Convegno MIGRANTI. Genova 18/11/2017. Report di Patrizia Montagner

Report “Convegno Migranti” di Patrizia Montagner. Genova, 18 novembre 2017

Patrizia Montagner*

Un Convegno davvero notevole questo che il Centro Psicoanalitico di Genova ha organizzato,  in cui si è trattato il tema dei Migranti. Notevole per  diversi aspetti:  per aver aperto il discorso su un tema così difficile e inquietante, su cui la psicoanalisi ha iniziato da poco a pensare,  per aver riunito insieme persone che a diverso titolo se ne occupano, e notevole infine per l’atmosfera di grande interesse, curiosità e collaborazione che ha saputo creare.

Si è parlato per condividere le conoscenze, ancora limitate e faticosamente raccolte e soprattutto per ammettere le tante non-conoscenze, gli interrogativi, i dubbi, il silenzio, ma anche le ansie che le esperienze di contatto con i migranti hanno fatto nascere.

E si è parlato molto per immagini, con  le foto che sono state mostrate, ma anche con  le  immagini proposte dai relatori, che ci hanno toccato, attraverso le quali abbiamo ci siamo avvicinati un pò di più al mondo dei Migranti.

La giornata di studio è stata pensata come una occasione di incontro in cui condividere uno spazio  di reciproca conoscenza e di primo confronto su questo tema. Forse anche per creare fra noi una rete di riferimenti e di sostegno in questo percorso di lavoro con i Migranti.

Nella introduzione Fausta Cuneo ha individuato come punto di convergenza di queste diverse discipline l’IDENTITA’, quella psichica, quella culturale e quella giuridica, sia dell’Accogliente che del Migrante.

I relatori avevano competenze diverse: Fausta Cuneo, Alessandro Camisassi e Ivana Pozzoli Psicoanalisti, Virginia De Micco Psicoanalista e Antropologa, Damiano Fiorato e Francesco Mazza Galanti Giuristi. Pur guardando il problema da aree  molto diverse, essi ,e poi il pubblico che ha discusso gli argomenti proposti, mi è parso che si siano incontrati su alcuni punti , che cercherò di illustrare brevemente.

 

Il confronto con la realtà  dei Migranti pone nella difficile condizione di non poter evitare il contatto con il trauma .”Quando entri in contatto col trauma“ha detto Camisassi- vedi il tuo stesso trauma”. Forse l’incontro con i migranti ci mette a confronto anche con aree non analizzate o non del tutto analizzate in noi. Pozzoli  ha parlato della necessità inconscia di dover accettare nuovi confini e le (….) nostre stesse perdite. Certo il migrante  ci obbliga a guardare e lasciarci toccare da sentimenti quali la nostalgia, ma anche la paura, il terrore di perdere la propria vita, il timore di non ritrovare la speranza. E De Micco: -Il migrante ci mostra quello che non siamo, ma che anche noi potremmo diventare(….)  Ci fa vedere com’è chi è stato disumano ed è sopravvissuto.

 

Abbiamo  difficoltà a farci del Migrante un’idea univoca. De Micco ci ha profondamente colpito con due foto scattate a Lampedusa: un braccio attaccato ad una corda di salvataggio, e un migrante che sale su una barca di salvataggio vestito come un gentleman.  I Migranti sono stati a  momenti solo un braccio-cosa,  hanno dovuto far scomparire la persona per garantirsi la sopravvivenza in condizioni estreme. Dall’altra sono persone che cercano una vita e una collocazione migliore di quella che avevano e si danno da fare  per presentarsi con il loro abito migliore. Quando sono “cosa”, la disumanizzazione li annienta  Quando cercano di essere “gentleman”, il tentativo di farsi come “l’altro li vuole” , la mimesi come difesa e adattamento alienante , rischia di far perdere loro i tratti culturali e personali che li contraddistinguono. Diventano mutevoli e sfuggenti.

 

Sentiamo la necessità  di individuare una modalità vera ed efficace di stare con loro , affiancandoli nel periodo in cui sono in cammino con noi. Ma come?

De Micco ha affermato  che per il Migrante il momento più difficile è quello in cui la paura di non sopravvivere viene superata, ed inizia il passaggio dal disumano all’umano: è il momento del rischio del crollo psichico. Rifamiliarizzarsi con l’umano è una fatica indescrivibile. E’ il momento in cui la mente si affolla di incubi. E Pozzoli ha parlato della necessità del migrante e del rifugiato di elaborare un lutto che sembra inaffrontabile.

 

Gli  operatori che lavorano con l’accoglienza si trovano a combattere con la limitatezza delle proprie possibilità di comprensione e di aiuto. Pozzoli ha parlato del loro senso di inadeguatezza, del  convivere con i sensi di colpa, della vergogna per la condizione di privilegiati, della frustrazione per le scarse risorse.

Anche il giudice e l’avvocato  ci hanno fatto sentire quanto sia difficile per un magistrato, che deve collaborare per l’accertamento della verità, svolgere fino in fondo il suo lavoro. La complessità della legge e talvolta la sua stessa contradditorietà, sembrano a momenti creare degli ulteriori impedimenti al comprendere ciò che si deve e si può fare per loro.

 

E poi c’è il problema del pregiudizio. Per tutti, psicoanalista, antropologo ma anche  giudice e avvocato, il passaggio cruciale è  esercitare una reale funzione di ASCOLTO del richiedente. L’impedimento maggiore sono le convinzioni e i pregiudizi dell’ascoltatore. Pregiudizio può anche essere un pensiero  positivo, che colloca noi dalla parte dei buoni e loro dalla parte dei bisognosi, esseri senza desideri. Ma che li priva della loro umanità.

L’ascolto  richiede tempo, ma anche alcune conoscenze di base della cultura del paese che il Migrante ha lasciato. Richiede di entrare in un altro modo di pensare. I magistrati ci hanno raccontato, ad esempio, che incontrano  richiedenti fuggiti dal loro luogo di origine perchè perseguitati da fatture magiche e spiritismo, che per loro rappresentano un reale pericolo e una fonte di autentico terrore. Ma quanto è possibile per noi avvicinarci e comprendere tutto ciò?

 

Abbiamo sentito quanto sia delicato il  lavoro in questo ambito e quanto la sensibilità umana si intrecci con le competenze tecniche e professionali. E’ difficile stabilire una reale comunicazione con richiedente, anche a causa delle differenze linguistiche e del problema dei traduttori, ma è emotivamente faticoso tollerare il peso della responsabilità di decisioni che orienteranno in modo decisivo la vita di un altro essere umano.

Mi ha sorpreso il fatto che tutti i relatori  hanno portato un  vissuto comune: l’impossibilità  di partecipare fino in fondo a ciò che sono e che stanno vivendo i Migranti, la realtà dell’abisso che ci separa dal diverso da noi. Il dover ammettere che, nonostante si crei anche una relazione intima, come ha detto Pozzoli, l’altro è inconoscibile e questo Altro ,che è il Migrante, è profondamente inconoscibile.

Questo ci addolora e ci fa paura.

Eppure, ha concluso l’avvocato: -La migrazione è una ricchezza !-

 

*Membro Ordinario della SPI.

Referente del Gruppo PER del CVP