Balloni A.

“Immaginare le vite degli altri”

di Alessandra Balloni

Il progetto è natodall’idea di inserire, nel contesto deldibattito scientifico, un momento dal forte impatto emotivo, strettamente legato ai contenuti trattati nel Congresso, ma con un suo linguaggio autonomo. La recitazione dei brani, assieme alla musica,hanno a mio avviso permesso di evocare temi psicoanalitici presenti nella letteratura contemporanea rendendoli vivi attraverso la voce e il corpo dell’attore.
Ho subito pensato a Luisa Merloni e Luca Venitucci, che conosco da tempo e dei quali apprezzo la sensibilità e la competenza artistica, per riuscire in questo intento.
I brani, nell’ordine in cui sono stati presentati, sono tratti dai seguenti libri: “I Melrose” di Edward St Aubyn; “La strada” di Cormac McCarthy; “Numeri sbagliati” un racconto di Agota Kristof; “La tregua” di Primo Levi e infine “Trama d’infanzia” di Christa Wolf. Si tratta di brani che mettono in luce le risorse della psiche infantile davanti a situazioni traumatiche, così pure come il bisogno dell’altro, che non viene meno neppure in situazioni di deprivazione assoluta. Gli autori, nella loro assoluta originalità, hanno in comune una grande capacità di entrare in risonanza con il mondo interno dei loro personaggi, di immaginare i loro vissuti.

Ho deciso di iniziare con un testo ‘forte’: Never Mind, primo di quattro romanzi (scritti tra il 1992 e il 2011), pubblicati in Italia in un unico tomo dal titolo I Melrose (casa editrice Neri Pozza); l’ultimo romanzo Lieto fine (2013) è stato pubblicato separatamente.
Si tratta di un romanzo in gran parte autobiografico e forse per questo l’autore riesce a descrivere così potentemente il vissuto di Patrick di fronte al trauma dell’abuso, la sua capacità di scomparire dentro il geco. Patrick realizza il paradosso di essere nel mondo e contemporaneamente esserne separato, direbbe Bromberg. L’esperienza della realtà viene varcata, superata, trascesa attraverso l’immaginare, che diventa “essere” in uno stato dissociato. Lui è anche lì sul muro, libero di muoversi e di scappare con le sue ventose. E al tempo stesso è costretto all’immobilità e all’impotenza, il suo corpo e la sua mente sono prigionieri dell’esperienza traumatica che sta vivendo. Patrick vive un’oscillazione fra l’essere nella propria pelle e infilarsi in quella del geco, a volte, nonostante lo desideri disperatamente, il dolore corporeo, ilsentimento di essere annientato, annullano le sue risorse dissociative.
Prima, quando il padre gli aveva fatto male, Patrick, con le orecchie dolenti si era nascosto nel cespuglio, in modo che nessuno lo potesse trovare… In questo primo nascondiglio aveva dovuto portare con sé il peso e il volume del proprio corpo, che lo condizionava e lo teneva insieme. Più tardi, davanti a una diversa e incomprensibile violenza paterna, riesce a diventare altro da sé. Alla condizione d’impotenza totale fa seguito l’onnipotenza della dissociazione. Ciò che vìola Patrick non è solo il corpo e la volontà paterna, è l’impossibilità di capire quanto gli sta succedendo;c’è un surplus, un eccesso, che è al contempo incomprensibile e minaccioso, che innesca la dissociazione.Il geco è un nascondiglio che nessuno può scoprire, è un luogo della mente, è scomparire dentro di sé e fuori di sé. La sofferenza cessa e assieme ad essa il senso di stabilità, di continuità del Sé, d’integrità psichica viene interrotto.
La disconferma dello stato emotivo del bambino operata dal padre -disconferma che, leggendo il romanzo, emerge come elemento sistematico -il quale si comporta come se considerasse irrilevante ciò che è accaduto, è parte costitutiva del trauma: è il perpetrarsi della violenza. Del resto lo sdrammatizzare paterno -“Mi mangerei un bue…” “Sai, dovresti sforzarti di mangiare di più. Per diventare più forte” -è inscritto nella falsa coscienza, nella necessità del padre stesso di difendersi dalla consapevolezza della violenza che una parte di lui sa di aver perpetrato sul figlio. In questo scollamento empatico si insinua, nella mente del bambino, la diffidenza verso il senso che egli attribuisce alle proprie esperienze. Questo passaggio è messo in evidenza nel dialogo interno, quando il bambino passa dal chiedersi “che cosa ha fatto” per aver provocato la rabbia del padre, al provare vergogna per “tutte le cose sbagliate che aveva fatto”, un vissuto che diventa pervasivo (“La sua intera esistenza gli sembrò contaminata dal fallimento”). Il soggetto viene così drammaticamente impoverito della capacità di processare cognitivamente la realtà e di fidarsi delle proprio sentire. In questo luogo può avvenire la catastrofe.
C’è qualcosa di commuovente nel pensare che Edward sia riuscito, da adulto -un adulto che nel corso del romanzo agirà un’enorme distruttività verso se stesso -a trovare una strada per essere così prossimo al bambino che è stato, a capirlo così da vicino e a farlo amare da noi lettori.
E’ Patrick-Edward adulto che può andare nel luogo dove presumibilmente si è trovato il bambino, è lui che può fargli dire che quello che sta vivendo è per lui incomprensibile, inquietante, oscuro; è l’adulto che è diventato che può avvicinare il bambino per cercare di capire cosa gli sta accadendo, è lui a trovare le parole, il linguaggio simbolico, per esprimere quell’esperienza, ed è -lo si capisce nel corso del romanzo – un luogo che l’adulto ha potuto avvicinare accompagnato dal proprio analista.
Credo inoltre che questo romanzo, oltre ad avvicinare, abbia la funzione di separare lo scrittore dal bambino. L’uomo rimane inevitabilmente alle prese con il rapporto di senso che istituisce con il proprio passato traumatico e con la sua significazione. L’elaborazione psichica, volta a gestire la sofferenza, è un lavoro soggetto a continue trasformazioni (e certamente in questo processo trasformativo l’aver messo per iscritto quell’esperienza è un passaggio determinante, per certi versi assimilabile al bisogno di testimoniare di PrimoLevi, ma non ha carattere esclusivo o definitivo), che avrannotermine solo con la morte. Patrick invece è lì, nella parola scritta e tradotta in tante lingue, è lì per gli altri e le trasformazioni cui andrà incontro dipenderanno dall’uso che ne faranno le donne e gli uomini che lo leggeranno, mi auguro, per molti anni a venire.

Anche il secondo brano – La strada (2006) di Cormac McCarthy -parla di una relazione padre figlio, che però si colloca agli antipodi rispetto alla precedente: qui il padre, finoallo stremo delle forze, svolge una funzione protettiva, amorevole, di cura. Mi sembrava importante trovare un testo capace di valorizzare il rapporto padre figlio e la capacità di questa coppia di preservare amore e umanità in un mondo disumano, dominatodalla lotta feroce per la sopravvivenza. Qui usciamo dal luogo del sadismo e della violenza maschile per entrare nella dimensione emotiva e affettiva dell’accudimento. E’ un territorio tradizionalmente di dominio delle madri, mentre ai padri è assegnato il ruolo, significativo, ma tutto sommato poco entusiasmante, di imporre la legge, di separare, di mettere il limite, di permettere l’uscita dallo stato indifferenziato, introducendo la parola, il simbolo. In questa dicotomia ipersemplificante si perde la ricchezza delle complesse istanze intrapsichiche che entrano in gioco nella relazione simbolica tra i genitori e i loro figli, dove le funzioni materne e paterne trovano aree di sovrapposizione. (Si pensi a Klein e al ruolo giocato dalle fantasie inconsce del bambino).
Quella descritta da McCarthy è una figura di padre forte, che affronta con determinazione e coraggio situazioni estreme, è un padre che protegge dal pericolo, che tenta di tranquillizzare, che racconta le favole sostenendo la speranza in un possibile futuro. Possiamo accostare questo scenario a situazioni di guerra, di grave indigenza o di malattia, in cui i genitori devono farsi carico per lungo tempo della sofferenza e dell’angoscia dei figli, incoraggiandoli e sostenendoli instancabilmente, tentando al contempo di arginare le proprie angosce.
McCarthy ci proietta in uno scenario apocalittico, un futuro di uomini degenerati, animali spietati, capaci di mangiarsi l’un l’altro pur di sopravvivere. C’è un collegamento significativo fra questo scenario drammatico, immaginato nel futuro, e il testo di Levi, che documenta l’orrore di un tempo passato, quando l’inimmaginabile è accaduto.

Per stemperare la drammaticità dei due brani iniziali, ho cercato un testo che alleggerisse il clima, senza tuttavia andare a discapito della profondità dei contenuti. Per questo ho scelto il racconto breve e ironico di Agota Kristof dal titolo “Numeri sbagliati” (2005).
L’esistenza monotona, le sere lunghe e silenziose, la mancanza di lavoro, la solitudine sono i tratti con i quali l’autrice introduce il protagonista. La sua esistenza è caratterizzata dall’attesa, ma non diqualcosa di grandioso, di un evento che possa stravolgere la sua esistenza… semplicemente lui aspetta di poter fare due chiacchiere con qualcuno, che per caso o per sbaglio faccia il suo numero, dato che non sembra neppure contemplare la possibilità che qualcuno possa chiamarlo di proposito.
E’ con questo basso profilo e basse aspettative che quest’uomo si muove nel racconto. Una sera una donna lo chiama e lui, dopo essersi finto per poche battute il Marcel con cui lei credeva di parlare, si presenta con un nome inventato, Lucien. Incoraggiato dalla ragazza, che è attratta dalla sua voce “gradevole, profonda, dolce” e vuole conoscerlo, Marcel-Lucien esce timidamente dal cono d’ombra nel quale stava nascosto, per trovarsi subito dopo sommerso dalle aspettative di lei (che lo immagina con i capelli scuri, i jeans, il maglione nero…). Si realizza uno sdoppiamento fra l’alter ego Marcel-Lucien al quale l’uomo arriva ad assomigliare (comprandosi vestiti nuovi e tingendosi i capelli) ma nel quale non si riconosce (“…continuo a guardarmi. E l’altro, lo sconosciuto, mi guarda a sua volta. Non mi piace. E’ meglio di me, più bello, più giovane, ma non sono io. Io ero peggio, meno bello, meno giovane, ma ci ero abituato”) e l’immagine di sé cui è abituato ma che sente inadatta, inadeguata, destinata al fallimento nell’incontro con la donna (“…è bella, molto bella, troppo bella per me”).
Non si presenteràall’appuntamento trasformato nel Lucien che lei sta aspettando, e neppure nei suoi pantaloni di velluto logoro, non si presenterà affatto. Rimarrà a guardarla da lontano, provando sospetto e diffidenza verso il desiderio di avvicinarla (“Mi vergogno anchedi quello slancio che ho avuto verso di lei, verso quei ‘begli occhi tristi, con un fondo come di solitudine’, solo uno stupido capriccio della mia fantasia”), rimarrà nel suo alveo demistificante, ironico, autoriflessivo, inibito, intelligente e infinitamente malinconico. Questa rinuncia alla vita, se da un lato è il segno evidente di una profonda ferita narcisistica, dall’altro sembra guadagnare una dimensione metafisica, sollevarsi al di sopra dei singoli casi umani per diventare sguardo disincantato sul mondo.

Primo Levi – l’autore del quarto brano – a mio avviso ha dato uno straordinario contributo alla riflessione sulla natura umana perché straordinaria è stata la sua capacità di descrivere e interrogarsi sull’uomo, sui suoi abissi e le sue risorse. Quasi in ogni pagina sembra dire qualcosa che riguarda la psicoanalisi: mi riferisco a temi quali il trauma e la capacità di sopravvivere al trauma, la vergogna, ciò che tiene in vita e ciò che fa morire, l’urgenza del bisogno di testimoniare e di trovare testimoni al trauma vissuto (bisogno profondo e forse unica strada per rendere la propria esperienza interiore sostenibile), infine il tema della ricerca e della funzione dell’altro, depositario, interlocutore, testimone. In aggiunta a ciò le sue meditazioni, il suo osservare e descrivere, di una profondità e acutezza quasi dolorose, sembrano avvalersi di un assetto mobile, costantemente attraversato dal dubbio, il che, a mio avviso, è di per sé una lezione sul comprendere l’altro. Ne La tregua(1961-62) Levi testimonia dell’esistenza di Hurbinek, un bambino la cui morte avvenne i primi di marzo del ‘45, a circa due mesi dall’arrivo delle prime truppe dell’Armata Rossa. Pensare all’esistenza di Hurbinek significa evocare il fantasma della madre, la gravidanza e il parto nel Lager e il Lager come madre-ambiente che non permette la vita psichica né corporea. Ma assieme a questo scenario di disperazione e morte, l’autore ci descrive la straordinaria vitalità di questo bambino, che lotta per entrare in comunicazione con il mondo. Hurbinek è il trauma primario, ma anche la lotta per la vita. Non solo il depositario dell’immaturità e della debolezza psico-fisica, ma altresì delle potenzialità sane di sviluppo; un bambino che ha tenacemente atteso per tre anni di incontrare un essere umano che potesse sostenere la sofferenza del suo sguardo e che ha tentato fino all’ultimo di aprirsi una strada per uscire dal sistema chiuso nel quale la mostruosità dell’uomo lo ha costretto.

Il reading si chiude con Trama d’infanzia di Christa Wolf (1976), che considero un manifesto della psicoanalisi. E’ un librolargamente autobiografico, che narra del viaggio compiuto dall’autrice nellasua terranatale(passata dopo la guerra in territorio polacco), i cui confini geografici e lingua non sono piùgli stessi; un luogo che non è più visitabile perché non è più ciò che era(“…troppe cose, nomi come Aldolf-Hitler-Strasse e Hermann-Goring-Schule… erano diventati inutilizzabili per i nuovi abitanti della città””);allo stesso modo per ladonna adulta, Nelly -la bambina che lei un tempo è stata – è divenuta irraggiungibile, ci parla di “lei” utilizzando laterza persona, sottolineando cosìl’alterità, la perdita, la distanza dalla propria infanzia.
Il lavoro della memoria individuale – strumento inattendibile di cui dispone l’uomo, “che lavora isolando spezzoni e il cui compito è: dimenticare! falsificare!” -si traduce nello sforzo di mantenere in vita, attraverso la propria storia, anche quella collettiva, cui il soggetto è indissolubilmente legato. L’autrice porta il peso dell’integrazione di un passato che la sua nazione – la Germania Orientale -ha occultato e rimosso, delegando ogni continuità con il Nazionalsocialismoalla “metà divisa”, la Germania federale (“Il passato non è morto; non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo e agiamo come se ci fosse estraneo”, queste le parole con cui si apre il libro).
La frattura di piani temporali, la rinuncia ad una narrativa lineare, le diverse identità che si intersecano nel romanzo, i salti di registro, si dispiegano in un naturale flusso associativo, che non appesantisce mai il lettore. Wolf ricorda, ripete, rielabora, ci presenta una bambina vitale e trascinante, che sono certa sarebbe piaciuta molto a Winnicott, una bambina alle prese con fantasie onnipotenti,riflessioni profonde, angosce. Nel brano scelto per il reading,Nelly si è infilata la perla nel naso e viene accompagnata allo studiodi un medico che gliela estrae; attraverso questo semplice ricordo della vita quotidiana,abbiamo accesso alla complessità del suo mondo interno. Vi troviamo la capacità di compiacere i grandi, di aderire alleloroaspettative, di osservarli, lo scarto fra il piano dell’agiree quello emozionale, la distanza fra il marasma del suo mondo interno e l’interpretazione lineare e rassicurante che ne danno gli adulti che la circondano, l’incomunicabilità di tristezza e solitudine. Nelly rivendica fino alla fine la sua irriducibilità, si ribella e mette in guardia l’adulto -la donna che lei è diventata -che pretende diappropriarsene attraverso la narrazione (“Nelly non è altro che il prodotto della tua ipocrisia”, “…credi che sia possibile comprendere qualcuno di cui ci si vergogna?”). 

“La prosa crea esseri umani, in senso duplice. Abbatte letali semplificazioni presentando le possibilità di esistere in modo umano. Fa da riserva d’esperienza e valuta le strutture della convivenza umana… Appoggia e soccorre il farsi soggetto dell’uomo. E’ rivoluzionaria e realistica: seduce e incoraggia all’impossibile”. (Christa Wolf, dal Saggio “Leggere e Scrivere” del 1968).