6 febbraio 2015 CPdG Affrontare la violenza: psicoanalisti e operatori riflettono insieme

Report  convegno: “Affrontare la violenza: psicoanalisti e operatori  riflettono insieme”

Genova, venerdì 6 febbraio 2015

Villa Serra di Comago, Via Carlo Levi 2, Sant’Olcese, Genova

a cura di Renata Rizzitelli,  con la collaborazione di Carola Del Favero.

Presentazione

Il Convegno rappresenta la naturale prosecuzione di un intenso lavoro di coordinamento fra il gruppo di approfondimento e studio del Centro psicoanalitico di Genova sul tema “Maltrattamento e abuso” ed il gruppo pilota del Distretto Sociosanitario n.ro 10 della Provincia di Genova, che coinvolge gli operatori dei 14  comuni che ne fanno parte.

Punto nodale di questa iniziativa è la sinergia fra i soggetti organizzatori: da un lato il Centro di  psicoanalisi che si prefigge di esportare competenze e conoscenze al di fuori della stanza d’analisi, dall’altro lato il Distretto Sociale che porta avanti da qualche anno un progetto di formazione sulla violenza diventato, con l’andar del tempo, sempre più motivato e profondo. 

Psicoanalisi e contesti diversi (testo della relazione)

Dr.ssa AnnaMaria Risso, Psicoanalista SPI, Presidente Centro Psicoanalitico Genovese

Poche parole  di introduzione su un  Convegno che ha offerto  una panoramica su psicoanalisi e psicoanalisti che si muovono in contesti diversi.

Ci sono voluti molti anni e un lungo percorso perché la psicoanalisi potesse arrivare ed essere fruibile in contesti diversi da quello in cui era nata.

Sono altresì passati molti anni da quando Freud rifletteva sulle categorie diagnostiche e sui criteri di selezione cercando di individuare quelle patologie che a suo parere potessero non dare buoni risultati nell’ambito del trattamento psicoanalitico.

Sappiamo come la “terapeuticità” psicoanalitica sia strettamente collegata alla storia dei due principali strumenti psicoanalitici: transfert e controtransfert e che le vicissitudini storiche del secondo vadano di pari passo con la psicoanalisi delle psicosi.

Tuttavia, nonostante Freud fosse preoccupato di selezionare i pazienti per la psicoanalisi e di definire le categorie diagnostiche,  non si sottrasse per esempio alle richieste della giovane Katharina di parlare con lei dei suoi problemi intimi in un rifugio di montagna in un modo assolutamente informale e occasionale . Nel colloquio con Katharina Freud dimostra come fosse capace di ispirare fiducia ad una persona sconosciuta in un contesto diverso, di essere di aiuto anche in un solo incontro, e di mettere subito l’accento sulle origini della sofferenza.( 1892-95°, p286).

Preceduta da questa pionieristica incursione di Freud nel “territorio”, nei primi anni venti del secolo scorso la psicoanalisi entra nella stanza dei bambini ed entra nel sociale.

Convinta da sempre che i bambini potessero essere analizzati nella prima infanzia, Melanie Klein iniziò nel 1923 l’analisi di una bambina di due anni e nove mesi che chiamò Rita che soffriva di disturbi nevrotici gravi .il trattamento ebbe luogo a casa della bambina , nella sua camera e con i suoi giochi.

Nel 1920 nel frattempo nasceva a Londra la Clinica Tavistock, all’interno del servizio sanitario inglese con la finalità di offrire una psicoterapia psicoanalitica a chi altrimenti non avrebbe potuto permettersela e di formare persone che in svariate discipline lavoravano all’interno del servizio.

In questo senso rappresentava un centro pionieristico il cui contributo iniziale fu quello di aiutare i bambini sfollati dalla guerra.

Per adeguarsi alle richieste dell’utenza si rese necessario affinare gli strumenti psicoanalitici per dare il massimo aiuto anche con terapie non intensive di una volta alla settimana o fornire un aiuto immediato attraverso un numero limitato di colloqui.

Lo spirito che nasceva allora e di cui noi oggi siamo testimoni ed interpreti era anche quello di diffondere questa forma di comprensione psicoanalitica in contesti come scuole , asili, ospedali e di sostenere coloro che all’interno di tali strutture lavoravano anche non clinicamente.

Bisognerà passare quindi attraverso tutto il travaglio che ha portato la teoria e la tecnica psicoanalitica a poter diventare terapeutica soprattutto nelle patologie gravi, indagando e affrontando le vicende relazionali precoci.

Potremmo dire oggi che non si è modificato tanto il metodo psicoanalitico quanto un modello della mente che dà centralità alla relazione terapeutica interpersonale intesa come rete di rapporti affettivamente significativi sia sul piano umano che emotivo e conoscitivo.

Le modificazioni del modello della mente da Freud alla Klein e poi con Bion e i post kleiniani permettono al terapeuta di poter concentrare la propria attenzione sul mondo interno della persona fin dal primo incontro .

L’importanza assegnata all’hic et nunc della relazione, ai fenomeni di transfert e contro transfert e all’identificazione proiettiva, alla comprensione emotiva dello sviluppo che rende possibile sentire un primo ma anche un solo incontro come emotivamente significativo si sposa con l’obiettivo politico-sociale di fornire aiuto fin dall’inizio e al maggior numero di persone.

Ho fatto riferimento alle patologie gravi  perché penso che sia stato proprio lo sdoganamento delle patologie gravi e tutta la ricerca e la pratica clinica che ne sono derivate, con il conseguente necessario impegno terapeutico istituzionale e anche formativo,  di reazione e contrasto ai vari tentativi di ghettizzazione culturale, clinica e umana, che ci permette oggi di  parlare di contesti diversi. Contesti che si sono aperti come naturale conseguenza di un movimento trasformativo che ha permesso di dare e ridare  valore alla persona e alle sue risorse interne.

Credo allora sia necessario ricordare lo sviluppo dell’indagine psicoanalitica in ambito gruppale.  Da Freud in poi la psicoanalisi è andata a cercare di comprendere le dinamiche gruppali del piccolo e del grande gruppo che sono venuti lentamente a costituirsi come risorsa terapeutica e formativa.

A questo punto sottolineo una data, il 1982, l’anno in cui usciva un libro il cui titolo resta nella storia della cultura e della pratica clinica e che sembra ben riguardare noi oggi che siamo qui con voi “ Lo psicoanalista senza divano”di Paul Claude Racamier in cui il grande collega francese parlava della sua esperienza di psicoanalista che, senza divano appunto, andava ad occuparsi della sofferenza dei suoi pazienti e delle loro famiglie.  

Le mie riflessioni non hanno certo una valenza trionfalistica, credo che oggi le insidie della ghettizzazione, della negazione, dell’emarginazione siano ovviamente ancora ben presenti ma che si vestano di abiti nuovi fuori e dentro di noi.

Sto pensando all’attuale momento storico-culturale in cui la medicina, la psichiatra e tutte le branche del sociale si devono confrontare con esigenze pressanti di rendimento, di efficacia e di breve termine che sembrerebbero opporsi con risultati, spesso devastanti, alla necessità di una comprensione attenta, delicata e profonda che le svariate manifestazioni della sofferenza umana richiedono.

Penso alla giornata dedicata al convegno come a una buona occasione di tempo e di pensiero da dedicare alla persona di chi ha bisogno di cura e di chi si prende cura.

Un’ occasione per poter riflettere e utilizzare il pensiero psicoanalitico come strumento di esplorazione di  quello che Melanie Klein chiamava istinto epistemofilico, ovvero un innato appetito di conoscenza che rende una persona più accessibile  non solo all’analista ma soprattutto a se stessa.

Per tutti noi è difficile accettare di cambiare la nostra visione del mondo e delle cose e spesso mettiamo a tacere aspramente la voce disturbatrice dentro di noi. Credo che il pensiero psicoanalitico possa aiutarci a tener vivo il nostro istinto epistemofilico o a ridargli voce quando lo abbiamo messo a tacere travolti dall’angoscia e dalla paura di abbandonare le nostre prospettive.

Edwuin Abbott nella sua Flatlandia (1882) descrive la dolorosa scoperta della terza dimensione da parte del quadrato.

“un orrore indicibile si impossessò di me. Dapprima l’oscurità poi una visione annebbiata, stomachevole, che non era vedere. Vedevo una linea che non era una linea, uno spazio che non era uno spazio, ero io e non ero io. Quando ritrovai la voce mandai un grido di angoscia, questa è la follia, o l’inferno. Nessuno dei due,  rispose calma la voce della Sfera. Questo è il sapere, sono le tre dimensioni, riapri l’occhio e cerca di guardare per un po’. Guardai e oh meraviglia , un nuovo mondo“

Storia di un progetto di formazione (abstract intervento)

Dr.ssa Emanuela Gandolfo, Psicologa, Psicoterapeuta, Consulente Servizio minori comunità di S. Olcese e Serra Riccò

Dr.ssa Rosa Oliveri, Assistente Sociale, Referente segreteria tecnica D.S.S. 10

Nel corso degli ultimi anni, di fronte alla riduzione delle risorse economiche poste a disposizione per il budget sociale, abbiamo assistito all’impellente necessità delle amministrazioni locali di ottimizzare   le  risorse esistenti,  ponendo in rete determinati servizi  rivolti  alla popolazione.

Quanto sopra cercando, ovviamente,  di mantenere una chiara differenziazione dei ruoli istituzionali e delle competenze professionali  e di  rispettare, ove possibile,  l’unicità di determinate esperienze  ancorate alle proprie realtà territoriali.

Gli operatori / professionisti operanti nei Servizi Sociali, nelle scuole  o nelle Cooperative dei Comuni della valle Scrivia e della Val Polcevera, hanno pertanto  modificato il loro modo di lavorare in quest’ottica, trovandosi sempre più frequentemente a operare  in rete ed ad utilizzare il  gruppo quale strumento di lavoro.

Per quel che riguarda in particolare  i temi connessi alla prevenzione, all’ individuazione e  gestione  di situazioni di abuso e maltrattamento,  la necessità degli operatori di condividere  una base teorica comune e di assicurarsi modalità operative corrette ed efficaci, conduceva il gruppo allargato dei soggetti coinvolti a progettare diverse iniziative sul territorio  e trance di formazione condivisa.

La crescente presa di contatto con la complessità e pesantezza dei vissuti attivati dalle situazioni poste all’attenzione degli operatori, spingeva gli stessi  ad individuare un sottogruppo composto da assistenti sociali, educatori, insegnanti, psicologi, che  divenisse con il tempo un punto di riferimento permanente di ascolto e di sostegno per i colleghi. Questi ultimi, all’interno delle proprie realtà lavorative, sovente  si trovano ad affrontare tali situazioni in solitudine  e con una mole di lavoro e di emergenze tali  che poco si prestano a consentire di offrirsi spazi per riflettere in modo da poter operare con maggiore solidità e  serenità.

Il consolidarsi di tale prassi operativa,  ha alimentato la consapevolezza,  preesistente sul piano teorico, ma esperita  sul piano concreto,  dell’importanza del “ lavoro di gruppo “ e del ritagliarsi momenti di condivisione e riflessione dei contenuti lavorativi e delle strategie operative.

Negli anni a seguire il vissuto del gruppo quale “buon contenitore” per progettare e pensare, formarsi e condividere responsabilità ed esperienze, che reso possibile l’emergere del successivo   bisogno  di  entrare maggiormente in contatto anche  con aspetti emotivi e di garantirsi  luoghi di ascolto.

 Quest’ultima trance di lavoro  ha consentito   di avvicinarsi,  con il  lavoro  di un piccolo gruppo di operatori già formati in altre  occasioni  (il piccolo gruppo pilota  ha effettuato  dodici incontri presso il Centro psicoanalitico di Genova),  alle difficoltà  relative alla gestione dei vissuti che gli operatori si trovano a vivere  nei confronti dei minori vittime e dei loro “carnefici “, molte spesso a loro volta vittime, alle difficoltà operative ed alle diverse rappresentazioni che nell’immaginario collettivo  l’operato dei Servizi suscita.

I vissuti degli operatori non possono essere disconosciuti e mantenuti nel calderone dell’inconscio perché se non riconosciuti inevitabilmente inquinano, in maniera subdola e perversa l’operare degli addetti ai lavori.

Il riconoscimento della complessità del fenomeno, dei propri errori e delle ripercussioni che suscita a diversi livelli,  non può che condurre ad una maggiore chiarezza , seppure dolorosa , che consente di poter garantire  efficacia nella protezione del minore e delle “ parti piccole “ dei diversi soggetti coinvolti, a diverso titolo, nel percorso della prevenzione, dell’individuazione e della gestione del maltrattamento infantile.

Riconoscere e contenere i diversi meccanismi difensivi che si attivano di fronte al dolore ed alla riluttanza ad entrare in contatto con la sofferenza dei minori e degli adulti di riferimento, garantiscono uno spazio di pensiero che deve guidare l’agire degli operatori.

La confusione che caratterizza le situazioni ove si perpetuano gli abusi, diversamente, rischia di essere esportata nei Servizi che devono occuparsi della situazione.

Nel corso dell’evento vi è stata la possibilità  di  approfondire  e condividere molti degli aspetti sui quali ci siamo trovati a riflettere grazie alla professionalità  attenta, puntuale ed approfondita dei professionisti che la Società Italina di Psicoanalisi, alla quale va il nostro ringraziamento e la nostra gratitudine , ci ha posto a disposizione .

Con l’augurio che le esperienze maturate possano offrire anche oggi quel buon “ nutrimento “ di cui abbiamo potuto godere e  consolidino la consapevolezza in ognuno di noi e nelle istituzioni  sulla necessità di preservare una formazione permanente degli operatori su temi così delicati e di difficile gestione.

Quando il gruppo pensa sulla violenza (abstract intervento)

Dr.ssa Renata Rizzitelli, Psicoanalista SPI

Il programma di questo Convegno è l’ espressione di un confronto teorico ed esperienziale  durato un anno e mezzo, fra  le operatrici sociali che hanno formato un “gruppo pilota”  ed alcuni psicoanalisti sul tema specifico della violenza.

Da questo confronto, è emersa l’esigenza  di formazione ed informazione continua degli operatori per avere accesso ad una dimensione tridimensionale nell’affrontare la specifica casistica; ciò al fine di affrontare la violenza, così presente nel loro lavoro quotidiano e così variegata nei  suoi mille volti, da un punto di vista profondo onde comprendere maggiormente le dinamiche interne degli individui coinvolti, quindi le relazioni intra ed interpersonali oltre a quelle  trans-generazionali.

E’ emersa altresì l’esigenza di potenziare il lavoro di equipe in modo che possa  aiutare  gli operatori nell’affrontare l’impatto delle situazioni più difficilmente tollerabili emotivamente o più subdole da individuare, creando un campo di lavoro condiviso che consenta loro di  mantenere terzietà e capacità di  gestione anche nei casi più ardui e dolorosi.

E’ stato necessario dedicare ampio spazio  alle forme di abuso “minore” e meno riconoscibili,  perché  sono molto diffuse e frequenti  oltre che tendenzialmente sottovalutate, per esempio, durante il lavoro del gruppo, sono stati citati  casi di “ipercura” nei confronti dei bambini caricandoli di aspettative  e proiezioni che  li appesantiscono con pesi inutili e molto gravosi, abitudini ai confini dell’incesto riferite con grande noncuranza ed evidentemente  molto dannose per i soggetti in crescita.

Il rischio, per l’operatore che entra in contatto con situazioni fortemente  distruttive,  è di innalzare difese contro il dolore, correndo il rischio di mettere in campo meccanismi di difesa  contro il dolore, negando,  colludendo, sottovalutando  o addirittura non vedendo …  tutto ciò  con il contributo  dei soggetti direttamente coinvolti che a volte  tendono a manipolare la realtà a loro vantaggio .  

Per contro, si è rilevata la difficoltà di reggere queste situazioni, così impegnative dal punto di vista emotivo, evitando “agiti”. Per esempio, facendo  di più di quanto sia richiesto dal ruolo specifico dell’operatore; tali agiti possono essere un’espressione  di un movimento  evacuativo rispetto  a casi troppo angoscianti, a questo si  potrebbe agganciare un altro meccanismo difensivo, di stampo narcisistico:   Il narcisismo del   ruolo,  che  a volte impedisce  all’operatore di riconoscere di essere stato manipolato o di aver preso un abbaglio.

Nel contatto con dinamiche così complesse e patologiche, il setting mentale è fondamentale  per non correre il rischio di confonderci o fonderci con i soggetti consente  per esempio di   contenere l’ansia, portandoci a cercare e a  trovare un capro espiatorio  tout court o di  favorire del tutto inconsapevolmente , per esempio  nei minori,  sia il silenzio, sia rivelazioni  non veritiere nel tentativo di uscire in fretta da  un campo di lavoro complesso ed  angosciante. La cornice di una buona organizzazione istituzionale rappresenta la possibilità di poter usufruire di un’istanza super-egoica sana o, se preferite, di una funzione paterna regolatrice che consenta di svolgere il proprio lavoro  con il sostegno dell’istituzione e del gruppo di lavoro che dovrebbe, a sua volta, attingere energie e competenze attraverso  un programma di  aggiornamento e formazione continua,   di approfondimento della materia specifica  e  che faccia riferimento a gruppi di  confronto e di discussione esperienziale.

Violenza di genere: destino biologico o lato oscuro del potere (abstract intervento)

Dr.ssa Maria Pia Conte, Psicoanalista SPI

Alcuni cenni alle tappe dell’emancipazione femminile (legge su divorzio aborto anticoncezionale, etc..), nel nostro paese, negli ultimi 70 anni, illuminano lo sfondo di secoli di predominio istituzionalizzato di un genere sull’altro.

Questa situazione prolungata di discriminazione e prevaricazione costituisce un trauma collettivo che segna l’identità di tutto il gruppo, la nazione, la popolazione che ne è stata coinvolta, al punto di far credere ad ognuno che la condizione di predominio sia “naturale” ed inevitabile. 

Questo tipo di trauma si cronicizza, si trasmette di generazione in generazione e non vi è una formula magica per uscirne. 

Il trauma collettivo può essere alleviato attraverso un impegno collettivo di riconoscimento, memoria, solidarietà, terapia individuale e gruppale e collaborazione diffusa.

La conflittualità tra i due generi va riconosciuta, analizzata e compresa. 

L’incontro tra i due sessi, accanto a sentimenti di attrazione, desiderio, amore, ecc. risveglia anche angosce profonde legate all’esperienza di dipendenza primaria nel corpo della madre e dal corpo della madre. Se queste angosce non sono mitigate da sentimenti di fiducia e gratitudine per la fonte da cui traiamo la vita, spingono nella direzione di un bisogno imperioso di possesso e controllo dell’oggetto che, per i maschi, ha trovato e in grossa parte trova ancora conferma e sostegno nelle istituzioni prodotte da sistemi di difesa collettivi, volti proprio ad evitare loro  di confrontarsi con l’impotenza e il bisogno di dipendenza.

Legami violenti e perversi nella famiglia e nella coppia

Dr.ssa Maria Naccari Carlizzi, Psicoanalista SPI     (abstract intervento)

Nel lavoro dello psicoanalista, spesso, durante le  consultazioni di  coppia,  familiari o individuali si può riscontrare l’esistenza di  legami patologici violenti o perversi.

Il legame è un -tipo particolare di relazione con un oggetto-che determina- un pattern, sia nella relazione interna con l’oggetto che in quella esterna. E’ situato  tra l’intrapsichico e l’interazionale, perchè la relazione con l’altro  attiva parti di noi che diversamente resterebbero silenti. Il legame in una coppia, è una costruzione terza rispetto ai soggetti che la producono, condivisa nell’interazione, inconsapevole, capace di condizionare e modificare entrambi i partecipanti. Comprendere come si è costituito il legame  permette col lavoro di elaborazione  di trasformarlo. Capire perchè le persone hanno avuto bisogno di creare un legame patologico, e non hanno creato, invece altri legami con altre modalità, dopo le prime gravi difficoltà, diventa essenziale. Spesso è il figlio che da voce al legame patologico della coppia dei genitori.

Il legame patologico si manifesta  quando qualcosa altera gli equilibri precostituiti,( la donna che ha successo, l’adolescenza di un figlio), per cui un membro non è più riconosciuto nella sua alterità.

Nelle famiglie e nelle coppie con un legame violento sono frequenti alcune caratteristiche di funzionamento relazionale e a livello individuale si possono individuare difese intrapsichiche e transpersonali per modulare il dolore mentale in queste situazioni.

L’origine del legame patologico  non è uguale per tutti, perchè gli scenari inconsci nelle coppie sono diversi e si costruiscono gradualmente negli anni. Si tratta di patologie individuali e transpersonali  con la creazione di  legami patogeni, collocati  via via in un contesto più ampio, a livello transgenerazionale e intersoggettivo e situazioni molto differenti,  non riconducibili ad un solo funzionamento patologico.Non si può ricondurre ad un unico modello.  

Esempi clinici di coppie e famiglie con legami patologici

Cosa è un legame? È un tipo particolare  di relazione con un oggetto che determina un pattern sia nella relazione esterne con l’oggetto che in quella interna. È situato tra intrapsichico e relazionale perché la relazione con l’altro attiva parti di noi che diversamente resterebbero silenti. In contesti diversi le persone cambiano, ognuno di noi è una amalgama di molti sé scissi o che coesisto. Il legame in una coppia è una costruzione terza rispetto ai soggetti che la producono e modificano entrambi i partecipanti
Patologia del legame,violenti e perversi, sfumati non tutti riconducibili a un unico modello. Mille volti. Spesso è il figlio adolescente che dà voce al legame patologico dei genitori. Il legame patologico nasce quando qualcosa altera gli equilibri (donna che ha successo, nascita figlio, ) per cui un membro non è più riconosciuto nella sua alterità.
Caratteristiche dei Funzionamenti relazionali nelle famiglie  violente
Difese intrapsichiche e difese trans personali per modulare dolore mentale connesso alla crescita. Impulsività, pensiero operatorio concreto(non ti dico che ti voglio bene ma tri compro un regale) confusione tra sé e l’altro, di ruoli tra genitori e figli.
I segreti scissi( famiglia perfetta)per mantenere inatta percezione del proprio sé attaverso la dissociaizone e il concetto di incestuale 
Scenari inconsci delle coppie e legami
Psicopatologia  e linee di funzionamento

Nella mente del pedofilo  (abstract intervento)

Dr.Cosimo Schinaia, Psicoanalista SPI

Il modo in cui parliamo ai nostri ragazzini, il modo in cui a scuola gli insegnanti parlano ai bambini e quello in cui gli assistenti sociali, gli  psicologi, i neuropsichiatri infantili parlano con gli insegnanti è fondamentale perché ci sia un’informazione che eviti da un lato un eccesso di ideologismo e spavento e dall’ altro una sottovalutazione del problema.

La mancanza di una comunicazione adeguata in cui si tiene conto dei diversi aspetti in gioco può portare anche a una dimensione di pedofilia, cioè un timore del contatto con il bambino. Il contatto col bambino in realtà è sempre esistito come nelle immagini della natività. C’è un contatto perverso in cui l’altro e parte del Sè e c’è un contatto sano che riconosce  l’alterità.

Ferenczi nel 1942 a proposito del linguaggio sessuale nei bambini dice che bisogna differenziare la sessualità del bambino da quella dell’adulto, non c’è il linguaggio della passione nel bambino. La confusione delle lingue e il non riconoscere tutta una serie di atteggiamenti seduttivi vuol dire guardare in modo del tutto errato e ignorante tutto il mondo emotivo affettivo e sessuale dei bambini.

Questo vale per tutte le figure che sono molto a contatto con i bambini: sacerdoti, insegnanti, ecc. Tanti errori vengono commessi in base alla confusione di messaggi. Se questo si sa anche gli atteggiamenti di tipo seduttivo da parte dei ragazzini possono venire accolti e trasformati poi in un contatto che superi  e arricchisca queste modalità.

Non esiste “la pedofilia”, è un termine passepartout in cui ci mettiamo tutta una serie di atteggiamenti, di contenitori nosografici, che non tengono conto dell’enorme varietà delle situazioni. Si mantengono comunque alcune caratteristiche specifiche, per esempio quasi sempre nella storia di queste persone che abusano in modo reiterato dei bambini, abbiamo da un lato un padre estremamente autoritario e severo o all’opposto un padre completamente assente e quindi fortissimamente idealizzato. Il ruolo sociale di queste persone tende poi ad essere fortemente legato con il paterno, per esempio l’insegnante, il religioso.

DIBATTITO

“A che punto è l’elaborazione scientifica e la possibilità di cura del maltrattato? Come curarli? Con quali prospettive? Fino a dove? Li spostiamo come pedine da una comunità all’altra e restano in attesa. Non esiste un luogo neppure per la presa in carico del maltrattante e questa è un’ulteriore violenza verso chi è già stato maltrattato. Dopo la segnalazione c’è il vuoto.”

Nel dibattito i giudici del Tribunale hanno denunciato la mancanza di strutture di riferimento, di luoghi dove sia possibile realizzare concretamente la formazione degli operatori e la cura degli utenti. “I distretti non bastano!”. Funziona il primo intervento in fase acuta ma poi manca la cura e la presa in carico reale, gli invii per le psicoterapie vengono fatti alle ASL ma le prese in carico non avvengono.

Alcuni operatori dei servizi sociali lamentano la solitudine nell’operare con questa utenza: “il  tema delle parti più rotte è tutto sulle nostre spalle!”. Forse perché le amministrazioni  finanzino di più le psicoterapie è necessario quantificare meglio i costi, far capire che il bambino abusato da grande sarà probabilmente abusante, dimostrare  che i costi sociali domani saranno stratosferici. Dovremmo assolutamente puntare di più sulla prevenzione!

Dal punto di vista della ASL invece non é sempre possibile fare una psicoterapia coatta e per farla servono alcune condizioni tra cui una maggiore chiarezza di informazioni sulle caratteristiche del provvedimento: “Non c’è comunicazione tra i servizi, le relazioni che scriviamo spesso non vengono neanche lette, non arrivano feedback ed è un problema dare una motivazione ai pazienti in questo modo!”

Da tutto ciò risulta la fondamentale esigenza di una formazione permanente per gli operatori, anche quelli del campo legislativo. È necessario offrire loro spazi come quello di oggi e non  solo.

Il Centro psicoanalitico di Genova  sta cercando di portare avanti questo progetto,  anche attraverso l’attivazione di gruppi esperienziali o di supervisione dei casi rivolti agli operatori, nel tentativo di creare dei gruppi di riferimento.

La violenza estrema e i suoi rapporti con il passato del perpetratore  (abstract intervento)

Dr. Gian Luigi Rocco, Psicoanalista SPI

Il mio contributo a questo convegno verte sulla presentazione di casi che ho osservato nel mio lavoro di psichiatra presso il Tribunale penale  e che riguardano omicidi caratterizzati da particolare efferatezza. Ponendoli sotto la lente del metodo psicoanalitico, si evidenzia chiaramente come esiste una relazione tra esperienze traumatiche vissute dai perpetratori della violenza nell’infanzia e nella adolescenza ed il reato, con la particolarità che non vi è nessuna consapevolezza di ciò da parte degli assassini. Sottolineo l’attenzione che occorre porre all’anamnesi per non cadere in facili banalizzazioni e cosa occorre per poter penetrare in queste aree oscure della mente. E’ poi importante la cura che occorre prestare all’esposizione dei bambini a fattori patogeni che si muovono nelle loro vicende famigliari quali la violenza e l’abuso. Questa può essere la prevenzione del crimine

Cyber bullismo, navigazione a rischio tra asteroidi, buchi neri e tempeste stellari

Un contributo di Guido Saltamerenda

Mettete tre granelli di sabbia in una cattedrale e questa sarà molto più piena di sabbia di quanto il cielo sia pieno di stelle (James Jeans 1877-1946, astronomo inglese).

Dal perdersi nel cosmo all’infinito delle relazioni umane il passo è breve.

E vi sono relazioni ad alto tasso di aggressività e paura, dove prevalenza del dominio e colonizzazione dell’altro divengono preponderanti.

Il bullismo e la sua versione web cyber bullismo, sono vestiti simili la cui trama e stoffa si intinge nell’oceano delle modalità relazionali.

Sono eccezioni diffuse, granelli opachi, non stelle, segno della difficoltà di autentico coinvolgimento emotivo nella relazione con sé e con gli altri: nei purpurei presenti dentro ogni forma di umanità, ma qui c’è una loro trasformazione, un’esondazione.

Sono dapprima analizzate la stretta parentela ma anche le specifiche differenze tra bullismo e cyber bullismo, i rapporti tra bullismo, nonnismo e mobbing.

Viene fatto un accenno al bullismo femminile: un’aggressività indiretta, non fisica, sottile e spesso più dolorosa: le ragazze più deboli sono calunniate, ricattate, isolate.

Il bullismo è un fenomeno di origine antica, largamente diffuso in ambito scolastico: la sua derivazione proviene dall’inglese bullying ed è usato per connotare il fenomeno delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo, in cui il “bully” è chi usa il proprio potere per intimorire e/o danneggiare una persona più debole.

Si fanno anche riferimenti letterari a libri come I turbamenti del giovaneTörless(1906) di Robert Musil e Cuore (1888) di Edmondo De Amicis, utili a descrivere la figura del bullo e il tipo di relazione tra vittima e persecutore.

Nel cyber bullismo come nel bullismo tradizionale, il prevaricatore prende di mira chi è ritenuto “diverso”, per aspetto estetico, timidezza, orientamento sessuale o politico, abbigliamento ritenuto non convenzionale: ciò porta all’emarginazione di un minore da parte della sua comunità. Gli esiti di tali molestie sono lo stigma e l’erosione di qualsivoglia volontà di aggregazione, il conseguente isolamento. Spesso i bulli, se giovani, non si rendono conto di quanto ciò possa nuocere all’altrui persona.

Il cyber bullismo identifica le forme di prevaricazione in atto tra coetanei attraverso mail, sms, cellulari, chat, blog, social network o siti online. Come il bullismo, può a volte costituire una violazione del Codice civile e del Codice penale e, per quanto riguarda l’ordinamento italiano, del Codice della Privacy (D.Lgs 196 del 2003).  

Si distingue tra cyber bullismo, che avviene tra minori, e cyberharassment(cybermolestia) che avviene tra adulti o tra un adulto e un minore.

Il cyber bullismo ha alcune caratteristiche proprie:

1) Anonimato del molestatore: in realtà, quest’anonimato è illusorio poichè ogni comunicazione elettronica lascia sempre delle tracce.

2) Difficile reperibilità: se il cyber bullismo avviene via SMS, messaggistica istantanea o mail, o in un forum online privato, è più difficile reperirlo e rimediarvi.

3) Indebolimento delle remore etiche: le due caratteristiche precedenti, insieme con la possibilità di assumere un’identità online diversa dalla propria, attenuano le remore etiche; spesso la gente fa e dice online cose che non farebbe o direbbe nella vita reale.

4)Assenza di limiti spaziotemporali: mentre il bullismo tradizionale avviene di solito in luoghi e momenti specifici (ad esempio in ambiente scolastico), il cyber bullismo investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico utilizzato dal cyber bullo (WhatsApp, Facebook, Twitter, blogs).

Tipi di cyber bullismo

Flaming: messaggi online violenti e volgari mirati a suscitare battaglie verbali.

Molestie (harassment): spedizione ripetuta di messaggi insultanti mirati a ferire.

Denigrazione: sparlare di qualcuno per danneggiare la sua reputazione.

Sostituzione di persona (impersonation): farsi passare per un’altra persona nello spedire messaggi o pubblicare testi reprensibili.

Rivelazioni (exposure): pubblicare informazioni private e/o imbarazzanti su un’altra persona, circolazione di fotografie, pettegolezzi.

Inganno (trickery): ottenere la fiducia di qualcuno con l’inganno per poi pubblicare o condividere con altri le informazioni confidate via mezzi elettronici.

Cyber-persecuzione (cyberstalking): molestie e denigrazioni ripetute e minacciose mirate a incutere paura.

Cyber-teasing: dispetti elettronici, e il cyber-arguing, litigi elettronici.

Happyslapping: ripresa di un soggetto picchiato e pubblicazione Internet.

Grooming:sollecitazione sessuale online quando un maggiorenne prova a convincere un minore ad assumere atteggiamenti sessuali per lui innaturali.

Fra i vari tipi di cyber bullismo citati il più diffuso è il Flaming.

Quattro tipi di cyber bullismo in adolescenza: comportamento scritto-verbale, tramite cellulari, messaggi scritti e istantanei, e-mail, chat, blog, website; la tipologia visiva, diffondere video o foto compromettenti attraverso cellulari o Internet; l’esclusione: escludere qualcuno da un gruppo on-line; e infine l’impersonificazione: prendere o rivelare informazioni personali, usando un diverso nome e account.

Vi è una distinzione tra bullismo d’inclusione, che tende ad aumentare la coesione tra i membri del gruppo vittime comprese, e un bullismo di esclusione in cui, al contrario, il gruppo si dà forza grazie all’esclusione di alcuni suoi membri. 

Oggi il 34% del bullismo è online, in chat, eil 66% dei casiavviene suisocial network.  In Inghilterra, più di 1 ragazzo su 4, tra gli 11 e i 19 anni, è stato minacciato da un bullo via e-mail o sms. In Italia, secondo l’Indagine nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza pubblicata nel 2011, un quinto dei ragazzi ha trovato in Internet informazioni false sul proprio conto. Si registrano casi di messaggi, foto o video offensivi e minacciosi, ricevuti dal 4,3% del campione; analoga percentuale (4,7%) si registra per situazioni di esclusione intenzionale da gruppi on-line. 

“I ragazzi e il cyber bullismo”, realizzato da Ipsos per Save the Children nel febbraio 2013, analizza il fenomeno: i social network sono la modalità d’attacco preferita dal cyber bullo (61%), il quale solitamente colpisce la vittima mediante la diffusione di fotografie denigratorie (59%) o con la creazione di gruppi “contro” (57%). Lo studio racconta una realtà giovanile sempre più connessa e prepotente: 4 minori su 10 sarebbero testimoni di atti di bullismo online verso coetanei percepiti diversi per l’aspetto fisico (67%), l’orientamento sessuale (56%) o semplicemente perché stranieri (43%). Sempre per Ipsos, il cyber bullismo risulta la minaccia più pericolosa (72%) per i giovani di oggi, più della droga (55%), più delle molestie commesse da adulti (44%), ed anche più del rischio di contrarre una malattia sessuale (24%).

Viene infine presentato un caso clinico di giovane adolescente vittima di Cyber bullismo.

 

Scuola e sport, quale rapporto con la violenza?

(abstract della relazione)

Enrico Piemontese, Psicoanalista SPI

Sono Psicologo e Psicoanalista S.P.I. Da molti anni  docente  di Scienze Motorie e Sportive presso il Liceo Classico Colombo.

Report sull’intervento ….

Il mio intervento vuole essere  una  riflessione sul tema dello sport , in particolare sulle sue valenze educative e ” terapeutiche ” in età evolutiva,  in ordine al fenomeno della violenza. Queste riflessioni   nascono dalla mia passione per lo sport, dalla mia professione di insegnante di scienze motorie e soprattutto dalla mia esperienza di psiconalista. La domanda che ci dobbiamo porre è questa:  lo sport può essere strumento educativo utile a fronteggiare la violenza?  Quali caratteristiche deve avere per riuscire a dare il proprio contributo in merito, e come può avvalersi del  contributo della psicoanalisi?. Certamente oggi la diffusione delle manifestazione di violenza che, seppure in diverse forme  riguardano quasi tutte le discipline sportive, può generare più di un sospetto rispetto all’idea che lo sport  possa essere toucourt un “toccasana”  per aiutare i giovani a confrontasi con la propria aggressività in modo che non degeneri  in violenza. Tante sono le forme di violenza che caratterizzano il mondo dello sport, da quello tipico del tifo, quello del doping, quello della  violenza diretta tra gli atleti, quello esercitato sui corpi e i fisici dei giovani, specie le ragazze per raggiungere forme e pesi ottimali, le scommesse, la compravendita delle partite, che in effetti può risultare davvero  difficile oggi  riporre totale fiducia nello sport. Nello stesso tempo oggi, forse su nessuna attività educativa si fa maggior affidamento per contenere il fenomeno della  violenza dei giovani di quanto non si faccia nello sport. Partendo dalla definizione di sport del sociologo francese Perbeas che individua quattro caratteristiche principali che definiscono l’attività sportiva:

  • È una attività che mette in gioco la corporeità nella sua pertinenza motoria ( non si può praticare in maniera virtuale
  • Adozione di un sistema di regole liberamente accettate. Senza regole non può esserci sport. Ad esempio farsi una nuotata in mare, correre dentro un bosco o su un tapirulan, è certamente un attività motoria ma non possiamo considerarla sport.
  • Queste regole organizzano una competizione che determinerà vincitori e vinti, attraverso un sistema di punteggi. Questa caratteristica  è uno degli elementi chiave del sistema sportivo.
  • Lo sport è un fatto istituzionale, cioè un ambito debitamente accreditato da istanze ufficiali: Federazioni ecc.

Da questo si può dedurre che lo sport è soltanto una parte delle attività ludico motorie in senso lato. A livello educativo bisogna chiedersi in quali condizioni  è più indicata una cosa o l’altra, a seconda per esempio dell’età, e come utilizzare tutto lo spettro delle varie attività rapportandole ai fini specifici dell’azione educativa.

Mi sono soffermato in particolare sull’elemento della  competizione perche  più di ogni altro è l’elemento  nel quale si mettono in gioco istanze psichiche collegate alle possibili dinamiche intrapsichiche correlate al fenomeno della violenza. Nello sport è indispensabile la presenza dell’altro, affinchè possa misurarmi e in una certa misura conoscermi. Nello sport è indubbio che si rincorre la vittoria, il risultato, ma non ci può essere alcuna vittoria alcuna misura del prorprio risultato senza l’indispensabile partecipazione dell’altro. Quindi l’avversario, è colui di cui ho sempre bisogno per potermi esprimere al meglio. Per questo motivo l’avversario non può essere considerato un nemico,ed è proprio quando accade ciò che la violenza può entrare nelle sue diverse forme nel ambito sportivo. È  a questo punto del discorso penso ci possa venire in aiuto la psicoanalisi per aiutarci a comprendere come l’altro si possa trasformare in nemico. La vicenda ha inizio precocemente fin dai primi giorni di vita da quando il piccolo sperimenta la fame e il bisogno di qualcuno per porre fine a questa sensazione di fame dolorosa. È proprio a partire dal cibo e la sua intima relazione con la madre che troviamo l’inizio della relazione con l’altro. Mentre per gli animali il cibo rimane un fatto biologico nell’ uomo il cibo biologico possiamo dire diventi esperienza ben più ampia fino a diventare esperienza di “senso”. In questa lunga e complessa vicenda di dare e ricevere nutrimento ritroviamo la chiave per comprendere le modalità di concepire se stessi , gli altri  e le relazioni con le persone e le cose. Quando è intollerabile la percezione che l’altro possieda ciò che si desidera, ma non si ha e non si riesce a tollerare la dipendenza allora uno dei possibili esiti può essere l’odio, un concetto forse ancora poco esplorato in psicoanalisi, forse perché scomodo da pensare. E’ difficile riconoscere come esso sia costitutivo della nostra psiche. Possiamo dire con Green(1995) ”l’odio compare con la scoperta dell’oggetto”…. Rendersi conto che l’oggetto non è una parte di sé e di conseguenza non è a nostra disposizione genera in modo naturale odio, ed è questo “odio naturale” che se non adeguatamente modulato può portare ad agiti violenti. Questo discorso ha a che fare con il concetto di pulsione di morte e pulsione di vita e come la vita di ogni persona non possa che esser rappresentato come una sorta di impasto pulsionale tra le due  e come ogni forma di difensivo disimpasto sia poi all’origine della sofferenza psichica, di cui secondo me il ricorso alla violenza non è che una possibile conseguenza.

Lo sport per le sue specifiche caratteristiche e un’attività umana che  mette in scena questo impasto, proprio perche tiene insieme il desiderio di primeggiare con il rispetto dell’avversario, la voglia di risultati e il duro lavoro per poterli raggiungere, il desiderio di avere qualità e la necessità di acquisirle mettendosi in relazione di sana dipendenza di tecnici esperti. E il tutto lo si fa attraverso il corpo e in particolare la sua pertinenza motoria che in sé è concretamente impasto pulsionale. Lo sport in quanto prodotto culturale rappresenta un passatempo, una distrazione, una rigenerazione che opera come una sorta di moratoria psichica. Ci allontana dalle miserie della realtà quotidiana e ci trasporta verso un’altra realtà quella del gioco. Il gioco contribuisce a  farci entrare in un altro mondo, in uno spazio di transizione dove la minor efficacia dei meccanismi repressivi permette la maggior espressività e dove l’adulto libera con meno vincoli il bambino che ha nel suo Sé. Abbiamo visto che se il movimento rappresenta l’essenza dello sport è la competizione il vero fattore insostituibile dello sport. Rubinstein psicoanalista dello sport argentino ritiene essenziale questa questione: Chi è veramente l’avversario che bisogna battere? Le rappresentazioni come “padre”, come “fratello”, come “simile”, come “nemico” rendono conto delle diverse modalità di posizionarsi di fronte al contendente e oltre a contribuire in maniera determinante al risultato finale della gara contribuiscono anche nel favorire eventuali comportamenti violenti. I tranfert come modi per rendere attuale una relazione primaria con un altro, indicano se ci sentiamo accettati, sostenuti dall’allenatore dai tifosi oppure se al contrario ci sentiamo sotto osservazione, criticati e con la paura di essere messi in disparte. Quest’ultime considerazioni che aprirebbero la strada ad ulteriori approfondimenti ci consento di comprendere quale possa essere la funzione dello sport in ambito educativo,e  come si importante che coloro che si occupano a vari livelli di sport giovani siano adeguatamente formati anche attraverso un percorso che consenta loro innanzi tutto di considerare i propri personali tranfert, e comprendere in che modo questi influenzano la modalità con cui introducono i giovani nello sport.

DIBATTITO

A proposito dello sport come possibile strumento di pensiero viene in mente Hinselwood con la sua teorizzazione dello spazio riflessivo, come quel funzionamento della mente capace di contrapporsi a quelle situazioni in cui il pensiero collassa. Brenman affronta in un suo scritto “Crudeltà e ristrettezza mentale”  descrivendo proprio quelle situazioni in cui la mente non è più in grado di vedere l’altro, diventa disumana, spreme via da sè l’umanità.

La manifestazione sportiva può essere vissuta come se fosse un sogno e ne assolvesse alle funzioni. Come quello spazio in cui è possibile entrare in contatto con le proprie manifestazioni aggressive. Favorisce quel contatto interiore e poi esterno con quelle parti che altrimenti rimarrebbero separate, portando ad una perdita di senso. In fondo il problema sembra essere quello del contatto. In una società in cui regna la separazione, gli adolescenti si toccano violentemente.

Lo sport può diventare un’occasione perché il contatto sia foriero di un legame buono, con gli altri e con le proprie parti?

Il gruppo, la rete, lo sport. Come aspetti che possono da un lato contaminare violentemente gli aspetti distruttivi e dall’altro fecondare e proteggere dalla disumanizzazione e dalla perdita di senso.

Si parla di contatti, ma in fondo in primo contatto è quello dentro di noi, con la nostra aggressività e violenza. È necessario quindi ammettere che il primo passo da fare è quello di fare i conti con sè stessi, con le proprie parti violente. Riconoscere che ciascuno di noi è potenzialmente una vittima è un portatore di violenza.

Franco Fornari si è occupato del tema della distruttività e della sua gestione.

Sarebbe necessario imparare a gestire la violenza, non negarla né ghettizzarla, ma affrontarla e gestirla come manifestazione di tutti gli esseri umani. All’indomani dell’uso della pillola anticoncezionale la donna si è trovata ad poter accedere al pensiero creativo anche in assenza della creatività.