EPF New Members Seminar, Bruxelles, 18- 21 Maggio 2017

Vera Giovannini – Elisa Alice Pellerano
Report EPF New Members Seminars 18/19/20/21 Maggio 2017

Qualche mese fa siamo state invitate dal presidente della nostra Società, Dott.ssa Anna Nicolò, a partecipare ai Seminari Europei della FEP per i nuovi Associati IPA. Incontri organizzati da Jorge Canestri ed Eva Schmid-Gloor, rispettivamente Presidente e Vice Presidente dell’EPF, che si svolgono ogni anno presso la EPF’s House a Bruxelles.

Innanzitutto vorremmo ringraziare chi ci ha offerto questa opportunità: Anna Nicolò, gli organizzatori della EPF New Members Seminar, nonché i Supervisori, analisti IPA con Funzioni di Training di diverse Società Psicoanalitiche Europee: la stessa Eva Schmid-Gloor (Société Suisse de Psychanalyse), Cornelia Wagner (German Psychoanalytical Society), Maria Yassa (Swedish Psychoanalytical Association) e Patrick Miller (Société Psychanalytique de Recherche et de Formation). E infine, non certo per importanza, l’intero gruppo di colleghi.

Il Seminario è iniziato il giovedì sera con una prima sessione plenaria. È proseguito il venerdì, sabato e la domenica mattina con sessioni di un’ora e mezza ciascuna, svolte in otto piccoli gruppi di supervisione, che lavoravano in parallelo. Ogni partecipante aveva l’opportunità di presentare il proprio materiale clinico in gruppo al supervisore presente in quella sessione. Ogni giornata prevedeva la discussione dei casi con i differenti Supervisori in differenti e contemporanei gruppi. Il materiale presentato doveva riguardare un caso in corso seguito in analisi con la frequenza di almeno tre sedute settimanali. La lingua ufficiale era ed è sempre l’inglese. Il seminario si è concluso domenica all’ora di pranzo con una sessione plenaria conclusiva dove insieme si è valutato il lavoro svolto.

Oltre all’iniziale entusiasmo, non possiamo negare di aver vissuto, prima di partire, anche quel certo timore che si prova ad immaginarsi catapultate in un luogo sconosciuto e, soprattutto, con colleghi stranieri. In particolare il timore di confrontarci con un’altra lingua ci ha portate ad interrogarci e quindi a comprendere ciò che maggiormente ci preoccupava: il confronto con altri linguaggi e culture psicoanalitiche parlate sia dai colleghi europei che da quelli provenienti da altre parti del mondo.

Kapuścinski, noto giornalista e scrittore polacco, parla del viaggiare come un luogo in cui diventa possibile ‘l’incontro con l’altro’. Affinchè si realizzi è necessario essere responsabili della strada che si percorre, poichè ogni passo avvicina all’altro. Ma partire è difficile, siamo per natura sedentari e, come diceva Erodoto, per entrare in contatto con gli altri bisogna mettersi in cammino, giungere fino a loro e manifestare il desiderio di incontrarli. Perchè per conoscere sè stessi è necessario conoscere gli altri (L’altro, 2009, Feltrinelli).

Pensiamo ai nostri analisti, al training, ai pazienti, ai rapporti importanti. E alle tante domande, poste dalla vita, che ci spingono fuori dalle zone di confort. Il desiderio di incontrare l’altro, la curiosità per il suo modo analitico di pensare e pensarsi stimola la curiosità verso sè stessi. E potremmo aggiungere, prendendo in prestito le parole dell’autore, che l’incontro, nelle sue varie sfaccettature, alimenta quella dimensione necessaria nel nostro lavoro: la passione.

Lavorare sui significati inconsci, sulla risignificazione, sul transfert e controtransfert, in un setting di supervisione gruppale, ci ha coinvolte ed impegnate in quattro intense giornate di lavoro e scambio sulla clinica e sui casi clinici preparati da ciascun partecipante.

Pensiamo che lo scambio di esperienze professionali e personali crei una dimensione arricchente e incoraggiante la diffusione della cultura psicoanalitica all’esterno dei nostri luoghi ‘comuni’. La stanza analitica diventa, in queste occasioni, anche un luogo di riflessione su come trasmettere all’esterno l’esperienza interna. Esterno inteso appunto come confronto con l’altro, i colleghi, ma anche come ‘il fuori’, la realtà sociale che ci circonda.

L’esperienza di Bruxelles è stata un viaggio ricco di incontri formali e informali, di scambi di pensieri ed emozioni, di riconoscimenti per l’altrui e la propria formazione.  Di costruzione di legami, affettivi e di pensiero. Persone diverse, sia per paesi di provenienza sia per culture psicoanalitiche di riferimento, che in gruppo si cimentano nel faticoso tentativo di trovare una lingua comune.

Una gruppalità della mente interculturale quale luogo dove potersi trovare e confrontare sulla clinica e sulla vita. Come a ricordarci che anche, e soprattutto, da associati, il viaggio deve proseguire. Verso la possibilità di intenderci, pur parlando lingue diverse. Verso il mettersi in discussione, a volte in conflitto, per potersi conoscere e riconoscere. Verso il diffondere una psicoanalisi che, seppure praticata con diversi dialetti, nasce da una comune radice.

Un linguaggio e un ascolto psicoanalitici che hanno come obiettivo quello di trasformare, attraverso l’incontro, l’esperienza del dolore e della sofferenza umana, in forme comunicabili e comprensibili. Attraversando, per dirla alla Meltzer, l’inevitabile dolore e la fatica del tollerare il dolore stesso. Anche questo è parte della matrice comune, l’incontro con la sofferenza e con le nostre piccole e grandi zone scure ed oscurate che alle volte possono essere illuminate e condivise.

Per concludere ci piacerebbe poter continuare in qualche modo questa esperienza. Magari pensandola da altri vertici. Esportare ed utilizzare la cultura psicoanalitica ‘altrove’. Ci riferiamo ancora alla dimensione ‘fuori dalla stanza’. Al contesto sociale e culturale che sembra, oggi più che mai, interpellarci con una sorta di doppia domanda: verso l’interno, nell’incontro tra analista e paziente e verso l’esterno, nei confronti della Società e delle Istituzioni.