30 novembre 2013 CdPR – CPdR Migranti e loro destini

Centro di Psicoanalisi Romano-Centro Psicoanalitico di Roma

Roma, 30 novembre 2013

Migranti e loro destini

Giornata di Studio con Marie Rose Moro 

Con il titolo “Migranti e loro destini” si è svolto il 30 novembre 2013 a Roma un convegno organizzato dal Centro di Psicoanalisi Romano, dal Centro Psicoanalitico di Roma e dall’Osservatorio di Psicoanalisi Bambini e Adolescenti Intercentri di Roma.

Nel corso della giornata, che ha avuto come ospite principale Marie Rose Moro, il tema della immigrazione, del destino di chi si sradica dalle proprie origini per affrontare una realtà nuova è stato affrontato da prospettive differenti anche se in parte convergenti dagli interventi dei relatori.

L’aspetto fortemente evocativo e tragicamente attuale insito nel bel titolo scelto è stato sottolineato da Angelo Macchia che, in apertura, ha invitato la sala ad un minuto di silenzio in ricordo delle vittime della drammatica vicenda di Lampedusa.

Il pensiero di Marie Rose Moro, è stato introdotto in modo puntuale da Ludovica Grassi (CPdR) che in “Perché etnopsicoanalisi” sottolinea la profonda parentela e simmetria che intrattengono psicoanalisi ed etnopsicoanalisi, scienze umane entrambe volte ad avvicinare l’inafferabile soggettività dell’Altro nel territorio dell’inconscio (Levi-Strauss), mentre l’apertura all’alterità è evidenziata dall’approccio complementarista di Devereux, fondatore dell’etnopsicoanalisi. Nello studio dell’essere umano, vanno ricercati quegli elementi inerenti alla cultura in cui è immerso, con i suoi valori e significati, le sue prescrizioni e divieti, i suoi miti e riti.

Il bambino è lo straniero, l’altro, come è esplicitato in alcune culture, e va adottato e a volte “convinto” a restare nel mondo degli umani. Tobie Nathan ha trasferito l’etnopsicoanalisi dall’altrove dei contesti esotici al qui della sofferenza degli immigrati e della loro cura riproponendo l’esplorazione degli elementi dell’appartenenza culturale, dei suoi vincoli rituali e legami inconsci.

Posizione da cui parte Marie Rose Moro che utilizza le potenzialità curative anche nella relazione primaria madre-bambino, che non può essere valutata al di fuori del sistema culturale cui appartiene la madre, mentre i disturbi interattivi non possono essere affrontati senza intervenire sul conflitto fra la madre e il suo ambiente culturale.

 Se si è genitori, il problema è anche di che cosa trasmettere ai figli del mondo che si è lasciato alle spalle, e in che modo la propria eredità verrà recepita e immessa nel nuovo contesto della società ospite.

Se da una parte l’etnopsichiatria non può che essere psicoanalitica, in quanto solo l’inconscio consente al terapeuta di porsi in relazione con forme di attività mentale che sono condivise dagli uomini di qualunque epoca e luogo, la psicoanalisi non è sufficiente ad affrontare realtà lontane e profondamente diverse tra loro, ma deve tenere conto dell’antropologia e delle altre discipline che si occupano delle differenti dimensioni umane.

Marie Rose Moro illustra dal vivo quello che vivono i figli dei migranti, gli effetti collettivi intersoggettivi e intrapsichici della migrazione, i momenti di maggiore vulnerabilità e lo fa con il racconto della sua storia, l’esplicitazione del suo modello di trattamento e la proiezione di sequenze del filmato di Laurence Petit-Jouvet “J’ai rêvé d’une grande étendue d’eau”.

Nata a Salamanca e immigrata a pochi mesi in Francia, nonni italiani madre spagnola, Marie Rose Moro, allieva di Lebovici, assieme a Nathan ha ideato un servizio di consultazione transculturale presso l’ospedale Avicenne a Bobigny, e ha fondato in seguito la “Maison des Adolescents”di Cochin nel centro di Parigi.

Un dispositivo terapeutico gruppale, la consultazione transculturale, contenitore di molteplici realtà culturali che cambia con gli incroci intergenerazionali e permette di vedere la nostra cultura e quella dell’Altro e il nostro controtransfert. Si tratta, nel caso di problematiche infantili, di rappresentazioni ontologiche del bambino, relative alla sua natura, identità, origine, modalità di sviluppo e legami con la famiglia; di teorie etiologiche, che danno un senso culturalmente condivisibile al disturbo del bambino, collocandolo in una rete di rapporti familiari e gruppali; infine, di atti terapeutici verbali o extraverbali, che ristrutturano i legami e le strutture logiche.

Mescolare tra i due mondi favorisce la creatività del bambino, in un lavoro di ricamo del reale e del fantasmatico svelando, nel delicato intreccio, un racconto che appoggiandosi sul di dentro possa appoggiare il fuori. La creatività è la posta in gioco e dipende dalla nostra posizione controtransferale nella situazione clinica, la parte culturale del controtransfert.

Attraverso l’analisi di un disegno di una bambina con mutismo elettivo e una sequenza filmata di consultazioni transculturali con famiglie di immigrati e un gruppo di terapeuti multiculturali, presenti tutti insieme a curare il bambino con le diverse culture e inconsci in continua relazione tra loro, Marie Rose Moro mostra in modo vivace e appassionato i sentimenti e i vissuti dei figli dei migranti e  cosa accade nel controtransfert culturale.

Francesco Remoti (Prof.di Antropologia Culturale, Università di Torino) in “Le strade delle somiglianze, i vicoli ciechi dell’identità” propone una concezione radicalmente alternativa a quella dell’identità, alla ricerca ossessiva dell’identità, sostenendo che i soggetti e le loro azioni possano essere meglio indagati sulla base del principio della somiglianza. Le cose le esperienze i soggetti sono fatti di “so-dif”, somiglianze e differenze insieme.

Concepire il soggetto non come identico ma come simile a se stesso comporta il passaggio da una concezione individuale a una concezione relazionale e da quì si aprono “le strade delle somiglianze”, percorsi avventurosi, spesso difficili ma più percorribili dei vicoli ciechi delle identità. Ci sono dei confini-transito superabili e confini-arresto invalicabili ma le relazioni sono attraversamento dei confini e si snodano in una molteplicità di direzioni.

Il grande interesse suscitato dagli interventi dei relatori è stato espresso dalla discussione appassionata da parte del pubblico, abilmente guidata dai chairmans della giornata (Angelo Macchia, Andrea Baldassarro) che hanno saputo cogliere le suggestioni degli oratori e coinvolgere i partecipanti.

Il tema dei transiti migratori viene ripreso nella sessione pomeridiana da Virginia De Micco (CNP) che in “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, dopo un breve inquadramento storico della psicopatologia delle migrazioni, esamina i concetti di identità e alterità culturale nell’era della globalizzazione e della postmodernità. Nel contesto sociale multiculturale dove il flusso migratorio trova spazio, l’alterità culturale interna è modificata dal transito stesso e il rischio psicopatologico è maggiore nell’emigrazione familiare.

La psicoanalisi si rivela particolarmente adatta a riconoscere i disagi delle “identità diasporiche” (Appadurai), per la dimensione di transfert, di passaggio insita al suo interno. Nei transiti migratori, nelle situazioni di passaggio e di cambiamento il sentimento di “una interiore identità” (Freud) vacilla a causa dello stretto legame tra sentimento di sé e appartenenza culturale.

L’identità individuale, abitata dall’altro, dalla rete delle identificazioni che ci costituiscono, dal proprio corpo nome e ascendenza, si costruisce lungo frontiere incerte e instabili nelle vicende migratorie e per le  “seconde generazioni” di immigrati è continuamente in gioco.

Indaga inoltre cosa accade nella relazione madre-bambino in queste condizioni di discontinuità culturale, la questione dell’origine tra appartenenza culturale e legami familiari – appartenenza affettiva (di chi sono figlio) e appartenenza simbolica (di chi sono discendente) – e la modalità della trasmissione psichica e culturale transgenerazionale, area critica in cui si situano possibili fratture narcisistiche identitarie.

Gli effetti più drammatici dell’esperienza migratoria, esaminati attraverso storie ed esperienze cliniche con bambini e adolescenti migranti vengono proposti in dettaglio nei lavori conclusivi.

Riccardo Chiarelli (CPdR) in “Identità in gioco: migrazione e senso di appartenenza” evidenzia i problemi identitari che nascono dal confronto tra lingue e culture diverse dei bambini emigrati che vanno a scuola e socializzano a poco a poco nella lingua del paese d’accoglienza, “la lingua del fuori”, mettendoin luce l’importanza della lingua come elemento che connota una identità, definirsi attraverso l’appartenenza linguistica, tradirsi con il proprio accento. e la preoccupazione dei genitori che attraverso la lingua ‘altra’ il figlio perda l’appartenenza al lignaggio e quindi la sua identità vacilli, diventi ibrida. Per  Marie Rose Moro un bilinguismo forzato in cui la lingua materna, delle emozioni e dei legami primari, viene svalutata e confinata all’interno delle mura domestiche, porta i bambini a scegliere la lingua del dominatore e a perdere così la propria storia, cadendo in una sorta di amnesia culturale. Quando invece il bambino trova spazio e riconoscimento per la sua lingua originaria (degli affetti, dell’intimità, della propria storia), potrà appoggiarsi ad essa per acquisirne una seconda, attraverso un lavoro di traduzione, trasformazione, legame che lo porteranno ad acquisire precocemente capacità metalinguistiche e padronanza concettuale. In questo caso il bilinguismo è una ricchezza, uno strumento a sostegno del pensiero.

Mario Priori (CdPR) in “Dalla terra promessa alla terra di nessuno: viaggi estranianti dalla madrelingua alla lingua straniera” analizza, attraverso percorsi clinici con ragazzi stranieri adottati e adolescenti figli di immigrati, le esperienze connesse al viaggio, al passaggio migratorio che transitano spesso attraverso l’estraniamento, la spersonalizzazione e la crisi d’identità, con il rischio di ritrovarsi in quella terra di nessuno del divenire ‘stranieri a sé stessi’. Il pregio di quest’ultimo intervento è stato quello di riportare, in modo puntuale e sensibile, l’atmosfera e il vissuto di uno psicoanalista che all’interno del rapporto analitico, ove l’essere straniero all’altro diviene esperienza condivisa ed altamente fluttuante, si confronta con l’esperienza del dilemma identitario che, a sua volta, diventa esperienza profonda dell’analista, passaggio ineludibile per accostare e comprendere l’esperienza di questi ragazzi.

 

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> Vai all’intervista di Ludovica Grassi e Monica Ricci a Marie Rose Moro