Convegno Nazionale sul lavoro analitico con i bambini e gli adolescenti, BOLOGNA, 15 e 16 febbraio 2013

“INTERVENTI E INTERPRETAZIONI NELLA PSICOANALISI DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI “  

La frase conclusiva dell’articolata e interessante presentazione di Giovanni Foresti mi sembra il modo migliore per introdurre questo convegno estremamente ricco di stimoli: “la psicoanalisi non è un cuscino sul quale inginocchiarsi”, affermazione che accompagnava l’immagine di un cuscino irto di chiodi, opera dell’artista G.Uecker. La suggestione offerta richiama i molti significati che il convegno ha efficacemente condensato. La teoria e la tecnica psicoanalitica non sono riposanti, né comode e non consentono di adagiarsi, oggi più che mai, sulle acquisizioni conseguite, ma  propongono continuamente nuove sfide, lasciando intravedere orizzonti inaspettati e possibilità evolutive diverse: il trattamento dei pazienti gravi e l’analisi di bambini e adolescenti non solo si sono mutualmente arricchiti, ma hanno contribuito a mutare anche la tecnica e la teoria della tecnica dell’analisi degli adulti. I ricchi approfondimenti teorici e clinici di queste due giornate bolognesi sull’interpretazione hanno fornito materia di riflessione sul tema che ha attraversato come un filo finemente, ma tenacemente intessuto, la trama del convegno: l’importanza fondamentale, nella formazione di ogni analista, dell’integrazione fra la preparazione classica e quella all’analisi infantile non solo a garanzia del prendersi cura del bambino che è in ogni paziente, ma anche, come ha ricordato con arguzia ed efficacia Marta Badoni, per “curare” la personalità dell’analista: in particolare il narcisismo che ne costituisce la malattia professionale o meglio la costituzionale predisposizione.

Ha preceduto l’inizio del convegno vero e proprio  nella mattina di venerdì 15 febbraio ,un incontro nazionale informale sull’autismo ,che ha suscitato interesse e soddisfazione nei circa 40 partecipanti.

Hanno aperto le due giornate i saluti di Stefano Bolognini e di Bruno Baldaro, Direttore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di  Bologna (sede di apertura del convegno), seguiti dalla presentazione di Marta Badoni .

Il bel lavoro di Giovanni Foresti ha compiuto una rassegna della concettualizzazione della funzione interpretativa in una prospettiva diacronica e sincronica costellata di visioni artistiche e di riferimenti multidisciplinari capaci di tenere sempre viva l’attenzione e di ricordare l’attualità della psicoanalisi e la sua possibilità di ricevere apporti continui dalla contemporaneità per arricchire i propri fondamenti teorici.

La ricostruzione storica ha preso avvio da Freud (del quale è stato messo in luce “l’intersoggettivismo ante-litteram”, espresso nel concetto di collaborazione fra analista e paziente nel processo della costruzione in analisi) per proseguire con la teorizzazione dell’ “interpretazione mutativa” e di centralità dell’interpretazione di Strachey, carente della “parte dell’interpretazione che spetta al paziente”, ossia, secondo la teorizzazione più recente del campo analitico bi-personale, dell’elaborazione intersoggettiva del materiale clinico.

Successivamente è stato descritto l’approccio al problema delle interpretazioni da parte degli analisti dei gruppi di lavoro della FEP e dell’IPA, dedicati alla comparazione dei modelli teorici e clinici, che è stato per così dire preparato da quel processo graduale, definito “quiet revolution”, intervenuto negli anni ’60, ’70  e ’80, che ha portato, all’interno della psicoanalisi, al superamento della contrapposizione fra le scuole a favore di un pluralismo concettuale.

Foresti ha riportato la classificazione degli interventi dell’analista in sei grandi categorie di interventi clinici messa a punto dagli analisti dei working parties, classificazione che prescinde dalla distinzione fra interpretazioni e interventi non interpretativi .

Nella concettualizzazione dell’interpretazione da un punto di vista diacronico sono da ricordare quelle che Foresti descrive come “le interpretazioni che l’analista formula tra sé e sé”, precursori delle iniziative interpretative, la cui descrizione ha preceduto e preparato la discussione sul tema centrale della relazione e del convegno: il trattamento analitico degli adulti pensato con concetti mutuati dall’osservazione delle prime fasi della vita psichica.

Riprendendo Antonino Ferro, Foresti ha compiuto una distinzione ed una disamina delle azioni terapeutiche attive e di quelle recettive, particolarmente importanti nel lavoro con bambini e adolescenti.

La relazione ha poi sviluppato il tema delle correlazioni fra teatro e interpretazione, tema che ha suscitato molto interesse ed è stato ripreso sia nella relazione di Vigna Taglianti (interpretare nel senso di “personificare” personaggi e ruoli specifici della storia del paziente) sia durante la discussione.

Fondamentale a questo proposito l’ipotesi iniziale formulata da Foresti: che l’effetto terapeutico degli interventi clinici dipenda dal modo in cui vengono formulati. Da quel “non-so-che”, da quel “quasi niente” che fa la differenza o, per utilizzare una metafora culinaria, da quella quantità minima di ingrediente che dà un gusto unico alla ricetta, indicata suggestivamente dal termine francese “soupçon”, “sospetto”, che ben esprime l’idea di qualcosa di indefinibile, ma fondamentale, la cui presenza si può ragionevolmente supporre.

Infine, i rimandi offerti sul concetto di interpretazione nelle osservazioni conclusive hanno reso l’idea di una complessità a più livelli: etimologico (interpretare da inter-pretium-dare, cioè compiere una mediazione di tipo economico tra le parti), mitologico (la funzione ermeneutica dell’interpretazione, dal dio Hermes messaggero degli dei), storico-evolutivo (attraverso le progressive modificazioni del concetto nella storia della psicoanalisi) e soprattutto relazionale (con riferimento al processo di reciproca determinazione che si crea con l’interpretazione fra paziente e analista).                    

La seconda mattinata del convegno è stata animata dalle coinvolgenti relazioni di Massimo Vigna Taglianti e di Anna Maria Nicolò.

La prima ha offerto un contributo clinico straordinariamente vivido e intenso che ha permesso di entrare nella stanza dei giochi dell’analisi infantile mostrando con generosità e profondità di spessore la tecnica e aprendo un significativo squarcio su un elemento di fondamentale importanza che rischia spesso di essere confinato nell’ area dell’imponderabile e dell’ineffabile : la personalità dell’analista.

La relazione ha preso avvio da una ricostruzione storica dei fondamenti dell’analisi infantile, a partire dalle differenze teoriche e tecniche fra il pensiero di  Anna Freud e di Melanie Klein, per arrivare a sostenere l’importanza della posizione attuale di integrazione fra i loro approcci. Successivamente sono stati illustrati i principali concetti teorici di Winnicott e Bion con il  potenziale trasformativo  della tecnica psicoanalitica che ha aperto la strada alla dimensione intersoggettiva. Quest’ultima ha trovato la sua piena espressione nella teoria del campo analitico e ha poi avuto ulteriori sviluppi nei concetti di “inversione di ruoli”, “risonanza di ruolo”, “enactment”.

I contributi clinici, corollario della relazione di Vigna Taglianti, sono stati efficacemente esplicativi dell’ introduzione teorica. La premessa ai casi clinici è stata l’importanza attribuita allo spostamento di accento dalla funzione preminente dell’interpretazione alla disposizione dell’analista a lasciarsi attraversare dalle emozioni presenti nel campo analitico. Inoltre l’autore ha evidenziato la specificità e il potenziale trasformativo dell’analisi come insiti nella capacità della mente dell’analista di oscillare tra costruzione o ricostruzione di un apparato per pensare e donazione di senso attraverso l’interpretazione.

La relazione di Anna Maria Nicolò ha portato un contributo estremamente significativo alla comprensione della teoria della tecnica dell’analisi degli adolescenti. Ha posto in rilievo la necessità delle modificazioni della tecnica nell’analisi degli adolescenti, connesse alla specificità del loro funzionamento mentale, in cui ha individuato “la difficoltà di passare dall’azione al sogno”, espressione puntuale e al contempo assai evocativa. E’ stata sottolineata la necessità dell’adattamento della tecnica ai bisogni del paziente. A proposito dell’interpretazione, l’autrice ha descritto la sua versione restrittiva e quella allargata, che include ogni tipo di intervento verbale in analisi, affiancandole gli interventi non verbali, di fondamentale importanza nel trattamento degli adolescenti. Ha poi ben illustrato il ruolo della forma dell’interpretazione, con i relativi attributi, che derivano dai lavori di vari autori (Gutton,Richard,Bracconnier,Laufer). La distinzione tra interpretazione di transfert e interpretazioni nel transfert, citata anche nelle due precedenti relazioni, è stata riportata da Anna Maria Nicolò alla specificità dell’analisi degli adolescenti, in cui l’interpretazione di transfert va utilizzata con cautela, creando preventivamente le condizioni economiche necessarie attraverso l’interpretazione nel transfert. Analogamente, è stata trattata con esemplare chiarezza la diatriba tra interpretazioni edipiche e pre-edipiche con gli adolescenti e ne sono stati illustrati rischi e vantaggi, arrivando a concludere che entrambe possono essere praticabili a condizione che si tenga conto di quanto nel problema attuale di un adolescente si condensi quello del suo passato. Sul tema degli obiettivi dell’analisi degli adolescenti, l’autrice ha ricordato la ristrutturazione dell’identità, attraverso la capacità dell’analista di identificarsi con l’adolescente secondo quanto hanno sostenuto prima la Kestemberg e poi Novelletto e Senise. Oltre ha ciò, ha descritto l’importanza della costruzione e ricostruzione della storia del paziente (citando Senise e Cahn ) purché non si tratti di una costruzione di cui l’adolescente non sia il protagonista. L’analista, in altre parole, deve farsi strumento del processo e coautore della storicizzazione che diviene obiettivo stesso dell’analisi. Anna Maria Nicolò ha descritto con maestria ed efficacia la forma del “dialogare in analisi” con gli adolescenti, prestando loro, per così dire, la propria creatività immaginativa e l’ha trasposta nella descrizione clinica in modo da consentire all’uditorio una efficace e vivida fruizione.

Il programma proposto dai panel è stato molto ricco e articolato: spaziando da temi classici, quali il setting  e la separazione, a lavori intorno ai limiti della pensabilità, agli strumenti della psicoanalisi nella dimensione antirelazionale e al lavoro nei gruppi fino a spingersi alle riflessioni intorno al rapporto fra il pensiero psicoanalitico e le istituzioni. Ho partecipato a quest’ultimo, condotto in modo attento e partecipe da Renata Rizzitelli, che ha saputo integrare contributi molto diversi, fino a creare un’atmosfera di interesse e reciproca curiosità fra gli autori dei due lavori presentati, apparentemente lontani, ma accomunati dalla sortita degli analisti con i loro strumenti al di fuori della stanza d’analisi a confronto con i servizi pubblici e la giustizia.  

 La tavola rotonda conclusiva ha fornito ulteriori stimoli a un pubblico già molto sollecitato, tanto che forse sarebbe occorso altro spazio alla discussione finale e alla fruizione dell’abbondante raccolto generato dalle numerose e feconde semine avvenute nei singoli panel .

Il clima che ha pervaso l’intero convegno è stato quello di un fertile laboratorio di pensiero del quale tutti si sono sentiti partecipi a giudicare dai commenti raccolti e dagli scambi di opinioni che hanno avuto seguito anche nei momenti conviviali . Di questo siamo debitori a una organizzazione efficiente, agile e non costrittiva, già collaudata due anni fa a Calambrone, che Marta Badoni e Marco Mastella, con tutti i componenti dei comitati organizzativo e scientifico, hanno assai ben orchestrato.

In conclusione,si può dire che le interazioni fra  partecipanti e relatori, in analogia con il tema centrale del convegno, abbiano funzionato in un duplice registro, quello della parola, con le relazioni e le discussioni, e quello della comunicazione non verbale, ossia della interazione intersoggettiva.