Congresso IPA Asia-Pacifico. On Dependence, maggio 2018. Report di A. Amadori e P. Moressa

IPA Asia-Pacific conference

On dependence

Report di Annalisa Amadori e Pierluigi Moressa

 

Abbiamo partecipato al congresso IPA Asia-Pacifico tenutosi presso l’hotel Keio Plaza a Tokyo dal 3 al 5 maggio 2018 con oltre 300 partecipanti. Il vice presidente dell’IPA, Sergio Nick, ha aperto i lavori sottolineando come la diffusione della psicoanalisi nel mondo si sia incrementata fino a contare oggi 12.770 membri, 5.237 candidati, 84 società, 14 gruppi di studio e una presenza all’interno di 47 nazioni, in alcune delle quali la psicoanalisi non era mai penetrata. L’area Asia-Pacifico si compone attualmente di sei paesi: Australia, India, Giappone, Cina, Corea del Sud, Taiwan.

Il tema del congresso, la dipendenza, è stato trattato da numerosi punti di vista tanto nelle main lectures quanto nei piccoli gruppi clinici e nelle riunioni (Being Together in Tokyo) attuate per favorire incontri fra colleghi di varia provenienza, utili per un confronto fra le esperienze sviluppate in diversi contesti sociali e culturali.

Nella relazione su Dipendenza e caducità, Osamu Kitayama (Società psicoanalitica giapponese) ha preso in considerazione il rapporto fra la pratica analitica e il corso del tempo e della natura. La psicoanalisi manifesta un interesse speciale per il linguaggio; così, l’inconscio può essere comparato a una lingua straniera che necessita di lettura e di comprensione. Il muro che divide l’interno dall’esterno della mente è paragonabile alla barriera esistente fra la lingua giapponese e gli altri idiomi. Allo stesso modo, appare considerevole la difficoltà a trovare parole per descrivere l’inconscio. Una psicoterapia con cadenza di una seduta settimanale in Giappone rappresenta il modello più favorevole per liberare dall’imbarazzo quei pazienti che non sono in grado di descrivere facilmente le loro difficoltà o che provano sofferenze non facili da mettere in parola. E’ dimostrata anche l’efficacia di una psicoterapia focale con pazienti reticenti o caratterizzati da forti resistenze legate alla vergogna o sofferenti di anomalie del pensiero. L’unica seduta settimanale pare, così, intonarsi all’armonia che caratterizza il ritmo del tempo ed evita al paziente di violare il tabù pre-edipico relativo al non guardare, tema caro alla ricerca di Kitayama che ha ripreso un corpus di miti e di leggende appartenenti al patrimonio culturale nipponico, per esprimere la paura del bambino di avere danneggiato irreparabilmente il corpo materno. La lingua giapponese si caratterizza anche per l’ambiguità di parole dotate di plurimo significato e difficili da tradurre in altre lingue. Le frequenti omonimie danno luogo a giochi verbali, a metafore, a nomi composti. Per esempio Wakaranai significa tanto non capire quanto differenziarsi; Amae indica il sapore (nei cibi la dolcezza) e la dipendenza; il termine Arigatou è usato per ringraziare ma è anche traducibile come impossibilità di esistere. In questa ambigua caducità delle cose che appaiono e scompaiono, va preso in considerazione un altro concetto giapponese: quello di Mono No Aware, che indica la partecipazione estetica profonda ed empatica all’effimera bellezza presente entro la natura e la vita umana. L’unione tra uomo e ambiente genera alla mente giapponese le idee di simbiosi e di familiarità e le consente di accogliere l’irrazionalità presente nella dipendenza dell’essere umano dalla natura.

 

L’enigma della dipendenza nel processo analitico e il carattere enigmatico della devozione filiale: questo il titolo della relazione presentata da Liling Li (Taiwan center for the development of Psychoanalysis). La relatrice, dopo aver considerato gli aspetti della dipendenza del paziente dall’analista e la vulnerabilità insita nel processo analitico, ha sottolineato il problema di come possano esistere, in vari contesti culturali, approcci diversi al senso di dipendenza e alla profondità della regressione in analisi. Senza voler comparare le differenti posizioni teoriche, Liling Li ha trattato il tema della devozione filiale (filial piety) e la sua relazione col contesto del pensiero psicoanalitico. Con la parola Xiao, appartenente al codice confuciano (1000-800 a. C.), vengono indicati i termini presenti nel rapporto fra un bambino e un adulto, essenziali per dare forma al senso di pietà filiale. Questo concetto, centrale nell’etica familiare cinese, è alla base dei sentimenti di gratitudine e di responsabilità. Così, la strutturazione del Super Io contribuisce a favorire la coesione del Sé e a incrementare il sentimento di un amore filiale destinato a mantenersi sulla base della nostalgia per un oggetto primitivo idealizzato. Affine è lo Xiao jing, con cui si indica la fondazione della morale. Il contesto dello sviluppo edipico (Shim Chung in coreano) determina il complesso dell’amore filiale, che proibisce i conflitti fra le generazioni, esclude la sessualità edipica e considera immorale l’assenza di riverenza verso i genitori. Il concetto di Xiao descrive anche l’esistenza di una primitiva attività psichica e il sentimento enigmatico insito nella dipendenza dall’amore materno. Attraverso l’analisi dello Xiao, lo sviluppo edipico può essere letto sia nelle forme dell’accordo con la madre natura sia come un tipico carattere di rispetto intergenerazionale. In questo termine è contenuto il significato della dipendenza filiale dai valori etici appartenenti alla cultura confuciana; allo stesso tempo, lo Xiao esprime il senso di fragilità e di dipendenza verso i figli provato dai genitori. Liling Li ha citato il testo freudiano de Un disturbo di memoria sull’Acropoli (1936), in cui emergerebbero tanto la superiorità dei figli sui padri quanto la colpa per aver provato questo sentimento. Entro lo spazio compreso tra superiorità e fragilità si esprime, dunque, il costo emotivo necessario perché possa nascere il vero Sé. Durante la discussione, sono emersi spunti che hanno toccato il tema del rapporto con la natura; questa viene intesa come presenza materna, limitata dall’intervento di un padre capace di introdurre aspetti maturativi segnati da confini e definizioni temporali. Una funzione che può svilupparsi durante il trattamento analitico è la capacità di superare le inibizioni legate ai tabù preedipici fino ad accompagnare il superamento delle forme di dipendenza. Se nella cultura giapponese è più sviluppata la resistenza al dipendere dall’analista, in quella cinese ricorre il sentimento di dipendenza dalla nostalgia di un oggetto primario idealizzato.

La seconda giornata dei lavori è stata aperta dalla relazione di Peter Smith (Società psicoanalitica australiana), dal titolo: Penso di avere evitato di essere dipendente per tutta la vita – Studio su un caso di analisi. L’autore ha presentato un caso di trattamento analitico svoltosi in due tappe separate da un intervallo di sei anni. La paziente chiese aiuto per una serie di sintomi di ansia e di depressione iniziale, con sentimenti di paura dell’abbandono e della solitudine. Il timore della dipendenza, stato che aveva sempre pensato di poter evitare attraverso una forma di pseudoindipendenza, lasciò spazio alla possibilità di essere dipendente, sperimentata durante il trattamento analitico. Notevolmente migliorata, dopo tre anni la paziente accettò un trasferimento all’estero e interruppe l’analisi. Questa fu ripresa sei anni dopo, quando la paziente tornò in patria, dopo essersi ammalata di una patologia tumorale. L’analisi proseguì per oltre un anno e la accompagnò alla morte. L’autore ha descritto le relazioni iniziali nella vita della paziente, segnate dall’ansia e connesse con la paura della dipendenza sperimentata nella vita adulta; ha fatto anche riferimento ai processi di transfert e controtransfert sviluppati nelle due distinte fasi dell’analisi. I riferimenti teorici che Smith ha indicato hanno riguardato soprattutto le riflessioni di Winnicott sulla capacità del Sé di assumere funzioni riparative e di poter sostenere lo sviluppo dell’autonomia, andando oltre le ambivalenze contenute nello stato di dipendenza.

Do-Un Jeong (Korean study group) ha sviluppato riflessioni, partendo un episodio della storia coreana. Studio psicoanalitico sulle Memorie di una principessa reale coreana del ‘700 – Dipendenza imposta e sue vicissitudini: questo il titolo del paper in cui ha evocato la vicenda del principe Sado (1735-1762), ucciso per ordine di suo padre, il re Yongio, appartenente alla dinastia Choson (1392-1910). La vicenda contiene un tragico intreccio degno di Sofocle. Incalzante è il richiamo all’Edipo, in quanto il principe, in preda a un evidente disagio psichico, viene considerato dal re inadatto alla successione, perché privo di pietà filiale, e condannato a morire d’inedia entro una cassa per il riso. Salirà al trono Chongjo (1776-1800), il figlio nato dal matrimonio tra Sado e la principessa Hyegyong (1735-1815). Questa è l’autrice di quattro libri di memorie (Ricordi scritti in silenzio, 1805), entro i quali narra la propria biografia e descrive, con valenze storiografiche, il contrasto fra affetti privati e pubblici doveri. La figura della principessa emerge coi tratti del coraggio di raccontare i terribili avvenimenti di corte in un testo che sarà reso pubblico solo a oltre un secolo di distanza da fatti di cui non esiste traccia negli archivi ufficiali. Lungo i ricordi della principessa, prende luce il controverso rapporto fra padre e figlio con i caratteri della rigidità e del disagio psichico trasmessosi attraverso le generazioni. Nella sua relazione, Do-Un Jeong ha cercato di compiere una lettura psicoanalitica dei principali caratteri presenti nelle Memorie con un’attenzione particolare all’imposizione della dipendenza entro la vita di corte, alla lotta per l’indipendenza, al rapporto fra attaccamento e separazione, al Sé pubblico e privato, all’insorgere del disagio psichico nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, allo sviluppo dei sentimenti di colpa e di vergogna e alla considerevole vulnerabilità di un soggetto che sperimenti i caratteri di un attaccamento non sicuro.

Con la relazione Dipendenza e affidabilità – La natura del primo legame, Minnie Dastur (Società psicoanalitica indiana) ha aperto l’ultima giornata del congresso. L’autrice ha sottolineato il valore semantico del termine Dependence e le sfumature che acquisisce attraverso l’impiego di prefissi e di suffissi (In-dependence, Non-dependence, Co-dependence, Over-dependence). In particolare, il termine Dependability (comunemente tradotto come Affidabilità) indica la disponibilità a lasciare dipendere qualcuno da sé. Il senso di dipendenza caratterizza numerosi stati psichici di salute o di patologia; questo accade, per esempio, nella negazione della dipendenza come espressione di un falso Sé. Il racconto di H. C. Andersen, La regina delle nevi, è apparso utile per descrivere particolari forme di difesa dalla dipendenza, definite congelamento e ibernazione. La prima è una difesa di tipo prevalentemente narcisistico che viene messa in atto in situazioni simili alla catastrofe mentale primitiva descritta da Bion, come espressione delle difficoltà nell’attaccamento in fasi arcaiche dello sviluppo mentale, quando il bambino si trova in presenza di una madre non disponibile ad accogliere la sua dipendenza. L’ibernazione è, invece, una difesa dal provare il dolore derivante dal clima ostile percepito entro una situazione di legame primario insostenibile; si tratta della risposta del bambino a una madre non disposta a creare per lui un ambiente facilitante nel senso winnicottiano del termine. Attraverso due esempi clinici, Minnie Dastur ha potuto mostrare come l’analisi consenta il rinnovamento del legame primitivo tra Dependence (bisogno di dipendere) e Dependability (possibilità di accogliere la dipendenza).

Jianyin Qiu (Shanghai Mental Health Center) ha parlato sul tema: Femminilità, sviluppo femminile e relazione madre-figlia in Cina – Alcune riflessioni dal lettino. L’identificazione è uno degli aspetti relativi all’identità globale, che è costituita dal Sé idealizzato, dal Sé attuale e dal Sé reale, secondo la teorizzazione di Karen Horney. Il nucleo reale dell’identità di genere comincia a cristallizzarsi nei primissimi stadi della relazione madre bambino per evolvere successivamente attraverso le concezioni del proprio Sé e i diversi livelli di sviluppo. Il ruolo legato al genere non viene stabilito alla nascita, ma si sviluppa grazie all’insieme di esperienze vissute e ai segnali implicitamente ed esplicitamente presenti nell’ambiente. Centrale è il legame con la madre per consentire lo sviluppo della femminilità. In Cina il movimento femminista ha più di cento anni di storia e, in particolare, grazie all’onda di globalizzazione e di modernizzazione affermatasi negli ultimi decenni, è divenuto un’esperienza comune per le donne. Ciò a cui si è assistito è la perdita di una identità di genere prestabilita e la possibilità della sua ridefinizione. Si sono espresse critiche al concetto di madre come care-giver asessuato. La relatrice ha presentato due casi clinici di donne intorno ai quarant’anni provenienti da condizioni familiari e sociali differenti. Durante l’analisi, è emerso come le specifiche difficoltà a sviluppare un’identità di genere abbiano danneggiato il senso di salute globale e la forza dell’Io. D’altro canto, l’esperienza analitica ha potuto facilitare la ricerca dell’identità personale tra una molteplice serie di possibilità. Durante la discussione, si sono toccati aspetti relativi alle influenze culturali sullo sviluppo psicologico dell’individuo. Per esempio, in Asia la concezione del Sé ha caratteri relazionali e interpersonali particolarmente sviluppati. Il concetto di pietà filiale e di collettivismo, inoltre, paiono essere assai influenti sulla relazione tra madre e figlia.

L’influenza degli aspetti sociali nello sviluppo psichico è stato il tema di un panel (Prospettive transculturali nella dipendenza) tenuto da Kenichiro Okano (Sociatà psicoanalitica giapponese) e da Gunther Perdigao (Associazione psicoanalitica americana). La natura delle relazioni interpersonali in Giappone è stata descritta come uno stato incline alla vergogna o basato sull’Amaé. E’ questo un termine derivato dal verbo Amaeru, che indica la dipendenza dal trattamento speciale di qualcuno, col forte desiderio di essere amato. La ricerca di cure materne primarie ricorre nel concetto di Amaé, qualità di relazione che pervade tutti i rapporti in Giappone. Tra la popolazione si è sviluppato un sentimento di forte sensibilità interpersonale e di passività, in una cultura che è orientata al sacrificio dell’individualità a favore della dimensione gruppale. Questo è ciò che Okonogi indicò come un atteggiamento orientato verso l’esterno, attraverso il quale l’individuo risulta assai sensibile a ciò che gli altri possono pensare e aspettarsi. Si tratta come di una pelle sociale e relazionale che mette il soggetto in contatto coi bisogni altrui e possiede la funzione di realizzare uno stato armonico nella società. Tutto ciò può creare relazioni stressanti, dove il bisogno di anticipare i desideri dell’altro crea una incessante reciproca lettura del pensiero necessaria per mantenere la propria vita sociale. Amaé è termine dal doppio significato: ricerca di un contenitore, ma anche non essere sicuro di aver trovato un contenitore. L’Amaé può essere intesa come condizione negativa dai giapponesi, quando si trovano all’estero e fanno esperienza di relazioni diverse. Nella discussione, sono emersi temi relativi all’anticipazione dei pensieri altrui, attitudine che va oltre l’Amaé e fa parte, in ogni cultura, della prima relazione madre bambino. Un’ipotesi interessante è che il moderno fenomeno dell’Hikikomori (ritiro sociale da ogni attività diffuso tra gli adolescenti) possa rappresentare il negativo dell’Amaé, attraverso la negazione della dipendenza e del bisogno di relazione.

Il congresso si è concluso con una sessione plenaria ricca di confronti e di osservazioni in cui il linguaggio della psicoanalisi è apparso una matrice comune per leggere le dinamiche psichiche attraverso le distinzioni presenti nella definizione degli stati mentali e nello sviluppo di culture differenti capaci di imprimere forma e significato ai comportamenti individuali e sociali, come indica un proverbio giapponese: “Oriente e Occidente possono dormire nello stesso letto, ma fanno sogni diversi”. L’appuntamento è per il 2020.