Carnevali C.,Vandi G.

VICISSITUDINI NELL’INCONTRO CON L’ALTRO.

L’analista e la cura. Assetto analitico, “campo corporeo”, rȇverie somatica.

1 – Cinzia Carnevali, Gabriella Vandi

Dalle passioni del corpo alle ferite dell’anima: quando si riavvia il processo di soggettivazione

Il naturale processo di soggettivazione si dispiega nel corso dell’evoluzione della persona, a partire dalle prime relazioni infantili.
La capacità del soggetto di simbolizzare e di collocare se stesso in relazione all’oggetto, si struttura dai primi legami familiari: è da questo primitivo gioco relazionale che può nascere il soggetto. La qualità dei legami con gli oggetti determina il futuro del processo di soggettivazione. Secondo Chan (2008) il nucleo del soggetto si crea a partire dallo sguardo di una madre capace di rêverie che permette la psichizzazione successiva e la conseguente differenziazione tra mondo interno e mondo esterno.
Presenteremo il caso di S., una giovane donna con una sofferenza di natura melanconica, capace di produrre un arresto del processo di soggettivazione.
La melanconia, legata a esperienze traumatiche non riconosciute dall’ambiente familiare nel quale si erano prodotte, aveva dato origine a un isolamento nel dolore.
L’aggressività incestuosa paterna e l’assenza dell’oggetto primario (una madre che delude il bisogno di protezione, di rispecchiamento e di rêverie), hanno aggravato lo stato di isolamento, producendo una reazione difensiva che assorbiva intorno a sé tutta l’energia libidica.
Una condizione che segnerà profondamente la relazione analitica attraverso vicissitudini che impegneranno dolorosamente l’analista nel corpo e nella mente e costituiranno una sfida alla sua capacità di custodire il setting.
La potenza con cui le emozioni della paziente hanno invaso la scena analitica ha richiesto una particolare duttilità dell’analista, coinvolta nella sua persona.
Descriveremo un momento del processo analitico, dopo vari anni di analisi, in cui emergerà un’esperienza di empatia sensoriale, particolarmente significativa, che darà l’avvio ad un movimento originario, a partire dalle sensazioni provate nel corpo dall’analista e successivamente sognate dalla paziente.

S.
S., all’età di 19 anni, inizia un’analisi a tre sedute settimanali, per un grave disturbo depressivo, agiti autolesionistici e la tendenza a costruire relazioni caratterizzate da forti spinte simbiotiche, alternate a modalità perverse.
E’ una giovane donna in cui l’esperienza traumatica, una sorta di ‘olocausto familiare’ (abusi ripetutamente subiti da un familiare), è stata disintegrante per la continuità e la pervasività di un dolore che, a partire dal corpo, si trasforma in sofferenza psichica non metabolizzabile che devasta la paziente, minando fin dalle radici il nucleo identitario e interrompendo il naturale processo di soggettivazione. La paura e l’incapacità di dare voce e ascolto al dolore e alla rabbia, conseguenti alle ferite del corpo e dell’anima, congelano il lutto e producono un arroccamento depressivo, dove lutto e melanconia s’intersecano e si confondono.
In S. l’aspetto melanconico ha a che fare con un cortocircuito psichico che appare impossibile da sciogliere perché l’ambiente familiare, collusivo e colpevolizzante, non ha sostenuto la nascita dell’identità del soggetto, amplificando sentimenti di terrore e di mostruosità (Ferenczi 1929).
L’esperienza disumanizzante del trauma è rivissuta con l’analista. Questa è risucchiata in un vortice depressivo-distruttivo che la vede impegnata a contenere il controtransfert corporeo (batticuore, stanchezza, difficoltà a trovare un senso di sé).
Sono vissuti profondi in cui i nuclei del Sé di paziente e analista si contaminano in uno scambio empatico/viscerale, toccando “zone di confine” tra preconscio e inconscio, tra mente e soma (Carnevali, Gabrielli, Masoni, Vandi 2010).
Nell’accogliere la disperazione della paziente, l’analista non può prescindere da un coinvolgimento della sua persona perché il dolore psichico pervasivo, portato da S., annulla ogni confine tra sé e l’altro, producendo in entrambe vissuti di dolore e di perdita di speranza.
Cercheremo di mettere in luce come la tessitura del legame analitico abbia permesso a S. di ritrovare un oggetto soggettualizzante, capace di rimettere in moto il processo identitario. In questo caso, infatti, è risultato di estrema importanza che l’analista abbia mantenuto la fiducia nelle proprie capacità e in quelle della paziente, contenendo la propria ansia, per sopravvivere all’inermità e al silenzio.
All’inizio S. non riesce ad abbandonarsi al lettino, le sedute spesso sono vis-a vis, l’angoscia persecutoria è molto intensa e ha bisogno di rassicurarsi guardando in volto l’analista.
A poco a poco emerge la storia di una bimba che, dall’età di 9-10 anni, subiva dall’adulto carezze lascive trasformatesi, dall’adolescenza, in violenze sessuali consistenti in masturbazione reciproca e rapporti orali.
Dai 15 anni l’abuso era divenuto particolarmente doloroso, “un incubo” dal quale temeva di non risvegliarsi più, anche per la maggiore consapevolezza di ciò che stava subendo.
S. si è trovata deprivata di ogni bene: le carezze lascive e la relazione incestuosa con l’aggressore hanno prodotto una drammatica “confusione delle lingue” (Ferenczi 1932), dove il linguaggio della “tenerezza”, parlato dalla bimba, è frainteso e tradotto nel linguaggio della “passione”, agita dall’adulto che intacca, in questo modo, quella fiducia che S. riponeva in lui, percepito come oggetto d’amore ideale. (Carnevali, Vandi, 2012).
Nell’esperienza di abuso di S., ciò che ha reso insopportabile la sofferenza è stata l’omertà familiare che ha costituito un doppio trauma e contribuito all’isolamento affettivo della bimba. Il terrore verso l’aggressore, infatti, era amplificato dall’omertà familiare perché lei sapeva che la madre e il babbo, pur sapendo dell’abuso, non facevano niente per soccorrerla, né mai le chiesero nulla, negando così la violenza. E’ ancora più doloroso, ora, riconoscere che i genitori, allora, sarebbero potuti intervenire, ma non l’avevano fatto, lasciandola sola e senza protezione. Akthar (2011) rileva come il genitore “muto” che assiste in silenzio alla violenza, diventi complice dell’abuso.
Durante l’analisi, la bimba abusata di allora, sente che non si può fidare neppure adesso di una madre-analista che teme possa essere silenziosa e complice: si è dovuta difendere da sola nella vita e ora adotta una difesa autarchica anche nel rapporto analitico, dove cerca conferme negative e tende a proiettare tutto l’odio e le sue paure.
In alcune sedute, attaccando in modo perverso il legame analitico, dice: “Tutti mi odiano, lei mi odia…mi vuole abbandonare, se ne vuole lavare le mani, lo so”.

Il campo analitico, pervaso di persecutorietà, produce nell’analista uno stato corporeo di tensione e di pericolo imminente.
L’ansia intensa diventa un modo di sentire nel corpo il transfert negativo, come una “inquietante rêverie sensoriale” (Civitarese, 2011).
Spesso l’analista accoglie S. in seduta con un batticuore collegato a uno stato d’animo particolare, come se rivivesse qualcosa di antico, molto intimo ed emotivo; il batticuore dell’analista, legato all’aggressività subita in seduta, la riporta all’esperienza con la propria madre, donna comprensiva e affettuosa, ma anche orientata a evitare il contatto con la rabbia.
In questo primo periodo dell’analisi la giovane trasforma il dolore della violenza, subita passivamente, in una violenza attiva, proiettata sul corpo e nella mente dell’analista che si percepisce come la bimba abusata del passato: è pervasa da brividi nel corpo come in un film dell’orrore e avverte la mortificazione sulla propria pelle.
E’ forte la tentazione di allontanare la paziente e proteggersi dal dolore e dal sentimento di frattura/scissione che vive nel proprio sé, agendo l’allontanamento difensivo che la madre aveva attuato nei confronti della figlia.
In questo scambio profondo sono alla base della cura l’accoglimento, l’ascolto e la duttilità dell’analista che accetta di “ammalarsi” un po’ della malattia della paziente (Spadoni 2007); il vincolo perverso che si ricrea offre l’occasione di liberarsi dalla ripetizione, consentendo il progressivo sviluppo delle capacità di contenere, di gestire i sentimenti dolorosi e di accogliere le parti che terrorizzano.
Un sogno di controtransfert viene in aiuto all’analista facendole riconoscere la forza degli affetti denegati e scissi che S. ha proiettato in lei. Dopo una seduta in cui la paziente racconta di essersi scontrata fisicamente con la madre che la derideva, negando maniacalmente il suo dolore, l’analista entra in un profondo stato di malessere. Durante la notte sogna di trovarsi in strada dove vede delle persone che cercano di aiutare una bambina muta che si è persa (probabilmente la parte smarrita di S. espulsa e proiettata sull’analista che in seduta si era sentita confusa e senza parole). Qualcuno di loro si rivolge con molto tatto alla bimba, mentre una donna alza la voce in maniera aggressiva, facendola sentire in colpa.
L’analista, nel sogno, è molto preoccupata per la bambina, osserva la donna che, come la madre di S., nega aggressivamente/maniacalmente il dolore.
A causa di un’alluvione improvvisa e catastrofica la donna cade in acqua e quando riemerge, piange.
Al risveglio l’analista pensa di avere rappresentato, attraverso il sogno, le forti emozioni che l’hanno allagata durante la seduta e che nascono dallo stato di disperazione vissuto dalla paziente, ma anche da sua madre nel passato, quando aveva vissuto una profonda depressione. Comprende come lei stessa possa avere interiorizzato il vissuto ambivalente di S. nei suoi confronti percependosi, sia come l’oggetto che soddisfa il bisogno (Winnicott, 1971), sia come l’oggetto materno depresso che, nella difesa maniacale, diviene aggressivo e nega la soggettività della figlia. La sua preoccupazione per la bambina è al tempo stesso preoccupazione per S. e per se stessa, per il proprio equilibrio minacciato da quell’alluvione emotiva che, in qualche momento, le fa temere che l’analisi non serva a nulla. C’è tuttavia una speranza. La donna aggressiva e svalutante, oggetto materno persecutorio, che cade in acqua e ne riemerge in lacrime sembra rappresentare, con la caduta della maniacalità, una possibile evoluzione depressiva. Il percorso analitico è però ancora lungo.
Nell’abuso perpetrato dall’ambiente familiare di S. si è compiuta un’espropriazione dell’identità, attraverso il comportamento di possesso autarchico e onnipotente del familiare che sembrava dirle: “Tu sei la mia bambola (prostituta) e devi rinunciare a qualsiasi forma di volontà, non sei una persona, ma una mia proprietà, oggetto dei miei impulsi sadici!”.
Gli abusi traumatici hanno prodotto una sorta di de-umanizzazione, una negazione del suo riconoscimento come individuo da rispettare. L’assenza di oggetti buoni, nella storia relazionale di S. si è trasformata in una carenza di oggetti libidici interni nei quali riporre fiducia. Questo vuoto, nel tempo, è stato colmato da presenze persecutorie. L’analista diventa l’unico testimone in grado di dare voce allo strazio e all’orrore del trauma. S. esce dal silenzio e “grida” la sua storia all’analista che, investita di odio, si sente ferocemente attaccata nel suo senso di speranza e di fiducia. Riesce tuttavia a mantenersi in vita traendo risorse dalla vitalità relazionale del suo sé e dallo scambio con la “famiglia analitica” (Bolognini 2005). Scende nell’abisso con S., attraversa l’orrore dell’abuso rivivendolo sulla sua pelle e mantenendo la fiducia nella paziente e nelle sue risorse vitali che in quel momento non erano visibili, né contattabili. Con autenticità e pazienza cerca di rendere pensabili la paura e il dolore, fare emergere la scissione e il diniego che ne oscurano la consapevolezza.
Dopo anni di attacchi che fanno sentire l’analista sporca e imbruttita, la paziente mostra di accogliere con grande sofferenza le separazioni legate alla pausa estiva. Alla ripresa, a settembre, si mostra sempre particolarmente turbolenta. Si percepisce un clima d’emergenza. S. invade l’analista di telefonate, esercitando su di lei una sorta di controllo oppressivo che induce confusione. Non è facile arginarla, mettere un limite fermo ed evitare una pericolosa manipolazione perversa del setting e della relazione, senza alimentare contemporaneamente un senso di esclusione che potrebbe portare a un pericoloso corpo a corpo. S. attua una disperata difesa dall’angoscia depressiva di perdere il punto di riferimento costituito dall’analista, della quale per altro non si fida, considerato vitale per la sua sopravvivenza. L’analista che mette dei limiti si trasforma gradatamente nell’immagine interna di un oggetto sadico cui rivolgere tutto il proprio odio. Tuttavia, proprio questa violenta protesta, evidenzia il disperato tentativo di S. di rimanere aggrappata all’unica persona capace di ascoltarla e di farle riprendere il delicato processo di soggettivazione.
Accade un giorno che uno dei due genitori della paziente si presenti in studio dall’analista per essere ricevuto, intrudendo con violenza. L’analista, in modo immediato e deciso, nega il colloquio. S. è sollevata dalla presa di posizione dell’analista che ha pensato al suo comportamento come necessario per preservare alla paziente uno spazio personale, sicuro, fondamentale per favorire l’accesso alla pensabilità.
Il costante contenimento del debordare di S. e la capacità di sopravvivere dell’analista, ascoltando e decifrando il linguaggio del corpo (al momento unico linguaggio possibile), hanno consentito di creare quella pellicola di pensiero differenziante (Hautman,1986) e soggettivante.
Alcune sedute dopo l’episodio intrusivo S. aveva riconosciuto la tristezza e la sua solitudine; aveva pianto, ricordando l’atteggiamento anaffettivo e aggressivo della madre e la propria sensazione di essere muta, intrappolata dentro al proprio dolore.
Nella seduta successiva S. racconterà un sogno particolarmente significativo: immagina di abbracciare l’analista e questo contatto corporeo non la spaventa, ma lo sente protettivo, diversamente da quello invasivo-annientante, rappresentato da un Super-Io maschile/paterno onnipotente e sadico. Sente nascere in lei una sensazione di piacere e di eccitazione vitale. Aggiunge: -“Si è risvegliato qualcosa, ho provato batticuore”-. Sente di viversi come un soggetto nuovo che può desiderare. Il batticuore, accolto nel corpo dell’analista, si trasforma in batticuore avvertito dalla paziente che riprende a vivere.
In questi casi di abuso protratto, dove la grande pressione interna trova, in analisi, la via del corpo e dell’azione per esprimersi, è necessario ripensare alla funzione di rệverie e alla capacità dell’analista di accogliere la distruttività del paziente, in una dimensione trasformativa.
Per fare questo l’analista ha dovuto lasciarsi usare dalla paziente e rimanere disponibile come persona, utilizzando la sua capacità d’impasto pulsionale che ha permesso a S. di cominciare, a sua volta, ad accettare la sua quota di dolore. L’analista ha potuto fare ciò ricorrendo al “suo plafond originario di masochismo erogeno, base e fonte della propria possibilità d’impasto pulsionale” (La Scala, 2012)
Il percorso analitico di S., come i percorsi di molti pazienti, rappresenta un tentativo di elaborare l’esperienza di emozioni insopportabili, poiché la percezione e la consapevolezza della propria sofferenza, nella sua storia, è andata perduta. Gli abusi sul corpo, infatti, hanno prodotto una mutilazione della sua identità in cui sofferenza e danno sono aggravati dal fatto di essere giunti inaspettati e poi espropriati di senso da quegli stessi oggetti primari che avrebbero dovuto proteggerla e a cui la piccola S., smarrita, era rimasta inizialmente aggrappata. “ In condizioni ambientali così traumatiche, le vittime possono sopravvivere, ma a duro prezzo, non sono in grado di raccontare quanto è loro successo perchè il trauma impedisce lo sviluppo della funzione del pensiero e della memoria emotiva” (De Masi, 2014).
Non hanno potuto sviluppare la percezione della loro soggettività e la vita è sentita priva di senso e futuro. L’analisi, ricostruendo la storia infantile cancellata, ridà senso e speranza riparativa.
Con l’analisi, la parte vitale del Sé-bambina, mortificata e scissa, ha potuto essere accolta e trasformata, attraverso la rêverie somatica dell’analista.
Le emozioni nel corpo stimolano la capacità di dare figurabilità e fanno nascere nuovi pensieri. Dall’ascolto al sentire, dal “gioco delle identificazioni proiettive, reverie e co-narrazioni trasformative” (Ferro 2006), si è potuto creare insieme a S. un racconto a volte anche poetico, che ha costituito un tempo e un senso possibile di un’esperienza fuori dalla possibilità di ogni comprensione. Esperienza sognata, pensata, riedizione di un vissuto traumatico in cui il corpo diventa campo e il campo diventa corpo, luogo pulsante e soggettivante in cui riprendono a circolare le emozioni, le pulsioni di vita.

BIBLIOGRAFIA
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Carnevali C., Gabrielli M., Masoni P., Vandi G. (2010). “Listening to the Unconscious: from the area of rêverie to symbolisation. Clinical work with adolescents”. Letto alla prima conferenza Asiatica dell’IPA, dal titolo Freud e l’Asia. Evoluzione e cambiamento: La psicoanalisi nel contesto asiatico. Pechino, Ottobre 2010.
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Ferenczi S. (1932). “Confusione delle lingue tra adulti e bambini”, in Fondamenti di psicoanalisi, vol.3°, Guaraldi, Rimini, 1974.
Ferro A. (2006). “Da una psicoanalisi dei contenuti e delle memorie a una psicoanalisi per gli apparati per sognare, sentire, pensare: transfert, transfer, trasferimenti”, in Rivista di psicoanalisi. 2-2006 (Pagg. 401-478).
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