Gentile G.

IO SONO COLUI CHE E’

“ Lascia la tua radice / al centro della tua anima/succhia la linfa/ dalla fonte infinita del tuo inconscio/ e sii sempre verde” (D.W.Winnicott)

“Voglio vivere senza dover essere altro da me” Questa è stata la richiesta fatta al mio analista al nostro primo incontro di consultazione.
Una piccola frase ma densa di significati, di richieste di aiuto, di timori ma soprattutto di una preghiera: lasciarmi essere quella che sono, unica, irripetibile.
Sono stata fortunata ad aver incontrato un analista (il mai dimenticato prof. Perrotti) che mi ha insegnato non a parole ma facendo in modo che io lo vivessi, quanto la psicoanalisi sia rispettosa dell’essere umano, di ogni essere umano, con qualunque aspetto si presenti, e di non aver mai cercato di uniformarmi, ma di rendermi pienamente quello che ero, che desideravo essere.
Non è facile spiegare cosa è il sé ma Ramana Mamarshi grande maestro yoga diceva che
“ognuno conosce il sé ma non chiaramente .Voi esistete sempre, l’essere è il sé.
L’essere assoluto è ciò che è; se mi chiedessero cos’è il sé potrei dare definizioni diverse ma ne conosco solo il profumo, ne ho un lieve sentore, conosco il suo aroma, la sua leggera presenza avvertita in qualche momento fortunato”. Per la filosofia orientale l’atman è il sé, essenza ultima dell’individuo, quello che, una volta liberatosi dalla coscienza e dai sensi con la morte, si reincarna.
Spesso mi sono trovata a confrontarmi nella pratica clinica con il tentativo di rendere una persona sofferente più in contatto con la realtà, anche se questo voleva dire rinunciare ad aspetti di sé vitali e personali e non è facile avvicinarsi ai pazienti senza pregiudizi: la berlusconiana, il bugiardo cronico, l’abusante, il violento.
Ma ciò che più mi ha avvicinata al rispetto profondo dell’altro, dell’atman dell’altro, è stato il lavoro con i bambini adottati.
Uno dei contributi più significativi di Winnicott è la ri-unione con la madre dopo la separazione alla nascita e lo studio dello sviluppo di questo legame come processo.
Per la Milner lo spazio interno si sviluppa dai primi vissuti che indica come “prime esperienze percettive”. Lo sviluppo di uno spazio interno dipende dalla capacità della madre di fornire un ambiente adeguato perché il bambino possa creare il proprio spazio differenziandolo dal buio primordiale e dai ritmi che regolano la vita dentro il corpo della madre.
Cosa accade quando questa riunione non è possibile? Cosa vive il piccolo costretto a farne a meno?
Marco è un bimbo di otto anni , italiano, adottato a soli sei mesi da una famiglia che non poteva avere figli. Ha trascorso questi sei mesi all’interno dell’ospedale dove era stato messo al mondo.
E’ un bambino florido , con un bel sorriso ma che la famiglia ritiene non molto intelligente con difficoltà scolastiche e di apprendimento. Quando arriva da me ha sei anni e da poco ha una sorellina, figlia naturale della famiglia adottiva. Nonostante il rifiuto dei genitori a riconoscere quanto questo abbia cambiato la loro relazione con il primo figlio, di cui però ora iniziano a farsi domande sulle origini, sulla qualità dei geni di cui è portatore, Marco ha invece una visione ben chiara di questo ulteriore cambiamento catastrofico che sta travolgendo la sua vita.
Un giorno arriva, tristissimo e senza nessuna voglia di parlare né di comunicare.
Gli dico che comprendo che ora le parole fanno ancora più fatica ad uscire e lo invito a cercare un’altra forma di comunicazione che sia ora più congeniale a come si sente. Mi guarda di traverso, poi prende un foglio e dice :”Mi disegno” Fa un albero grande pieno di foglie verdi e staccata che dolcemente plana al suolo, un’unica foglia rinsecchita che cade a terra” questo sono io “ dice, indicando la foglia.
Neanche il più grande pittore o poeta avrebbe potuto meglio rappresentare come Marco si sentiva. La foglia era diversa dalle foglie dell’albero, Marco sente di non appartenere all’albero della sua attuale famiglia ma soprattutto sembra non averne uno.
Siamo andati per mesi, in un racconto scritto a due mani, alla ricerca del suo albero perduto, dello sguardo materno, della sua storia perché Marco potesse sentire di essere nato per scelta, per amore, e questo gli ha permesso di porsi davanti alla nuova famiglia, fiero di aver ritrovato la sua storia , il suo sé e capace allora di prendere e dare quello che la nuova pianta avesse da offrirgli.
L’analista quindi, può essere per il paziente l’altro che gli permette di ri-trovarsi, quando solo vuol dire in presenza di qualcuno, il bambino può scoprire la propria personalità.
Riolo, in un bellissimo lavoro scrive: “Il paradosso del soggetto è dunque questo: lungi dall’essere identificabile con il soggetto grammaticale dell’esperienza e del verbo, esso è dato solo a-posteriori, in quanto diviene oggetto della memoria e del racconto con cui si rappresenta a se stesso .In altri termini il processo di “soggettivazione” si realizza solo in un’oggettivazione, nella quale il soggetto identifica se stesso
Ma con un corollario importante: quel processo è interminabile, dunque lo sono anche le oggettivazioni e gli scarti; ad ogni tappa del cammino attraverso cui l’io edifica la propria identità e combatte per darsela, l’oscura potenza imperante preme ed irrompe minacciando di disarticolare dalle fondamenta l’intero edificio e farlo crollare.; questa è la condizione necessaria di un’analisi poiché quell’identità, come dice Hoffmann, è solo una “giubba di pagliaccio da strappare di dosso all’individuo cosciente perché possa ritrovare la strada di casa propria… Io sono il prodotto di ciò che non sono stato, io sono la costruzione che del mio passato ho fatto.”
Adam ( ribattezzato al suo ingresso in Italia) è un bimbo indiano adottato a due anni e mezzo. I suoi lineamenti delicati con l’incarnato scuro ma soprattutto la sua regalità nell’incedere, e la sua dolcezza nei modi ne fanno un tipico esemplare della sua etnia.
A circa sei anni dopo un iniziale inserimento positivo idealizzato in modo esasperato dalla famiglia adottiva, Adam inizia ad avere comportamenti di isolamento e di tristezza che spesso sfociano in un pianto. Arriva vestito da piccolo rocker ma con le movenze di un lord.
L’insieme è disarmonico come se Adam fosse…due bambini che insieme, risultano grotteschi.
Inizia una analisi con disappunto dei genitori, che non capiscono cosa sia accaduto “si è così ben adattato, andava tutto così bene”
Dopo un periodo iniziale di grande diffidenza e controllo nei miei riguardi, in cui sono stata attenta a non fare richieste di nessun tipo e di tenere a mente Adam con il suo vero nome e quindi la sua vera storia, Adam decide un giorno di “dettarmi un tema.” Sa scrivere ma non così disinvoltamente da svolgere il suo tema
“ Io ero un fico d’India. Un bel fico succoso pieno di spine . Ma quando sono cresciuto ho incontrato un bell’albero di pere. Ho perso tutte le mie spine e piano piano sono diventato diverso ma anche il pero che mi ha incontrato è diventato diverso ed oggi siamo un bellissimo albero di mele”
Ho immediatamente pensato che questo tema avrebbe incontrato il favore della famiglia. Ma dentro di me ho provato nostalgia e rimpianto per quel piccolo fico d’india, costretto a mutilazioni e trasformazioni così violente da diventare totalmente altro da sé. Infatti, il motivo della richiesta di aiuto era stato proprio l’isolamento e la depersonalizzazione che assaliva Adam in alcuni momenti della giornata e che lo faceva sembrare lontano, irraggiungibile e distante. Il suo sguardo sfiorava paesaggi antichi, colori diversi, profumi inebrianti, mai più ritrovati.
Certo anche la famiglia adottiva aveva dovuto subire una trasformazione ma tutto questo era necessario?
Ho sentito che questo bambino aveva bisogno di un riconoscimento del dolore e dell’umiliazione narcisistica subiti durante quei momenti di dipendenza e impotenza assoluta, quando il fallimento ambientale precoce e imprevedibile lo colse di sorpresa all’inizio del suo lavoro psichico.
Adam ha provato, seppure in modo ambivalente, a trasformare la situazione intorno a sé: passando dalla passività al dominio sia della scena traumatica sia dell’altro imprevedibile anche se a costo di disconoscere l’essenza della propria sopravvivenza: in altre parole, ignorando il proprio corpo , la propria storia , il proprio bisogno di continuità.
“Trascendere le abituali categorie spazio-temporali fa parte della natura del lavoro psicoanalitico che in questo esprime una sua qualità artistica.
Quali strumenti ha l’individuo per salvaguardare e costruire la sua singolare identità e quale alchimia permette che l’essere all’unisono con l’altro (madre o analista) equivalga al ritrovare o trovare se stesso?” (De Toffoli)
Adam mi ha chiesto di essere testimone della sua diversità, di accogliere questo piccolo fico d’India, con tutte le sue spine. Lo spazio dei suoi racconti nel qui ed ora è diventato il globo e nell’attraversamento di tutto un mappamondo presente nello studio siamo arrivati a casa, in India .I suoi disegni si sono colorati e sono diventati vivi, oserei dire “profumati” e dopo ripetuti incontri con la famiglia, perché capisse il bisogno di Adam di ritrovare se stesso gli è stato concesso di dormire con un panjabi, tipico vestito indiano.
Pensando al percorso fatto con lui, ho sentito che il lavoro con le famiglie adottive deve avere la stessa valenza di un innesto, dove due identità a cui la vita ha lasciato dei tagli, delle ferite, decidono di sottoporsi ad un ulteriore taglio ma per incontrarsi, per vivere e dare alla luce un fiore nuovo, diverso che ha però le caratteristiche originali di ognuno.
Il paradosso del rapporto madre-bambino sta nel fatto che l’ambiente (madre) rende possibile per il bambino diventare sé cioè una persona: il paradosso dell’individuo che scopre sé tramite l’altro ma per essere sé.
Elisa aveva invece avuto una madre.
La madre con-tiene annidato in sé il suo bambino desiderato; pensa a lui, lo guarda, lo sente. Nel frattempo lo sostiene e gli dà un nome, filtrando le angosce di agonia condivise con il suo neonato attraverso la loro trasformazione, nel suo psiche-soma, in stati pensabili, decodificati prima da se stessa.E poiché la madre sogna e fantastica il suo bambino attraverso un processo di identificazione questi diventerà proprio il bambino sognato dalla madre.
Elisa ( che nella realtà ha il nome di una famosa cantante internazionale di cui la madre giovane era fan scatenata) è una bellissima bimba di origini colombiane adottata a cinque anni dopo vari inserimenti in case famiglia , allontanata dai servizi sociali più volte vista la tossicodipendenza della madre, a cui però è stato sempre permesso di vedere periodicamente la figlia fino all’ultimo anno .Viene adottata da una coppia che inizialmente sembra avere grande disponibilità nei suoi confronti e contemporaneamente viene vietato alla madre di vederla.
Al di là di un certo limite di tempo, la madre è definitivamente morta sia che sia assente sia che sia presente. Nessun contatto può essere ristabilito al suo ritorno. L’unica cosa reale diventa il vuoto cioè la morte ,l’assenza , l’amnesia. Solo un lavoro profondo può permettere, con la condivisione,della rabbia, della sofferenza, della presenza ,di resuscitare antichi amori.
Ogden ha concettualizzato molto chiaramente come lo sviluppo della soggettività richieda esperienze di forma specifiche di intersoggettività, di dialettiche conscio-inconscio, me-non me, io e me, io e tu e come fin dall’inizio soggettività e psiche individuale non siano coincidenti.
Ma alle prime difficoltà la madre di Elisa cade in depressione per comportamenti oppositivi e violenti della bimba. Per questo arrivano da me, reduci da un trasferimento scelto nella mia città, rimanendo oscuri sui motivi dell’allontanamento dai luoghi natii. Colgo però un aspetto paranoico, legato anche ai controlli dei servizi sociali che avendo visto le condizioni della donna, sono giustamente preoccupati per l’inserimento della bimba.
Il sintomo più evidente di Elisa è quello di nascondere le sue feci dappertutto in casa. Feci impacchettate e talvolta infiocchettate sono ritrovate negli armadi sotto i letti, in frigorifero, in posti disparati e difficili da ritrovare fino a quando il cattivo odore non è così forte da fare da guida al ritrovamento.
Lavorare con Elisa è molto difficile, appare disorganizzata, incongruente, incapace di simbolizzare e di usare i giochi in un modo diverso che non la scarica fisica, sempre in movimento sempre in ansia. Solo quando casualmente viene sfiorata fisicamente, quasi si accascia, aderendo completamente al mio corpo e diventando un cucciolo e talvolta ho la sensazione che sia un feto ancora inserito nell’utero. Spesso in queste posizioni si addormenta.
Comprendere questo sintomo ha richiesto tanto tempo e il fallimento di possibili interpretazioni classiche, la cacca come dono da ricercare, la speranza ci fosse una volontà di seguirla dovunque lei volesse andare, di aiutarla a credere ancora possibile il lasciarsi andare alla fiducia. Un giorno Elisa arriva e disegna una donna bellissima. Le assomiglia e intorno ha come un’aura di colore dorato di cui inizialmente non capisco il senso. “Dora (madre adottiva che chiama con il suo nome e non mamma, solo nella stanza) dice che la mia mamma puzza ma la mia mamma è bellissima e profumatissima”.
Capisco allora che questo nascondere la sua cacca è il suo desiderio di apparire pulita e profumata, di togliersi questa identificazione negativa e poter risplendere in tutta la sua bellezza, tra l’altro reale. E solo la ricerca e l’accettazione di questa parte di lei puzzolente da parte della madre adottiva, avrebbe potuto restituirle il profumo e il ricordo della madre naturale.
Il gioco si è spostato nello studio, permettendo quindi un recupero della relazione con la madre adottiva, che lentamente, grazie al percorso individuale iniziato, ha potuto cogliere gli aspetti simbolici di ciò che Elisa esprimeva.
L’analisi ha funzionato come un gran generatore di funzione alfa, rispettoso del dolore e della fatica di ogni membro di questa famiglia ma capace di sopportare e trasformare questo cosmo di elementi beta.
Dice Pessoa: “La terra è fatta di cielo…mai nessuno sì è perduto. Tutto è verità e cammino “

BIBLIOGRAFIA

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De Toffoli- Origine intersoggettiva ed inconscia dell’esperienza di sé come individuo- Rivista di Psicoanalisi 1-1996

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Masud R.Khan – Lo spazio privato del sé- Bollati Boringhieri Editore ,Torino 1979

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Winnicott D.W. – Gioco e realtà. Armando Editore 1974