‘Ferenczi e Winnicott: itinerari della psicoanalisi’ Napoli 24 settembre 2011

“Ferenczi e Winnicott: itinerari della psicoanalisi”     Napoli  24 settembre 2011

 Report a cura di Silvana Lombardi 

Il tema di questo incontro scientifico aperto al pubblico, organizzato dal C.N.P., ha evocato sin dall’inizio suggestioni di prezioso tono rétro, proponendo di rivisitare un tratto fondamentale del percorso del pensiero psicoanalitico e della storia della psicoanalisi. Lo ha ben circoscritto nel tempo, cominciando con Ferenczi e terminando con Winnicott ed indicando lungo quali vie può essere declinata la relazione tra i due.

 

Degna cornice ne è stato il classico, monumentale Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano degli Studi Filosofici, nella parte più nobile del centro storico napoletano.

 

La nazionalità del relatore ospite, J. L. Martin Cabré, ha poi naturalmente evocato il ricordo degli antichi legami esistenti tra la Spagna e la nostra città, che ne reca inestinguibili tracce nell’architettura e nei costumi.

 

Quanto osservato sopra non ha impedito, ma anzi ha consentito di rilanciare, come da una solida base, la riflessione sui principali concetti e strumenti metapsicologici ed ha attivato la discussione in aree particolarmente “attuali”, come quella della psicosi e delle patologie gravi, nonché della psicoanalisi infantile e dell’adolescenza.

 

A proposito di quest’ultima va ricordato che a Napoli è ancora attiva una pioniera dell’analisi infantile, la prof.ssa A. M. Galdo , che è stata presente ai lavori.

 

Il tempo, è stato quello di una breve mattinata.

 

Le due principali relazioni sono state di J. L. Martin Cabré e di C. Genovese, rispettivamente su “Il legato di Ferenczi nell’opera di Winnicott” e su “Il paradossale in Winnicott”.

 

L’apertura dei lavori è stata data dalla relazione di Rossella Pozzi, segretario scientifico del C.N.P.  Ella ha tratteggiato la matrice materna di Ferenczi e di Winnicott come nello studio di F. Borgogno, sottolineato l’importanza dei residui traumatici nell’evoluzione del pensiero psicoanalitico ed affrontato il problema delle variazioni della tecnica, commentandole in termini non solo qualitativi ma di dosaggio della quantità. Assiduo sostegno è stato fornito dalla presentazione e dai puntuali commenti del presidente del C.N.P., L. Rinaldi, nel corso dell’intera mattinata. Egli ha, inoltre, più volte sottolineato la questione delle patologie gravi, con un contributo personale.

 

Di Ferenczi e Winnicott si è celebrata la capacità generativa di pensieri sulla teoria e sulla tecnica delle generazioni contemporanee e successive di psicoanalisti, riflettendo sull’indiscutibile fatto che Winnicott ha avuto sempre maggiori riconoscimenti e riconoscenza che non lo psicoanalista ungherese. Egli non è mai stato accantonato o dimenticato. Per molto tempo, invece, Ferenczi ha condiviso la sorte di O. Fenichel, P. Federn, W. Stekel, E. Jones… nonché di alcuni analisti kleiniani.

 

L”itinerario”, tema del convegno è stato, dunque, il fenomeno della “dimenticanza”, visto come particolare aspetto del processo di trasmissione della psicoanalisi stessa.

 

Martin Cabré lo ha analizzato facendo ricorso al concetto ferencziano di “trapianti estranei”, strettamente vincolato a quello di trauma, attribuendo al contrasto tra Freud e Ferenczi un effetto traumatico sulla mente degli psicoanalisti, Winnicott incluso. Essi “dimenticarono” quanto Ferenczi li avesse anticipati nella scoperta della regressione e del controtransfert e, specificamente Winnicott, per tutto quanto attiene al “materno”. L’intensa relazione di Martin Cabré ha approfondito poi altri aspetti del pensiero di Ferenczi. Con l’introduzione dell’imago materna in psicoanalisi, egli ha dichiarato il suo interesse per il femminile ed ha, quindi, prodotto la concezione dell’analista come ostetrico, rassegnato al ruolo di spettatore di un processo naturale, ma che nei momenti critici deve essere pronto con il forcipe, fino all’idea centrale di “Thalassa”, riguardo la teoria vaginale del prepuzio. E’ stato un anticipatore dell’analisi infantile, dal punto di vista  dell’abuso psichico, trauma reale inflitto al bambino dall’adulto e da cui scaturiscono sia i processi d’identificazione che di scissione. A questo fa eco l’attenzione di Winnicott agli effetti delle carenze e delle inadeguatezze delle cure materne circa la genesi della sofferenza psichica del bambino. Su queste basi, sia Ferenczi che Winnicott hanno proposto una tecnica che prevede la necessità di una preoccupazione attiva ed empatica per i bisogni emotivi del paziente.

 

C. Genovese ha ripreso la questione della “dimenticanza” di Ferenczi, a suo avviso destino comune a molti altri pensatori, non per ragioni traumatiche, ma per il particolare procedere della ricerca in psicoanalisi secondo percorsi individuali che contemplano tanto un’evidente filiazione quanto una riscoperta personale  delle conquiste dei padri. Winnicott, che si dichiarò esplicitamente in tal senso, patì, a sua volta,  non l’oblio tout court, quanto un oblio parziale nella forma di una diffusione semplificata e, spesso, riduttiva. Valgano per tutti il concetto di “madre sufficientemente buona” e quello di “relazione”: la prima, banalizzata nella sua indispensabile funzione di accudimento, piuttosto che riconosciuta nella specifica capacità d’investire libidicamente il bambino; la seconda, interpretata come esempio d’intersoggettività, piuttosto che come drammatizzazione del necessario processo evolutivo dalla fusionalità alla conquista della separatezza. Questo è il preludio alla vera e propria metapsicologia winnicottiana che si svolge nell’ambito del “paradossale”: nell’individuazione, cioè, dei “fenomeni transizionali”, distinti, nello studio di Roussillon, in “paradossi logici” e “difese paradossali”. La loro scoperta ha dato la possibilità di dialettizzare il rapporto fra oggetti interni e oggetti esterni.

 

 

 

Il tempo rimasto disponibile per gl’interventi degli ascoltatori ed il dibattito è stato esiguo.

 

Fausta Ferraro ha commentato la suggestiva ipotesi di Martin Cabré sulla trasmissione psicoanalitica che concerne la relazione tra resti non analizzati (residui transferali) ed il loro potenziale di attivazione osservando i diversi percorsi della linea Freud-Ferenczi e della linea Ferenczi-Winnicott: più chiaro, nei suoi snodi, il primo; più oscuro il secondo. Circa il “paradossale”, F. Ferraro ha voluto sostenerne l’irriducibilità, con Green, ampiamente citato da Genovese, laddove questi, che ebbe di Winnicott una conoscenza particolare perché ne ereditò una paziente, connette il transizionale all’intuizione del negativo, al non-me. Ella ha ricordato l’interessante differenza  tra il primo scritto di W. sul transizionale del 1951 (in Dalla pediatria alla psicoanalisi) ed il secondo del 1969 (in Gioco e Realtà): è in quest’ultimo che W. parla di paradosso da accettare e non risolvere e tutto ciò va di pari passo con la concettualizzazione della terza area, come area neutra di esperienza, sostenuta dall’illusione. Questa elaborazione conferisce alla metapsicologia winnicottiana una dimensione particolare, con possibilità di sospensioni e riconfigurazioni, diversa da quella freudiana che, imperniata sul conflitto, ha carattere di tragicità.

 

Gemma Zontini  ha osservato che se Ferenczi sembra introdurre in psicoanalisi il trauma reale, Winnicott, condividendolo, ne opera una metapsicologizzazione. Questo avviene attraverso la scoperta del transizionale, ma anche con l’audace apertura ai sentimenti di odio che la madre prova verso il proprio bambino. L’esperienza che questi ne fa, consente lo scatto maturativo verso la possibilità di provare effettivamente dei sentimenti: gratitudine ed amore per la madre che ha sofferto per lui.

 

R. Galiani ha discusso con Martin Cabré il punto di vista di P. Fédida su di un aspetto del lavoro di Ferenczi sull’elasticità (1928). Questi dice che si tratta di un testo in cui appare l’esigenza di istituire un rapporto fra una metapsicologia della tecnica  ed una metapsicologia dei processi psichici dell’analista in seduta. Ciò avrebbe rappresentato un ulteriore punto di congiunzione fra il lavoro di Ferenczi e quello di Winnicott.

 

P. Ruggieri ha sostenuto l’importanza, quale fattore terapeutico, del reale coinvolgimento e della partecipazione affettiva dell’analista nella relazione di coppia con l’analizzando. Ferenczi aveva uno spirito goethiano, perché credeva nella realizzazione di sé e nell’autenticità dell’individuo come condizioni non utopiche, diversamente da Freud  nel disagio della civiltà. D’altra parte lo stesso Freud aveva sollecitato l’allievo a sviluppare le sue idee sulla tecnica.

 
 

La mia impressione personale è di aver partecipato ad uno degli ormai rari tentativi, al giorno d’oggi, di “far lavorare”certe fondamentali acquisizioni della psicoanalisi, imponendosi di non diluirle o snaturarle con continui adattamenti.