Campanile P.

Patrizio Campanile (Discussant nel panel “Divenire soggetti.Teorie in campo”. Relazioni di Giorgio Sassanelli, Alessandro Garella, Nicolino Rossi)

Ho cercato di mettere a confronto le tre relazioni, anche a rischio di una certa ridondanza avendole appena ascoltate, sulla base di tre questioni che si pongono nel momento in cui viene affrontata la tematica del soggetto e su cui è aperto il dibattito tra i vari punti di vista.
1. Diverse forme dell’essere individuo
La prima osservazione parte da una considerazione di carattere generale: per orientarci nel mondo ed agire in esso, un’operazione indispensabile è quella di classificare.
Le classificazioni che la psicoanalisi ha impiegato nei suoi primi cento anni si sono basate su quanto faticosamente ha elaborato la psichiatria che distingue gli individui sulla base di categorie nosografiche. Credo che l’elaborazione delle teorie sul soggetto possa diventare, e forse già risulta essere, un modo per pensare gli individui, per gli scopi che ci prefiggiamo e cioè conoscerli e poterli aiutare nelle loro sofferenze, introducendo – a scopo di orientamento e come base per ripensare la teoria psicoanalitica – criteri che descrivono i modi di essere delle persone non più basandoci sulle ‘malattie’ da cui sarebbero affette. E’ una prospettiva che ritengo promettente, di cui, comunque, bisognerà poi riconoscere limiti e possibili pericoli.
Ciò di cui ci stiamo occupando in questo Congresso è un’elaborazione che si sviluppa essenzialmente a partire dalla pratica psicoanalitica: è lavorando psicoanaliticamente con gli individui ed analizzando i fenomeni intrapsichici e soggettivi, interpsichici ed intersoggettivi, interpersonali e transpersonali che è risultato man mano utile differenziare modi di essere e di sperimentare la realtà interna e quella esterna, la capacità di stabilire o meno relazioni che a loro volta possono risultare asfittiche e ripetitive o, all’opposto, ricche e creative, fonte di piacere o di dolore, mobili e generative o rigide e mortifere. In particolare è risultato inevitabile differenziare individui che si dispongono con curiosità creativa ad osservare se stessi o che ne risultano incapaci o, ancora, che rifuggono con determinazione o per abitudine questa eventualità. Si tratta di differenze che richiedono sensibilità particolari o assetti specifici per poter essere affrontate ed il cui studio, come dicevo, può consentirci un nuovo modo di pensare la clinica.
Non è certo nuovo il tentativo di studiare gli intrecci tra condizioni psicopatologiche classificate, sulla base della nosografia classica, come diverse e talvolta mutuamente escludentisi. Cito ad esempio l’utilità teorica e clinica della riflessione proposta da Green sull’opportunità di pensare un chiasma per comprendere l’intreccio tra isteria e casi limite, nonché l’andirivieni e lo sconfinamento tra quelli che in diversi momenti risultano i quadri psicopatologici emergenti: mettendo in luce quindi il modo in cui singoli elementi delle storie dei diversi individui possano determinare sorti tra loro così differenti, ma al tempo stesso essere riconoscibili come snodi che riguardano tutti gli esseri umani. Si tratta di tentativi che valorizzano le conoscenze che l’esperienza clinica ha accumulato nel trattare le diverse psicopatologie. Altra cosa potrebbe essere avere un altro punto di partenza: non le diverse forme psicopatologiche, ma il modo in cui gli individui si dispongono nei propri confronti e nelle loro relazioni, quella analitica compresa.
Come è stato ripetutamente messo in evidenza in letteratura, l’angolo di visuale del ‘soggetto’ si è sviluppato man mano che si è cercato di affrontare in analisi specifici modi di essere di individui che risultavano refrattari se non ostili all’approccio psicoanalitico. Ciò ha dato il via da una parte a tentativi di ripensare la teoria psicoanalitica e, dall’altro, alla necessità di studiare come tali differenze si costituiscano e stabilizzino, cosa determini duttilità e possibilità di modificazione o, al contrario, rigidità e costrizione, e – in fine – quali siano le angosce caratteristiche di ciascuna di esse.
Per giustificare il modo in cui ho iniziato le mie osservazioni richiamerò alcuni passaggi delle relazioni. La loro diversità mostra, a mio parere, come, seppur partendo da approcci diversi alla questione e sviluppando ragionamenti talvolta anche piuttosto lontani tra loro, le varie psicoanalisi si dirigono, almeno su un punto, nella medesima direzione se convocate sul tema del ‘soggetto’.
Sassanelli mette in evidenza come il termine soggetto assuma significati opposti a seconda che se ne consideri l’uso aggettivale o sostantivale: essere soggetto, cioè assoggettato ed essere agente. L’essere assoggettato (a dati di realtà, aspetti soggettivi dell’altro, norme, abitudini, strutture linguistiche) sarebbe dominante nelle prime fasi dello sviluppo, laddove successivamente l’individuo potrebbe configurarsi come soggetto aperto al cambiamento e cioè soggetto di o soggetto agente o progettuale. E’ questo un soggetto selettivo o decisionale che, talvolta, può rivolgersi in modo libero e aperto all’esperienza ed in cui prevalgono le relazioni di reciprocità. E’ pertanto un soggetto creativo. Ben diversi sono, questi tipi di individui, dal soggetto assoggettato che costringe se stesso e l’altro a forme di esistenza e di relazione rigide, costrittive e ripetitive. Si tratta, in fondo, di differenti modi di essere individuo. Tali individui si muovono nel mondo in modo diversificato; sono in grado, in misura diversa, di godere e far godere l’altro nelle relazioni e, da ultimo, impegnano l’analista in relazioni analitiche assai diverse tra loro cimentandolo in difficoltà di natura e grado assai differente.
Rossi parla di pazienti e di manifestazioni psicopatologiche, ma in realtà sta parlando di individui caratterizzati da forme diverse di funzionamento psichico; le caratteristiche che descrive possono infatti essere presenti in forme e gradi tali da configurare delle condizioni che determinano sofferenza, limiti e costrizioni, ma non solo. Anche in questo caso si tratta di modi in cui gli individui si dispongono nei confronti di se stessi, della realtà psichica propria ed altrui, della realtà materiale, delle relazioni e quindi degli altri. Rossi delinea in fondo gli estremi di un continuum in cui tutti rientriamo e quindi forme diverse di essere individui: da una parte ci sono quanti sono alla ricerca di oggettività, guardano le cose dal di fuori o dall’alto e tendono a normalizzare ogni evento od esperienza con attitudine ragionevole, impersonale e piuttosto priva di coinvolgimento emotivo; all’estremo opposto si collocano quanti sono caratterizzati da una spiccata ipersoggettività, intesa come strapotere totalizzante della propria esperienza soggettiva, ignara delle differenze e di ogni possibile relatività. Se i primi rifuggono dall’intimità e dal contatto emotivo, i secondi sono alla perpetua ricerca di sintonia nella relazione duale.
Garella, affronta la questione del soggetto con maggior riluttanza e cautela; mi devo quindi scusare se rispetto a lui opero una forzatura ancor maggiore che con gli altri due colleghi. Egli descrive, mi pare, la condizione soggetto come una possibilità: l’individuo può essere; anzi quello di cui ci occupiamo necessariamente è, ma non necessariamente esiste. L’esistere è reso possibile dal desiderio, dalla possibilità di riconoscere la pulsione che mira alla scarica priva di soggetto e ignora l’oggetto e giungere ad un soddisfacimento che salvaguardi tanto il soggetto quanto l’oggetto riconosciuto in tal caso come altro soggetto. E’ implicito nel discorso di Garella il potersi o meno dare questa condizione e ciò ancora rimanda a forme diverse dell’essere individuo.
Tutti e tre considerano, infine, le diverse forme in cui si può presentare il soggetto come stati aleatori e discontinui: sono quindi passibili, seppur in grado diverso, di essere modificate; sono soggette a riorganizzazione e ciò può prevedere il vederle legate anche a momenti di transizione ed alle trasformazioni del corpo. Anche le condizioni in cui le capacità considerate sono massimamente evolute sono passibili di revoca in situazioni di pericolo, sofferenza e regressione.
Credo sia bene non sottovalutare limiti e pericoli della prospettiva considerata.
Parto dai pericoli essendo soprattutto la lettura che propongo a poterli generare: classificare gli esseri umani è sempre pericoloso seppur utile. La storia dell’umanità ne dà purtroppo costanti esempi. Le stesse classificazioni psichiatriche non ne sono esenti, ma potrebbero essere peggiori quelle derivanti dal distinguere tipi di individuo. Al tempo stesso non possiamo non tener conto che l’individuo soggetto è una costruzione piuttosto recente nella storia dell’umanità, che le prerogative che lo caratterizzano si sono modificate nel tempo, che nelle diverse culture si presentano in modo differente e che non va considerata una condizione stabile e definitiva. Abbiamo detto che non lo è per il singolo individuo, ma ciò vale anche per il modo di essere individuo in una data società. La constatazione ‘sono cambiati i nostri pazienti’ credo vada intesa soprattutto in questo modo. Dobbiamo per altro presumere che ad essa vada affiancata l’affermazione ‘sono cambiati i loro analisti’. Senza cimentarci sulle differenze di cultura che caratterizzano le varie società (pensiamo ad esempio a società, come la nostra, che per secoli hanno privilegiato il senso di colpa rispetto a quelle che nei millenni hanno privilegiato il sentimento di vergogna), pensiamo solo ai cambiamenti in corso, ad esempio allo spazio che nella nostra vita stanno sempre più acquisendo le immagini. Come cambia conseguentemente, se cambia, il rapporto tra preconscio e conscio? Che strade nuove può prendere l’inconscio nella vita diurna? Questi, solo due tra i possibili interrogativi.
Credo che lo spazio che la psicoanalisi saprà e potrà avere nel mondo di oggi e di domani dipenda dal suo cimentarsi con tali questioni ‘epocali’.
Riguardo ai limiti: credo che il maggior rischio possa essere quello di tornare ad una psicologia della coscienza che osservi i comportamenti, che faccia oggetto di attenzione il vissuto, ma che non si ponga fino in fondo l’obiettivo di comprendere minutamente i processi e le azioni psichiche che li determinano. Che rinunci cioè, in fondo, alla loro psicoanalisi.
2. La topica del soggetto
Sassanelli descrive un soggetto agito ed un soggetto agente. Quest’ultimo è in grado di scegliere in modo flessibile la configurazione relazionale più opportuna in una data circostanza. A questo mira l’analisi che, nell’ambito di una relazione in cui l’analista si colloca nel luogo e nel ruolo dell’oggetto necessario per il soggetto ad un dato momento, ne decostruisce gli schemi più rigidi favorendo proprio la sua capacità di scegliere e di sperimentare forme di relazione più numerose ed intercambiabili. Gli schemi messi sotto osservazione sono relazioni interiorizzate sotto forma di strutture interne il cui insieme costituisce l’impalcatura della personalità. Essi agiscono in forma implicita, preconscia, quasi automatica in quanto impronta delle relazioni primarie.
I limiti di spazio hanno impedito di precisare cosa s’intenda per decostruire, ma credo che nella discussione sia necessario tornarci, proprio per comprendere la topica sottostante alla concezione proposta. Nel testo è detto che l’analista si mette in relazione alla verità soggettiva del paziente. Fenomenologicamente la verità soggettiva è ciò che l’individuo prova e dichiara. E’ certamente con essa che l’analista interloquisce; è però anche in questo caso un qualcosa di riconducibile a conscio e preconscio. Altro sarebbe considerarla il prodotto di processi di natura inconscia che vanno in tal caso definiti, accanto a quelli preconsci e consci.
Garella si dispone esplicitamente in questa prospettiva.
Per parte sua, egli sostiene che, perché la psicoanalisi non sia infestata dalla tematica del soggetto che rischia di limitarsi ad esprimere il disagio della teoria, dovrebbe esorcizzarne la presenza cercando di assoggettarla alla propria capacità descrittiva e magari anche esplicativa. Il pericolo infatti è che resti appiattita sul pensiero cosciente. Per Garella è necessaria un’esplorazione psicoanalitica della questione che preveda il riconoscere la natura emergente e composita del soggetto. Ribaltando l’ordine dei fattori propone di stabilire quali siano i rapporti che il soggetto della coscienza intrattiene con altri sistemi analiticamente definiti e con il corpo da cui parte la spinta ad una scarica che nasce priva di soggetto e che ignora l’oggetto. Il soggetto sarebbe infatti unicamente la proiezione di processi inconsci in quanto la coscienza accoglie elementi già filtrati da operazioni psichiche essenzialmente inconsce. Se la caratteristica più importante del soggetto è l’autocoscienza o consapevolezza, la psicoanalisi che la assume come prospettiva mira ad ampliarla. In questo senso il soggetto autoconsapevole starebbe in posizione secondaria rispetto al compito primario dell’analisi.
Rossi descrive la progressiva acquisizione della capacità di riconoscersi come soggetto, di sentirsi agente di impulsi, pensieri e stati affettivi e di poterli condividere con altri soggetti.
A proposito della condivisione, incidentalmente richiamo l’attenzione su un’annotazione di Sassanelli che sottolinea, rispetto alla soggettività, il suo non poter essere condivisa in modo diretto. Si tratta di un’acquisizione esito di processi complessi che si possono/devono poter sviluppare fin dall’inizio della vita e che prevedono questa consapevolezza anche da parte dell’oggetto/altro soggetto.
Torno a Rossi. Alla base del processo di soggettivazione, come funzione psichica, egli pone il riconoscimento di stati mentali propri ed altrui e l’appropriazione soggettiva dell’attività rappresentativa. Nel testo non è esplicitato, ma l’attività cui sembra far riferimento credo sia da considerarsi preconscia-conscia. Mi pare importante sottolineare, inoltre, che Rossi nella sua relazione si occupa di un processo che pone a fondamento del sentimento di identità. Rimane aperto il problema della collocazione topica delle determinanti di tale sentimento.
I punti di vista espressi dai tre autori, mi pare, ben rappresentino la complessità delle questioni che rimangono aperte. Credo che il livello descrittivo di cui prima pure ho sottolineato la potenziale utilità (intanto a scopo classificatorio) mi sembra al momento l’unico terreno comune anche se non ritengo sia sufficiente.
3. Le fonti del soggetto
Che la relazione sia il terreno di sviluppo del soggetto è ampiamente sostenuto in tutte e tre le relazioni, seppur con elementi di diversità. In questo c’è quindi ampia concordanza con quanto viene espresso abitualmente dagli autori che si occupano di questa materia. Non per niente molti hanno intersecato i loro punti di vista con un auspicio a favore della costruzione di una possibile terza topica per render ragione di quanto emerge dallo studio delle relazioni.
Sassanelli chiarisce ampiamente come la relazione sia un terreno di crescita, affermazione e trasformazione del soggetto: infatti, dice, ogni qualvolta due individui entrano in relazione emergerà in ciascuno una spinta ad affermarsi quale soggetto, a divenire soggetto della relazione. Fattore determinante quindi è la possibilità di usare l’altro quale oggetto, vale a dire di porlo come esistente in quanto altro da sé. Elemento necessario sarebbero in tal caso la disponibilità e la capacità dell’altro ad offrirsi come soggetto capace di restare in penombra consentendo così l’opportunità al soggetto in trasformazione di riconoscere non solo l’altro, ma modi eventualmente anche nuovi per potersi relazionare. Sono rispettivamente questi il compito e la posizione che deve assumere l’analista.
Di sfuggita è nominata e quindi prevista, alla base delle manifestazioni del soggetto da lui prese in considerazione, accanto alle relazioni infantili, la base costituzionale. Così pure sono considerate le esperienze che mettono l’individuo in relazione con un proprio mondo interno: il sogno e le libere associazioni. Credo che entrambe queste fonti del soggetto meritino di essere riprese nel dibattito.
Le posizioni espresse da Rossi s’intrecciano bene con quelle di Sassanelli e quindi le ricordo per prime. Il soggetto, per Rossi, si sviluppa all’interno di condizioni soggettualizzanti che si danno nell’ambito delle relazioni, particolarmente con soggetti in grado di riconoscere la propria soggettività. Questo altro, capace di riconoscere e confermare la soggettività nascente, la consente e ne attiva lo sviluppo nell’ambito di uno scambio affettivo ed attivo. Cosa si intenda per attivo rispetto a ciascuno dei partner della relazione, per me elemento fondamentale, meriterebbe di essere chiarito ed approfondito. Per esempio: che parte ha l’azione inconscia dell’Io in questo processo?
Da Rossi vengono messi in evidenza due aspetti che mi sembra amplino significativamente il discorso. Il primo è solo accennato e mi piacerebbe che nella discussione Rossi esplicitasse maggiormente il significato che vi attribuisce. Si tratta dell’adolescenza e del contributo specifico che essa dà al processo di soggettivazione. E’ un momento di transizione ove il processo deve essere, diciamo, riaperto. Ciò che lo caratterizza in modo speciale è quanto avviene nel corpo. Anche Garella richiama l’importanza del corpo ed in fondo l’accenno che Sassanelli fa ai fattori costituzionali, e cioè al corpo in quanto dato, rimanda alla necessità di pensarlo come fonte del soggetto. L’attività psichica che l’individuo fin da molto piccolo, anzi direi fin dalla nascita – o addirittura da prima – produce per rappresentarsi il corpo come proprio, per riconoscerne parti e funzionamenti e, poi, particolarmente nel momento dello sviluppo puberale (ma ciò vale per tutte le trasformazioni corporee che intervengono nel corso della vita, anche quelle dovute alla malattia) penso siano da considerarsi centrali per il processo di cui ci stiamo occupando, accanto a quelle discusse ampiamente nei testi proposti. Personalmente a questa fonte darei molto più spazio.
Rispetto all’importanza delle relazioni per il processo di soggettivazione, Rossi, accanto a quella duale e fondamentale madre-bambino, sottolinea la centralità della triangolazione: senza opportuna triangolazione, sembra dire, non può esserci adeguata capacità di processi di soggettivazione. La presenza del terzo nella realtà psichica in cui cresce il bambino risulta una delle condizioni soggettualizzanti. Egli ne richiama ripetutamente il ruolo nel corso del suo lavoro e, attingendo alla sua esperienza di terapie psicoanalitiche di coppia, mette in luce come si tratti di un elemento centrale nella vita degli individui e perché possano realizzarsi cambiamento e processo di soggettivazione.
Garella, nella misura in cui definisce il soggetto come l’essere umano cosciente della propria attività (psichica) e attivo nel prendere coscienza di sé e del mondo, pur riconoscendo che emerge dalla relazione con l’altro che innesca il processo, ne pone l’origine in processi inconsci, alla cui base ci sarebbe la pulsione, di cui esso è funzone (funzione soggetto); ne dipenderebbe cioè funzionalmente. Il soggetto dovrebbe quindi essere considerato il punto di arrivo di processi psichici che avvengono nell’individuo, ovviamente nel contesto ed anche grazie alle relazioni che intrattiene: come complesso di rappresentazioni sarebbe un prodotto di sintesi dovuto all’interazione fra processi e strutture psichiche associate a regimi differenti e topiche diverse.
Se, come abbiamo visto, la presenza dell’altro risulta fondamentale per la vita ed il divenire soggetto, Garella che in fondo vede il soggetto come il punto su cui si appoggia la prospettiva del trattamento, segnala che il fine delle attività che portano al suo costituirsi è sempre quello di stabilire una delimitazione tra ‘proprio’ e ‘altrui’. Con ciò stesso, aggiunge, ribadendo la relazionalità da cui nasce. Personalmente aggiungerei: mostrando la conflittualità drammatica entro cui è sempre preso l’essere umano tra il bisogno/desiderio di andare verso, accogliere l’altro ed esserne accolto ed il bisogno/desiderio opposto. Le dinamiche dell’isteria, al loro fondo, lo illustrano in modo emblematico.
Anche Sassanelli parla di spinta dell’individuo ad affermarsi quale soggetto e la sua posizione s’intreccia in questo punto con quella di Garella anche se i loro punti di vista appaiono nell’insieme i più distanti. Viste però le difficoltà, da tutti riconosciute, che l’essere umano può avere di sviluppare un rapporto attivo di osservazione e ricerca nei confronti del proprio mondo interno, difficoltà che sono state proprio all’origine di molta parte del filone di ricerca sul soggetto, non dovremmo anche in questo caso prendere in considerazione la presenza di spinte che portano in direzioni opposte? Una, cioè, che porta nella direzione dello sviluppo del soggetto ed una ad essa contraria? Se, come definisce Garella, soggetto è l’essere umano che è cosciente della propria attività ed è attivo nel prendere coscienza di sé e del mondo, dobbiamo contemplare nella nostra teoria il posto per individui non soggetti e misurarci con l’ipotesi di una forza che spingerebbe nella direzione di quelle carenze di soggettivazione di cui parla anche Rossi.
Personalmente penso sia da prendere in considerazione, ma mi rendo conto che ciò che io chiamo forza per altri potrebbe essere espressione solo di una difficoltà.
Per inciso, credo che andrebbero chiarite la differenza tra la dinamica che porta al soggetto ed il processo di individuazione nominato in due passi da Sassanelli, come pure le articolazioni tra i concetti di soggetto, identità, personalità (di nuovo nominati da Sassanelli).
Come distinguiamo essere separati, essere diversi ed essere caratterizzati?

***

Penso sia giusto, a conclusione di queste mie osservazioni sui tre lavori, esplicitare, seppur telegraficamente, il mio punto di vista cui premetterò rapidamente una considerazione di metodo.
Metodo
La difficoltà che ho incontrato nella lettura delle tre relazioni mi porta ad una considerazione di metodo. Il Congresso è stato convocato, e così questo panel, su un concetto lasciando libero ognuno di definirlo come crede ed anche di non definirlo proprio lasciando sottinteso il significato che gli attribuisce. L’effetto che ha prodotto in me questo metodo è di confusione giacché termini simili ancorché identici vengono inevitabilmente usati in modo diverso, così come nomi diversi vengono dati a medesimi fenomeni o concetti. Ad esempio: non pensiamo utile distinguere le azioni che portano a prendere coscienza di sé, dei propri affetti ed a qualificare i propri pensieri (cui riserverei il termine soggettivazione) dal processo che porta alla costituzione del soggetto? La pratica di soggettivazione, in quanto basata sulla nominazione e qualificazione, penso sia riferibile al sistema preconscio-coscienza, laddove il processo che porta a ciò che possiamo definire soggetto si basa anche sull’azione dell’inconscio, comprese le azioni inconsce dell’Io. Sono evidentemente intrecciati, ma credo sia bene concettualizzarne la differenza. Stabilita questa differenza, anche le diverse impostazioni che abbiamo visto nelle tre relazioni hanno una possibile integrazione.
Quello che ho cercato di fare nella mia lettura delle tre relazioni e partendo dalle peculiarità di ognuno è stato evidenziare alcune questioni con cui i tre autori si sono misurati e con cui comunque dovremo tutti misurarci, cercando altresì di delineare i terreni su cui è necessario sviluppare il dibattito. Mi chiedo però se la libertà che una società scientifica e per di più psicoanalitica e consapevole delle molteplici psicoanalisi che la abitano deve salvaguardare non possa essere garantita in altra maniera. Penso alla eventualità di incontrarci e confrontarci su un oggetto specifico e predefinito e su quello mettere a confronto i diversi modi di concettualizzarli, eventualmente prevedendo anche la possibilità di dimostrare l’inutilità del suo impiego. La definizione di partenza sarebbe in tal caso il presupposto per garantire tanto la libertà del dibattito quanto il suo giungere in modo chiaro ad evidenziare differenze e concordanze.
Il mio punto di vista
Credo che se vogliamo utilizzare la nozione di soggetto in psicoanalisi dobbiamo con forza sostenerne una definizione univoca dichiarando esplicitamente che, pur consapevoli della storia e delle possibili accezioni in cui il concetto è stato ed è utilizzato, ne adottiamo una specifica accezione. Dal mio punto di vista il soggetto in psicoanalisi è solo, si fa per dire, l’effetto(1) di un processo; è quindi un prodotto cosciente, carico di affetti, di processi inconsci, preconsci e consci che vanno tanto nella direzione dello sviluppo del soggetto, quanto lo ostacolano; usato così, il concetto, porta alla concezione di un particolare tipo di individuo. Del soggetto ci si ripromette di rintracciare le determinanti (che sono molteplici al punto da poter dire che il soggetto è abitato da più soggetti), consapevoli che si tratta di un esito aleatorio e mutevole per quanto l’individuo mantenga inalterata la coscienza di sé. Trattandosi di un effetto sul piano della coscienza può facilmente ed erroneamente con essa esser fatto coincidere anche per effetto della tendenza all’unitarietà del sistema cosciente. Una necessità questa legata all’attività sintetica dell’Io.
Posto che ogni rappresentazione che ciascuno può dare di sé è sempre organizzata da costrutti esplicativi, che si tratti delle rappresentazioni che l’adulto mette a disposizione del bambino, di quelle che ciascuno costruisce per proprio conto o di quelle che lo psicoanalista contribuisce ad elaborare, il soggetto di cui si occupa la psicoanalisi può essere più o meno incline a sviluppare processi rappresentativi e più o meno refrattario a confrontarsi col nostro comune essere in parte alienati a noi stessi; quello che di fatto costruisce – e non può essere che così – è un tipo particolare di soggetto che pensa se stesso servendosi anche delle costruzioni elaborate nella sua psicoanalisi. Ad esse contribuiscono l’esperienza che il singolo psicoanalista ha della psicoanalisi e della teoria psicoanalitica; la presenza dello psicoanalista, regolata dalle sue concezioni della cura psicoanalitica; l’organizzazione del setting; le comunicazioni che, attraverso il suo comportamento ed i suoi discorsi, l’analista introduce nella relazione e che attivano nell’analizzante processi di diversa natura topica e strutturale. Tutto questo produce come esito, sul piano cosciente, una rappresentazione di sé a sua volta capace di stimolare ulteriori processi autorappresentativi ed autoregolativi divenendo un elemento costitutivo dell’identità. Per la specificità di questo uso e per distinguerlo in modo chiaro da ogni altro modo di intendere tale processo, le volte che mi sono occupato di questo argomento, ho preferito parlare di processo di soggettivizzazione psicoanalitica(2).

Note

(1)Cfr. Campanile, 2003; Wainrib, 2006.

(2)Soggettivizzazione: “Concretamento di una situazione, di un rapporto in capo a un soggetto (e il relativo processo): riduzione di una realtà, di un valore, di una concezione al livello relativo (unilaterale, problematico, arbitrario, aleatorio) proprio del singolo soggetto” (Grande Dizionario della Lingua Italiana di S. Battaglia, vol. XIX,277).