Correale A.

Insegnare Bion: si può insegnare la ricerca della soggettività?

Antonello Correale

Considerazioni generali
Se penso a un modo per cogliere in un solo punto tutta l’ispirazione, la motivazione, direi quasi la missione, il compito, che Bion sentiva di dovere assolvere nella sua vota di studioso e di psicoanalista, direi che questo punto, questo nodo da enucleare, consiste essenzialmente nella funzione etica della verità.
È necessario innanzi tutto delimitare il concetto di verità, che è troppo filosoficamente complesso per ridurlo a qualcosa di semplice e appiattito. Credo che si possa dire che per Bion la verità è il coraggio di avere i propri pensieri, intendendo per pensieri i prodotti della propria mente, per bizzarri, insoliti o male accolti essi possano essere.
In questa idea del coraggio di avere i propri pensieri, sono impliciti almeno due concetti ulteriori.
Il primo riguarda la specificità. Bion crede molto al soggetto che produce pensieri, al fatto che il soggetto non si debba far schiavo di pensieri di altri, di idee precostituite, di un buon senso compiacente e diffuso. L’invito di Bion alla verità è sempre un invito a avere il coraggio di essere se stessi, dove essere se stessi significa essenzialmente non tirarsi indietro da ciò che la propria mente produce. Ciò che la mente produce è infatti, per Bion, sempre il frutto, il risultato, l’esito, di un incontro del soggetto presente colla cosa che sta fuori di lui, col mondo aperto che, là fuori, non si fa mai definire del tutto, ma lascia sempre uno spazio alla sorpresa, allo sconosciuto, al dubbio.
In secondo luogo, dopo la specificità, legata alla natura irripetibile e unica del soggetto, Bion sembra valorizzare la stranezza, la bizzarria, oserei dire, la perifericità, l’insolito di un pensiero.
Ciò che Bion valorizza è ciò che viene alla mente, quindi un pensiero che sembra carente, volante, non appartenente a nessuno, senza patria o senza dimora, che a un certo punto la mente singola intercetta e accoglie, con timore e sorpresa, talvolta con terrore, talvolta con entusiasmo.
È questa la famosa idea dei pensieri selvaggi o pensieri senza pensatore. Bion intende, con queste formulazioni poetiche, parlare di quei pensieri, che sembrano non appartenerci, che entrano in conflitto col resto della nostra personalità e che nei gruppi sembrano trasmetterci da una mente all’altra quasi senza filtro e senza vettori speciali.
In realtà sono pensieri che aspettano di essere collocati in un apparato di pensiero più vasto, che possa contenerli e contestualizzarli.
È questa la notissima distinzione tra pensieri e apparato per pensare i pensieri.
I pensieri sono immagini, rappresentazioni, emozioni, che nascono dall’incontro coll’oggetto e dalla emozione che tale incontro determina.
L’apparato per pensare i pensieri è invece il linguaggio nella sua forma sintattica, il ragionamento, la funzione collegante della mente.
Come vedremo meglio poi, tutta una parte del pensiero di Bion è centrata sull’idea di come l’apparato per pensare i pensieri possa accoglierli e inserirli in una trama condivisa e riconoscibile. È questa essenzialmente la funzione alfa, che consiste appunto nel porre i pensieri in un apparato capace di “pensarli”, cioè di riconoscerli come propri e trasmissibili agli altri intorno a noi.
Queste considerazioni introduttive mi paiono essenziali, se si vuole trattare il tema di come insegnare Bion.
Bion stesso, infatti, di fronte a questo problema, avrebbe probabilmente detto, forse in modo ironico e anglosassone, che prima bisogna capire che cosa vuol dire insegnare, poi che cosa vuol dire insegnare la psicoanalisi e infine che cosa vuol dire insegnare la psicoanalisi secondo Bion.
L’esigenza etica che abbiamo indicato all’inizio ci aiuta a rispondere a questa domanda.
In primo luogo, che cosa vuol dire insegnare?
Come è noto e come deriva da secoli di pedagogia e teoria della educazione, insegnare non significa soltanto trasmettere un sapere, anche se questo rimane il nucleo indistruttibile e essenziale del lavoro dell’insegnante.
Insegnare significa collocare qualcosa dentro di noi, qualcosa che rimanga e si trasformi in noi stessi. L’insegnamento non è solo un sapere, ma un aiutare lo studente a vedere il mondo con occhi sempre nuovi. Il sapere che io trasmetto deve essere innanzi tutto un modo di osservare le cose, che permette collegamenti sempre più ampi, connessioni impreviste, aperture e contrasti, che a loro volta possono produrre o meno nuove sintesi.
Mi sembra che in questo Bion, che non si stancava mai di riproporre questa concezione dell’insegnamento, si riallacci all’antica filosofia come esercizio spirituale.
Per esercizio spirituale, Hadot, lo studioso francese che tanto si è occupato di questo problema, intende un esercizio di saggezza, e a sua volte intende la saggezza come capacità di collocare ogni idea, pensiero e rappresentazione particolare su uno sfondo, il più ampio possibile, di universalità. Non si tratta, dunque, di valorizzare il particolare rispetto all’universale o l’universale rispetto al particolare, ma di connettere senza sosta l’una all’altro, in un ciclo continuo di collegamento e di rimandi.
Per gli antichi filosofi greci, filosofare voleva dire imparare a vivere, vivere la vita al tempo stesso colla massima partecipazione e il massimo distacco.
Io credo che Bion avrebbe sottoscritto questa visione del mondo. In fondo, porsi di fronte all’oggetto, alla realtà, al mondo, come a qualcosa di sempre insaturo, di mai del tutto conosciuto, significa aver fiducia in una sorta di presa diretta coll’oggetto, di rapporti senza filtri e senza la mediazione di idee proposte da altri e al tempo stesso significa dialogare continuamente colle idee e i pensieri degli altri, nel linguaggio che abbiamo ereditato da chi ci è stato vicino fin dalla nascita.
È questa sintesi continua, che in realtà è spesso un conflitto irrisolvibile e lacerante, che caratterizza il pensiero di Bion e che entra con forza nel tema dell’insegnare. Collocare qualcosa dentro di noi, acquisire la saggezza è un processo senza fine, in cui il contrasto e il conflitto la fanno da padroni, ma anche da continui animatori e spinte del processo stesso. Bion sembra pensare che senza conflitto non c’è vita psichica e solo il conflitto è verità: potremmo dire, a questo punto, che verità è un pensiero proprio che si misura e dialoga e si confronta col pensiero degli altri. Solo da questo incontro, potremmo forse dire, da questa dialettica tra proprio e altrui nasce l’idea di verità. Altrimenti, come direbbe forse Hegel, abbiamo certezza, ma non verità, intendendo per certezza una forte convinzione personale e per verità quella stessa forte concezione personale passata attraverso il vaglio della forte convinzione personali degli altri.
Ma in Bion, come dicevamo, non c’è solo il tema dell’insegnare, ma dell’insegnare la psicoanalisi.
È questo un tema immenso e fortemente dibattuto. Credo però che Bion pensasse che praticare la psicoanalisi, o insegnarla o comunque conoscerla, significhi essenzialmente scoprire sempre l’altro che è in noi, la dimensione irriducibilmente estranea del soggetto.
Il celebre detto freudiano che non siamo padroni in casa nostra, trova in Bion un importante interprete e sostenitore. C’è in noi sempre qualcosa che non sappiamo, che è pronto a turbarci e a sorprenderci, spesso a farci sentire confusi e disorientati. Ma dall’accettazione e dallo sviluppo di questa confusione nasce poi il pensiero e il progresso del sapere: se non c’è conflitto tra conosciuto e sconosciuto non c’è possibile progresso del conoscere.
Questo spiega almeno due importanti aspetti del pensiero di Bion, che rientrano nel suo insegnamento e nel suo modo di insegnare la psicoanalisi e quindi nel modo con cui noi possiamo insegnare Bion a chi si interessa di psicoanalisi o addirittura a chi vuole praticarla.
Il primo aspetto riguarda la profonda intolleranza che Bion provava per i discorsi psicoanalitici, che egli riteneva distaccati dall’esperienza diretta dell’oggetto e di se stessi.
La tendenza a intellettualizzare, a perdersi nei particolari, a difendere una teoria solo perché è bella o perché ci siamo affezionati o perché ce l’ha trasmessa un maestro amato, erano tutte tendenze che Bion non giustificava.
C’era in lui una sorta di austera severità, di rigida etica della verità, di continua tendenza allo smascheramento, al denudamento.
Che cosa vuoi dire con questa parola? Quale emozione, in rapporto con l’oggetto, vuoi indicare con questo discorso? Stai parlando tu o sta parlando qualcun altro, mentre stai dicendo questo?
C’è, in questa intolleranza per il discorso compiacente e ripetitivo, qualcosa di rigoroso e inflessibile, che può spingere, in parte giustificatamente, a considerare Bion come caratterizzato da qualcosa di poco umano, poco “empatico”, poco accogliente.
Certe volte il suo atteggiamento sembra spingerci a una sorta di blanda o spinta depersonalizzazione, uno straniamento, uno sperdimento. Sono io che parlo o è qualcun altro? A che parte di me ti stai rivolgendo?
Il famoso invito, troppo abusato e spesso, poco bionianamente, ripetuto, come slogan, di rinunciare a memoria e desiderio, è un modo poetico, mutuato da La terra desolata di T.S. Eliot, di limitare il già noto per centrarsi sul nascosto, sul lontano, sul periferico, che viene considerato essenziale, più dell’apparente e dell’immediatamente condiviso.
C’è una severità, bella e importante, in questo atteggiamento e è bene che chi insegna Bion ne colga tutti gli aspetti, conflittuali, progressivi, angoscianti con tutta la quota di ansia e scoperta che essi comportano.
È perciò che bisogna diffidare di un’esaltazione acritica di Bion: accettare Bion significa accettare tutta la fatica e la impopolarità della ricerca della verità, intesa come quel continuo dialogo difficile tra proprio e altrui che dicevamo prima.
Il secondo punto riguarda quello che potremmo chiamare la “matematizzazione” della psicoanalisi.
Proprio perché Bion cercava l’essenziale e voleva ricondurre la psicoanalisi ai suoi principi primi, quelli che egli stessi chiama gli elementi della psicoanalisi, Bion si sforzò di sfrondare la psicoanalisi della selva di teorie che sono proliferate su di lei, per ricondurla ai suoi elementi fondamentali, dalla cui combinazione nasceva la psicoanalisi come modo di conoscenza e come pratica.
Matematizzare significa per Bion ritornare ai pensieri, ai prodotti mentali e studiare in che modo la nostra mente li organizza e li contestualizza, per renderli visibili a se stessi e agli altri, cioè ulteriormente pensabili e pubblicizzabili.
Perciò Bion studiò il pensiero, più che altri aspetti della psicoanalisi. Studiare il pensiero gli permetteva di approfondire come il contatto colla realtà esterna producesse qualcosa nella mente e come questo qualcosa dava origine a processi di contestualizzazione.
Perciò Bion è più concentrato sul pensiero che sulla pulsione. Non rifiuta la pulsione, ma la colloca essenzialmente sul versante conoscitivo, sul come la pulsione facilita o ostruisce la formazione dei pensieri o la funzione dell’apparato per pensarli, per collegarli tra loro e coi pensieri degli altri.
Dopo queste considerazioni generali, possiamo pensare e approfondire alcuni punti specifici del pensiero di Bion, che hanno particolare rilevanza per il tema dell’insegnamento.
Nella prospettiva che abbiamo proposto, abbiamo detto che insegnare significa collocare un conflitto, generativo e propulsivo, tra proprio e altrui, anche se in parte angosciante e lacerante, entro di noi..
Adesso vorrei aggiungere che insegnare vuol dire, oltre che trasmettere un sapere, estrarre le idee ispiratrici fondamentali di un Autore, le domande centrali a cui ha cercato di rispondere, la visione intellettuale che si era data, la sua visione etica.
Sono questi grandi idee ispiratrici che adesso cercherò rapidamente di tracciare, nella prospettiva del loro valore di insegnamento.
Parlerò del concetto di esperienza, del concetto di divenire O, della funzione alfa, come tentativo di passaggio dal pensiero appena formato, al pensiero pubblicizzabile e condivisibile e infine di O, dell’origine, come fine e progetto di ogni lavoro psicoanalitico.

Apprendere dall’esperienza
La riflessione psicoanalitica sul concetto di esperienza è così antica e così vasta, che sarebbe impossibile riprenderla in un lavoro come questo.
Si può dire, però, che un’idea ritorna in modo costante e che Bion le raccoglie e la sviluppa in tutto il corso del suo lavoro.
Esperienza vuol dire essenzialmente apertura all’oggetto, a ciò che è fuori di noi, a ciò che dell’oggetto si rende assimilabile un po’ alla volta e mai del tutto e non diventa mai un dato assoluto e immodificabile.
Tutto il pensiero di Bion è un tentativo di uscire, se così si può dire, della mente umana per andare verso il fuori, ciò che la mente può accogliere ma mai contenere del tutto.
Si ritrova in questa posizione una critica di quegli atteggiamenti che fanno del “vissuto” il centro dell’esperienza stessa. Per Bion il “vissuto”, la presa diretta dell’oggetto, dell’altro, è solo l’inizio dell’esperienza stessa. La sua non è una filosofia dell’immediatezza in quanto tale, o, per lo meno, non si ferma mai alla sola immediatezza.
Ciò che rende significativa l’immediatezza, il dato percettivo originario, l’impatto, se così si può dire, sull’oggetto, sono due fattori.
Il primo è l’emozione. Bion sembra insistere sempre sul fatto che la percezione, il dato cognitivo puro si presta sempre e fraintendimenti o inganni, perché l’influenza che il pensiero degli altri esercita sul soggetto è sempre talmente grande, che, in fondo, gran parte della vita psichica consiste nella battaglia per una liberazione.
L’emozione invece, lo stato psichico globale, la modifica totale corporea che l’impatto coll’oggetto determina nel soggetto, non tradisce, perché riguarda il corpo e riflette quindi una certa libertà che rimane al corpo di esprimere la sua specificità, il suo essere proprio se stesso e non il corpo di un altro.
Si può dire che Bion ci avvia al mondo esterno attraverso l’emozione, più che attraverso il pensiero, anche se naturalmente l’emozione ha bisogno del pensiero per diventare conoscenza.
Il secondo fattore dell’esperienza potrebbe essere definito come l’attraversamento del dato cognitivo.
Non è mai il semplice dato immediato a essere sufficiente, ma è necessario un ritorno sul dato, un suo ripetere dentro di sé, nella mente, l’evento cognitivo. Attraversare il dato cognitivo significa ritornare su di esso, aprirlo, scomporlo, viaggiarci attraverso.
È solo ritornando sulla cosa conosciuta, che si può togliere alla cosa quel carattere di apparizione, quasi allucinatorio. Per passare da allucinatorio a conoscitivo, il pensiero deve essere contenuto a lungo e comunque deve subire una specie di ritorno su se stesso, una specie di ritrovamento.
Si può dire che per Bion tutto il lavoro di conoscenza consiste nel trattare qualcosa, nel non farlo andare via, nel non espellerlo troppo presto.
Questo trattenere abbraccia quindi almeno due momenti essenziali: l’emozione dell’impatto coll’oggetto e il ritorno su questo impatto. Tutto il lavoro di simbolizzazione, il lavoro dell’apparato per pensare i pensieri, il contenitore che deve contestualizzarli, collegarli, connetterli, inserirli in una trama, non deve mai prescindere da questo momento iniziale, quasi “aurorale”, che dovrebbe permeare la conoscenza e improntare di sé ogni esperienza.
Ancora una volta ci troviamo di fronte a un Bion esigente e severo, poco conciliante coll’empatia e la dimensione immaginaria, che punta a sgomberare la mente dai fantasmi, cioè dai prodotti dell’immaginazione, per giungere il prima possibile al dato oggettuale originario.
Le funzioni che Bion privilegia sono quindi l’emozione, come abbiamo detto, e l’attenzione, intesa come quella funzione che va incontro all’oggetto e lo inserisca nella sua trama. Ma è implicita, nell’idea di attenzione, una idea di rispetto dell’oggetto, di sosta di presso di esso. Si vuole curare i particolari, le ombre, le sfumature, la periferia del quadro, per cogliere la totalità di esso. Attenzione vuol dire trattenere tutti i particolari, cogliere i rapporti figura-sfondo, valorizzare le ombre, i dettagli. Tutto il senso e il valore dell’esperienza consiste in un ritorno alle origini del processo conoscitivo.

Diventare O
Il tema di O ricorre in Bion in modo continuo, con sfumature filosofiche, poetiche e emozionali. È perciò difficile, anzi addirittura contrario alle intenzioni di Bion, dare di esso una definizione precisa, perché questa definizione precisa toglierebbe a O quell’alone di indeterminatezza, che Bion tutta la vita si è sforzato di proteggere e custodire.
Si può dire, forse, senza tradire il suo pensiero, nella prospettiva di finalità all’insegnamento che caratterizza lo sforzo di questo lavoro, che O è la cosa in sé, il noumeno kantiano, ciò che continuamente si presenta e si sottrae alla nostra conoscenza.
Abbiamo già detto, che il modo con cui Bion affronta il tema del rapporto colla cosa in sé è l’emozione, quella trasformazione corporea globale, che dà origine a altri tipi di trasformazione, quelle simboliche, che il pensiero mette in atto per inserire i pensieri nei suoi possibili contenitori, cioè il linguaggio e il sapere collettivo condiviso.
Ma per avviare il processo di trasformazione simbolico, quello che Bion avrebbe chiamato la funzione alfa, è necessario tutelare una sorta di purezza della conoscenza originaria, in cui l’incontro tra soggetto o oggetto, sia il più possibile esente da intromissioni di pensieri altri. Poiché naturalmente questo è impossibile, si può tentare una strada per giungere almeno vicino a questo risultato Bion non è così ingenuo da pensare che si possa avere un pensiero puro, esente da altri pensieri già esistenti. Anzi questa situazione sarebbe assurda e paralizzante.
Il problema è come creare in sé un vuoto possibile, un vuoto di apertura, che non rinneghi ciò che il pensiero ha già collocato in se stesso, ma sopporti una momentanea separazione, una perdita, uno sperdimento, una sopportabile estraneazione, Bion sembra pensare che non c’è pensiero specifico e personale, se non c’è una certa quota di depersonalizzazione, intendendo con questo termine il distacco momentaneo della familiarità del conosciuto, del già dato e quindi anche dai personaggi interni, che ci soccorrono e ci aiutano nel percorrere attraverso la vita.
Bion insiste sul valore della perdita e del dolore sopportabile, come momento fondamentale per la acquisizione di un pensiero personale. Se il dolore è eccessivo – in molti punti del discorso Bion parla di frustrazione – il vuoto non è più vuoto, ma presenza cattiva e il soggetto si sente perseguitato dell’interno e impossibilitato a pensare.
Compito dell’analista è quindi quello di far accedere il suo analizzato a un dolore sopportabile, tale che la perdita degli oggetti familiari non sia tale da creare all’interno un oggetto persecutorio, Bion la chiama mancanza, che diventa nulla, ma un nulla cattivo e persecutorio, un super Io crudele e intollerante, agito dalla pulsione di morte.
Ma se il dolore è sopportabile, l’assenza diventa vuoto produttivo, possibilità di scoperta, dialogo tra emozione personale e contenitori del pensiero proprio e altrui.
Bion si esprime in modo soggettivo, anche se, come spesso in lui, più poetico che preciso, quadro dice che bisogna diventare O, diventare la cosa in sé.
L’esperienza è attinta da certi filoni del misticismo e si riferisce all’esperienza della divinità: non si può conoscere Dio, ma sentirlo dentro di sé, come una presenza universale, che anima ogni cosa. In questo senso, Dio è una sensazione, uno stato d’animo, una vibrazione estatica.
Per essere più vicini al mondo dell’oggetto, e distaccarsi un po’ dell’esperienza mistica, potremmo dire che non si tratta di fondersi coll’oggetto e di identificarsi con esso o sentirsi tutt’uno con esso. Al contrario. Poche esperienze sono così contrarie al mondo di Bion come le esperienze funzionali, di immersione cieca nel tutto.
Bion intende probabilmente indicare il processo di collocare l’oggetto dentro di sè, viverlo come cosa propria, come presenza che riapre e riattiva un conflitto personale. Si potrebbe dire che ogni oggetto parla di me, che la campana suona sempre per te, che di te narra la storia. Questo vuol dire diventare O: far risuonare l’oggetto dentro di sé come cosa propria e permettergli di riaprire un conflitto interiore sempre presente.
Questo spiega la diffidenza di Bion per il controtransfert, concetto che Bion ha sempre considerato come un po’ troppo nebuloso e vago. Non sono tanto i propri vissuti personali che contano, ma come un tema stesso rimette in discussione i grandi temi dell’esistenza di ognuno, li ricolloca, li situa in una posizione nuova.
Ancora una volta, l’emozione e la attenzione fanno da guida: l’emozione del contatto coll’esperienza emotiva del paziente, che mette in moto un’attenzione concentrata e la necessità di trovare sempre nuove parole per andare incontro all’esperienza.
In ultima analisi, infatti, è la parola che cambia tutto e che inserisce l’emozione in una trama linguistica adeguata: ma il linguaggio dee essere caldo e pieno, per poter offrire all’emozione un contenitore significativo e non vuoto e sterile.

La funzione alfa
Possiamo adesso avvicinarci all’altro polo del pensiero di Bion, quello che riguarda il processo del pensiero propriamente detto, mentre fino ad adesso ci siamo occupati dell’impatto della realtà sulla mente. Non dobbiamo però mai dimenticare che per Bion è sempre l’impatto originario che conta e che il pensiero, nel suo processo, deve tutelare e proteggere questa dimensione originaria del conoscere.
Il pensiero successivo a Bion ha talvolta valorizzato eccessivamente la funzione trasformativa, il processo di simbolizzazione, mentre una lettura attenta di Bion ci dice che la simbolizzazione è significativa in quanto rimane fedele a quel vuoto originario da cui nasce il pensiero. Senza questo vuoto, che vuol dire lacerazione e parziale distacco, il processo di simbolizzazione rischia di avvitarsi su se stesso.
La grande idea di Bion è di raggruppare in un’unica funzione, che egli chiama, come è noto, funzione alfa, tutti i processi di simbolizzazione, si potrebbe dire, di integrazione nel linguaggio, figurativo o verbale, dell’esperienza cognitiva.
Non è un caso che Bion abbia spostato il modello della conoscenza, dall’arco riflesso di Freud all’apparato digestivo.
Nel modello dell’arco riflesso, in Freud, il pensiero nasce sempre come ritardo dell’azione, come azione di prova, e la pulsione la fa da padrona. L’uomo freudiano è continuamente mosso dalla pulsione, dai desideri e fa fatica a riunione la loro soddisfazione. La grande forza del pensiero freudiano è questa spinta ad agire, questo continuo tendere a un corto circuito che spinge l’uomo alla scarica, al compimento, alla realizzazione.
Bion parla invece di apparato digestivo, secondo una metafora diventata famosissima: l’uomo è impegnato non dai suoi desideri, ma dall’impatto colla verità, che non è mai assimilabile senza dolore. Assimilare la verità vuol dire digerire gli eventi, renderli da estranei familiari e pensabili.
Ma che cosa vuol dire digerire i pensieri?
Qui la metafora rivela al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza, come se l’immagine del digerire corresse il rischio di annullare al suo interno le varie funzioni che intende raggruppare.
Credo che il passaggio cruciale sia quello che concerne la distinzione tra scissione e rimozione.
Il soggetto umano è soggetto al piacere e al dolore. Se l’esperienza è dolorosa in modo eccessivo, essa viene scissa e espulsa, allontanata secondo il metodo della identificazione proiettiva eccessiva.
La mente si riempie così di immagini quasi allucinatorie, frammenti sensoriali e percettivi, cose del mondo e della mente dotate di forma ma non di significato, emozioni sospese e non collocate. Bion chiama questi elementi mentali espulsi e allontanati elementi beta.
Se la mente riesce a operare la rimozione o almeno una negazione non distruttiva, questi elementi mentali vengono inseriti in una trama, linguistica e figurale, e acquistano una collocazione.
Si può dire che in questa prospettiva, rimozione significa operare un effetto di luce e ombra, di chiaroscuro, di allontanamento graduale e sostenibile del cono di luce di alcuni elementi, di scissioni sostenibili frazionate e non violente.
Negazione, peraltro, in questa prospettiva, significa allontanamento senza espulsione, sentire che qualcosa ci riguarda meno, ma non viene eliminato dal campo della conoscenza.
Questa modulata capacità di rimozione o negazione, che si opera sugli elementi mentali al posto della scissione violenta, che li espelle dalla scena, viene chiamato da Bion rêverie, cioè capacità di sognare.
Sognare in fondo è una capacità di ordinare le cose, secondo un ordine emotivo, e non logico razionale, e questo ordinamento stabilisce delle priorità, degli anticipi e dei ritardi, delle messe in luce e delle messe in ombra. Se si riesce a sognare, si riesce a costruire una trama, e l’allucinatorio espulso rientra nel campo della coscienza.
Per Bion, in fondo, coscienza significa capacità di dimenticare, almeno momentaneamente. Ma, per dimenticare, è necessario conferire agli elementi mentali un ordine simbolico, una loro collocazione in una rete, che è poi quella del linguaggio e delle immagini condivisibili.
Tutto il pensiero di Bion si concentra su questo punto cruciale: che cosa può entrare nella funzione alfa? Come si può trasformare l’allucinatorio in sogno? E come si può diminuire l’effetto allucinatorio e paralizzante del trauma in una capacità sognante condivisa? E la psicosi, concepita come l’effetto di un accumulo oppressivo di elementi scissi e proiettati all’interno della mente, come può essere trasformato in sogno?
È chiaro che siamo in presenza di questioni cruciali e fondamentali, che purtroppo si sono prestati a eccessive semplificazioni. Come è possibile favorire la funzione alfa, cioè la rêverie, cioè la capacità di sognare, cioè la capacità di usare la rimozione e negazione sostenibile piuttosto che l’espulsione, frutto di una identificazione proiettiva eccessiva?
Sembra che Bion proponga l’uso di una relazione sostitutiva in cui il contenitore è la mente dell’analista, che continuamente propone all’analizzando le vie di una possibile simbolizzazione. Ma Bion lascia aperto il problema di come simbolizzare l’allucinatorio, come un compito che tocca a noi, vissuto dopo di lui, intraprendere e proseguire.

O
Vorrei proporre un ultimo spunto riguardante O. Se O è la cosa in sé, potremmo dire che tutta l’opera di Bion è diretta alla apertura verso O.
In fondo, a Bion interessa questo continuo sforzo di conoscenza, questa funzione continua di apertura alla verità, concepita come la matrice stessa della salute mentale.
L’uomo di Bion è un uomo conoscitivo, come l’uomo di Freud è un uomo pulsionale.
Ma O non è soltanto fuori di noi, O non è soltanto la cosa in sé, fuori di noi, ma la cosa in sé in noi, il noumeno che è al nostro interno, come Kant concepisce l’istanza morale, che egli pensava come una legge immutabile posta dentro di noi, come il cielo stellato è fuori.
In Bion non c’è la legge morale immutabile, ma egli sembra pensare che l’emozione che nasce nell’uomo a contatto coll’oggetto abbia qualcosa di fondamentale, di originario. In fondo, la verità dell’oggetto, intesa nel modo con cui l’abbiamo definita all’inizio di questo lavoro, è data dall’emozione che essa suscita in noi.
Spetterà alla capacità sognante di collocare questa emozione in una trama, di renderla intellegibile e pubblicizzabile.
Questo aspetto dell’emozione è un’altra parte che si presta a semplificazioni. L’emozione è la nostra guida, ma essa deve sempre essere ancorata all’attenzione, al dato cognitivo, pena un’arbitrarietà, che sarebbe tutto il contrario di quanto Bion si è proposto in tutto il corso del suo pensiero.

Conclusioni
Ho voluto presentare una sintesi delle idee essenziali e, per così dire, idee-matrici di Bion, nella convinzione che insegnare voglia dire essenzialmente cogliere il fondo originario del pensiero di un Autore, le domande a cui tutta la vita ha cercato di rispondere, la missione o il compito – come l’intellettuale di Fichte – a cui l’Autore stesso si è votato, come debito verso i suoi contemporanei e verso se stesso.
Certamente, sono rimaste fuori da questa prospettiva molte idee bioniane importanti, per esempio quelle sui gruppi e quelle sulle istituzioni e tutto il Bion tardo, centrato sull’idea, che sarebbe piaciuta a James Joyce, di una presa diretta sulla realtà senza intermediazione attraverso l’uno diretto dell’emozione e della volontà di diventare O, di far risuonare il mondo esterno direttamente dentro la mente, far vivere l’essere, se così si può dire, dentro di noi.
Ma credo che anche questa parte che ho lasciato sullo sfondo diventa leggibile e quindi “insegnabile”, se si coglie l’ispirazione di fondo che ho tentato di indicare.
In fondo, insegnare significa interpretare il pensiero di un Autore, restando fedeli il più possibile al suo intendimento originario, alla sua inquietudine esistenziale e rendere pubblico, nei limiti del possibile, ciò che nasce come esclusivamente e indicibilmente privato e personale.