CPB CVP – 7 luglio 2018 Incontro gruppi PER. Report di M. Martelli e P. Montagner

Report dell’incontro dei gruppi PER Emiliano-Romagnolo e Veneto  a Bologna, 7 luglio 2018.

Il 7 luglio si sono incontrati a Bologna i gruppi PER dell’Emilia-Romagna e del Veneto.

Presenti: Amati Sas, Bertogna, Ceolin, Campanile, Capitanio, Cusin (via skype), Montagner, Polojaz per il Veneto e il Friuli Venezia Giulia; Bambini, Calzolari, Carnevali, Donati, Martelli, Moscara, Ravaioli, Rulli, Vandi per l’Emilia Romagna.

Obbiettivo dell’incontro, successivo a quello di maggio a Padova, era proseguire un lavoro di riflessione che portasse ad individuare le criticità del lavoro con i richiedenti asilo e i loro operatori, in relazione alle quali poter individuare risorse e limiti dell’intervento specificamente psicoanalitico. Per fare questo ci si è confrontati direttamente sul lavoro fatto da una collega del centro Veneto, così come in precedenza si aveva ragionato sul lavoro di due colleghe del Centro di Bologna. Dalla riflessione condivisa sono scaturiti alcuni punti che vorremmo offrire come base di ulteriore approfondimento per poter costruire un modello psicoanalitico di lavoro in questo ambito sociale.

Patrizia Montagner ha portato il materiale riguardante gli incontri fatti con un gruppo di donne africane, cinque da un paese anglofono dell’Africa Sub-Sahariana e due da due diversi paesi francofoni, di età compresa tra i 19 e i 40 anni, in attesa di riconoscimento dello status di rifugiate e tutte ospitate in un appartamento alla periferia di una città veneta.

La collega lavora da due anni anche con i loro operatori ma di questo lavoro non si è avuto il tempo di parlare. Ci racconta però l’incontro fatto con loro, per chiarire la richiesta di intervento sulle donne.

Gli operatori, che hanno scelto di collocare queste donne in una situazione abitativa periferica per “proteggerle”, sono preoccupati perchè dicono che il clima non è buono, le donne non sembrano avere tra loro legami affettivi, spesso ci sono reciproche lamentele, dicono di stare male ma non si aiutano (due di loro hanno fatto la traversata del mare insieme). Non le vedono interessate a nulla, non ai corsi di italiano né alle attività loro proposte. Temono ci sia qualcosa di nascosto, che abbia a che fare con l’illegalità, forse legata alla prostituzione o allo spaccio.

Patrizia, che conosce l’inglese, propone di incontrare le 7 donne, assieme ad una volontaria che faccia la traduzione per il francese. Propone loro 5 incontri, per creare uno spazio dove possano dire le loro fatiche e difficoltà sentendosi ascoltate.

Nel presentarci il primo incontro con loro, Patrizia condivide la consapevolezza che, se la sua presenza è certamente voluta dagli operatori, non è chiaro  quanto lo sia dalle donne stesse. Avverte, all’inizio, un senso vago di timore, anche di poter essere aggredita.

Noi colleghi, invitati a reagire alla prima parte del racconto della storia del gruppo, poniamo alcuni spunti di riflessione.

Da subito ci si interroga sulla questione della lingua e della traduzione. Forse avere un’interprete per le francofone rende la professionista schierata in modo asimmetrico, qualcuno fa presente che essendo la traduttrice anche una volontaria del centro, questo potrebbe non garantire la libertà di espressione delle donne. Si pensa ad un italiano semplificato come lingua comune e meno intrusiva.

Il sistema complesso di traduzione e la fatica a capirsi vengono da diverse persone pensate come una metafora dello sforzo che è importante fare per incontrarsi, già significativo di per sé anche indipendentemente dal risultato positivo o insufficiente.

Ci si rende conto che le reazioni delle donne, preoccupanti per gli operatori, sono abbastanza fisiologiche per la situazione in cui vivono, sospese e in attesa, cariche dei loro vissuti traumatici. Forse la fatica degli operatori stessi a tollerare la loro personale fatica e impotenza, le rende oggetto di  proiezioni di angoscia, tanto che qualcuno ipotizza che rifugiati e operatori siano un sistema unico, su cui si potrebbe intervenire in modo congiunto se il numero non lo impedisse.

Le angosce di “avvelenamento” del nostro primo incontro a Padova tornano sulla scena e riguardano tutti. Si prende atto che, queste angosce che noi psicoanalisti riusciamo ad individuare e pensare e che cerchiamo di far cogliere agli operatori, rimangono impensate e agite nel nostro tessuto sociale, generando quel pericoloso movimento aggressivo che porta ad individuare il nemico da combattere fuori di noi.

Ci si ferma a pensare a come mai le attività proposte dagli operatori e volontari alle donne, possano essere sentite poco interessanti, infantili, quasi intrusive.

Si rinnova la percezione che il corpo sia il luogo dove, per questioni culturali, sia più facile depositare il dolore parlante. La sua concretezza aiuta a veicolare contenuti che altrimenti rimarrebbero non detti.

In relazione a questo si pensa che, la scelta di Patrizia di far disegnare le donne, proposta che le aggrega e muove la loro partecipazione, metta in campo quella concretezza, quell’essere lì con il corpo e con la realtà intera della persona, che, sola, per ora, queste donne possono capire, a cui possono affidarsi per dare voce al loro indicibile sentire.

Ecco allora che, una idea nata nella collega dal suo desiderio di provare a dinamizzare la situazione di stallo che nel gruppo si avvertiva, dovuta alla fatica delle donne di condividere emozioni e pensieri, si rivela subito efficace per delineare una traccia di sentiero alla comunicazione emotiva, realizzata attraverso un tramite concretamente espressivo come il disegno è.

Si prende atto del rischio che i gestori dell’accoglienza facciano proposte troppo lontane dalla realtà delle loro ospiti, portandole a vivere in modo quasi scisso. Si ripropone la necessità di interloquire con gli operatori, capire chi sono e aiutarli a non fare proposte che creino una “violazione”.

Viene risollecitata anche la necessità di una organizzazione della istituzione di accoglienza, perchè si trovino tempi per l’incontro regolare, che permettano la formazione di un gruppo tra loro che diventi luogo di confronto.

Ascoltando la seconda parte del racconto di Patrizia, ci rendiamo conto che il suo lavoro di gruppo non è atteso, potrebbe esso stesso essere sentito come una violazione, perché dalle donne viene negato il sentire interiore, culturalmente difficile da comprendere ed esprimere. Altrettanto evidente è la difficoltà di trovare un motivo per comunicare. Una sola donna riesce a parlare del suo malessere fisico, sarà sempre lei ad iniziare gli incontri in questo modo.

Il tentativo di portare il pensiero su un malessere interiore non dà frutti. Ci interroghiamo su come si possa rispettare i tempi e la lingua dell’altro, mentre si intuisce che si porta dentro un dolore che non trova parole. Le donne cercano, in vario modo, di essere altrove e si riuniscono veramente intorno al tavolo solo grazie al disegnare.

Nel guardare insieme i disegni, il nostro gruppo si interroga sull’alterità culturale e su come si possa usare l’interpretazione di questi. Ciò che risulta chiaro è che il gruppo comincia a costituirsi intorno alla concretezza del foglio e matita, dei soggetti proposti da Patrizia (la casa, un albero, gli animali), tutti con fatica collegati ai temi che si intuiscono nel lavoro di gruppo.

Pensando ad un metodo di lavoro, prendiamo atto che siamo desiderosi di incontrare queste alterità e il loro mondo. Ci chiediamo se cercare di sapere della loro cultura e vita, prima che dei loro traumi, non possa essere un aiuto.

Ci si sollecita ad immaginare le loro modalità curative, per capire come possiamo noi assumerne di nostre, che non possono scimmiottare ciò che non siamo ma neanche ignorarlo.

In uno degli incontri che Patrizia ci presenta, si nota come venga attivato il potere curativo del gruppo attraverso un canto; avviato da una donna, mentre un’altra parla delle mancate cure ricevute nell’ospedale cittadino, viene poi fatto proprio da tutte le altre. Si genera una situazione di fusionalità che porta la nostra collega ad interrogarsi sul Sentimento Oceanico.

Anche la tematica religiosa sembra coinvolgere tutte, portandole a dirsi, attraverso una conflittualità più di facciata che reale, i propri punti di vista.

Patrizia conclude la presentazione del suo materiale clinico affermando che, mentre le angosce di essere aggredita si sono dileguate con la creazione di un abbozzo di dimensione di gruppo comunicativo, è rimasta la sua consapevolezza di non capire molto di quello che succede e che le viene comunicato.

Si conclude l’incontro riaffermando la consapevolezza che stiamo cercando di definire un metodo di lavoro con i richiedenti asilo e i loro operatori che trovi le sue radici nella nostra attitudine psicoanalitica, della cui efficacia siamo fiduciosi. Ci rendiamo anche conto che questo metodo richieda una rielaborazione che tenga conto del contesto particolare in cui viene applicato. Pensiamo che occasioni di scambio di pensieri come questi incontri tra colleghi del Centro di Bologna e del Centro Veneto siano una ricchezza per confrontarsi e generare semi di ulteriore conoscenza condivisa.

Si propone inoltre l’ineludibile intreccio che c’è tra il lavoro con gli operatori e quello con i richiedenti asilo, spesso i primi chiedono che siano visti e curati i secondi, mostrando così la loro fatica a trovare un tempo per pensare sulle loro difficoltà e le loro proiezioni

In questi due incontri, si sono  evidenziati soprattutto una serie di quesiti riguardanti lo specifico della psicoanalisi rispetto ai temi dei rifugiati, e di come gli strumenti della nostra disciplina possano fornire spazi di pensiero e di ricerca di senso, in un’area della quale si sa ancora davvero poco.

Il lavoro del gruppo allargato, colleghi del Centro di Bologna e di quello Veneto, si conferma come una interessante occasione di scambio di esperienze , generatrice di una grande ricchezza di pensieri, di ipotesi e di proposte.