Busato Barbaglio C.

La danza relazionale: sintonie, ritmi, passi.

Carla Busato Barbaglio

Propongo l’immagine di una ‘danza relazionale’ per indicare con immediatezza quanto vado pensando e perché evocativa di una sintonia di corpo e di mente fatta di movimenti, sguardi, sensazioni di sé e dell’altro inconsuete e forti. Nella danza c’è una rappresentazione di un‘noi’ che si costruisce, che può raggiungere livelli di consonanza, ma sempre intessuto della ricerca di un’armonia nella quale si intravvede ciò che si può costruire, come ci si lascia andare all’altro, quali figure possono nascere. Tutto anche senza una parola. Eppure, quando riesce, si tratta di una comunicazione vera e profonda. Tenendo a mente la danza, penso alla relazione madre- bambino quale impasto di passi e di crescita.
Stern parlava non solo della nascita del bambino, ma della nascita della madre per quel bambino. E’ un apprendere a sintonizzarsi, a capirsi, a intendere gli stati mentali l’uno dell’altro, che avviene in modo complesso sia con passi sbagliati sia nelle modalità che consentono crescite migliori. Molte sono le ricerche attuali su quelle che lo stesso Tronick chiama danze interattive, come una sorta di modello di regolazione reciproca, durante le quali entrambe le parti sono attive. E’ la costruzione di un ‘noi due’ che rende esistenti l’io e il tu. Lo stesso concetto di mente oggi è cambiato: componente psichica e componenti biologiche sono una l’interfaccia dell’altra e quello che un bambino sperimenta di positivo o negativo resterà registrato, lascerà tracce. Alcune potranno essere richiamate, altre rimarranno non evocabili eppure attive nel creare nuove tracce. Si sa ora che esperienze positive aiutano la plasticità neuronale e facilitano le introiezioni. Si sa anche che cosa scatenano esperienze negative. C’è un profondo arricchimento nello studio integrato dei processi relazionali e correlati neurobiologici. Frans de Waall, biologo ed etologo, nel suo libro l’Età dell’empatia afferma, appoggiandosi alla neuroscienziata Beatrice de Gelder, che ‘reagiamo agli atteggiamenti corporei con la stessa velocità con cui reagiamo alle espressioni facciali. Interpretiamo il corpo senza sforzo, cogliamo subito un atteggiamento di spavento o uno di rabbia… Però, continua l’autore, le esatte modalità con cui le emozioni sortiscono un certo effetto sulle nostre non sono state ancora completamente chiarite. E per questo chiama una sua idea ‘teoria della priorità del corpo’, cioè vuole che sia il corpo a dare il via al processo. Il linguaggio corporeo degli altri ha un effetto sul nostro corpo, seguito da un’eco emotiva che ci fa provare le emozioni conseguenti. Anche Michael Corballis, nel suo volume Dalla mano alla bocca, ci dimostra come il linguaggio sia nato dal gesto e come, prima del linguaggio, la comunicazione sia avvenuta in modo fattuale. Parlo quindi di danza relazionale quale metafora di un linguaggio psicofisico. Interessante a questo proposito un esempio che propone la Fraiberg, in un lavoro svolto negli anni 70 con i figli non vedenti di madri vedenti. Alcuni bambini si sviluppavano normalmente mentre altri apparivano isolati e asociali. La Fraiberg notò che alcune madri si staccavano dai figli e interagivano meno perché non comprendevano che, con questi figli, era necessario un linguaggio diverso e come effetto i bambini utilizzavano strategie di coping quali ritirarsi e concentrarsi più su sé stessi. Le madri si sentivano impotenti e interagivano sempre meno e così si instaurava un circolo vizioso. Interessante che, quando le madri capivano questo funzionamento, riprendevano ad interagire e ad avvicinare un diverso linguaggio del corpo dei bambini con il quale dialogare. I bambini ritornavano in relazione.
Muroni, in un suo lavoro sull’adolescenza, afferma che le neuroscienze ci hanno permesso di comprendere come la nostra capacità di autoriflessione, di avere coscienza di noi stessi, abbia origine nel corpo. Dalle cellule partono innumerevoli segnali che approdano al nostro cervello, concorrendo a costruire la mappatura del corpo, individuata nella regione sensomotoria dell’emisfero destro. Le tecnologie hanno permesso di esplorare nuove realtà, individuando come noi stessi mutiamo non solo in base alla nostra età, ai nostri cicli vitali, ma anche all’ambiente in cui viviamo, alle esperienze che facciamo. Pinker, studioso del linguaggio, afferma che Emettendo semplicemente suoni con la bocca, noi possiamo far sorgere l’uno nella mente dell’altro nuove combinazioni di idee dotate di un significato. Per linguaggio, come sottolinea l’autore, non si tratta già di frasi significative, ma di suoni che la bocca emette. Questo immediatamente riporta alla mente le tonalità e le vocalizzazioni che le madri e i padri, ma anche tutto l’ambiente che circonda l’inizio e il prosieguo della vita di un bambino, costruiscono quale ‘culla acustica’ contribuendo a stimolare, sia positivamente che negativamente, ciò che è quel bambino, la sua mente, e insieme la mente della madre a farsi tale per quel bambino, nel mormorio delle voci unitamente al contatto fisico, al modo di tenersi, guardarsi, sorridersi, sopportare il pianto e rispondervi. Tutto ciò che qualifica l’umano è la continua possibilità di arricchimenti che vengono da tutte le relazioni, ampliando continuamente la dotazione che ci fa persone uniche, aprendo in contemporanea la strada a molte acquisizioni che, a loro volta, si intrecciano e modificano, sembra, la stessa costituzione genetica.
Non si può non segnalare, a questo punto, l’importanza degli studi di epigenetica. Essa si occupa delle modifiche all’espressione del corredo genetico, prodotte in risposta a significativi stimoli ambientali, dovute a piccole molecole che si fissano al DNA bloccandone la funzione. Si è a lungo pensato che queste modifiche fossero sempre transitorie e non trasmissibili. Recenti studi mostrano che queste possono talvolta mantenersi e trasmettersi alla prole. Viene evidenziata così la persistenza degli effetti dello stress(1).
Stralci di un’osservazione madre-bambino seguita e discussa in un gruppo, parte del percorso di perfezionamento in analisi dei bambini e degli adolescenti, fa intravvedere a grandi linee il farsi della danza a livello sincronico e diacronico.
La collega che fa l’osservazione, descrive la madre come una persona che le appare fragile, piccola, tonda e trasandata, pur essendo professionalmente impegnata in un lavoro importante. In modo particolare il gruppo rimane colpito dal perché la signora accetta l’osservazione: “Perché non ho una mamma”. La signora ha quarantatre anni e la madre è morta già da cinque.
La bambina appare all’inizio molto vivace e dotata di curiosità e partecipazione al mondo e alle relazioni,ma via via prende vita, nell’ascolto del gruppo, l’osservazione delle cadute attentive della madre e di tutti i familiari. La mamma non si occupa mai del cambio dei pannolini che viene fatto da nonna e zie. Giulia manifesta da subito un fastidiosissimo arrossamento ai genitali intoccabili dalla madre e la cui cura viene delegata al padre. Perché questa impossibilità di cura unita al suo stare sempre trasandata e con i capelli sporchi?
Una mamma senza madre, senza femminile dentro di sé e senza accesso alla sua bambina.
Lo stesso allattamento è difficile. La mamma, piuttosto grossa, fa pensare ad un uso del corpo con una funzione ‘salvagente’ rispetto al contatto con la figlia. La tiene appoggiata sulle ginocchia lontana dalla percezione del battito del cuore stesso. I bambini all’inizio della vita hanno una capacità di apprendimento molto forte e sanno tradurre esperienze vissute da una modalità sensoriale, per esempio la vista, in un’altra per esempio il tatto. Ricerche di Meltzoff e altri ce lo segnalano. Come Giulia integrerà dentro di sé il latte che le viene offerto e succhia in lontananza e senza abbraccio?
Ho avuto sempre la sensazione, narra l’osservatrice, che la signora non potesse mai particolarmente godere della relazione con la figlia, ma anche della relazione con gli altri componenti della famiglia come se dovesse sempre far fronte ad una minaccia incombente e quindi persecutoria.
I bambini imparano a conoscere le intenzioni e le aspettative delle persone che li circondano dalla nascita e valutano costantemente il mondo sociale e le sue sfumature sottili. Sempre più centrale negli studi è il processo mind–mindedness, che descrive la capacità dei genitori di riconoscere gli stati mentali del figlio (Meins e altri 2003). Da subito appare evidente che la madre di Giulia ha difficoltà a riconoscere gli stati mentali della figlia perché il suo modo di crescerla è di interagire il meno possibile.
La bambina, da una fase iniziale – un’osservazione a soli 15 giorni – in cui è attenta e in contatto con la madre, apparentemente richiamandola lei continuamente alla vita e al rapporto, sembra via via perdere di intensità anche se, quando la madre ritorna presente alla relazione, la figlia sembra ritornare ad insegnare alla madre a fare da madre e a tranquillizzarla delle sue capacità.
A questi spicchi di vitalità si contrappone il fatto che Giulia viene tenuta per molto tempo, tutta la giornata, sul passeggino anche legata, come se nella mente della madre non ci fosse l’idea della necessità di esplorare, di andare, di non trattenere. La presenza dell’osservatrice vivifica la madre che sembra concedersi un qualche contatto in più con la figlia. Nonostante questo, Giulia è una bambina che gorgheggia pochissimo e non si sono mai osservate delle protoconversazioni tra la madre e la bambina sin dall’inizio e il suo muoversi appare muto di suoni e povero di movimenti. Ha capito Giulia che non deve essere più di tanto vitale? La madre, impossibilitata a vederla come una bambina distinta da lei con un suo mondo, la riempie piuttosto delle sue paure e il linguaggio che nasce tra loro diventa parte della personalità di Giulia.
Verso la fine del primo anno di osservazione, emerge che una grave tragedia familiare ha segnato pesantemente la vita della madre e della sua famiglia di origine. Il lutto, con il termine dell’osservazione, è diventato pensabile e condivisibile ed infine ha portato alla formulazione di una richiesta di aiuto. Il racconto è diventato parlabile, ma come continuerà a muovere la vita di tutti e come è stato consegnato alla bambina? Qualcosa con l’osservazione si è interrotto e forse sarà possibile per quella madre e per quella bambina trovare luoghi di intimità diversi. Le ricerche nel campo dell’infanzia descrivono come ai neonati piaccia essere causa di eventi, sia che si tratti di produrre un suono tirando un filo o far venire la mamma con un grido o una risata. L’imitazione del neonato (Meltzoff 2007) è un esempio tipico, così come lo sono i tentativi attivi di regolare l’altro descritti da Tronick (2008), o la giocosità di cui scrive Reddy. (2008). Quando tutto procede bene, i neonati partecipano attivamente alla vita sociale sin dall’inizio e questa diventa un’esperienza di comunicazione con l’esterno spesso gioiosa, e non solo una regolazione emozionale o il contenimento del dolore psichico. Come Giulia, che ha sperimentato il cadere di questa funzione, crescerà?
Al nono mese la madre, che sta diventando, grazie alla nuova esperienza, essa stessa osservatrice, si preoccupa perché Giulia in vacanza, per quanto ci fosse una bella culla, non ne ha voluto sapere, ma ha preferito dormire nel passeggino: il suo recinto stretto. Emerge il racconto drammatico che ha tenuto imbrigliata la vita della signora: “ La bimba morì andando a scuola in auto con l’autista, noi avevamo l’autista” “non riesco a chiamarla Marta, era una mia sorellina che io non ho mai conosciuto. Dopo di lei ci sono stati 2 maschi e poi io. Aveva 6 anni e andando a scuola ci fu un incidente d’auto e lei morì.” Il racconto di questa morte è terribile in quanto i bambini accompagnati erano quattro, abbandonati nell’incidente dall’autista fuggito. Ricorda il racconto delle piccole bare bianche sul letto di famiglia.
Rizzolatti afferma che il possesso dei neuroni specchio e la selettività delle loro risposte determinano uno spazio di azione condiviso, all’interno del quale ogni atto e ogni catena di atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata “operazione conoscitiva”. La nonna, morta cinque anni fa, non ha potuto mandare la figlia all’asilo per preservarla dal pericolo, per tutelarla dalla morte. Ora la madre di Giulia non ce la fa ad avere un rapporto con la sua bambina, la tiene dentro il passeggino come recinto di protezione che Giulia riconosce via via come il suo unico spazio di vita, la sua culla contenente. Chissà se, come propone la Fraiberg, la richiesta di analisi della madre permetterà di interrompere la presenza di tutti questi fantasmi nella stanza di Giulia(2).E il padre? L’osservatore che si fa parte della danza, nutrito della competenza consolidata anche da tutte le ricerche (infant research, neuroscienze, biologia, ecc) intravvede e riflette su ciò che si muove al di là della parola: nelle sensazioni, nelle emozioni, nei gesti e nel linguaggio del corpo. Scambi continui e complessi costituiscono il nostro essere al mondo.
Presento ora un passo di danza tra analista e paziente.
Per brevità introduco solo uno spunto di una lunga e difficile analisi ancora in corso. Luce inizia l’analisi ‘fatta’, piena di canne e di altro. Il nostro lavoro si è ritmato per due anni con il non essere mai del tutto in sé di Luce. Impastata nella voce e nel pensiero. Infarcita di teorie fasulle che pure le davano vita. Sempre però presente all’analisi a volte sdraiandosi, altre volte barcollando davanti a me per tutto il tempo. Canne, oppio, pasticche il suo nutrimento quotidiano più la frequentazione di persone che vivevano ai margini , sbandati. Eppure io sentivo che sarebbe stato possibile uscirne. Non saltava mai una seduta attaccata a me strenuamente. Dopo due anni la droga diminuisce fino a scomparire. Descrivo un inciampo interessante nella danza. Da sei mesi Luce era pulita dalla droga. Era venerdì e, dopo la sua seduta, partivo per un convegno. Arriva drogata. Finita la seduta rimango con l’impressione di una mia buona tenuta nonostante la delusione e l’impotenza. Mi arriva un messaggio di Luce che dice che mi ha sentito fredda, distante, poco profonda. Le rispondo dicendole il mio dispiacere per come mi aveva vissuta: mi ero sentita impotente ed ero rimasta male per questa ricaduta, ma che ci saremmo viste il lunedì. Mi si chiarisce come Luce si fosse sempre sentita una delusione per tutti e come anch’io le stessi riproponendo con la mia delusione, percepita al di là delle parole, la stessa esperienza da lei ripetutamente vissuta e rivissuta nella crescita. Iniziamo insieme ad avvicinare un’esperienza diversa di comprensione. Luce, uscita totalmente da tempo dal tunnel della droga, diventa mamma. Il suo portarmi lacrime e paure, dopo la scelta di tenersi il bambino, mi riempie da una parte di ansia perchè non posso non pensare a tutte le ricerche sulla vita prenatale del bambino e a come ogni feto sia esposto ad una miriade di influenze da quelle genetiche all’ambiente uterino che è unico. Dall’altra, però, ho sotto gli occhi una gravidanza che procede senza problemi fisici, una pancia che cresce ,il corpo di Luce che, da una magrezza esagerata, si fa corpo di donna (3).Mi accorgo di guardare con molta attenzione Luce e di interrogarmi sul suo modo di procedere. Penso a tutte le ricerche che parlano degli apporti che il feto stesso dà alla madre. Music(4)le riassume così ‘Il rapporto tra feto e corpo materno è pieno di tira e molla delicatamente bilanciati. Il feto stabilisce il controllo del territorio per iniziare a crescere. Il corpo della madre sviluppa una propria risposta alle richieste del feto così che si stabilisce un complesso equilibrio di mutua regolazione. E’ iniziata la danza. A volte ho la netta sensazione di vegliare su tutto questo e di ridare a Luce il ritmo per procedere.Nei momenti più difficili spero che il piccolo di Luce si nutra, oltre che dell’ansia della madre, anche della sua capacità di relazionarsi e di pensare, che si è andata modificando ritrovando tutte le buone eredità ricevute negli anni. Spesso mi è stato evidente con lei, più che in altre situazioni, che le stavo prestando consistentemente (5)nella danza la mia storia, il mio modo di essere e di funzionare. Per concludere, non posso tralasciare, anche se detto in estrema sintesi, un punto per me decisivo al mio danzare con i pazienti. Come scoperto da alcuni neuro-scienziati, oltre a un meccanismo difensivo, sul quale molto la teoria psicoanalitica si è attestata, abbiamo anche un‘meccanismo appetitivo’( nel nostro linguaggio sistema motivazionale, desiderio, piacere) che usa regioni diverse del cervello, stimola reazioni ormonali diverse e che entra in azione quando siamo in fase di esplorazione, proviamo piacere e siamo estroversi e sicuri. Ma perché questo meccanismo si sviluppi sono necessari scambi di gioco e piacere reciproco. Tutto ciò pone una sfida alla nostra tecnica: quanto siamo capaci di lavorare sul positivo, quanto sappiamo sollecitare vita più che farci contagiare da morte(6).

Come noi riusciamo a danzare parla della qualità della nostra vita.

Note

(1)Una serie di ricerche recenti sono state sintetizzate in un articolo apparso in ‘Mente e cervello’ n. 80 dell’agosto 2011.
Studi su ratti (Franklin T) rivelano che l’espressività genetica, mutata da condizioni di stress, è trasmissibile ereditariamente anche in assenza di contatti e prossimità tra le generazioni. Gli studi epigenetici sui processi di metilazione cominciano a disegnare scenari radicalmente neurofisiologici di molta psicopatologia. Franklin T. et al. (2010), Epigenetic Transmission of the Impact of Early Stress Across Generations.Biol.Psychiatry,68:408–415.
(2)Uno studio ha evidenziato che la produzione della Proteina Npyr1 nel sistema limbico è controllata dal comportamento e direttamente collegata alle cure più o meno intense delle madri. (Università degli studi di Torino, di Parma e il Max Planck Institute di Heidelberg in Germania.).
(3)La dualità, come più volte detto in questo testo, non inizia dopo la nascita ,ma si avvia già in utero. Su questa linea penso infatti a tutti gli studi sulla depressione materna della Field che ha mostrato che il movimento del feto è maggiore quando la madre è depressa, ma si muove in maniera diversa in utero a seconda del tipo di depressione della madre. I feti di madri con comportamenti più intrusivi si muovevano meno risetto alle madri con una depressione più ritirata.
(4)Graham Music, afferma che si sa che esperienze prenatali hanno effetti duraturi di per sé a prescindere dagli stati mentali della madre. Music cita il gruppo di madri che in Olanda non avendo cibo sufficiente durante la seconda guerra mondiale si sono nutrite di tulipani.I feti delle madri che avevano rischiato di morire di fame divennero bambini con un metabolismo parsimonioso…che durò anche dopo la nascita. Si parla di ricerche di programmazione fetale per le quali i bambini prima della nascita mettono a punto procedure per affrontare la vita futura. In quel caso gli esiti non furono del tutto positivi la ricerca parla di particolari fragilità alle malattie.
(5)Punto molto interessante da sviluppare e fondante ogni buona analisi
(6)Shore , parla di una comunicazione che avviene a livello subsimbolico morta alla funzione riflessiva? Come
lavoriamo con queste aree morte alla vita. Shore A., La regolazione degli affetti e la riparazione del sé, Astrolabio, Roma 2008.

Bibliografia

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