Bonfiglio B.

Divenire soggetti.
Basilio Bonfiglio

In questo scritto porto l’attenzione su quanto lo “scenario analitico” (Khan, 1974, 129), con le sue componenti di assetto fisico e psichico, crei all’analizzando condizioni ottimali per entrare in contatto con se stesso sviluppando la sua soggettività e consolidando il senso di identità. L’osservazione psicoanalitica evidenzia, a volte con qualche accuratezza, l’incessante riformulazione dei contorni della soggettività, con un mutamento delle attitudini percettive e delle capacità emotive. Per soggetto intendo l’individuo nella sua capacità di sperimentare una qualche consapevolezza di sé e di attribuire un qualche senso al reale. Il processo di soggettivazione, infatti, concerne esperienze che spaziano dai livelli basici sensoriali ed emozionali, sperimentabili ma non rappresentabili, sino a quelli più differenziati che assumono la forma di pensieri classificabili secondo le categorie suggerite nella Griglia di Bion: sogni, immagini, pensieri, pre-concezioni, ecc. (Vermote, 2012). Le condizioni adeguate di sicurezza, sostenute dall’analista e dall’assetto che assicura, permettono all’analizzando di spostare l’attenzione dalla protezione di “ciò che ritiene essere i confini e l’integrità della psiche” (De Toffoli, 2014, 269), al consentire a quest’ultima di “espandersi ed includere dati precedentemente trascurati ed esperienze finora non riconosciute proprie, sperimentando un nuovo livello di identità” (Ibidem).
In questa occasione rivolgerò l’attenzione soprattutto all’analizzando descrivendo il suo lavoro di scoperta di sé dando quasi per scontato che l’analista stia assicurando condizioni di assetto, attenzione e partecipazione sufficientemente adeguate. Considerare come uno sfondo il complesso lavoro di ascolto, rêverie e rielaborazione dell’analista, nonché la sua consapevolezza delle implicazioni transferali e controtransferali, è in questo caso un artificio che mi consente di mettere meglio in risalto le riflessioni e le conseguenti scoperte dell’analizzando. Brevi resoconti clinici, che successivamente commento, espliciteranno il lavoro psichico ed emotivo dell’analista, solo in parte verbalizzato all’analizzando, per lo più in forma di interpretazioni implicite. Evidenzio, così, alcuni passaggi iniziali dell’incessante divenire che realizza e consolida la soggettività del paziente. Occupandomi sopratutto di quanto nel paziente favorisce tale costruzione di soggettività.
Il contributo dell’analista si può cogliere in due modi. Osservando,’in negativo’, la libertà evidente con la quale il paziente (nelle sequenze riportate) esprime senza impedimenti i pensieri non dovendo rispondere a continue sollecitazioni verbali provenienti dall’analista. Ma anche tenendo conto di come le riflessioni oggetto di questo scritto fossero in forma meno razionalizzata presenti nella mente dell’analista, sostenendone la qualità del suo ascolto.
Ritengo che i resoconti clinici e la qualità della loro formulazione siano uno dei modi di esporre le teorie dell’analista sul funzionamento della mente e della relazione.

Guido(1) .

Il paziente, un giovane di circa 25 anni, ha avuto difficoltà sin da piccolo: chiuso e ritirato da sempre, vive in casa con la nonna. Il padre – ex tossicodipendente – e la madre, sono separati da anni ed hanno ricostituito altre convivenze. Guido ha chiesto l’analisi perché bloccato da tempo, dopo un breve tentativo di autonomia. Trascurato nel vestire, passa molte ore in casa ed ha difficoltà a curare l’igiene personale e della sua camera, vivendo spesso nel disordine. Ha frequenti sbalzi d’umore con perdita del senso di ciò che fa e della sua vita in generale. Trascorre notti al computer giocando. Quest’ultimo, d’altro canto, gli consente un lavoretto che gli assicura denaro per le piccole spese. Per riservatezza non aggiungo altri particolari.
I
In prima seduta appare visibilmente teso: si sdraia col collo proteso in avanti in una postura innaturale e faticosa, evitando di poggiare il capo. Col passare dei minuti sembra quietarsi e si distende. Il suo problema, afferma, è l’impossibilità di fare affidamento su di sé “ […] perché tanto è sempre un circolo … casuale […] però durerà i primi giorni l’entusiasmo … entusiasmo per modo di dire … il risultato è sempre questo che sto così … aggrapparmi ogni volta agli stati d’animo in cui sto meglio … poi tanto finisce”. (2)
Si esprime con lunghe pause, pesando le parole una ad una.
Quel giorno, aggiunge, andrà la madre a trovarlo: “quello mi dà piacere … però ricado nella speranza che riesco a fare alcune cose perché c’è qualcuno in casa […]”. Ma “le cose non hanno una base” e “tutto è casuale”. Alcuni giorni si rilassa, ma poi và “in apatia”. Non c’è stabilità, conclude.
E’ influenzato “da cose esterne” e il suo stato d’animo muta in relazione agli altri “se uno mi dice una cosa brutta poi sto male di sicuro” anche nel fisico e “mi viene la palpitazione”.
A. – raccoglie questa incertezza e suggerisce come forse lui desideri si possa arrivare insieme a capire cosa differenzi un periodo da un altro.
P. – “Io non li vedo proprio [i motivi dei cambiamenti] … ho cercato di mangiare alla stessa ora, di andare a letto la stessa ora … ma niente. E’ tutto casuale è una roulette. Ormai devo solo sperare di svegliarmi bene”. Teme di perdere il lume della ragione. Si chiede se sia lui stesso a volere tutto ciò.

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Colpisce la frammentazione del discorso che sembra sconnesso. Ma se si segue il filo, spicca il senso di estraneità da se stesso e dal corpo che non gli consente di fidarsi delle proprie percezioni. Come se forze occulte, ragioni particolari o lui stesso inconsapevolmente, lo tenessero nell’incertezza. Il suo stato d’animo sembra avere vita propria: le cose ‘accadono’. In balia di forze estranee deve vigilare e prendere atto ogni giorno di come vadano le cose. Sperare, in queste condizioni, vuol dire “ricadere” nella speranza: un’esperienza spiacevole, sicuro annuncio di una delusione.
Si coglie la serie difficoltà di simbolizzazione, che non gli consente di attribuire un significato certo all’esperienza: è carente quel processo di “personalizzazione”, risultato di cure materne adeguate, che conduce alla “inter-relazione della psiche con il soma” (Winnicott, 1949, 292), assicurando il senso di “continuità dell’essere” (Ibidem, 293). La psiche è dissociata dal soma ed egli tenta di sopperire a tale grave carenza. Un insieme di mancanze che rinvia ai primi periodi di vita ed a memorie traumatiche non esprimibili in termini verbali perché immagazzinate presumibilmente nelle strutture sottocorticali. Lascia ipotizzare un’insufficiente funzione materna di elaborazione delle emozioni e delle funzioni del soma che hanno portato ad ipertrofizzare in lui l’’intelletto’ (“mind”, Winnicott, 1949) per assumere in proprio la gestione dello psiche-soma. Guido, in effetti, prova a contrastare la precarietà e la carenza di coordinate creandosi una ‘ingessatura’ rigida di protezione (stesse ore, stessi gesti, ecc.) che si rivela insufficiente.
Egli riesce, però, a rendere partecipe l’analista sia dell’espropriazione da sé stesso, – essere in balia di forze oscure (Ogden, 1989, 1994, 100), – che della estrema permeabilità alle influenze esterne. E’ in grado di comunicare, quindi, come sia l’inadeguatezza del senso di sé a condurlo in analisi.
Informa anche l’analista delle aspettative e del piacere per l’inizio della nuova esperienza (arrivo della madre), ma anche della problematicità di tale presenza (tensione all’inizio della seduta) temendo possa rivelarsi impoverente, confermando l’incapacità a sostenersi da solo.
II
A distanza di un mese, Guido arriva sereno, in ordine e con un nuovo look: “In questi giorni mi sono impegnato di più al lavoro, mi sono dato delle regole; lavoro da quest’ora a quest’ora e in quel frangente qualunque cosa accada … Mi è venuta un po’ la forza; ho cominciato a fare il lavoro in modo più sbrigativo senza stare a perdermi nei dettagli, sennò non la finisco più”.
Riconosce un possibile influsso dell’analisi: ”forse venire qua mi ha fatto bene da quel punto di vista perché invece di lasciare le cose così, qua le affronto e quindi mi viene pure da affrontarle fuori”.
Ma le preoccupazioni sono in agguato. “Sembra che affrontare le cose sia meglio; anche se c’è sempre una spada di Damocle […] Ho proprio il terrore a volte; sono di quell’idea: se và troppo bene una cosa, succede sicuramente qualcosa di negativo … inutile opporsi, tanto alla fine tornerà così”.

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Sono evidenti delle trasformazioni emotive nell’analizzando. E’più coeso e meno frammentato nell’eloquio. Si colgono aspettative in un’analisi fortemente idealizzata. L’analisi ha liberato la “forza” che lo organizza mentalmente e fattualmente, rendendolo attivo e propositivo. L’organizzazione attuale differisce qualitativamente dalla precedente che era frutto di ossessività e controllo; derivava da un ricorso alle sue risorse intellettuali non sostenuta dallo sguardo partecipe e dal sostegno emotivo dell’oggetto. La differente natura è sorretta, cioè, dalla relazione con l’analista nel contesto dell’ambiente prevedibile e tutelato. L’ordine e le regole attuali che lui si dà sono sostenute, però, dalla funzione organizzante che la regolarità delle sedute ed il continuo lavoro di riflessione esercitano sull’intera sua esistenza. Esse sono parzialmente bonificate dalle angosce che, relegate sullo sfondo della mente di Guido, sono ben presenti all’analista che segue con apprensione una situazione considerata molto precaria.
III
Qualche settimana dopo il paziente riprende contatti più stretti col padre. “Sono andato da mio padre; siamo andati a prendere i bambini a scuola”. Fa una pausa e prosegue: “ora ho la mente in un modo e la voce in un altro [si riferisce al ‘qui ed ora’]… dovrei essere più allegro ma non ci riesco … comunque, i bambini [figli del padre] sono bellissimi, così tanto che mi viene da rimpiangere che non li vedo mai … però allo stesso tempo sono troppo belli … mi fa quasi spavento questa cosa. Troppa gioia, troppa … però non riesco a lasciarmi andare, proprio impossibile!”
Insiste sulla difficoltà a tollerare. “Ero molto recettivo ieri, apprezzavo proprio tutto, gli sguardi … Mi imbarazza da solo, troppa gioia … difficoltà a viverle […] lei mi chiama “fratellone” … ora mi posso commuovere eccetera e poi […] Sono troppo forti, non le reggo..”
Accenna anche all’analisi: “… certe cose che lei mi dice, che io penso impossibili, mi sembrano possibili … mi ci fa riflettere pure a me … strano … poi non so se è tutta una finta o è sincera, ritorno sempre lì. Ho questa cosa che mi devo accertare delle cose, pure delle emozioni …”
Richiama due fallimenti. Il rientro in casa della nonna, non avendo retto un lavoro lontano, e l’emozione per la nascita della sorellina: emozionatissimo le aveva comprato dei vestitini ma, appena tornato l’emozione era sparita.

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L’affidamento intenso all’analisi ha ripristinato il contatto della psiche col soma e le sue emozioni, anche se è palese lo sforzo necessario a viverle e giustifica il precedente ricorso al congelamento. Adesso può contattarle ed averne coscienza anche se sono “troppo”. Rientrano in gioco aspetti infantili della sua personalità, attenuatosi il timore che vengano sottovalutati, negati e, soprattutto, fraintesi. L’ascolto dell’analista, talora il discreto nominare le emozione o il collegare vissuto ed evento attenuano il dubbio se siano ‘vere’ o ‘finte’ e, silenziosamente le confermano vere in quanto oggetto di attenzione (Bonfiglio, 2007). L’ascolto testimonia che adesso c’è qualcuno in grado di recepirle, anche se è incombente il rischio di inondazione (“troppo, troppa”).
IV
E’ stato dal padre due giorni consecutivi. “Mia nonna [materna] quando mi ha rivisto ha subito detto … “è una continuazione” … “ci vai sempre … perché ci vai sempre ? …” e io le ho risposto male. Le ho proprio detto “vattene via!” … tanto con le buone non serve a niente. Rispondo più male quando devo fare delle cose, se sto meglio, se uno mi viene a rovinare le cose. Però almeno se ne è andata subito; poi mi rimane il senso di colpa”.
A. – “Ha pensato che la nonna fosse un po’ gelosa e ha dovuto metterla al posto suo”.
P. – “Quello lo posso pure capire … però se ti dico che mi fa male quando mi dici queste cose; glielo dico da anni … lei lo ribadisce … non è l’età, è proprio il carattere. E’ proprio lei.” La nonna lo faceva anche con la figlia e questa “alla fine diventava matta; per ogni cosa dava di matto”.
Prosegue: “Però ora ho visto questa cosa che se sto bene rispondo male, … che un po’ rovina il quadro. Però se supero il senso di colpa di rispondere male, forse è pure meglio. Non rispondere affatto non funziona perché insiste … è proprio un attacco, un assedio. Se pure chiudi la porta rimane là, bussa, dice “sto male”. Se ci penso adesso mi sembra una cosa incredibile!”
“Quando sto meglio divento un po’ egoista pure io che rispondo male. Penso che non ha diritto di comportarsi così. Poi è pure vero che ha la pressione alta, l’ansia. Poi penso che si sente male … non si capisce se è una vigliaccata o se mi dispiace veramente farla stare male”.

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Appare la nonna sulla scena e lui si interroga sulla loro relazione. Riflette così, in presenza dell’analista, sulle ragioni proprie e su quelle di lei ripercorrendo gli avvenimenti e facendo ipotesi sulle rispettive motivazioni e sul significato dei comportamenti.
Tratteggia, in tal modo, la relazione con un oggetto percepito come intrusivo e colpevolizzante ed al quale tenta di non soccombere: la sequenza descritta, (che plausibilmente corrisponde ad eventi abituali), mostra come egli sia riuscito in questo frangente a ‘chiudere la porta’; cioè ad attivare comportamenti che contrastano la permeabilità all’altro lamentata in prima seduta e la relativa confusione di identità, essendo carenti dei confini sufficientemente delineati. Egli può esternare percezioni ed emozioni distinguendole e nominandole. Utilizza l’esperienze senza congelarla o esplodere in reazioni automatiche, ma con un comportamento fermo e contenuto; sufficientemente guidato. E’ presente un soggetto: in questa occasione lui c’”è”.
Riflettendo sulla nonna, se stesso ed i contenuti, Guido realizza come il sentirsi più forte (“sto meglio”, “sono un po’ egoista”) gli fa porre confini ma a prezzo di un senso di colpa. La situazione relazionale che ci presenta prevede il benessere di uno solo dei due partner, a prezzo del malessere dell’altro, alimentando un dilemma ancora da sciogliere: rivendicare il suo spazio è segno di egoismo incurante dei bisogni dell’altro? Gettiamo lo sguardo su una modalità relazionale che coinvolge tre generazioni. Il comportamento della nonna verso di lui è simile a quello che la figlia (madre del paziente) ha fatto proprio e messo in atto col figlio (come si chiarirà più avanti). Una ‘follia’ trasmessa di generazione in generazione che vede l’oggetto richiedere prossimità, accudimento e sottomissione al soggetto per il mantenimento del proprio equilibrio psichico. Quel ribaltamento di funzioni sul quale Bowlby (1983, 1979,) ha lungamente insistito.
La sequenza permette di formulare ipotesi sull’incertezza profonda e la sensazione di permeabilità lamentate dall’analizzando: la probabile carenza, nelle relazioni primarie, di un oggetto capace di ascoltare e confermare percezioni ed emozioni, privando il paziente di riferimenti certi, lasciandolo dibattersi tra letture incoerenti ed opposte del medesimo evento.
La seduta mostra l’embrionale capacità di Guido di distinguere stati di coesione interna, di percepire quando sono in pericolo e per quali eventi. Non è il fato ad agire su di lui, bensì eventi che suscitano affetti monitorabili ed utilizzabili quali indicatori, pur se comportano dubbio ed indecisione.
Le emozioni nominate dall’analista rafforzano tale barlume di consapevolezza dando loro consistenza. Guido diventa consapevole di connessioni con l’altro da sé finora ignorate, e si scopre parte di una realtà multidimensionale in cui può dare spazio a nuove consapevolezze. Il contesto favorisce l’alfabetizzazione delle risorse emozionali. L’esperienza degli eventi non è più impersonale, bensì soggettiva e riconoscibile (Bion, 1980; Bonfiglio, 2010, 2010a; Ferro, 1996, 2009; Grotstein, 2007; Ogden, 1989, 2008; Symigton N. e Symington J., 1996).
In questa fase è tutta dell’analista la consapevolezza di quanto la nonna sia anche un oggetto interno dell’analizzando che egli non è in grado di assumere come appartenente a sé, pena il precipitare in uno stato di confusione.

L’insieme delle esemplificazioni mostra un andamento lineare e privo di tensioni. Ed in gran parte in questo periodo è stato così. Infatti, superato il terrore iniziale della sconosciuta situazione analitica (testa sollevata), la qualità dell’ascolto dell’analista ha garantito condizioni quasi magiche in cui le riflessioni hanno trovato posto ‘quasi’ da sole. L’analista appare prolungamento di un analizzando che sembra occupare interamente la scena. Ne è derivata una situazione nella quale Guido ha usufruito di una “madre ambiente” (Winnicott, 1963) alla quale si è abbastanza fiduciosamente affidato, con una consapevolezza vaga degli effetti potenti di quella presenza che gli ha consentito di conoscersi e riconoscersi.
V
Le contraddizioni e le problematiche di Guido naturalmente non sono dissolte, ma permangono dissociate, e riaffiorano qualche tempo dopo quando egli chiede di non pagare necessariamente l’ultima seduta del mese, come stabilito. Cioè, il momento che egli si rivolge alla “madre oggetto” (Winnicott, 1963). L’analista ribadisce l’utilità della norma contrattuale e Guido manifesta qualche segno di contrarietà che subito non appare particolarmente eclatante ma ritornando, poi, lui stesso il giorno seguente sull’episodio.
P – “Invece mò, per non scordare le cose che ho passato nell’ultima seduta; lì è stato proprio … il fatto che non mi stava bene pagare l’ultima seduta, che non controllavo io la cosa; che non rientrava tutto nel mio piano. Mi è preso proprio il panico, tremavo proprio, sono andato in tilt!… perché ho dovuto affrontare una cosa che di solito lascio andare o me ne frego oppure mi metto nel letto; e l’ho affrontata qui. Lei non me la dava vinta, diciamo; insomma sono stato proprio male. E’ proprio per quello che sono venuto qui. … Pensavo che non fosse un problema pagare un giorno qualunque però a quanto pare lei ha capito bene uno dei miei problemi. Mi sono meravigliato”.

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Il paziente ha impattato inaspettatamente con l’analista “oggetto”, – realizzando la presenza di qualcuno altro da sé, – e dalle proprie reazioni intuisce essere evento significativo. Constata non essere l’analista ‘dentro’ lo scenario analitico che ha lui nella mente e che gestisce (la “sua camera”). Realizza di trovarsi, invece, nell’ambiente istituito dall’analista e che questi preserva avendone solide ragioni. L’assetto che ha operato silenziosamente, dato per scontato (dopo la prima seduta), torna improvvisamente in primo piano. L’esperienza di Guido con oggetti sentiti come intrusivi e prevaricanti lo avverte istintivamente del pericolo insito nell’affidarsi, scatenando ansie claustrofobiche. La crisi segnala un’angoscia conosciuta, col corredo di reazioni psicosomatiche. In passato, come precisa, dissociandosi ricorreva alla negazione, facendo come nulla fosse. Oppure si dissolveva in quanto identità (rifugiandosi nel letto). In questo caso ha affrontato, – segno di consapevolezza e fiducia, – un suo “problema” ed ha intuito potenzialità insite nel setting e nel metodo psicoanalitici. Altra testimonianza del suo “esserci”, nel confronto con presenza e funzione dall’analista.

Ho descritto in sequenza lineare eventi più complessi, per mostrare microsviluppi di una soggettività in trasformazione. Non si tratta di obiettivi raggiunti, bensì di brandelli di esperienze che necessitano di ulteriori integrazioni per divenire aspetti consolidati di se stesso di cui disporre con relativa sicurezza.

SINTESI.
Lo scritto mette in luce come le caratteristiche dello “scenario analitico” e la funzione di rielaborazione mentale ed emotiva dell’analista favoriscano il progressivo prendere forma e consolidarsi di una soggettività nel paziente. Viene descritto nel suo divenire, il lavoro di riflessione svolto dall’analizzando in presenza di un analista che, spesso silenziosamente, lo segue in tale percorso attribuendo senso alle sue comunicazioni.

NOTE
(1)Ringrazio il dr. Antonio Braconaro per avermi concesso l’uso di questo materiale.
(2)Le sottolineature nello scritto sono mie.

BIBLIOGRAFIA.
Bonfiglio B. (2007). Transfert e livelli di funzionamento della mente. In: Anna M. Niccolò (2007). Attualità del Transfert. Articolazioni, varietà cliniche, evoluzioni. FrancoAngeli, Milano.
Bonfiglio B. (2010). I vincoli delle situazioni traumatiche alla costruzione della soggettività, Rivista di Psicoanalisi, 56, pag. 27;
Bonfiglio B. (2010a). Inconscio strutturale, funzioni dell’analista e verbalizzazione, Rivista di Psicoanalisi, 56, pag. 821-838.
Bowlby J. (1973). 2: La separazione dalla madre. Boringhieri, Torino, 1978. Bowlby J. (1983). La violenza nella famiglia. In Bowlby J. (1988). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.
De Toffoli C. (2014). Transiti corpo mente. L’esperienza della psicoanalisi. FrancoAngeli, Roma.
Ferro A. (1996). Nella stanza d’analisi. Emozioni, racconti, trasformazioni, Cortina, Milano. Ferro A. (2009). Trasformazioni in sogno e personaggi del campo psicoanalitico. Riv. Psicoanal., 55, 395-420.
Grotstein J.S. (2007). Un raggio di intensa oscurità. L’eredità di Wilfred Bion. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010.
Ogden T.(1989). Il Limite Primigenio dell’Esperienza. Astrolabio, Roma, 1992. Symigton N.; Symington J. (1996). Il pensiero clinico di Bion. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998.
Vermote R. (2012). Making the best of a bad Job. In Bernard Reith, Sven Lagerlof, Penelope Crick, Mette Moller, Elisabeth Skale, Initiating Psychoanalysis. Perspectives. Routledge, London and New York.
Winnicott D.W. (1949). L’Intelletto ed il suo rapporto con lo psiche-soma. In: Dalla pediatria alla psicoanalisi.
Winnicott D.W. (1963). Lo sviluppo della capacità di preoccuparsi, In Winnicott D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma, 1970, 89-101.

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