A.Ferruta – Where there’s no being alone. The winnicottian care for the integrity of the objects in analysis and in culture

Il tema della EPF Conference”Too Much – Not Enough” sollecita una riflessione sulla complessa articolazione del pensiero winnicottiano riguardante i rapporti oggettuali. Nello scritto sull’uso dell’oggetto (The Use of An Object And Relating Through Identifications, 1971) Winnicott mette in luce l’utilizzo della pulsione distruttiva per conferire carattere di alterità all’oggetto che sopravvive alla fantasia di averlo distrutto da parte del soggetto. Secondo Winnicott, da questa esperienza origina il senso di realtà e della propria forza maturativa, fondata sul contatto con il mondo interno inconscio. L’oggetto non è un fascio di proiezioni, ha una sua autonomia, e il soggetto fa esperienza personale della sua pulsione distruttiva. D’altra parte, nella teorizzazione dell’oggetto transizionale Winnicott evidenzia il carattere percettivo e sensoriale di questa esperienza, che apre all’incontro con l’oggetto non-me senza correre rischi di annientamento per la vita psichica del soggetto, che amplia e arricchisce il suo contenitore mentale e i suoi processi identificatori. “Fin dalla nascita, dunque, si presenta il problema del rapporto tra ciò che viene oggettivamente percepito e ciò che viene soggettivamente creato, e non vi sarà soluzione di questo problema per l’essere umano che non è stato avviato sufficientemente bene dalla madre. L’area intermedia di cui parlo è l’area che viene concessa al bambino tra la creatività primaria e la percezione oggettiva basata sulla prova di realtà. I fenomeni transizionali rappresentano le prime fasi dell’uso dell’illusione, senza la quale non vi è, per l’essere umano, nessun significato nell’idea di una relazione con un oggetto che è percepito dagli altri come a lui esterno.” Winnicott, 1951, 286-287).

Il contributo di Winnicott all’approfondimento del pensiero psicoanalitico presenta dunque due elementi in apparenza contraddittori: da un lato, rispetto alla teorizzazione freudiana monopersonale, basata sull’analisi delle forze e delle dinamiche in gioco all’interno del soggetto, sposta decisamente l’asse dell’attenzione e della cura nella direzione di una psicoanalisi bipersonale, nella quale l’interazione tra soggetto e ambiente viene valorizzata e posta al centro dell’azione terapeutica (“There is no such thing as a baby, there is a baby and someone”, 1966.). Dall’altro lato difende in modo deciso il diritto del soggetto a non essere alterato dall’oggetto e a tenere una zona sacra inaccessibile all’intervento dell’altro da sé (Communicating and Not Communicating Leading to a Study of Certain Opposites, 1963). La teorizzazione del falso sé riguarda la necessità di proteggere tale nucleo personale da intrusioni e colonizzazioni distruttive. Tanto ritiene fondamentale per la nascita psichica la relazione con un caregiver empatico con capacità di holding che garantisca il senso di continuità del sé attraverso i cambiamenti, altrettanto si dichiara insofferente di fronte a ogni iniziativa che si configuri come un intervento dell’analista che utilizza le correnti affettive e libidiche transferali per esercitare un’influenza pedagogica o direttivo-orientativa sull’analizzando. Allora, dobbiamo pensare che la presenza e la funzione dell’oggetto nella teorizzazione di Winnicott sono “Too Much “-or “Not Enough” ?

E’ una peculiarità del pensiero winnicottiano la valorizzazione del mondo inconscio di ogni soggetto e la fiducia nello sviluppo che questa dotazione originaria può avere, se accolto in un ambiente relazionale facilitante l’espressione di un’appropriazione soggettiva delle esperienze incontrate. Man mano che il suo pensiero si sviluppa e approfondisce, Winnicott manifesta la sua intransigenza nel ribadire la centralità dei fattori inconsci come fonte dell’irriducibile indipendenza psichica del soggetto, ad esempio nello scritto (The Unconscious, 1966), e nell’opporsi alle insistenti richieste di dare direttive pedagogiche mortificanti la viva interazione tra persone, valutate come una ‘ diluition of the concept of unconscious’: “ It would seem to me that along with the general acceptance of certain psycho-analytic tenets such as childhood sexuality and the importance of the instincts and the over-riding importance of the individual’s need to discover the self and to feel real there has appeared in the last decade or two a dilution of the concept of the unconscious. It is almost as if the idea of the unconscious no longer bothers anyone because—well, we have had all that. The implication is that we are conscious of it. There still continues, therefore, only in a new and subtle form, a cold war between all the psychologists, academic, social, and economic, and those like psychotherapists and P.S.W.s whose work takes them constantly into the realms where the unconscious is unconscious and indeed significant.”
Fiducia nel valore della relazione che evolve e insieme necessità-desiderio di non essere alterato nel nucleo più sacro del sé. Winnicott è consapevole di questa vitale tensione di opposti nel suo pensiero e nella sua pratica clinica.
Winnicott esprime in modo maggiormente esplicito questo pensiero spesso in comunicazioni meno formali, come recensioni di libri o in Lettere scritte dopo le riunioni alla British Society.
Ad esempio nella review di Memories, Dreams, Reflections by C.G. Jung (1964) , commentando le differenze tra Jungians and Freudians relativamente ai termini ‘unconscious’ e ‘self’, riafferma un concetto fondamentale: “What is more important is to reach to the basic forces of individual living, and to me it is certain that if the real basis is creativeness the very next thing is destruction.”. ‘The basic forces of individual living’ costituiscono il patrimonio personale da cui può sprigionare la creatività, tramite l’incontro con l’altro da sé. Questa affermazione è un esempio della continua lotta presente nel pensiero di Winnicott tra apertura all’ascolto dell’altro e necessità di mantenere la sua personale indipendenza. Il percorso che propone, nell’analisi come nello sviluppo psicosomatico, è quello dalla dipendenza sprovveduta alla dipendenza relativa all’indipendenza.
Si tratta di una presa di posizione sull’importanza di mantenere una solitudine interiore rispetto al rapporto con la realtà esterna, di cui segnala i rischi di adattamento, sottomissione, contaminazione perdita del vero sé. In una delle Lettere alla Klein (November 17, 1952) afferma che questa convinzione non può essere semplicemente ‘dismissed as Winnicott’s illness’. L’occasione è la proposta fattagli dalla Klein di scrivere un capitolo per un libro che lei sta curando. Winnicott declina l’invito, e ne precisa le ragioni: si sente confrontato con quella che è una delle sue difficoltà personali di base, il rapporto con la realtà esterna condivisa con altri, alla quale ha sempre avuto difficoltà ad adattarsi.
Ma è stata proprio questa difficoltà/qualità l’elemento che gli ha permesso di comprendere i bambini piccoli, i pazienti schizoidi, e di elaborare teorie fondamentali, quella dei fenomeni transizionali e degli elementi maschili e femminili scissi.
Un altro esempio: in una lettera a un Bion (October, 7, 1955) ancora agli inizi dello sviluppo del suo pensiero originale, pur riconoscendo in lui ‘un grande uomo del futuro’, sente la necessità di intervenire sulla delicata questione delle interpretazioni di transfert che potrebbero andare nella direzione suggestivo-supportiva piuttosto che in quella di contatto emotivo con una sofferenza e una rabbia in attesa di essere colte, riconosciute e utilizzate come fonte di risorse psichiche creative personali.
Nella lettera Winnicott descrive l’approccio che avrebbe utilizzato nei confronti di un caso clinico che Bion aveva presentato in una serata della British Psychoanalytical Society. Winnicott aveva apprezzato il modo di condurre l’analisi da parte di Bion, ma poi, tornato a casa, sente l’esigenza di approfondire il suo pensiero e gli scrive una lettera:
“ E’ vero che le interpretazioni che lei ha dato erano molto probabilmente corrette al momento, ma se si viola la regola della scena portandola in astratto, cosa sempre pericolosa da farsi, vorrei dire che se un mio paziente si muovesse avanti e indietro sul divano come ha fatto il suo paziente, e poi dicesse: “Avrei dovuto telefonare a mia madre”, io saprei che sta parlando del comunicare e della sua difficoltà a stabilire una comunicazione. Se le interessasse saperlo, le dirò come io avrei interpretato. Gli avrei detto: “Una madre adeguatamente orientata sul proprio bambino capirebbe dai suoi movimenti ciò di cui lei ha bisogno. Ci sarebbe una comunicazione per via di questa sua comprensione dei bisogni del figlio, che le deriva dall’essergli interamente dedicata, e la madre vorrebbe fare qualcosa per mostrare che la comunicazione ha avuto luogo. Io non sono abbastanza sensitivo né abbastanza orientato in tal senso da essere in grado di agire in modo adeguato, e pertanto, nella situazione analitica attuale, io rientro nella categoria della madre che fallisce nel rendere possibile la comunicazione. Nell’attuale rapporto, quindi, si ha l’esempio del fallimento originario da parte dell’ambiente che ha contribuito alla sua difficoltà di comunicazione. Naturalmente, lei potrebbe sempre urlare richiamando in questo modo l’attenzione sul suo bisogno. Potrebbe anche telefonare a sua madre e averne una risposta, ma questo rappresenta un fallimento a livello di comunicazione più sottile, che è la sola base per comunicare che non violi il fatto dell’isolamento essenziale in cui si viene a trovare il singolo individuo.” (1987, 154-155).
In questo caso Winnicott propone un modo di interpretare che non è consolatorio né di contenimento, ma mette il paziente in contatto con la sua sofferenza psichica di base, quella relativa all’esperienza infantile profonda di un oggetto non responsivo e gli permette di vivere nel transfert questa esperienza psichica. Anzi, è proprio la possibilità di fare esperienza e conoscenza verbalizzata nel transfert di questa mancanza di un oggetto responsivo capace di entrare in comunicazione con i messaggi non verbali del bambino a essere curativa: Winnicott non offre un’esperienza migliore sostitutiva, ma l’esperienza di una sofferenza mai simbolizzata e la sua elaborazione, che entrano così a fare parte del mondo psichico del soggetto come rappresentazione di ciò che non è avvenuto. L’esperienza psicologica reale che avviene in seduta è l’emozione di potere avere accesso a una sofferenza impensabile fino a quel momento.
La questione è utilizzare un’esperienza relazionale per riconoscere le ferite precoci dello psichismo e creare la possibilità di riprendere la crescita psichica (“Development is my line of country”, 1964). Questo processo richiede la presenza e l’intervento di un oggetto non intrusivo e non sostitutivo che svolga una funzione di holding. L’holding è una funzione psichica di presenza e continuità svolta dall’oggetto nel momento in cui il soggetto, per rientrare in contatto con il nucleo del sé, che era stato colonizzato e quasi sostituto dall’oggetto, vuole allontanarsene senza trovarsi nella necessità di autocontenersi per non crollare. Il concetto e il termine holding significano tenere: tenere un oggetto tra le mani o tra le braccia, mantenere in uno stato. In questo caso la funzione dell’oggetto è quella di permettere al soggetto di sospendere l’autocontenimento e di favorire un nuovo inizio di sviluppo (Metapsychological and Clinical Aspects of Regression within the Psycho-Analytical Set-Up, 1954). In questi casi, l’interpretazione di transfert è utilizzata come mezzo per far fare al paziente un’esperienza emozionale relazionale personale intensa e autentica e non per svelargli la negazione di una dipendenza sprovveduta dall’oggetto . (1)
La relazione non è utilizzata per mettere in evidenza le qualità elaborative e immaginative dell’oggetto, ma per favorire e rafforzare l’indipendenza del soggetto che tramite la relazione raggiunge un patrimonio di esperienze primarie da cui ripartire per lo sviluppo.

Il caso di Kate (omissis per privacy)
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La distanza dal nucleo profondo del sé in K era tale che la perdita di H in cui in parte lo aveva collocato costituiva la minaccia di una perdita di sé catastrofica (Fear of breakdown, 1963), già avvenuta nell’infanzia, al tempo della nascita del fratellino.
Questo breakdown è stato vissuto, ma non emozionalmente sperimentato e ricordato, ha interrotto la continuità del sé, in quanto l’organizzazione dell’ego era ancora troppo debole per affrontarlo. L’unica cura è rivivere la follia nel setting analitico: “In such a case any attempt on the part of the analyst to be sane or logical destroys the only route that the patient can forge back to the madness which needs to be recovered in experience because it cannot be recovered in memory. In this way the analyst has to be able to tolerate whole sessions or even periods of analysis in which logic is not applicable in any description of the transference. ” L’accento viene posto sul fatto che in queste situazioni la cura analitica ha una dimensione di esperienza condivisa, ed è richiesto anche all’analista di viverle nel transfert, “allowing the madness to become a maneageble experience from which the pazient can make spontaneous recovery.” (The Psychology of Madness, 1965).
“If time is allowed for maturational pro¬cesses, then the infant becomes able to be destructive and be¬comes able to hate and to kick and to scream instead of magically annihilating that world. In this way actual aggression is seen to be an achievement. As compared with magical destruc¬tion, aggressive ideas and behaviour take on a positive value, and hate becomes a sign of civilization, when we keep in mind the whole process of the emotional development of the individual, and especially the earliest stages.”
Questo aspetto della teorizzazione winnicottiana valorizza la funzione del rapporto con l’oggetto per la costruzione di un senso sé, per arrivare alla capacità di sentirsi esistente e pronunciare un forte I am. Winnicott parla dell’insulto che la realtà esterna rappresenta per il soggetto: quando richiede sottomissione, spegne la spontaneità, la creatività e lo stesso senso del reale. La costituzione della relazione d’oggetto richiede in un primo tempo l’esperienza dell’illusione: il neonato fantastica di avere creato il seno di cui gode: fantasia e realtà onnipotentemente coincidono. In questi stadi, la fantasia non è un sostituto della realtà, ma il primo modo per incontrarla. Invece del sadismo innato nel bambino della Klein, Winnicott parla di una prima spietata relazione oggettuale del bambino verso la madre (primitive ruthless love): la capacità di preoccuparsi per l’oggetto (concern) dipende dal fatto che il sé spietato del bambino abbia potuto esprimersi. Winnicott differenzia l’entrare in rapporto con l’oggetto e il fare uso dell’oggetto. Nell’entrare in rapporto con l’oggetto il soggetto consente che certe modificazioni abbiano luogo nel suo sé: l’oggetto ha assunto un significato, all’interno di meccanismi proiettivi e identificazioni. Ma per potere usare l’oggetto, questo deve essere reale, fare parte di una realtà condivisa e non essere solo un fascio di proiezioni. Occorre accettare l’esistenza indipendente dell’oggetto. Winnicott introduce un concetto originale per quanto riguarda la funzione dell’aggressività, che lo differenzia da Freud e Klein: gli oggetti diventano reali perché possono essere distrutti. I meccanismi proiettivi aiutano a notare che l’oggetto è là, ma non sono la ragione per cui l’oggetto è là: l’oggetto diventa reale, perché ha un’esistenza indipendente e sopravvive alla distruzione operata in fantasia dal soggetto.
Oltre a questa dimensione centrata sull’uso spietato dell’oggetto da parte del soggetto, nel pensiero di Winnicott è presente un’altra corrente psichica, quella che va alla ricerca degli aspetti percettivi e sensoriali degli oggetti per l’incontro con il mondo non-me in termini non annientanti. Accanto alla costruzione dell’indipendenza e della solitudine del soggetto, si apre una corrente rivolta all’incontro con oggetti che proprio con la loro alterità percettiva producono un ampliamento e un arricchimento trasformativo del sé.
Nel pensiero di W, accanto a questa profonda consapevolezza della necessità per la crescita psichica della disponibilità di un oggetto con cui essere in relazione, si colloca la riflessione sull’importanza di avere esperienze di incontro con un’alterità, con oggetti non-me che per le sensazioni e emozioni che suscitano, possano essere soggettivizzate. L’area transizionale è un’area di passaggio tra ciò che è percepito e ciò che è simbolizzato, nella quale quello che è importante è la dimensione di un’esperienza sensoriale che nutre la soggettività. L’oggetto è importante, in quest’area, per le sue caratteristiche percettive e il soggetto per il suo lavoro trasformativo di sé come creatore dell’esperienza.
L’oggetto transizionale è il primo oggetto posseduto e usato dal bambino come non-me: “ E’ vero che il pezzo di coperta (o qualunque altra cosa) è simbolico di qualche oggetto parziale, quale il seno. Tuttavia, il punto essenziale non è il suo valore simbolico quanto il suo essere reale. “ (Winnicott, 1971, 30)
Quando compare l’oggetto transizionale, questo è il segno che il soggetto ha fatto un percorso dalla sua realtà interna verso una realtà diversa da sé ed ha compiuto un lavoro psichico attraverso il quale ha attribuito a un oggetto riconosciuto come esterno ai suoi confini e alla sua attività desiderante un significato che gli permette di includerlo nel suo mondo, senza sentirsene annientato.
Un esempio clinico: un giovane paziente, che prova una angosciante incertezza relativa a quello che pensa e sente che mina la sua fiducia in se stesso, si chiude in casa, perché vorrebbe essere “certo” di qualcosa prima di muoversi verso il mondo: dice di sentirsi attaccato “come una cozza” a quelle che gli sembrano realtà. Si tratta di realtà che vengono percepite come esterne, ma che devono combaciare, collabire, con quelle interne, che rimangono mute, non richiedono nessun lavoro mentale. Questa “certezza” produce in lui un’immobilità da “cozza che sta attaccata al suo scoglio” un blocco dello sviluppo dell’organizzazione psichica della mente. La mancanza di esperienze transizionali genera l’immobilità psicofisica, invece che il percorso, il tragitto.
Con l’oggetto transizionale un primo elemento della realtà non-me fa il suo ingresso nei confini mentali del soggetto, senza distruggerlo e ferirne in modo mortale la qualità, anzi lo arricchisce di senso di forza e di vivibilità.
Quello che istituisce l’oggetto transizionale è questo lavoro psichico, capace di accettare la qualità non-me dell’oggetto, e quindi la ferita narcisistica dell’alterità, senza trasformarlo in realizzazione allucinatoria del desiderio, ma al contrario utilizzandolo per arricchire ed espandere una vita psichica ancora agli albori. Quello che istituisce l’oggetto transizionale, dopo l’atto di scelta unilaterale, è il suo carattere concreto, la sua qualità sensoriale percettiva: il suo colore, odore, aspetto. E’ unico, proprio perché non è un simbolo, e non è sostituibile: le sue caratteristiche sensoriali non rimpiazzabili, non sono da riferirsi a meccanismi di attaccamento feticistico (nei quali il processo può patologicamente degenerare proprio come segno dell’incapacità a tollerare l’assenza), ma alla qualità del lavoro psichico implicato, che si è cimentato con la difficoltà a entrare in contatto con la realtà non-me e a includerla per la prima volta nella realtà psichica del soggetto. Proprio per questo, le caratteristiche sensoriali dell’oggetto transizionale sono importanti, perché portano il segno, la traccia esperienziale e percettiva dell’incontro con l’alterità irriducibile dell’oggetto e con l’inevitabile attenuazione dell’oscillazione interna tra onnipotenza e impotenza. Non solo: l’ingresso dell’oggetto non-me nel mondo psichico personale, con la sua ricchezza percettiva e con la sua sollecitazione sensoriale, apre la strada verso il mondo degli oggetti, chiamati ad abitare il mondo del soggetto per la loro attrattiva, non annientante, non solo appagante, ma potenzialmente trasformativa del soggetto stesso. Bollas (1992) afferma: “ Ogni ingresso nell’esperienza di un oggetto somiglia al rinascere, perché la soggettività viene nuovamente informata dall’incontro, la sua storia viene modificata da un presente estremamente efficace che ne cambia la struttura.” (58-59)
Nel volume Jouer avec Winnicott Green (2005) afferma che la psiche è una struttura di intermediazione tra organismo e ambiente: le funzioni oggettualizzante e disoggettualizzante rappresentano questo continuo movimento tra la creazione di oggetti e l’allontanamento da questi, fino all’autosparizione. In questo senso acquisisce pienamente il concetto del percorso, del lavoro psichico inteso non come insight puntuale ma come costruzione della realtà psichica attraverso un processo di simbolizzazione che comporta un tragitto tra mondo interno e mondo esterno:
“Il sogno non è solo il tentativo di realizzare un desiderio (anche se prendiamo la formulazione più semplice sul sogno). Possiamo considerarlo non solo come la vittoria su un ostacolo che non è stato possibile superare nella realtà, ma anche come un esempio del negativo, che ci introduce all’idea che il negativo è un lavoro, non uno stato.”(69, traduzione mia)
L’oggetto non-me viene esperito come oggetto soggettivo, fa il suo ingresso nel mondo psichico del soggetto attraverso un lavoro creativo che pur mantenendone le caratteristiche sensoriali e percettive acquisisce un significato nuovo che il soggetto gli attribuisce. Si apre una linea di continuità tra oggetti transizionali, co-costruzioni, espansione del soggetto senza perdere contatto e condivisione con l’altro, che mantiene le sue caratteristiche di alterità.
Ci possiamo chiedere quali limiti porre alle costruzioni analitiche della coppia che nel corso del lavoro di cocostruzione ingloba e fa propri attraverso processi di soggettivazione nuovi elementi del mondo degli oggetti, e quindi anche fantasie, parole, immagini introdotte dall’analista nel contesto relazionale. Il soggetto così diventa grande, nel senso che le esperienze degli oggetti non-me soggettivizzate lo rendono capace di emozioni e conoscenze più ampie ricche e profonde. Così accade a Kate che è costretta ad uscire dal suo mondo ristretto dipendente dalla famiglia e avventurarsi nella nella foresta di esperienze di oggetti non-me che espandono il suo senso di sé.

A questo punto ci troviamo al polo opposto rispetto a quello iniziale da cui eravamo partiti: l’affermazione della individualità e indipendenza del soggetto. Si determinano le condizioni per cui il soggetto ha fame di esperire oggetti non-me, in una espansione che sembra illimitata. Ci interroghiamo intorno ai limiti necessari di questa espansione, di questa fame di altro da sé, con rischi di deflagrazione, di rottura del contenitore mentale (Ferro, 2002). I limiti sono quelli del vivente, dell’Io-pelle (Anzieu, 1985) che deve contenere senza rompersi contenuti e scambi potenziali per comunicare con l’interno e con l’esterno, come la goccia d’acqua che tiene insieme il suo prezioso contenuto con la tensione superficiale, o la membrana semipermeabile della cellula in continuo scambio metabolico con l’ambiente.
E’ qui che viene in soccorso per far fronte a questa contraddizione relativa alla presenza dell’oggetto nella vita mentale del soggetto, se è Too much or not Enough, il concetto di integrità degli oggetti di Bollas (2009). Le esperienze emozionali sono legate agli oggetti che le mettono in moto. Secondo Bollas, costruiamo il nostro idioma mediante l’intelligenza delle forme, configurando la nostra vita mediante la scelta di oggetti che hanno una compiutezza. L’integrità di un oggetto ha il potenziale di avviare processi evocativi. Gli oggetti hanno una loro struttura e bellezza che va rispettata, e proprio perché hanno questa integrità che li rende vivi e pulsanti possono rendersi disponibili all’incontro con altri oggetti fonte di emozioni. Accadono allora i processi di decostruzione, le configurazioni precedentemente costruite si dissolvono e si producono nuove forme con una loro rinnovata integrità e compiutezza. Questo processo costruttivo-decostruttivo-costruttivo (Bollas, 1995) è sano e vitale proprio perché ci muoviamo nel campo di incontri tra oggetti, persone, configurazioni che hanno una loro struttura che li tiene insieme. Questa integrità degli oggetti la possiedono anche le configurazioni astratte, anche il dripping di Pollock, o i disegni di una forma nascente di Klee, in quanto prodotte da un organismo vivente, integro, l’autore. Funzionano come oggetti evocativi che attivano i processi di soggettivazione quelle storie, disegni, musiche, che hanno una loro integrità di funzionamento unitario dinamico vitale e che per questo possono essere usate per processi di ricreazione da parte del soggetto, che assimila e riorganizza continuamente le nuove esperienze. L’oggetto non è solo un contenitore delle proiezioni del soggetto, ma ha una sua struttura distinta, una sua compiutezza che lo rende una unità dinamica e funzionale: quando il soggetto lo utilizza per elaborare e articolare il sé entra in contatto con la compiutezza dell’oggetto che ha una sua autonomia di vita, quella che indichiamo come ‘bellezza’ e che non ha più bisogno dell’intervento dell’altro per esistere. Come l’opera d’arte che continua a vivere, separata dall’autore. Inizia così un percorso verso la creazione di una propria nuova compiutezza, la rappresentazione di un sé che funziona con una coesione sufficiente alla sopravvivenza dell’individuo in un mondo condiviso, con una bellezza che ne costituisce la coesione comunicante e autonoma.
L’analista ha funzionato con Kate come oggetto vivo con una propria integrità pulsante desiderosa di incontrare un soggetto vivo e capace di manifestarsi con una sua integrità compiuta e funzionante.
Le tecniche costruttive-narrative sono storie che raccontiamo con i pazienti, formate dalle interpretazioni nelle sedute di analisi, che posticipano il momento dell’assenza e del vuoto. Ma lo spazio vuoto da costruzioni significanti, costituito da un contesto relazionale solido e rinnovabile, può dare vita al divenire di nuovi oggetti integri, frutto di questi incontri. La tecnica analitica consiste nella capacità condivisa di disegnare un quadro solido e mutevole, disponibile a diventare molte storie. Una teoria psicodinamica della soggettivazione (Bollas, 2009) permette di avere una base sicura (Balint, 1968) e al tempo stesso di trasformarla continuamente a seconda del contesto interno/esterno. Bollas (2013) afferma che l’Oriente ha trovato un modo per sviluppare la mente collettiva conservando l’idioma individuale in cui il sé personale e il sé sociale si mescolano, come nella poesia, espressione centrale del sé, che unisce particolare e universale.
Convive così la possibilità in analisi di farsi usare dal paziente per la costruzione del suo sé e la disponibilità a funzionare come l’oggetto vivo che apre la strada all’incontro con oggetti non-me con la loro forza attrattiva percettivo- sensoriale che, non intrusivi e non alienanti, ma dotati di un significato a loro conferito dal soggetto, entrano a far parte del suo mondo interiore. Quello che occorre è allargare il contenitore mentale per ospitare una pluralità dinamica in relazione e istituire quel dialogo interiore permanente tra tanti stati del sé che ospitiamo in noi stessi in attesa di poterli esprimere, lasciandone anche alcuni silenti. Fino al punto di riuscire a tenere insieme il contenitore psicosomatico, sempre a rischio di rottura, se lo si vuole mantenere attivo e vitale negli scambi con l’altro non conosciuto. Fino al punto in cui l’Io-pelle non si lacera, la coesione del sé non si frammenta nella dispersione schizofrenica, la tensione superficiale della goccia d’acqua non si dissolve nel lago di Narciso.

Abstract
Il tema della EPF Conference”Too Much – Not Enough” sollecita una riflessione sulla complessa articolazione del pensiero winnicottiano riguardante i rapporti oggettuali. Nello scritto sull’uso dell’oggetto mette in luce l’utilizzo della pulsione distruttiva per conferire carattere di alterità all’oggetto e di indipendenza al soggetto, fondata sul contatto con il suo nucleo pulsionale. Nella teorizzazione dell’oggetto transizionale Winnicott evidenzia il carattere percettivo e sensoriale di questo rapporto, che apre all’incontro con l’oggetto non-me senza correre rischi di annientamento per la vita psichica del soggetto, che amplia e arricchisce il suo contenitore mentale e i suoi processi identificatori.
Per far fronte a questa contraddizione relativa alla presenza dell’oggetto nella vita mentale del soggetto (too much or not enough) si rivela utile il concetto di integrità degli oggetti di Bollas. Le esperienze emozionali sono legate agli oggetti che le mettono in moto. Secondo Bollas, costruiamo il nostro idioma mediante l’intelligenza delle forme, configurando la nostra vita mediante la scelta di oggetti che hanno una compiutezza. L’integrità di un oggetto ha la struttura potenziale atta ad avviare processi evocativi.

[1]  Nel libro Sulla natura umana (1988) Winnicott così sintetizza il suo pensiero: 

“ In un trattamento analitico, un’interpretazione  corretta  e opportuna dà la sensazione  di essere sostenuti fisicamente, e questa sensazione è più reale ( per il non psicotico) di quanto non sarebbe se si fosse veramente sostenuti e accuditi. La comprensione va più in profondità e proprio tramite la comprensione, dimostrata dall’uso del linguaggio, l’analista sostiene fisicamente nel passato, cioè al tempo in cui si avvertiva il bisogno di essere contenuti, quando l’amore significava cure fisiche e adattamento. “ (67)

Bibliografia
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Balint M. (1968). The Basic Fault. Therapeutic Aspects of Regression. Taylor and Francis, London.
Bollas C. (1992). The Shadow of the Object. Routledge, London.
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