8 giugno 2013 Centro Psicoanalitico di Firenze – “Il controtransfert come ostacolo e come risorsa nel lavoro analitico con gli adolescenti”

Centro Psicoanalitico di Firenze  

Sabato 8 giugno 2013 

Seminario in collaborazione con AFPP, AMHPIA, SIPP  

“Il controtransfert come ostacolo e come risorsa nel lavoro analitico con gli adolescenti”

Report a cura di Paolo Meucci 

I lavori della mattinata si sono articolati intorno alla relazione presentata da Irene Ruggiero che ha dato il titolo anche al seminario. 

Ha introdotto i lavori Stefania Nicasi, facendo notare che per Freud il controtransfert costituiva sicuramente un ostacolo e poi come tale termine si inserisse all’interno di un vocabolario bellico che tanto piaceva a Freud e che fa pensare all’analisi come a un  campo di battaglia con opposti schieramenti, una visione militare e paterna che si è persa da quando la psicoanalisi si è fatta accogliente e materna. Con Paula Heimann abbiamo invece un importante viraggio nell’intendere il controtransfert, che da ostacolo diventa risorsa, considerato uno dei “più importanti strumenti del lavoro dell’analista” e uno dei più “importanti strumenti dell’inconscio del paziente”. Tuttavia – ha proseguito Nicasi, riferendosi al pensiero di Stefania Manfredi – c’è chi ritiene cheil controtransfert, anche se è diventato uno strumento, non abbia cessato di essere un inconveniente. L’analista non è solo il bersaglio delle identificazioni del paziente, non è solo invaso dal paziente: è coinvolto nella relazione con lui, ci sta dentro. Questo è l’altro motivo per il quale il controtransfert resiste alla bonifica e continua a costituire un ostacolo pur essendo diventato una risorsa.
“Usarlo è dunque inevitabile anche se non ne siamo coscienti. Capire coscientemente come possiamo usarlo per costruire le nostre interpretazioni è molto difficile, se prima non lo abbiamo usato per capire noi stessi, e non soltanto noi stessi in quel momento” (Manfredi 1994). 

Dopo l’introduzione di Stefania Nicasi ha presentato la sua relazione Irene Ruggiero che già dalle battute iniziali ha reso evidente come sia inevitabile, lavorando con gli adolescenti, fare i conti con il controtransfert sia a livello clinico sia teorico. 

La comunicazione inconscia rappresenta un’importante via di accesso agli affetti dei pazienti adolescenti, poco inclini alle libere associazioni, le cui capacità rappresentazionali fisiologicamente ancora immature fanno sì che essi comunichino maggiormente attraverso quello che fanno e che fanno sentire più che attraverso le parole: ciò rende cruciale la capacità e la disponibilità dell’analista ad utilizzare il proprio inconscio per risuonare con quello dell’adolescente e per dare figurabilità (Botella, 2004)  a quanto egli non può ancora esprimere attraverso lo strumento verbale.
Affrontando il concetto di controtransfert, Ruggiero nota come vi siano due poli opposti di intenderlo: da una parte, coloro che – in linea con la teorizzazione freudiana del controtransfert come macchia cieca (Freud, 1910) – lo considerano un evento delimitato e circoscritto, una perturbazione dell’assetto analitico di base dovuta all’emergenza di difficoltà dell’analista …
All’altro estremo troviamo coloro che, nel solco tracciato dai lavori di Heimann (1950) e Racker (1953;1957), sottolineano gli elementi di inevitabile interazione insiti nella relazione analitica e ritengono che il contro-transfert costituisca un elemento  costitutivo essenziale della relazione analitica e che rappresenti uno strumento con cui l’analista può mettersi in contatto con elementi ancora informi dello psichismo del paziente, raggiungibili attraverso l’analisi del controtransfert.
In una posizione intermedia tra questi due poli si colloca Irene Ruggero, che considera il controtransfert una potenziale risorsa per accedere ad affetti ancora informi e non mentalizzati del paziente, che può però anche costituire  un ostacolo, se raggiunge una certa intensità e persistenza.
Ruggiero non condivide la differenziazione tra controtransfert “patologico” e “normale” – di cui parla Money Kyrle perché in qualsiasi caso il contro-transfert, incidendo sul livello di  comprensione e sul comportamento dell’analista, influenza il paziente e il suo transfert, e interferisce quindi con la natura del processo analitico.
Ruggiero non vi fa riferimento ma credo che su tale linea possa tantomeno condividere il concetto di “controtransfert oggettivo” di cui parla Winnicott (D. Winnicott, 1947).
Afferma Ruggiero che il controtransfert costituisce una formazione complessa cui concorrono paziente e analista … non è il controtransfert a costituire a priori un ostacolo o una risorsa, ma la qualità del lavoro di controtransfert, che può risultare più o meno adeguata.
Nel lavoro di controtransfert, autoanalisi e analisi del controtransfert costituiscono entrambi strumenti imprescindibili dell’elaborazione controtransferale, sonde atte a monitorare lo stato della relazione analitica e a recuperare un assetto adeguato nei momenti di turbolenza relazionale, trasformando il controtransfert da potenziale ostacolo in risorsa preziosa: la primo si attua lungo una dimensione verticale, sostanzialmente intrapsichica – attraverso la quale l’analista ricerca quanto dentro di lui ostacola la sua comprensione del paziente, la seconda lungo un asse orizzontale e  interpsichico attraverso cui l’analista si interroga su quello che il paziente può avere trasferito in lui, e cerca di dargli un abbozzo di figurabilità … Questo avviene fisiologicamente con gli adolescenti, con cui  gran parte del lavoro psichico deve avvenire nella mente dell’analista, che si trova spesso a dover offrire all’adolescente le immagini della sua elaborazione immaginativa (Bonaminio, 2012)  come materiale da costruzione per  una prima possibile  simbolizzazione delle  esperienze concrete. Queste immagini mentali dell’analista hanno a che fare con il paziente, poiché si sono formate all’interno della relazione analitica, ma sono inevitabilmente improntate anche del mondo interno dell’analista, che utilizza le proprie emozioni e il proprio materiale rappresentativo nell’atto di dar loro forma. 

Ruggiero conclude la parte teorica del suo lavoro con parole che mi sembrano ben sintetizzare il suo stile di lavoro: In adolescenza, più che in altre fasi della vita, l’analista non rappresenta solo un oggetto di transfert, su cui si catalizzano le relazioni oggettuali antecedenti con declinazioni affettive che rimandano alla ripetizione, ma anche un “nuovo” oggetto con cui possono essere vissute esperienze inedite che incidono sulla costituzione del mondo interno, ancora in formazione e che improntano lo sviluppo del sé e del senso di sé . L’analista si trova sul crinale tra la messa in atto di un ruolo assegnato inconsciamente dal paziente e la reinvenzione creativa del personaggio interpretato, tra il ruolo di vecchio oggetto che  l’adolescente ha bisogno di assegnargli e la funzione di nuovo oggetto con cui l’adolescente può compiere esperienze inedite.   

Nel successivo materiale clinico, Ruggiero ha descritto in modo convincente l’intreccio tra controtransfert e auto-analisi.
Dei vari racconti clinici, mi sembra di particolare importanza il caso di una giovane paziente che fa ricorrenti, agiti auto-distruttivi; Ruggiero evidenzia come il fare esperienza di una analista che “riconosce i propri errori e debolezze” permetta di superare un momento di grossa crisi. Dice poi: “penso anche che sia inevitabile che talvolta l’analista risuoni secondo il ruolo imposto inconsciamente dal paziente e che, così facendo, cada in acqua e si bagni anche lui (Bolognini); mi ero identificata con la mamma di A., espulsiva e  scarsamente capace di contenimento. Questo permette all’analista di espandere il proprio pensiero intorno alla madre di A., non solo come madre sorda, ma anche come madre profondamente sola. Questo ha consentito un allargamento di prospettiva, un diverso modo di rappresentarmi la madre di A., che costituiva da una parte l’esito di un mio movimento interno separativo, differenziante, dal modo di A. di sentire sua madre, dall’altro forse il segno del profilarsi di un cambiamento interno di A.: qualcosa che potevo tenere per me, in attesa che i tempi fossero maturi, ma che segnalava una possibilità in germe, l’abbozzo di una modalità inedita di pensare a sua madre”. 

Ruggiero ha concluso la relazione rifacendosi a Winnicott che ci ricorda che oltre a “rimanere vulnerabile”, l’analista deve anche “mantenere un atteggiamento professionale” (Winnicott, 1960) che consiste nella sua tecnica, nel lavoro ch’egli fa con l’intelletto” . 

Le due relazioni successive hanno ruotato intorno al lavoro di Irene Ruggiero. 

Adriana Ramacciotti ne ha sottolineato la tolleranza nei confronti delle emozioni, delle tante teorie, e perché no anche degli agglomerati senso affettivi che ci abitano. 

Sandra Carpi Lapi ha posto l’attenzione soprattutto su come il lavoro con gli adolescenti  ci confronti costantemente con i genitori, quelli dell’adolescente che abbiamo di fronte e quelli che vivono nella nostra mente. Collegandosi al lavoro di Ruggiero pone alla fine del suo intervento una questione che poi sarà ripresa nel dibattito: come “maneggiare” la relazione con i genitori reali in modo che loro stessi possano costituire una risorsa nel lavoro della coppia adolescente-terapeuta?