29-30-31 gennaio 2016 CdPR Donald Winnicott e la psicoanalisi del futuro

“Donald Winnicott e la psicoanalisi del futuro”

INTRODUZIONE. Spiweb ha chiesto a Carla Busato Barbaglio, Presidente del Centro di Psicoanalisi Romano, di scrivere una prima impressione “a caldo” sul Convegno “Donald Winnicott e la psicoanalisi del futuro”, importante tappa del programma scientifico curato da Angelo Macchia, Segretario Scientifico del Centro di Psicoanalisi Romano (Società psicoanalitica Italiana), svoltosi a Roma il 29-30-31 gennaio 2016.

Il Convegno è stato organizzato da Carla Busato Barbaglio, Angelo Macchia, Anna Maria Nicolò.

Impressioni e commenti “a caldo” al convegno di Roma, 29-31 gennaio 2016

A cura di Carla Busato Barbaglio

Forse non dovrei essere io a parlarne, ma mi è stato chiesto di dare qualche pennellata sul clima che si è creato a questo convegno che ha visto la partecipazione di 420 persone, molte delle quali giovani.

I report dettagliati sulle giornate arriveranno in breve.

Già il fatto di aver dovuto cambiare sala, per il numero sempre crescente di richieste, parlava della voglia di andare a rivisitare un maestro definito da molti il padre della moderna ricerca sulla sintonizzazione. Klein, Bion, Ferenczi, Winnicott, Bowlby, poi Stern, Fonagy e altri hanno, in modi anche diversi e a volte conflittuali, colto, nella possibilità e capacità di intendersi di madre e bambino, l’espressione di una fondamentale produzione di senso relazionale  e l’origine della nascita stessa della mente del bambino, il senso di sé e di identità. Su questo filone d’indagine oggi c’è un fiorire di ricerche non solo all’interno del mondo psicoanalitico, ma in dialogo con l’infant research, le neuroscienze, le teorie dell’attaccamento, le teorie della mente, l’antropologia, la sociologia, in altri termini con la cultura dell’oggi.

winnicot4Tra i tanti gioielli che costituiscono il lascito winnicottiano, sottolineo l’osservazione minuziosa del modo in cui “si abbracciano madre e bambino e le interazioni fisiche che costituiscono la base per la costruzione del senso di sé  e della  identità” (D.Winnicott ). Il modo in cui la madre abbraccia un bambino: costruisce “la capacità di sentire il corpo come il luogo in cui vive la psiche” (D.Winnicott). La sensazione viscerale e cinestesica di come i nostri corpi s’incontrano getta le fondamenta di ciò che sperimentiamo come “reale” (A.Damasio).

Come ci siamo incontrati a questo convegno? Nella presentazione in apertura dei lavori riportavo una riflessione di un amico poeta che parlando di lettura di testi antichi scriveva che “siamo chiamati a farli mormorare di moderno, di nuovo canto pur tenuto validamente radicato nel terreno visitato e misterioso dell’allora”. Aggiungevo che, per essere fedele a Winnicott, una ricerca sufficientemente buona dei due giorni di convegno sarebbe dipesa dalla qualità del come si sta insieme,  “interconnessi”, capaci di guardarci, ascoltarci, sentirci. In altre parole: abbracciarci e,  se possibile, giocare piacevolmente.

Gli applausi, sempre intensissimi e prolungati, parlavano dell’entusiasmo per le varie relazioni. Michael Parsons, per esempio, ne appariva smarrito e commosso. La sua relazione “Winnicott sull’essere vivi”, profonda, chiara, lineare e pronunciata con semplicità, ha dato l’avvio al clima di “pensiero affettivo” rendendo incarnato il tema dell’appercezione creativa: essere pienamente e creativamente vivi dipende dal saper dare un senso all’esperienza presente alla luce del passato  e dal saper articolare il passato alla luce delle esperienze successive. Winnicott sottolinea  che l’appercezione creativa fa si che la vita valga la pena di essere vissuta. La terapia analitica mira a sviluppare le capacità di vivere. Questo il filo rosso che via via si è tracciato nei due giorni del convegno tra maestri del passato e maestri del presente.

“Libertà da o libertà di” è diventata una formula, quasi uno slogan del convegno, che condensa interrogativi sulla qualità della vita e sul modo e i livelli del lavorare analiticamente. Sempre riferendosi a Winnicott, “l’assenza di patologia psiconevrotica sarà pure salute, ma non è vita”. Mi verrebbe  voglia di continuare a delineare le varie relazioni ma non è mio compito e rinvio ai report che seguiranno limitandomi a citarle.

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I temi del rapporto biologia-relazioni, corpo-sensazioni –ipotesi, l’unitarietà di corpo mente, tratteggiate da Anna Ferruta. Il bell’intervento di Amedeo Falci sulle modalità dell’oggi di comprensione delle menti degli altri, gli avvicinamenti e distanziamenti tra Bion e Winnicott passando per la Klein di Adelaide Lupinacci. Il “quieto ma determinato percorso lungo una strada rivoluzionaria” tracciato da Vincenzo Bonaminio. “Essere e non essere” attraverso un bel caso clinico di Paolo Fabozzi. Il complesso caso clinico di un giovane riletto attraverso il lavoro su “la paura del crollo” di Winnicott fatto da Anna Nicolò. La puntuale precisa e nitida lettura di Winnicott letto alla francese da René Roussillon e il bel caso clinico di Lesley Caldwel che ha interrogato sull’uso della “nostra professionalità” hanno permesso, come diceva una partecipante, di comporre un mosaico complesso dei tanti Winnicott che ognuno si porta dentro. I vari chair: Carla Busato Barbaglio, Tiziana Bastianini, Malde Vigneri, Claudio Neri, Stefano Bolognini, presidente IPA , Paola Marion, hanno tenuto le fila  con approfondimenti e collegamenti interessanti  e vivaci.

La sera precedente il convegno c’è stata una serata riservata ai soci SPI: chair Angelo Macchia, un bel lavoro di Laura Colombi sulla dissociazione nella fantasia, una puntuale riflessione sul concetto di regressione in Winnicott di Benedetta Guerrini Degl’ Innocenti e un caso clinico molto interessante di Maria Vittoria Costantini.

Il confronto nei momenti di discussione è stato aperto, franco e rispettoso.

Una giovane terapeuta mi confidava: “il convegno mi ha fatto risentire la passione per il lavoro che in questi giorni facevo molta fatica a sentire…” e un’altra: “il convegno mi ha fatto bene, mi ha fatto sentire un po’ più viva e mi ha fatto tornare la voglia di studiare”. Un collega anziano con aria contenta commentava:  “a me tutto sommato sembrava buono e utile anche per prendere atto della condizione della nostra Società e della necessità di sempre nuovi stimoli”. Qualcuno ha trovato alcune relazioni più interessanti e altre più accademiche. Molti sono stati i complimenti, le mail arrivate e la simpatia espressa.

Ci auguriamo di avere davvero trasmesso passione per il lavoro psicoanalitico e voglia di studiare, ricercare, andare oltre.

Ma continuo a chiedermi: siamo stati capaci di far mormorare di futuro l’antico? I prossimi studi, convegni, scambi e lavori ce ne daranno notizia.

Febbraio 2016

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