6 aprile 2014 BOLOGNA Giornata Nazionale del Corso di Perfezionamento nell’Analisi dei Bambini e degli Adolescenti

Il 6 aprile presso il Centro Psicoanalitico di Bologna si è concluso il ciclo di tre giornate nazionali di studio collegato con il Corso di perfezionamento nell’analisi dei bambini e degli adolescenti. Come nella precedente giornata svoltasi nella sede di Milano (16 febbraio 2014), il lavoro si è articolato dedicando la mattina a temi teorico- tecnici ed ai relativi risvolti sul piano clinico ed il pomeriggio a due gruppi paralleli di inter-visione su un materiale clinico.
Il Presidente della SPI Antonino Ferro, nell’introdurre questo ciclo di giornate di studio (Roma, 13 ottobre 2013), ha ripercorso il suo itinerario personale di psicoanalista rimarcando come egli stesso avesse scelto da subito di affiancare al lavoro con gli adulti l’analisi di bambini e adolescenti. Egli ha affermato che il cimentarsi nel lavoro con bambini e adolescenti lo ha aiutato sia ad interrogarsi su questioni ampiamente dibattute nel corso della storia del movimento psicoanalitico, quali la trattabilità di un paziente o il setting evitando atteggiamenti assolutistici, sia a guardare oltre gli steccati che si erigono in nome di un’ortodossia teorica ad uno o ad un altro Autore. Il suo discorso si è concluso con l’invito agli analisti di bambini e adolescenti in formazione a “portare la peste” nel dibattito all’interno della Società Psicoanalitica Italiana.

Venendo agli incontri teorico-clinici nazionali va evidenziato innanzitutto un aspetto di metodo e cioè il fatto che siano stati un luogo di dibattito aperto (vi potevano partecipare, previa iscrizione, non solo i docenti del C.d.P ma anche quei candidati o soci che lo desideravano) ed abbiano avuto un impianto fortemente orientato ad un apprendimento partecipativo che ha quindi privilegiato il lavoro di gruppo e nel gruppo. Le relazioni delle mattine infatti erano state preventivamente trasmesse a tutti i partecipanti in modo tale che, tramite dei referenti, i perfezionandi di ogni Sezione potessero redigere un commento (che a sua volta in molti casi è stato frutto di un lavoro di gruppo a livello locale); tale commento è stato proposto come primo momento di discussione in plenaria. Ne è scaturito un dibattito ricco sia per i contenuti, sia per l’originalità dei linguaggi. Singolare da questo punto di vista il commento del gruppo degli allievi di Milano (referente Davide Rosso) che ha proposto un analisi puntuale delle questioni poste dalle relazioni utilizzando una forma espressiva suggestiva: una sorta di ipertesto con diapositive, video scaricati in streaming, fumetti, richiami a momenti di dibattito condiviso all’interno del perfezionamento ed alla cinematografia fantasy così cara ai ragazzi di oggi.

Nel pomeriggio i gruppi clinici venivano condotti da un analista esperto nel trattamento di bambini e adolescenti e da un co-conduttore il cui compito era quello di mettersi in ascolto rispetto al lavoro del gruppo da una posizione che gli permettesse di esplicitare i ‘fatti analitici’ emersi nel corso della discussione. Il materiale presentato era quello di una seduta di analisi (o anche di una psicoterapia a cadenza di almeno due sedute settimana) con bambino o adolescente con limitate notizie sul caso (sesso, età, numero delle sedute/settimana, data di inizio del trattamento). La modalità di lavoro trae ispirazione dai Working Party on the Specificity of Psychoanalytic Treatment Today che vengono portati avanti, da diversi anni, nelle fasi pre-congressuali dei Congressi della European of Psychoanalytical Federation con alcune varianti volutamente introdotte come la funzione del co-conduttore di stabilire eventuali raffronti con la psicoanalisi degli adulti. E’ questa una ‘funzione’ caparbiamente riproposta dalla Commissione per l’analisi dei bambini e degli adolescenti della SPI in tutte le occasioni di dibattito nazionale (vedi Convegni nazionali biennali dell’area Psicoanalisi Bambini e Adolescenti) tesa a rimarcare nell’ambito della cultura psicoanalitica italiana e non solo, l’idea che lo statuto interno e metodologico dello psicoanalista sia unico qualsiasi sia l’età del paziente di cui ci si occupa.

La giornata milanese si è aperta con la relazione di Amedeo Falci dal titolo “Lo sviluppo delle competenze emozionali nei bambini e la loro rilevanza per la psicoanalisi, una rassegna sulle ‘ontogenesi delle emozionii” che partendo dalla concezione degli affetti in Freud e nei post-freudiani si spinge nel territorio dell’ infant research e delle neuroscienze. Un testo articolato che enuclea molte complesse questioni come l’incompatibilità di diversi modelli evolutivi elaborati all’interno dello stesso campo psicoanalitico, la necessità di alcune revisioni o precisazioni su nozioni psicoanalitiche che tengano conto degli apporti provenienti da campi di ricerca limitrofi, nonchè la tendenza emergente verso una teoria evolutiva unificata, risultato di uno sforzo continuo d’integrazione tra gli apporti osservativi e teorici che discipline diverse sono in grado di produrre. All’interno di questa tendenza alcune ipotesi psicoanalitiche possono essere corroborate tanto da affermare che ‘…i dati, ancora iniziali ed approssimativi, sembrano tuttavia molto promettenti per la possibilità che si sia molto vicini al dare una configurazione esplicativa neurobiologica ad alcune fondamentali intuizioni psicoanalitiche come l’identificazione, la proiezione, l’introiezione, l’identificazione proiettiva, il mondo comune madre-bambino’ (Falci, 2014); altre ipotesi debbono essere soggette invece ad una significativa rivisitazione. (‘Certamente si apre un notevole salto tra le risultanze sui sentimenti positivi e pro-sociali dei neonati e gli assunti della clinica psicoanalitica infantile sul bambino sofferente, disorganizzato, animato da potenti difese contro le angosce, con un sé frammentario, con stati psicopatologici precoci. Forse è necessario, senza negare la ricca esperienza clinica infantile accumulata dalla psicoanalisi, riformulare nuove configurazioni sulla genesi delle psicopatologie all’interno dei nuovi modelli evolutivi.’ ibidem)

Questa breve disamina ha sicuramente il merito di porre al centro della discussione in modo aggiornato il rapporto tra psicoanalisi e ricerca scientifica: i dati, le interpretazioni con cui questi vengono spiegati dalle molteplici scienze, le epistemologie che li sottendono evidenziano come interrogarsi sul funzionamento mentale del bambino sia un propulsore di conoscenza formidabile. La discussione che ne è poi scaturita si è focalizzata sulla diversità nell’assetto osservativo del clinico nella stanza di analisi con il bambino, l’adolescente ed i genitori rispetto a quello del ricercatore sperimentale, due paradigmi che possono dialogare ma che debbono rimanere distinti.

Adelaide Lupinacci nella sua relazione dal titolo Alcune questioni di tecnica presentata nella giornata conclusiva bolognese mostra, attraverso alcune vignette cliniche, come nel lavoro analitico con bambini e adolescente la tecnica appropriata al campo di applicazione sia diversa ma il metodo rimanga lo stesso. Dice l’Autrice: “….il nucleo della questione, per quello che riguarda l’analista, è quello di potere soffrire (in senso bioniano) stare con il dolore, proprio e del il paziente, per avvicinare il dolore del paziente e averne cura con modalità analitiche. Transfert, controransfert , libere associazioni (gioco), attenzione fluttuante/reverie, inconscio. Ci stanno tutti i fondamentalia, anche se la tecnica è diversa.” (Lupinacci, 2014)
Affronta poi più nello specifico quelli che definisce due ‘passaggi clinici’ e le implicazioni di tecnica ad essi connessi nel lavoro dello psicanalista infantile. Il primo riguarda il contatto e la gestione del dolore psichico del paziente; il secondo riguarda invece la costruzione di pensabilità e di una funzione di pensiero come meta del lavoro analitico con adolescenti. Non mi addentro nel merito di come tali argomenti sono stati trattati e delle articolate discussioni proposte dai gruppi di lavoro degli allievi delle tre sezioni; mi limito tuttavia a segnalare che i diversi contribuiti convergevano nel sottolineare come la ‘tenuta del contenitore psichico’ nello stare con’ il dolore (e perché no con il piacere) di un paziente piccolissimo o adolescente sia una questione ineludibile dell’essere analisti.

Mi sia consentito concludere questo breve resoconto con una nota personale in qualità di perfezionando, cioè di soggetto in formazione. Le attività teorico – cliniche svolte nel corso delle giornate nazionali sono stati momenti di lavoro all’insegna del ‘rompere le righe’ rispetto ai ruoli istituzionali, del rimescolamento degli allievi afferenti ai diversi centri di provenienza e dell’apertura ad altre visuali e prospettive disciplinari. A mio parere il clima di apertura alle differenze (di ruoli, di territori, di metodi e di saperi) ha favorito il rafforzamento di un senso di appartenenza all’istituzione e rinforzato il senso d’identità professionale dell’analista infantile in formazione anziché intaccarlo.

1-5-2014