte di curare, l’arte di comunicare

Report del corso organizzato presso l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Avellino

A cura di Mirella Galeota

Presso l’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Avellino è stato organizzato un corso di tre incontri (27 febbraio, 5 e 19 marzo 2016)  nell’ambito dell’accordo stipulato tra Ministero della Salute e Società Psicoanalitica Italiana (SPI).

E’ noto che la Società Psicoanalitica Italiana  è in costante dialogo con le varie istituzioni sanitarie e ciò costituisce un’opportunità non solo per la visibilità e la diffusione della cultura psicoanalitica ma anche per sollecitare la comprensione della malattia/del dolore secondo più vertici di osservazione.

E’ ormai abbastanza nota la difficoltà di comunicazione e i fraintendimenti che si verificano nella comunicazione tra curanti e pazienti, tanto da determinare a volte anche contenziosi legali.

L’analisi del vissuto e delle fantasie presenti nella relazione sono gli obiettivi prevalenti di questa iniziativa tra Ordine dei Medici di Avellino e Centro Napoletano di Psicoanalisi ( centro rappresentante della SPI in Campania) e tendono a voler sottolineare quanto il pensare la psicoanalisi possa aiutare a comprendere la dinamica sottesa alla comunicazione in generale ma soprattutto nell’ambito della “malattia”.  In particolare si vogliono affrontare e condividere aspetti che interfacciano il corpo e la psiche, tanto per poter fondare la possibilità di una maggiore comprensione empatica sia da parte dei curanti che dei curati.

Il titolo è stato di per sé esplicativo

La cura e i curanti

L’arte di curare, l’arte di comunicare

Gli strumenti della psicoanalisi

Gli argomenti proposti sono stati nel I incontro: Tra medico e paziente: Comunicazione/relazione, i contesti della cura e la solitudine della coppia medico-paziente (trattati dal dott. Luigi Rinaldi e dalla dott.ssa Silvana Lombardi). Si è affrontato il tema del curare/prendersi cura. La necessità che le due declicazioni della parola “cura” non perdano il contatto fra di loro è stata dimostrata attraverso esemplificazioni cliniche che hanno mostrato  che dietro la domanda di cura si nascondono altri bisogni, tra cui innanzitutto il bisogno di trovare un oggetto affidabile, bisogno di dipendenza che troviamo in tutte quelle condizioni come l’immaturità, la malattia, la vecchiaia che implicano una forte dipendenza dalle figure di accudimento. L’incontro dell’affidabilità e della dipendenza, con le loro infinite implicazioni nei vari contesti di cura, è stato, in ultima analisi, il tema del seminario.

Il II incontro ha avuto per titolo: Il dolore nel corpo e nella mente: addiction e disturbi del comportamento alimentare (trattati dal prof Paolo Cotrufo e dalla dott.ssa Gemma Zontini).

I disturbi del comportamento alimentare, in particolare quelli restrittivi quali l’anoressia, tagliano trasversalmente l’intera psicopatologia. In realtà, proprio per questo motivo, non dovrebbero essere trattati come sindromi a sé, ma dovrebbero essere considerati per ciò che sono: sintomi che appartengono a sindromi più complesse e articolate. Tuttavia, riprendendo l’osservazione iniziale, le sindromi cui questi sintomi appartengono attraversano l’intera psicopatologia, per esempio un disturbo alimentare, specie di tipo anoressico, può riguardare la psicosi (la restrizione alimentare, fino alla sitofobia, può accompagnare la depressione maggiore o il delirio persecutorio di veneficio della paranoia), può accompagnare la nevrosi (specie quella isterica, come accade ad esempio nelle situazioni riferite di bolo isterico che dà luogo a “scelte preferenziali obbligate” che si evidenziano soprattutto in infanzia e in adolescenza, ma non solo), può connotare in senso perverso il rapporto tra il soggetto e il suo corpo.

Quest’ultimo aspetto,   si presenta con una certa frequenza all’occhio medico, piuttosto che a quello dello specialista psichiatra. L’anoressia a struttura perversa inizia con una forte riduzione dell’apporto alimentare connessa alla necessità di perdere qualunque connotazione di genere.   E’ stato sottolineato quanto l’anoressia si comporti come la perversione che pure costruisce uno scenario necessario alla soddisfazione delle fantasie sessuali perverse. Nel caso dell’anoressia lo scenario è uno scenario alimentare: i cibi vengono pesati secondo un preciso rituale della pesatura, le calorie vengono contate in modo che ciò che entra nel corpo sia pari a ciò che esce, l’osso viene esibito, proprio come accade in certe pratiche perverse, per colpire l’altro, per stupirlo con un franco effetto di orrore. Il corpo, in questa seconda fase, non è solo il corpo dell’identico, il corpo privato delle sue differenze sessuali rispetto all’altro sesso. Esso diviene il corpo dell’Uno assoluto, il corpo consegnato alla vita bruta, vita che non si deve confrontare con i simboli del sociale, con la presenza dell’altro, con le necessità relazionali e comunicative che l’altro impone.   Un corpo che entrato alla vita senza averlo desiderato si consegna alla morte come espressione massima del niente del desiderio che l’anoressia in queste forme estreme esprime. Come per l’isteria ai tempi di Charcot, l’anoressia, specie quella a struttura perversa, richiede l’occhio medico. Un occhio da ridurre all’impotenza, a puro spettatore dello spettacolo orrifico della morte in differita che l’anoressia inscena.

 Il III incontro: Quando il paziente è un bambino o un adolescente: ascoltare è già curare?, del 19 marzo, ha posto l’attenzione ai bambini e agli adolescenti ed alla comunicazione con loro. Si si è cercato di riflettere sul vissuto dei bambini ricoverati e sugli adolescenti difficili.

Il tema è stato discusso dalle dott.sse Rossana Gentile e Fiorella Petrì.

Si è evidenziato quanto influisca nello sviluppo di un bambino un ricovero ospedaliero seguito da una degenza  più o meno lunga per malattia grave o cronica.

Vissuti di angoscia e di perdita legati a una separazione traumatica dalle figure genitoriali possono infatti condizionare i processi evolutivi,  quando non ostacolano, come accade nei casi estremi,  lo stesso processo di guarigione e  di recupero. Un tempo si pensava che la cura del corpo fosse l’ unico e dominante interesse del medico di fronte alla malattia del bambino. Le ricerche nel campo dell’età evolutiva hanno posto in luce quanto sia utile, al contrario, tener conto  di tutto ciò che non è corpo. Mente e corpo sono da considerarsi  come un unico sistema che funziona senza soluzione di  continuità.  Tener conto di questo tipo di vertice risulta utile quando si lavora con i bambini.

L’ attenzione verso la vulnerabilità del bambino alle separazioni ha contribuito a rendere più distesi i rapporti tra  personale medico e paramedico e i genitori presenti in corsia durante la degenza ospedaliera del bambino. L’ambiente  familiare può lavorare a sostegno dell’operato del medico e contribuire ad accelerare i processi di guarigione.

Nel seminario sono state anche illustrate  le condotte antisociali dell’adolescente come una delle derive psicopatologiche della “crisi adolescenziale” determinata, soprattutto, dal fallimento della funzione genitoriale di contenimento dell’angoscia legata alle profonde trasformazioni somatiche della pubertà per cui il corpo, depositario di desideri sessuali e di aggressività è vissuto come un oggetto estraneo che sfugge al controllo e alla propria volontà. Allo scopo d’illustrare questa deriva patologica dello sviluppo psichico in adolescenza, si sono utilizzate esemplificazioni cliniche per sottolineare difese onnipotenti messe in atto dall’adolescente. Vivendo in una situazione di vuoto affettivo, allo scopo di fronteggiare l’impatto traumatico con la pubertà, l’adolescente, pur di non soccombere al senso d’impotenza e di non-esistenza, mette in atto agiti auto e etero lesivi.

La teoria e la clinica psicoanalitica, in questi casi, si rivelano dei preziosi strumenti per fare luce sulle dinamiche psichiche sottese e per tentare di salvaguardare il processo di soggettivazione altrimenti drammaticamente compromesso.

Tutti gli incontri, così come da accordo, sono stati condotti da psicoanalisti della SPI appartenenti al Centro Napoletano di Psicoanalisi.  Le tematiche sono state arricchite anche da casi clinici proposti dai relatori e dagli ascoltatori, in modo da rendere più  fruibili gli strumenti della psicoanalisi che, soprattutto in un tempo così difficile come quello che stiamo vivendo, può fornirci, attraverso la possibilità di comprensione, la capacità di alleviare la sofferenza.

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