Discussione al lavoro di Sandro Panizza – Fulvio Mazzacane

Commento al lavoro di Sandro Panizza: “La rêverie, un’uscita dall’impasse nel monitoraggio del paziente e nella supervisione interna”.

24 novembre 2012

Considero la rêverie come una passeggiata che la mente dell’analista fa, stimolato dal discorso del paziente o dalla qualità particolare dello stare con lui in seduta. Della rêverie vorrei sottolineare la sua lateralità, rispetto al discorso della coppia, che la rende simile ad un procedimento abduttivo, esplorativo, dagli esiti incerti.

Tale lateralità si ripropone quando l’analista la utilizza in seduta. La rêverie non richiede di essere comunicata al paziente in tempo reale, deve essere sottoposta ad un lavoro di traduzione, più o meno lungo, per diventare materiale utile per la coppia. Il lavoro di traduzione diventa uno strumento di controllo che consente all’analista di avere un tempo utile e una necessaria quantità di dubbio che eviti una restituzione che sia solo un’evacuazione dell’analista.

Bisogna tener conto che, come scrive Ogden (1997), la rêverie si associa nella mente dell’analista ad un tumulto emotivo dovuto al “non essere analista in quel momento”.

Ogden, in linea con la sua teoria del terzo analitico intersoggettivo in continua tensione tra ciò che è individuale (dell’analista e del paziente) e ciò che appartiene alla coppia, considera la rêverie un fenomeno sia privato che intersoggettivo, fanno parte della rêverie “non solo quegli stati psicologici che chiaramente indicano la recettività attiva dell’analista verso l’analizzando ma anche un variegato insieme di stati psicologici che sembrano riflettere l’assorbimento narcisistico dell’analista, la ruminazione ossessiva, i sogni ad occhi aperti, le fantasie sessuali, ecc.“ (Ogden, 2011). 

C’è quindi una varietà di significati che la rêverie può avere: una “passeggiata inferenziale” al lato del testo del paziente (Eco, 1979), da cui l’analista ritorna carico di sensazioni, personaggi, insight che possono essere giocati nella relazione; una funzione di manutenzione della mente dell’analista che gli consenta di soffermarsi transitoriamente in oasi, in periodi in cui l’atmosfera analitica può essere difficilmente tollerabile; segnalazione di un malfunzionamento della propria mente dovuta a stanchezza, particolare intensità dei fenomeni proiettivi del paziente o periodi di limitata efficienza.

Nel lavoro di Panizza viene valorizzata la funzione ponte della rêverie, tra sensoriale e verbale ma anche, aggiungerei, tra i diversi livelli che compongono l’esperienza del campo relazionale e ne viene presentata una varietà di destini.

Nel caso di Lucia, la preoccupazione dell’analista si schiaccia inizialmente su aspetti concreti di una realtà pericolosa che Lucia potrebbe vivere. E’ verosimilmente un enactment in cui l’analista viene forzato, su un piano di realtà, ad assumere un ruolo di guardiano che tenga Lucia, ma soprattutto la coppia analitica, lontana da passioni troppo intense e travolgenti. La rêverie e l’elaborazione che l’analista riesce a fare, produce un’interpretazione prima sul piano intrapsichico poi su quello transferale, validate dalla risposta della paziente e dal successivo decorso analitico.

Nel caso di Mirca vediamo un momento in cui aspetti negativi e distruttivi del transfert mettono a rischio l’analisi stessa. La rêverie si presenta in due tempi, inizialmente ha una funzione curativa per l’analista, gli consente di sognare una possibile soluzione positiva, anche se ancora lontana, di cullare la speranza e di sopravvivere alla pressione della distruttività di Mirca. Se comunicata subito, la revêrie avrebbe introdotto nella relazione una corrente calda che, scontrandosi con la freddezza del momento analitico e dell’assetto interno di Mirca, avrebbe prodotto tempeste. La pazienza dell’analista gli consente di vivere dentro di sé questo scontro e di trasformarlo in un materiale che risulta accettabile a Mirca..

In un primo tempo la funzione della rêverie è stata quindi di concorrere alla manutenzione delle funzioni analitiche attraverso un sogno di possibili soluzioni, ha poi facilitato l’arrivo in seduta di un nuovo personaggio che ha attivato narrazioni di coppia.

Ben lontano da una mistica della rêverie, il lavoro di Panizza la mostra nel suo essere materiale prezioso che l’analista deve comunque lavorare perché potenzialmente pericoloso.

In campo analitico abbiamo a che fare con situazioni contraddistinte dalla loro unicità e da un certo grado di indeterminazione, della bontà di ogni singolo intervento, che nasca da fenomeni di rêverie o no, che siano interpretazioni, costruzioni o collegamenti tra livelli diversi del testo del paziente, non abbiamo alcuna garanzia assoluta.

Bion direbbe che diamo solo interpretazioni inadeguate, in un’altra prospettiva il B.C.P.S.G direbbe che in ogni comunicazione, l’intenzionalità implicita, il suo corrispettivo verbale e lo scarto che inevitabilmente c’è tra loro costituiscono un insieme inseparabile che produce continuamente microenactment.

La funzione di controllo, come in tutti i nostri interventi, nasce da un combinarsi della propria analisi; della dimensione etica del nostro lavoro; di un costante confronto con i colleghi, nei vari modi in cui questo può avvenire, che ci consenta di non innamorarci troppo delle nostre teorie; dell’attento ascolto delle reazioni del paziente ai nostri interventi; dello spostamento dell’attenzione, prima centrata sull’intervento illuminante dell’analista, all’esperienza di coppia di ricerca dell’unisono  e di senso; dell’attenzione alle aree di confine del sapere analitico.

Un’ultima considerazione stimolata dal lavoro di Panizza è che, in un modello in cui la rêverie ha un posto rilevante tra gli strumenti analitici, è impossibile eludere il problema dell’autosvelamento dell’analista. Per quanto digerita e bonificata la rêverie ha una qualità artistica che la impregna e porta inevitabilmente le tracce della personalità dell’analista (ma non è la stessa cosa che avviene nell’interpretazione, soprattutto nei suoi aspetti stilistici?).

Si dà per scontato che una certa quantità di notizie sull’analista passino anche senza intenzionalità, dalle caratteristiche del suo studio ai tratti della personalità, per non parlare di tutto quanto possa oggi essere facilmente accessibile della sua vita tramite internet.

E’ fondamentale interrogarsi quindi sulle modalità, la funzione, gli argomenti, la quantità di cose che il paziente può o dovrebbe cogliere dell’analista, essendo impossibile una mancanza di autosvelamento. Ogni intervento dell’analista, ma anche ogni suo silenzio, contribuisce ad aggiungere qualcosa alla relazione analitica che si co-costruisce.

L’obiettivo è quindi un autosvelamento mirato. A volte è una scelta al servizio dell’interpretazione e fa parte del dialetto che l’analista sceglie di adottare, evidentemente con caratteristiche di intimità, a volte anche come elemento di mitigazione dell’impatto dell’interpretazione (come se l’analista dicesse: ci sono in mezzo anche io). Per Renik (1995) è anche una protezione dall’idealizzazione dell’analista.

La scelta che l’analista fa, accettando l’inevitabilità di gradienti di autosvelamento conduce a percorsi analitici forse meno prevedibili di quelli presenti in un’analisi tradizionale, l’analista cercherà di analizzare quanto più possibile, sapendo che non potrà analizzare tutto (Aron, 2004).

L’autosvelamento diventa in questa prospettiva una delle risorse dell’analista che può essere messa in gioco e su cui comunque l’analista si interroga (ma è giusto che sia così anche quando compie altri tipi di intervento). Il suo equilibrio nasce dalla capacità dell’analista di tenere conto della propria personalità, delle caratteristiche dell’analizzando e del momento del percorso analitico. Deve essere ovviamente sempre al servizio del paziente e necessita di un costante monitoraggio perché (come peraltro ogni intervento dell’analista) può produrre effetti collaterali.

Bibliografia

Aron L. (2004), Menti che si incontrano. Cortina, Milano.
B.C.P.S.G. (2012), Il cambiamento in psicoterapia. Cortina, Milano.
Eco U.(1979), Lector in fabula, Bompiani, Milano.
Ogden T.H. (1997), Reverie e interpretazione. Astrolabio, Roma 1999.
Renik O. (1993), Countertransference enactment and the psychoanalytic process. In Horowitz M, Kernberg O., Weinshel E. (a cura di), (1993), Psychic Structure and Psychic Change. International Universities Press, Madison CT.