A proposito del convegno «Dissociazione, scissione e rimozione».

Autori e modelli teorici a confronto. –
Maria Vittoria Costantini, Luca Quagelli.

Sabato 4 e domenica 5 dicembre si è tenuto a Roma il convegno «Dissociazione, Scissione, Rimozione», a cura del Centro di Psicoanalisi Romano.
Il titolo stesso già stimola la discussione e invita alla riflessione su alcune questioni a nostro parere centrali. Da una parte, si tratta di rintracciare l’importanza che concetti teorici tanto salienti hanno rivestito nella costruzione dei differenti modelli psicoanalitici; dall’altra, e senza fermarsi alla ricerca storico-concettuale, è fondamentale riflettere sul sempre maggiore affermarsi, nel dibattito attuale, di alcuni di questi concetti rispetto ad altri. Di rimozione si tende a parlare ormai poco, mentre sempre maggiore è lo spazio guadagnato prima dalla scissione e poi, più di recente, dalla dissociazione.
Vale dunque la pena, secondo noi, di leggere per intero tutti questi lavori, che con la loro ricchezza e puntualità possono aiutare a districarsi tra i differenti linguaggi che caratterizzano la babele dei modelli psicoanalitici odierni. Se c’è un punto che ci sembra fondamentale, oggi più che mai, è infatti l’importanza di conoscere in modo chiaro ed approfondito i diversi paradigmi teorici, in modo da potersi poi parlare e comprendere anche a partire da prospettive differenti. Necessità, questa, che il convegno ci pare aver portato avanti in maniera viva e creativa, permettendo ai partecipanti di arricchire il proprio patrimonio di conoscenze in una maniera che, ne siamo certi, non potrà che riflettersi in modo positivo anche nel quotidiano lavoro clinico con i pazienti.

Procedendo lungo questo filone di idee, il congresso è stato aperto da Amedeo Falci che, con il lungo e complesso lavoro «Difese dell’Io e stati del Sé. Le premesse teoriche, l’evoluzione ed i differenti usi del costrutto dissociativo in psicoanalisi» ci ha introdotto immediatamente nel cuore del problema, ricordando come la discussione sulla dissociazione psichica porti spesso con sè alcuni aspetti iperdrammatizzati quali l’evocazione, anche letteraria e giornalistica, di personaggi sdoppiati in una o più identità ed una eccessiva tendenza alla reificazione. Rimozione, scissione e dissociazione, ricorda l’autore, non sono però oggetti della realtà naturale ma modelli analogici (necessari finchè non si potrà operare una traduzione nei linguaggi più accurati delle scienze della mente, ma di cui è bene tenere presenti i limiti) che per altro provengono da premesse e percorsi teorico-clinici differenti e non necessariamente compatibili.
In considerazione di ciò, Falci propone un’accurata ricerca storico concettuale che mostra l’evolversi nel pensiero freudiano del modello scissionale-dissociativo (il primo Freud, quello degli Studi sull’Isteria, pur adottando di fatto questo modello non separa mai i due concetti i maniera adeguata) e le ragioni del suo contrapporsi al modello centrato sulla rimozione. Se sappiamo dell’affermarsi del secondo, sarebbe però rintracciabile a parere dell’autore una continua traccia del primo che percorre sotterraneamente tutta la ricerca freudiana per riemergere poi soprattutto nei concetti di attenzione liberamente fluttuante e nell’introduzione, dal 1925, di meccanismi di difesa che diversamente dalla rimozione arrecano delle deformazioni all’Io (difese rispetto a cui Falci ipotizza un continuum di fenomeni di non accesso rappresentazionale alla realtà dai più ai meno estremi, inteso come insieme funzionale che vede nei fenomeni scissionali dell’Io l’elemento comune).
Questo stesso modello scissionale-dissociativo riemergerebbe oggi secondo Falci, in un disegno più maturo, per dare conto di aspetti teorico-clinici non risolvibili nel modello esplicativo della sola rimozione.
La dissociazione può allora essere definita in una prospettiva attuale come "non integrazione informazionale tra vari modelli operativi della mente" e come "plurimi stati soggettivi del Sé, di coscienza, inconsci". Più che differenziarla dalla scissione, sottolinea Falci in quello che è secondo noi il passaggio centrale del suo lavoro, si può pensare che si tratti dello stesso processo colto da due angolature differenti: "si dice scissione dell’Io se guardiamo alla struttura, dissociazione se guardiamo al Sè"; la prima riguarda determinate difese in un modello riferito all’Io, la seconda è espressione di un modello che fa riferimento al Sé ed è al contempo organizzazione mentale e processo difensivo. A basso grado di disconnessione – mild dissociation (sorta di parziale accessibilità tra i diversi stati del sé e parte costitutiva della nostra vita relazionale quotidiana) o ad alto grado di disconnessione – intense dissociation (in cui ogni stato del sé è abbastanza slegato, con scarsa possibilità di integrazione informativa rispetto ad altri).
Tale ricentratura teorica permette secondo l’autore alla psicoanalisi di tornare ad occuparsi di tematiche come abuso e trauma (e della questione delle memorie traumatiche come disconnessione informazionale tra l’aspetto emotivo e quello cognitivo), nonché di "rileggere molta patologia ‘classica’ alla luce di misconosciute enclaves dissociative in pazienti apparentemente analizzabili".

La discussione al lavoro è stata aperta da Francesco Carnaroli il quale ha sottolineato come, anche alla luce degli studi dell’infant research e delle neuroscienze cognitive, sarebbe a suo avviso opportuno rivalutare il pensiero di Janet come precursore delle attuali ipotesi sulla dissociazione, questione questa che risuonerà poi in tutti i successivi contributi come punto conflittuale tra il modello freudiano e quelli più squisitamente relazionali.
Secondo Carnaroli l’innesco del processo dissociativo avverrebbe in una fase precoce, in cui l’intersoggettività primaria precede l’individuazione del sé, e in cui prevale una modalità procedurale, subsimbolica di funzionamento mentale.
Il senso di Sé emergerebbe dunque da un’intersoggettività primaria in cui, in nome della vitale conservazione del legame di attaccamento, il neonato si riconosce nelle modalità di rispecchiarlo della madre. Se questa manifesta però macchie cieche e/o risposte incoerenti alle espressioni emergenti del neonato, quest’ultimo subisce un trauma consistente nella mancanza di riconoscimento di sé stesso, dei suoi stati emotivi, e ciò che non è riconosciuto viene dissociato nel tentativo, inizialmente adattivo, di trovare una qualche forma di autoregolazione emotiva.
Di ciò il neonato niente sa, e non è che con ciò egli entri in conflitto. Il conflitto (che era invece per Freud e diversamente da Janet il fattore causale determinante anche nella dissociazione), se emerge, è frutto per Carnaroli dell’inizio di una capacità di sintesi che mette a confronto gruppi psichici separati e contrastanti di una stessa persona (in una mente dunque già edipica).
Ecco allora il valore della teorizzazione di Janet sull’eziopatogenesi della dissociazione come debolezza delle funzioni integrative (funzioni psichiche superiori che si sviluppano a partire dalla relazione madre-bembino e solo dopo vengono interiorizzate), e sul trauma (per Janet, non è l’evento in sé stesso a risultare traumatico, bensì l’intensità della reazione emotiva che non riceve un’adeguata regolazione).

Nell’alveo di queste riflessioni su scissione, dissociazione e centralità delle fasi precoci dello sviluppo si è inserito anche Giuseppe Moccia il quale, con il lavoro "Essere due menti: processi dissociativi e strutture di soggettività" si è proposto, muovendo da un modello intersoggettivo del sé e del funzionamento mentale che lo porta a sottolineare la centralità dell’inconscio non rimosso quale contenitore delle identificazioni primarie, di "differenziare le diverse dinamiche alla base dei processi dissociativi e di rivisitare e comparare alcuni concetti come diniego e scissione verticale".
Tali concetti, pur appartenendo ad ordini teorici diversi, riescono ugualmente a catturare a suo avviso l’essenza del fenomeno dissociativo.
Moccia ha innanzitutto differenziato una dissociazione debole e una patologica.
La dissociazione debole corrisponderebbe a quella fisiologica scissione di cui parlava Ferenczi: non potendo noi vivere in costanti condizioni di integrazione, molte nostre esperienze sono vissute in modalità preriflessiva e spesso abbiamo identità diverse in contesti diversi. Eppure siamo poi sempre capaci di ricondurre questa molteplicità a un senso unitario e continuo di noi stessi e della nostra storia.
Della dissociazione patologica si darebbero invece due possibili forme. Da una parte (e su un piano fenomenico) essa può essere una difesa contro esperienze di sopraffazione, dall’altra una forma di "struttura che organizza inconsciamente o inconsapevolmente la personalità" adattandosi ad un ambiente che non riconosce il dolore psichico. A partire da ciò, Moccia ha poi descritto due diversi tipi di struttura psichica dissociativa.
Nella prima, la presenza della scissione insieme all’identificazione ("tossica") con l’oggetto e con il suo modo di trattare gli affetti determina nel soggetto quella particolare condizione per cui egli "sa e non sa"; "è consapevole in una parte della mente di ciò che invece ignora in un’altra".
Se qualcosa non ha funzionato nella primissima infanzia e i segnali di angoscia del bambino non hanno trovato una risposta, egli non potrà fare altro che depotenziare il senso e la legittimità del proprio dolore identificandosi (non esclusivamente su base traumatica) con la risposta rifiutante dei genitori.
Il risultato di ciò sarà il continuo attivarsi di una struttura inconscia scissa che impone una sorta di obbligo ad alimentare soluzioni evacuative, proiettive, onnipotenti ogni volta che si presenti un senso di vuoto o di tristezza che non è ammesso vivere del tutto (e che viene dunque rinnegato), mentre sulla superficie "tutto scorre nella apparente adeguatezza di un soggetto che si autosostiene".
Ecco dunque l’essenza di questo genere di strutture: non la semplice divisione tra un falso sé ed uno vero, ma "due sé che esistono in modi diversi, in momenti diversi e per fini diversi".
In tutto ciò, il soggetto è sì consapevole di una disarmonia nella propria personalità (gli affetti o gli stato del sé che vengono scissi sono comunque rappresentabili) ma non per questo in grado di riconoscere da solo le ragioni che la sostengono.
Anche nella seconda tipologia di struttura dissociativa (presente nelle gravi patologie dell’identità, nel disturbo da attacchi di panico, nelle psicosomatosi, nel disturbo post-traumatico da stress) si evidenzia una duplicità di stati mentali ma, diversamente dal caso precedente, essa si caratterizza per una irruzione improvvisa, in uno stato principale del sé a funzionamento alessitimico, di memorie traumatiche simbolicamente non formulate.
Qui il soggetto non sa.
L’oggetto con cui egli è identificato "non solo rifiuta di riconoscere l’angoscia collegata al trauma e la sua funzione di comunicazione […] ma impone un obnubilamento rispetto alla percezione di tutte le emozioni connesse a certi eventi relazionali". Ciò che l’individuo percepisce in questi casi è cioè solo una attivazione emotiva di cui non può però operare alcuna formulazione simbolica o contenimento trasformativo: la dissociazione si attua qui "in una continua disconnessione fra affetti e stati del sé e la loro articolazione simbolica" che priva il soggetto delle capacità riflessive utili ad elaborarli.

Partendo da queste considerazioni il discussant, Angelo Macchia, ha allargato il dibattito alla tecnica analitica chiedendosi in particolare "quali forme di ripetizione nel transfert possano presentare eventi psichici così peculiari" come quelli descritti da Moccia, nonché "quali tipi di risposte è invitato a dare l’analista affinchè il dispositivo dell’analisi possa essere il luogo e lo strumento di trasformazione" sia degli atti psichici incompiuti (il riferimento è alla seconda struttura dissociativa descritta da Moccia) che di quelli rinnegati (come nella prima struttura).
Secondo Macchia, pazienti con questo genere di problematiche sollecitano continuamente l’analista a rivivere ciò che essi hanno vissuto negli schemi relazionali originari: si tratta di "stati in cui la riflessione, il pensiero, la libertà dell’analista sono minacciati" e da cui egli può essere tentato di uscire attraverso interventi che, non considerando l’incapacità del paziente di pensare (in senso bioniano), rischiano di riproporre in lui le ferite di un trauma originario.
È invece solo quando, nella reciprocità dello scambio, "l’analista ‘diventa’ effettivamente l’oggetto del paziente e il paziente ‘diventa’ l’oggetto dell’analista" che si può attivare la "decodifica di segnali che non hanno ancora o che hanno perduto il loro significato", cominciando a dare voce e parola a fenomeni di origine sensomotoria che si svolgono altrimenti su un piano eminentemente non-verbale e non-simbolico.

Anche Guglielmo Spiombi e Rossella Candela hanno voluto sottolineare, con il lavoro «Passaggi nella clinica», l’importanza dell’affermarsi in psicoanalisi del modello relazionale, nonchè del suo fondamentale contributo alla modificazione del nostro modo di pensare la dissociazione.
Proprio la dissociazione è stata infatti al centro della riflessione di questi autori che, pur riprendendo le originarie ipotesi di Janet, sono giunti a superare la visione che faceva della dissociazione esclusivamente una reazione lineare al trauma, aprendo nuove e intressanti prospettive.
Il sempre maggiore peso accordato alle vicende relazionali traumatiche nello sviluppo psichico del bambino e la contemporanea difficoltà a ricostruirle nel lavoro clinico, hanno posto negli ultimi anni il quesito di "come e in che forma [esse] possano permanere nella mente ed essere riconoscibili successivamente". Secondo Fraiberg, genitori le cui precoci esperienze relazionali disadattive siano rimaste irrisolte, ("fantasmi"), riattiveranno poi, (agendole a livello di memorie procedurali) quelle stesse dinamiche nell’accudimento dei loro figli i quali rischieranno dunque di sviluppare (come si evince dall’applicazione di AAI e Strange Situation) un attaccamento disorganizzato. Si costituiscono così modelli rappresentazionali multipli ed inconciliabili perchè in competizione tra loro: "quelli più adattivi […] verranno mantenuti nella memoria semantica, gli altri verranno dissociati", cioè permarranno come "tracce non elaborabili, cariche di emozioni che non riescono ad evolvere in affetti e che possono inondare all’improvviso l’esperienza".
Dunque se normalmente il bambino piccolo che si trovi in pericolo, dopo una immediata attivazione del sistema di attacco-fuga (Panksepp), ricerca poi la vicinanza dell’oggetto di attaccamento per rassicurarsi e disattivare la precedente risposta, nel momento in cui il caregiver stesso viene invece percepito come indisponibile a causa dall’irruzione nella sua mente di memorie emotive implicite non integrate, il piccolo si sentirà impossibilitato a risolvere la minaccia. Egli avvertirà cioè la situazione come "senza uscita", e come unica soluzione per "mettersi al sicuro" gli resterà quella di distaccarsi dall’evento (il freezing di Fraiberg) "innescando, così, il nucleo della reazione dissociativa", che consiste, secondo gli autori, in una disorganizzazione del funzionamento unitario ed esclusione del riconoscimento della partecipazione del sé a quella particolare esperienza. La dissociazione non sarebbe allora (diversamente da Janet) esclusivamente una reazione lineare al trauma, ma anche un elemento di un processo multifattoriale che vede nella disorganizzazione dell’attaccamento una importante condizione predisponente.
In ultimo, gli autori hanno ancora voluto evidenziare l’importanza di quelle posizioni teoriche (Bromberg, Davies, Bucci) che offrono una lettura della dissociazione non solo come risposta ad una esperienza traumatica, ma quale "processo all’interno del quale si strutturano quei nuclei di regolazione diadica, affettiva e procedurale che costituiranno le fondamenta della personalità".
Tale prospettiva teorica permette infatti di cogliere il senso dell’operare della dissociazione "come disturbo diretto della possibilità di integrare – usando il linguaggio della Bucci – le esperienze sub simboliche dei nuclei affettivi con le rappresentazioni simboliche ad esse collegate, producendo quella distorsione valutativa che slega internamente le esperienze affettive dai propri determinanti simbolici".
Differentemente dai contributi precedenti, a Spiombi e Candela va infine riconosciuto il merito di aver coniugato la teoria alla pratica attraverso l’esposizione di due ricchi ed esemplificativi casi clinici, che non possono purtoppo essere messi a disposizione del lettore per questioni di riservatezza.

Ultimo ad essersi occupato di scissione e dissociazione, Giuseppe Riefolo ha proposto con il lavoro «Scissione e dissociazione nell’evoluzione del processo analitico» una visione decisamente originale del problema che, differenziandosi in maniera abbastanza netta dalle posizioni di chi lo aveva preceduto, è risultata però in alcuni punti anche di difficile comprensione.
Secondo questa particolare prospettiva, la scissione diviene infatti "un fenomeno che, in un continuum, riguarda ogni soggetto ed ogni fase della vita di relazione"; un dispositivo di fondo, aspecifico, un processo alla base di ogni trasformazione che mobilizza e scardina le configurazioni elementari del sé. Essa funge inoltre da premessa alla dissociazione, che è invece considerata un funzionamento mentale di base che tenta di riorganizzare il sé scisso e di salvaguardarne la continuità.
Nella visione di Riefolo la gravità dei quadri clinici non può dunque più essere fatta risalire alla presenza o meno della scissione: essa è infatti considerata un processo dinamico a monte sia della nevrosi (in cui "si orienta ai prodotti dell’Io, compreso l’Io-Selbst") che della psicosi (in cui "ripiega sull’Io-Ich"); una funzione dell’Io rintracciabile in ogni suo processo.
Sulla base di questa personale rivisitazione del pensiero freudiano su scissione e dissociazione, l’autore afferma che a suo parere già per Freud sarebbe esistita la scissione/ dissociazione come dispositivo patologico aspecifico di fondo che "sotto l’influsso pulsionale" o a seguito della conflittualità tra Io e Super-Io "stacca l’Io dalla realtà", mentre rimozione, spostamento, conversione ecc… altro non sarebbero se non sottoclassi, forme specifiche di dissociazione che descrivono le caratteristiche strutturali dell’Io e i suoi stili di difesa. Addirittura, "portando all’estremo" l’ultimo Freud del Compendio (che, attraverso il recupero dell’antica figura della "scissione psichica", propone la coesistenza delle configurazioni psicotiche insieme a quelle nevrotiche) si potrebbe affermare, scrive Riefolo (riprendendo la tesi janetiana della faiblesse constitutionnelle e dunque dell’esistenza di stati del sé paralleli e multipli), che, come nella celebre metafora freudiana un cristallo gettato a terra si spacca secondo le sue linee di sfaldatura, allo stesso modo il fattore determinante nei quadri psicopatologici siano "le linee di fragilità e di forza insite nella struttura del Sè". La Spaltung avrebbe "solo" il ruolo di attivare il processo e mettere in luce queste linee di fragilità.
Integrando Freud con Janet sarebbe cioè possibile considerare la scissione come difesa primaria e al tempo stesso come premessa necessaria alle riorganizzazioni dissociative, "finalizzate non solo a operazioni di difesa ma soprattutto all’acquisizione nel sé di parti sempre più complesse dell’oggetto".
Con quest’ultima affermazione, Riefolo intende suggerire l’esistenza di due tipi difenomeni dissociativi, quelli creativi e quelli difensivi. La dissociazione patologica, o difensiva, è finalizzata all’evitamento di esperienze conflittuali, mentre quella creativa rappresenta la possibilità di vivere nuovi stati del sé e sperimentare nuovi oggetti (attraverso il sogno, le libere associazioni, le potenzialità iconiche della mente, ma anche la rêverie e l’attenzione liberamente fluttuante). In quest’ottica la seduta analitica (di cui l’autore porta un dettagliato esempio) può essere rappresentata come un "densissimo processo di composizione di configurazioni dissociate sia difensive che creative verso configurazioni più complesse, finalizzate alla coesione del sé. Il tutto nello spazio intersoggettivo inteso come disposizione potenziale alle infinite trasformazioni che il sistema di motivazione intersoggettivo potrà produrre".

La discussione al lavoro di Riefolo è stata aperta da Antonio Ciocca il quale, proponendo quello che è risultato di fatto un ulteriore lavoro vero e proprio, ha posto l’accento su una particolare forma di dissociazione, quella psicosomatica. Se il rapporto "dinamico, bidirezionale, conflittivo ed evolutivo" tra corpo mente è per Ciocca ciò che ci permette "di funzionare e di percepirci come tutt’uno", la sua osservazione sistematica illumina aspetti difficili di molte patologie: anoressie, bulimie, crisi di panico, psicosi. Ed è proprio in questi casi, in cui si perde l’interezza ed integrità del vissuto e la persona si percepisce come se fosse divisa tra corpo e mente, tra esperienze fisiche ed esperienze mentali, che la dissociazione psicosomatica si manifesta.
Nella perdita della possibilità di un funzionamento armonico tra corpo e mente che essa rappresenta, il corpo diventa un insieme di sensazioni fisiche scisse e persecutorie; la mente perde il proprio legame con la realtà e dunque la capacità di far fronte all’esperienza. Ciò fa sì che il corpo possa acquisire in simili casi sia la funzione di esprimere l’angoscia (il sintomo isterico, L’urlo di Munch) che quella di bloccarla (un paziente di Bion che utilizza l’apparato muscolare delle gambe per controllare amore e invidia, gli Studi dal ritratto di papa Innocenzo X di Velàzquez di Bacon).
In ultimo, analizzando i versi finali della poesia The other di Sylvia Plath Ciocca pone l’accento sulla profonda enigmaticità dei possibili intrecci tra corpo e mente, vita e morte. Ecco allora il duplice senso del "palparsi le ossa delle anoressiche", ed ecco il significato spesso vitale che gli atti autolesivi (non autodistruttivi) possono acquisire: il vetro che taglia la carne della poetessa diviene (anche) un modo per riempire il vuoto, stabilire un contatto tra sensazioni e sentimenti che attiva un’animalesca esplosione di vitalità e, nello sgorgare del sangue, permette (forse per la prima volta) di vedersi e di farsi vedere nel proprio dolore.

Per ultimo abbiamo scelto di collocare il lavoro «La rimozione, innanzitutto» di Giuseppe Squitieri, unico ad occuparsi in modo specifico della Rimozione.
Tentando un interessante collegamento tra il modello freudiano e quello bioniano, Squitieri ha avuto a nostro avviso il merito di approfondire il ruolo che possa spettare al concetto di rimozione nell’attuale modo di pensare clinico attribuendogli, dopo aver dato conto del suo sviluppo nel succedersi degli scritti freudiani, un valore anche relazionale.
In particolare l’autore sottolinea come punto nodale della sua riflessione la svolta degli anni ’20, che contiene a suo avviso il germe del passaggio da una teoria delle pulsioni a una teoria del pensiero, da una teoria intrapsichica a una relazionale. Allorché le pulsioni divengono interne all’apparato psichico, il cui lavoro non è più quello di escludere (rimuovere) le rappresentazioni (rappresentanze-rappresentazioni) portatrici di dispiacere, ma elaborare e trasformare le spinte pulsionali in elementi utilizzabili dall’apparato psichico stesso, la rimozione perde valore?
Secondo Squitieri ciò non è necessariamente vero, a patto che se ne comprenda l’evoluzione da difesa a modalità di funzionamento tipica dello psichico nella sua normale opera di metabolizzazione della realtà, il che è in particolare possibile appoggiandosi alla teoria bioniana.
A questo proposito, l’autore propone di leggere il concetto di contenitore, il cui ruolo non è solo quello di tradurre le comunicazioni emotive ma anche di trattenerne una parte (quella che il bambino non è in grado di tollerare), come ciò che precostituisce di fatto il ritorno del rimosso che avverrà con l’accesso alla posizione depressiva. Tale considerazione si trasferisce nella clinica con pazienti non nevrotici nella capacità dell’analista di trattenere (rimuovere) i contenuti proiettati dai pazienti fino al momento in cui essi non siano utilizzabili nel lavoro analitico. In quest’ottica la rimozione diviene cioè parte di quel va e vieni di contenuti mentali tra due menti o tra due parti di una mente (visione binoculare) che permette lo sviluppo della capacità di pensare e l’ampliarsi degli spazi psichici.
Le considerazioni teoriche sono state arricchite da due interessanti vignette cliniche che hanno mostrato come in presenza di pazienti non nevrotici la funzione rimovente spetti in realtà all’analista: sia, classicamente, come sospensione dell’attività interpretativa che, in alcune rare eccezioni, come azione. Dunque, dalla classica rimozione come difesa intrapsichica ad un suo divenire, di fatto, quasi una difesa relazionale, di coppia.

Il lavoro è stato puntualmente discusso da Claudio Neri il quale, dopo averne evidenziato i punti salienti (centralità del concetto "classico" di rimozione nel lavoro con pazienti nevrotici, sua possibile estensione nella clinica con pazienti non-nevrotici e differenza a livello di teoria della cura nei due casi) sottolinea come, sebbene l’ibridazione tra il pensiero di Freud e quello di Bion porti alcuni frutti (come l’idea che la rimozione possa essere compiuta da una persona diversa rispetto a quella i cui contenuti sono rimossi), manchi a suo avviso ancora qualcosa per avere una chiara visione delle espressioni moderne e iper-moderne della rimozione.