7-9 giugno 2013 SIRACUSA Convegno “Etica e mito”

Organizzato dall’Associazione catanese “Pubblic/azione”, in collaborazione con l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, il convegno “Etica e mito”, entro la fascinosa cornice di Ortigia, ha consentito di compiere riflessioni su argomenti di valenza generale con lo sguardo rivolto alle dinamiche inconsce e con un’attenzione particolare ai significati presenti nella cultura classica. Carattere consolidato di questi convegni è tanto un confronto tra l’antico e il moderno quanto il dialogo tra la psicoanalisi e le altre scienze dell’uomo. Allo stesso tempo, l’ambientazione siracusana consente di integrare i lavori delle giornate con la visione delle due tragedie in cartellone nel teatro greco. Quest’anno (centenario dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico) sono andati in scena Edipo re e Antigone. La riflessione svolta al convegno ha potuto assumere queste due tragedie come vertici per l’osservazione dei rapporti tra il mito e l’etica. Come ha scritto Riccardo Romano nel testo d’introduzione, “il mito e l’etica sono dimensioni dell’oggetto della pensabilità”; lo studio delle riflessioni tra mito ed etica trova interesse anche nel fatto che si tratta di “due dimensioni carenti o assenti nella cultura occidentale postmoderna”.

I lavori si sono aperti con una lettura a due voci (rappresentazione ideale di una seduta d’analisi), condotta da Riccardo Romano con l’attrice Sonia Grandis, dedicata a esplorare l’aneticità dell’impensabile. L’etica della responsabilità è stata posta al centro della riflessione; è questa una dimensione differente dalla morale, ma capace di aprire lo scenario al senso del mito. Dietro il mito, di fatto, non esiste nulla di concreto, mentre la forza dello stesso mito risiede nella potenza della rappresentazione. Nel tragitto tra mito, immagine e simbolo, ci si avvicina alla vera consistenza della rappresentazione e ai suoi significati, tanto da raggiungere nuovi punti di vista, fino a definire il percorso verso ciò che è ignoto e che prima non era pensabile. Entro lo scambio tra l’artista che crea un’opera e lo sguardo dello spettatore, si crea una doppia valenza, capace di conferire responsabilità tanto all’autore quanto al fruitore. Così, in una sorta di continua creazione di significati, l’immagine scelta per accompagnare il convegno (Sestante di Alberto Burri) è stata assunta, nel suo valore di rappresentazione del femminile, a significare la posizione della donna entro la società contemporanea: punto di riferimento per gli affetti e i sentimenti, ma anche oggetto di vilipendio, omicidio, sopraffazione. Ruolo del mito anche oggi appare quello di conservare, attraverso l’etica, il significato originario delle cose.

L’intervento di un sacerdote, Carmelo Mezzasalma, ha consentito di esplorare la scelta etica di Antigone dal punto di vista teologico. Solo in epoca moderna la teologia si è occupata di Antigone, attraverso l’opera di von Balthasar; il significato della vicenda incarnata dalla protagonista ha potuto, così, esprimere l’intensità del dolore: non negato, né reso trasparente o fuggito, ma divenuto una “gloria” che, col grido lacerante della passione di Cristo, non si è fatta trionfo, ma profondo senso di umanità. Così, il dramma assume il valore dell’incontro autentico tra l’uomo e Dio, sentimento di una religiosità che sa reggere alla notte dell’abbandono. La morale cristiana trova consonanze con la scelta di Antigone, perché individua nell’amore il proprio punto di partenza e quello di arrivo.

Nicola Nociforo ha presentato una relazione dal titolo “Etica ed editto – Il paradosso di Creonte”. Il tema della legge fondata sulla irresponsabilità della funzione pubblica trova una rappresentazione nella figura di Creonte: il re di Tebe che impone, pena la morte, di non seppellire il corpo di Polinice. La posizione di Antigone è quella, invece, di violare la legge, per dare, attraverso la sepoltura del fratello, un concreto valore agli affetti. L’etica del legame appare un’esperienza complessa e a tratti faticosa, ma efficace sul piano della responsabilità e dello stimolo alla riflessione. L’editto non può contenere la dimensione della pensabilità, se esclude il valore degli affetti e la conservazione della presenza dell’oggetto. Con un efficace paragone tra il mondo interno del soggetto e quello esterno della società odierna, Nociforo ha posto in evidenza come gli editti contemporanei, drastici nell’imporre tagli e tributi economici, rischino di evocare un “fantasma di realtà”, connesso a stati di condivisione o di rifiuto dei processi legati al mondo interiore dell’individuo, fino a incarnare di nuovo il senso dell’editto espresso da Creonte, che intese evitare di riconoscere il senso dei legami, perché portatori di un dolore troppo forte.

Il racconto del mito, condotto da Marina Petruccioli, ha concluso la giornata dei lavori e preparato i partecipanti alla rappresentazione dell’Antigone di Sofocle.

Emma Seminara, giudice, ha aperto la sessione del sabato, con un lavoro dal titolo “La disobbedienza di Antigone alla Legge”. La protagonista della tragedia assume la difesa delle leggi del sangue e del sentimento (non scritte) contro quelle della polis. Antigone ne esalta il valore di fronte alla precarietà degli ordini impartiti da Creonte, “il nuovo signore sorto sulle nuove fortune”, che non intende rispettare il senso del sacro, violandone il confine e il mistero. Il sacro è trascendente e impersonale, mentre il diritto è necessariamente personale, così come personale risulta la responsabilità dell’individuo. In certi casi, dunque, la disobbedienza alla legge svolgerebbe “una funzione propulsiva e costruttiva”, con la finalità di ripristinare i valori che decreti ingiusti minacciano di abolire. La scelta di Antigone pone in evidenza il ruolo della pensabilità; questa presuppone quattro dimensioni: senso o memoria, racconto o mito, affetti o passioni, etica o responsabilità. La capacità di pensare consente l’accesso all’etica e alla conservazione del rapporto con gli oggetti interni, che, in tal modo, possono essere conservati. Emma Seminara ha fatto riferimento alla pratica dell’Ubuntu (regola di vita diffusa in Sud Africa), alla cui base sta il sentimento di fratellanza e il rispetto degli antenati. L’etica dell’Ubuntu si fonda sulla consapevolezza di un’umanità fortemente intrecciata tra gli individui, in base alla quale ciascuno è offeso e ciascuno è responsabile per gli atti criminosi che vengono commessi. La pensabilità connessa, a tali sentimenti, può divenire la scintilla capace di proteggere i legami sostenuti dalla passione e custoditi dalla responsabilità.

Giovanna Goretti, nella sua relazione “Per un pugno di polvere”, ha esplorato le dinamiche proposte dal personaggio di Antigone. La relatrice ha posto in rilievo come la protagonista appaia protesa a realizzare una sorta di “stato fusionale” con la propria sorella Ismene. Così, la capacità di pensare in Antigone appare una faticosa e dolorosa conquista, ottenuta dopo l’elaborazione delle posizioni precedenti, in cui il suo agire impulsivo e il voler fare di Ismene un’altra sé stessa rischierebbero di conferire alla complessità del sentimento di “philìa” il significato di un’esperienza priva di possibilità di scelte alternative. La riflessione si è poi spostata sugli aspetti profondi contenuti nell’atto della sepoltura: il “pugno di polvere” gettato sul corpo di Polinice. Questi diviene un pretesto per il dramma e per l’affermazione di una tensione emotiva e generazionale presente in Antigone, protesa a individuarsi come “la vera figlia di Edipo”; questa appare la colpa originaria che grava su di lei, fino al compiersi del suicidio finale.

Noemi Saggioli, psicologa e psicoterapeuta, ha proposto una relazione sul tema “Antigone e Ismene o della sorellanza”. La diversa posizione delle sorelle di fronte alla sepoltura dei loro due fratelli (concessa a Eteocle, negata a Polinice) apre la riflessione sul modo in cui, nella donna, il coraggio può essere scambiato per follia. Questo è un pensiero sostenuto da Creonte; dall’altro lato, la dipendenza affettiva di Ismene verso Antigone e di Antigone verso Polinice appare il substrato emotivo della vicenda. Così, Polinice, che divide le due sorelle, appare una presenza capace di sollecitare Antigone a ripristinare “la legge della madre”, fatta non solo di cure e di accudimenti, ma anche dell’onore da riservare al defunto, con la ricomposizione del suo corpo entro il grembo della terra. Il clima della tragedia lascia avvertire l’incombere della “legge di Ate”, che tutti minaccia e dalla quale nessuno può prescindere. La sorellanza è la condizione che sa unire coloro che subiscono un’oppressione, eliminando il dualismo femminile e opponendosi al dominio esercitato sulla donna. Si può pensare, ha concluso la relatrice, che una solidarietà finalmente acquisita tra Antigone e Ismene avrebbe potuto creare un nuovo racconto, un altro mito.

La sessione del pomeriggio ha avuto inizio con una relazione di Ernesto Romano, artista ed editore: “Impensabilità della Storia nel Mito”. Se il mito, nato per aiutare lo sviluppo del pensiero, produce impensabilità, il binomio storia-mito offre nuovi punti di vista. Seguendo la lezione di Evemero, possiamo osservare come i miti antichi si siano formati attorno alla figura di sovrani, uomini investiti di significati trascendenti. La narrazione storica assume, allora, aspetti problematici, in quanto la dimensione mitica finisce per influenzare, con caratteri di impensabilità, le vicende reali. L’analisi del relatore si è estesa a vari ambiti della storia (mitica, indeterminata, oggettiva, letteraria, religiosa), cogliendone aspetti particolari. Nel “mito della Grecia di Pericle” si coglie come la democrazia ateniese sia stata un’esperienza non del tutto favorevole all’esercizio della libertà individuale. Ancora, la creazione degli dèi, compiuta dagli uomini, ha finito per attribuire alle divinità gli stessi difetti dei mortali, fino a configurare una reale non pensabilità della colpa, quando questa sia da attribuire al dio. La narrazione biblica del peccato originale mostra un “Dio invidioso degli uomini”. Alla base del comportamento di Adamo e di Eva, non starebbe nessuna violazione dell’etica, ma la proibizione verso la conoscenza, temuta da Dio come uno stato che avrebbe eguagliato a lui l’uomo, elevandolo al rango di essere superiore.

Pierluigi Moressa, con la relazione “Il dio Kurt – Tentazione del complesso edipico ed etica della paternità”, si è occupato di Edipo. Il relatore è partito dall’analisi di un’opera teatrale scritta da Albero Moravia (Il dio Kurt). Ambientata in un campo di concentramento nazista, prevede un esperimento culturale: lo svolgimento della vicenda narrata nell’Edipo re, messa realmente in atto da una famiglia di ebrei. Scopo di Kurt (comandante del lager) è quello di mostrare la “normalità” dei rapporti sessuali entro la famiglia, col fine di abolire la nozione di incesto e di preparare una nuova era in cui la stessa famiglia sarebbe stata abolita. La volontaria sottrazione dei due protagonisti al destino di Edipo e di Giocasta (accecamento e suicidio) apre il finale del dramma, in cui Kurt viene colpito a morte dallo stesso protagonista ebreo. Questi, perdonato dal comandante, chiede di essere comunque punito per l’omicidio e per l’incesto commessi, ma l’assenza di etica nel campo non consente la sua condanna. Il relatore ha esplorato il complesso edipico e le sue vicissitudini. L’attraversamento dell’Edipo consente lo sviluppo di una morale fondata sulla responsabilità, attraverso il manifestarsi di un Super-io maturo, che del complesso edipico è l’erede. La tentazione del complesso di Edipo, illustrata attraverso una nota clinica, apre lo scenario alle dinamiche della patologia ossessiva, correlate a un Super-io provvisto di una severità commisurata all’intensità con cui questa tentazione sia stata avvertita dal soggetto. La formazione di un Super-io adeguato si ha per la buona soluzione dell’Edipo, che permette anche di sviluppare il senso di un’etica paterna adeguata.

Francesca Ricceri ha compiuto il racconto del mito, al termine del quale i presenti hanno potuto assistere alla rappresentazione dell’Edipo re di Sofocle.

Nell’ultima giornata, la reazione di Milena Cappabianca, “Navigando su Il negro del Narciso”, ha preso spunto dall’omonimo testo di Joseph Conrad. Romanzo di mare, descrive il viaggio di ritorno da Bombay a Londra di un vascello, il Narciso. Su questo si imbarca James Wait, marinaio nero dalla salute malferma. La sua morte, al termine della traversata, accolta con sorpresa o fatalismo dagli altri marinai, consente all’autore di riflettere sia sulla fragilità dell’essere umano sia sul viaggio come metafora della vita e dei ricordi che porteremo con noi. Il romanzo illustra una sorta di “etica delle relazioni umane” e si propone di “portare alla luce la verità unica e multiforme”. Ma la ricerca di un senso profondo nelle cose non passa attraverso il razionalismo scientifico; ha per tramite il linguaggio pre-logico affine alla poesia. Allo stesso modo, W. Bion ha indicato come, per il lavoro analitico, sia necessario mettere da parte la sapienza e imparare a leggere i sentimenti tramite la sensorialità. Nei “Seminari brasiliani”, ha definito cosa fondamentale per lo psicoanalista l’intensificarsi della capacità intuitiva. L’esperienza di “soggettivazione” consiste nell’acquisire consapevolezza di sé e dei propri limiti. A fronte del diniego della sofferenza, della necessità di “spettacolarizzare” gli eventi della vita, il corpo appare la sede attraverso cui si manifesta la sofferenza disgregante del panico, si veicola l’esperienza di morte. Di fronte alla crisi della soggettività e della rappresentazione, la funzione dello psicoanalista coincide con quanto Conrad ha descritto: la discesa dentro sé stessi, il raggiungimento del “corpo vulnerabile all’interno di un’armatura d’acciaio”.

Matilde Vigneri ha trattato “Il mito dell’Etica”. Dopo alcune riflessioni sull’etica della conoscenza, la relatrice ha definito il carattere dell’uomo eidetico, protagonista del passaggio da una valenza etica di responsabilità a quella della mente che si assume la responsabilità di riflettere. Tale posizione appare ben espressa dal mito omerico di Eracle e da quello platonico di Er. Che cosa accade oggi alla conoscenza quando decade l’etica? E ancora: l’etica dissolta nel tempo presente può essere la forma di un male antico? In tal modo l’etica rischia di trasformarsi in un mito, perché ha perso la propria pregnanza. Forse la stessa etica risulta salvabile attraverso il mito del futuro, con l’attesa di un nuovo assetto che tutto potrà cambiare. Il male appare non più esistente, perché manca la percezione del bene. Al termine di questi punti stimolanti e adatti a sollecitare un’ampia discussione, Matilde Vigneri ha esposto un caso clinico: l’uomo senza etica. In esso, con la raffigurazione di alcune dinamiche diffuse nella nostra epoca, si delineano particolari valenze narcisistiche, in cui “l’elemento fallico” appare preponderante nell’orientare i comportamenti e le relazioni del soggetto.

Vincenzo Pirrotta, autore e regista, ha presentato la relazione finale: “Etica e Politica in Aristofane”. La commedia in cartellone quest’anno a Siracusa (Le donne al parlamento) è uno spazio in cui Aristofane ha messo in rilievo l’importanza dell’arte teatrale nella società civile. Lo spettatore deve sentirsi continuamente chiamato in causa da un teatro, che indicando, attraverso la satira, i mali contemporanei, si propone intenti rivoluzionari. Moderna è apparsa la riflessione del commediografo ateniese sulla politica, adatta a suscitare interrogativi utili anche per il tempo presente.

Le conclusioni, affidate a Riccardo Romano, hanno toccato l’universalità della creazione artistica e la riproducibilità di situazioni che appaiono familiari agli uomini di ogni tempo. Questo indica ancora una volta il valore dell’etica come fondamento della responsabilità individuale e collettiva. La rappresentazione, affidata al mito, riesce a mettere l’individuo maggiormente in contatto con sé stesso e col gruppo di appartenenza, intensificando la sua capacità di pensare e di condividere esperienze con l’umanità di ieri e di oggi.