Giornata Nazionale sulla Ricerca in Psicoanalisi, 20 gennaio 2018. Report di Giorgio Mattana

Giornata Nazionale sulla Ricerca in Psicoanalisi – Roma 20 Gennaio 2018 – Report a cura di Giorgio Mattana

 

Sabato 20 gennaio a Roma, presso l’Auditorium di via Rieti, si è svolta la Giornata Nazionale sulla Ricerca in Psicoanalisi, promossa dall’Esecutivo Nazionale in collaborazione con la Commissione Scientifica e dedicata all’esposizione e alla discussione delle proposte metodologiche della psicoanalista e ricercatrice tedesca Marianne Leuzinger-Bohleber, introdotta dalle relazioni del Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Anna Nicolò,  e del coordinatore del Gruppo Nazionale di Ricerca sul Metodo, Fernando Riolo. Al termine della giornata, che ha visto una grande partecipazione di Soci e Candidati provenienti da tutto il territorio nazionale, il Segretario Scientifico, Massimo Vigna-Taglianti, ha illustrato nei dettagli il progetto di formazione di Gruppi di Ricerca intercentri, finalizzati allo studio delle trasformazioni nel processo terapeutico secondo il «Three Level Model of Clinical Observation» («3-LM»), illustrato da Marianne Leuzinger-Bohleber nella seconda delle due relazioni presentate.

Anna Nicolò ha fatto il punto sulla ricerca in psicoanalisi e in psicoterapia psicoanalitica, illustrandone i motivi e le opportunità ed evidenziando la grande mole di studi già esistenti in materia, incontrovertibile testimonianza del cambiamento dell’atteggiamento della comunità psicoanalitica al riguardo. Il tema della ricerca si collega direttamente a quello dello statuto epistemologico della psicoanalisi e al tentativo di evitarne una declinazione esclusivamente «ermeneutica», che assimilerebbe definitivamente la nostra disciplina alle scienze umane e ne comprometterebbe gravemente le credenziali come metodo terapeutico. Tradizionalmente diffidenti rispetto a modalità di ricerca differenti dal classico metodo clinico, che è tuttora ritenuto il modo privilegiato di addentrarsi nelle complessità dell’oggetto di indagine della psicoanalisi, gli psicoanalisti si stanno progressivamente aprendo a forme di ricerca ad esso complementari a livello clinico, extraclinico e interdisciplinare. Ne sono testimoni, fra le altre, pubblicazioni come la monografia Il dialogo scientifico sull’osservazione e sull’esperienza psicoanalitica (Vergine A. et al., 2006), dedicata all’argomento dalla Rivista di Psicoanalisi già nello scorso decennio, e la terza edizione della Open Door Review of Outcome and Process Studies in Psychoanalysis (ODR-III) (Leuzinger-Bohleber M., Kächele H., 2015), cui è riservato grande spazio nella sezione «Research» del sito web dell’IPA. Il mutamento è dovuto non solo a motivi sociali e istituzionali, identificabili con le richieste di prove dell’efficacia terapeutica provenienti dagli ambienti accademici e dalle istituzioni sanitarie, ma anche al progressivo affinarsi delle tecniche di indagine, grazie al crescente impegno di ricercatori competenti sia in ambito psicoanalitico che nel campo della metodologia della ricerca (Levy R. A., Ablon J. S., Kächele H. [a cura di], La psicoterapia psicodinamica basata sulla ricerca, Milano, Cortina, 2015).

Il Presidente della SPI ha sottolineato come alla tradizionale ricerca clinica, della quale il modello proposto da Marianne Leuzinger-Bohleber rappresenta un significativo e sistematico sviluppo intersoggettivo, non si affianchi solo la ricerca empirica, che la studiosa tedesca definisce «extraclinica», includendo in essa sia gli studi quantitativi su esito e processo terapeutico che le ricerche interdisciplinari. Un terzo filone di ricerca, in qualche modo intermedio fra la ricerca clinica e quella empirica o extraclinica, è quello della ricerca concettuale, strumento indispensabile di chiarificazione e sistematizzazione teorica, oltre che di confronto e integrazione fra modelli (Dreher A. U. Che cosa offre la ricerca concettuale? In: Leuzinger-Bohleber M., Dreher A.U., Canestri J. [a cura di]. Pluralismo o unità? Roma, Borla, 2008). È tuttavia la ricerca empirica, con i suoi metodi statistici e quantitativi, con i suoi questionari ed eventualmente le audio e video registrazioni delle sedute a suscitare tuttora molte perplessità, che possono essere superate solo circoscrivendone lo scopo, l’uso e il significato all’interno di un contesto più ampio. Anna Nicolò ha evidenziato come non si tratti semplicemente di allinearsi allo zeitgeist e di appiattirsi sulla logica della medicina «evidence based», riducendo la complessità dell’indagine psicoanalitica ad un problema costi/benefici e mezzi/risultati, sebbene non sia irragionevole accreditarsi presso le istituzioni e la popolazione come metodo scientifico di cura, pena l’estromissione definitiva dagli ambienti accademici e dalla sanità pubblica. Non è solo il problema dell’efficacia terapeutica, classico e originario oggetto della ricerca empirica in psicoterapia, che raccomanda forme di indagine complementari al tradizionale studio clinico dei casi. Con metodologie sempre più complesse e raffinate, a volte inserendo analisi qualitative in profondità all’interno dei classici studi statistici quantitativi, la ricerca empirica in psicoanalisi è in grado di cogliere sempre meglio variabili interne al processo terapeutico come la struttura della personalità, la qualità dell’alleanza terapeutica e l’operare dei fattori terapeutici specifici e aspecifici.

Il Presidente della SPI ha mostrato anche come ci si possa aprire a strategie di ricerca complementari mantenendo la specificità della psicoanalisi, tradizionalmente caratterizzata dal suo metodo clinico di indagine e cura e dallo studio clinico dei casi, base «naturale» dell’elaborazione del proprio sapere, come mirabilmente sintetizzava lo Junktim freudiano. Nell’ambito di un’epistemologia della complessità, autorevolmente proposta da studiosi quali Morin, Edelman, Prigogine, Maturana, Varela e Von Foester, introdotta in Italia da Bocchi G. e Ceruti M. (La sfida della complessità, Milano, Mondadori, 2007), la complementarietà di diversi vertici osservativi e di diversi e complementari metodi di indagine, rappresenta tanto un importante fattore di accrescimento della conoscenza, quanto un naturale sviluppo dell’atteggiamento di ricerca connaturato alla stessa attività clinica dell’analista. Quest’ultimo, nella misura in cui ha fatto proprio il dettato freudiano, è sempre e in primo luogo un ricercatore, aperto all’emergere di novità e di fattori di revisione o approfondimento dei propri modelli, quando questi siano vissuti come preziosi strumenti conoscitivi e operativi, ma non come articoli di fede cui sottomettersi acriticamente. In questa prospettiva, Anna Nicolò raccomanda l’utilità della definizione della ricerca empirica in psicoanalisi come «perturbante cognitivo» suggerita da Emilio Fava, docente di psichiatria, psicoterapeuta e ricercatore (vedi l’intervista in Spiweb a cura di Giorgio Mattana), cui suggerisce di aggiungere «affettivo», per l’effetto di provvidenziale destabilizzazione emotiva legato all’apparire di conoscenze sull’esito o sul processo terapeutico che possono essere sfuggite all’occhio del clinico e stimolarlo euristicamente a rivedere o sviluppare meglio i propri modelli.

Fernando Riolo, attenendosi a un piano strettamente metodologico ed epistemologico, ha inquadrato il problema della ricerca in psicoanalisi all’interno della più generale questione della scientificità della disciplina, raccomandando l’uso creativo e costruttivo delle classiche obiezioni epistemologiche alla psicoanalisi per costruire teorie più compiutamente scientifiche e cioè empiricamente controllabili e fondate. Sintetizzando le proprie competenze personali e i risultati dell’attività del Gruppo di Ricerca sul Metodo da lui ideato e coordinato, l’ex presidente della SPI ha mostrato come sfondo e premessa fondamentale dell’utilità epistemologica della stessa ricerca clinica, empirica o «extraclinica» e concettuale, sia una preliminare attività di chiarificazione ed esplicitazione teorica, identificabile con il lavoro di assiomatizzazione della psicoanalisi svolto dal Gruppo e attualmente in fase di conclusione. In linea con il programma di assiomatizzazione della geometria realizzato dal grande logico e matematico David Hilbert, tale lavoro consiste nel ricondurre la disciplina alle sue premesse di fondo, spesso implicite e inadeguatamente formulate, confrontando tra loro i diversi modelli e le rispettive concezioni strutturali, evolutive, psicopatologiche e terapeutiche della mente umana, alla ricerca di un «minimo teorico comune». L’individuazione tramite la lettura dei testi dei principali autori psicoanalitici di assiomi di vario ordine e grado e di diverso livello di generalità e astrazione, risulta la premessa fondamentale per la definizione di un denominatore teorico comune della psicoanalisi, non banalmente limitato al setting o a una vaga idea di inconscio e/o di transfert, ma articolato in una serie di proposizioni fondamentali esplicitamente formulate e fra loro chiaramente ordinate.

Limitatamente alle più generali, si può affermare che esse rappresentano una vera e propria fondazione scientifica del metodo psicoanalitico, basato sul presupposto che l’inconscio sia per sua natura inconoscibile e ineffabile (a-fané) e che affiori alla coscienza e alla rappresentazione attraverso le sue manifestazioni (fanie), premessa della sua conoscibilità o «effabilità». Di qui l’assunzione dei postulati fondamentali, come il primo, in base al quale la psicoanalisi non si occupa dell’inconscio inteso come «realtà in sé», bensì delle sue manifestazioni osservabili o rappresentazioni, intese come parole, idee, ricordi, immagini o figurazioni; il secondo, che stabilisce la continuità fra inconscio e coscienza e considera i fenomeni psichici accessibili alla coscienza come «derivati» dell’inconscio attraverso processi di trasformazione; il terzo, che afferma che tali leggi e processi di trasformazione possono essere descritti dalla teoria e dalla tecnica psicoanalitica. Su questa base, l’oggetto di indagine della psicoanalisi è definito in maniera chiara e non contraddittoria, evitando la paradossale e illogica descrizione del metodo psicoanalitico come rivolto alla conoscenza di un oggetto o di una «realtà in sé» inconoscibile, senza peraltro precludersi la possibilità di una riflessione approfondita circa la conoscibilità di quei processi o contenuti inconsci apparentemente privi di rappresentazione, o perlomeno di rappresentazione nel senso classico del termine, che tanta parte dei fenomeni clinici oggi osservabili sembra suggerire (Riolo F. Lo statuto psicoanalitico di inconscio: prospettive attuali. Riv.Psa. 2009, 1).

Superando gli obiettivi di una ricerca orientata in senso esclusivamente concettuale, l’assiomatizzazione della psicoanalisi può divenire il presupposto di un esame logico-epistemologico del suo potere conoscitivo, attraverso il riferimento alla sua «naturale» base empirica che è quella clinica. Il lavoro di assiomatizzazione rappresenta pertanto un momento fondamentale di una ricerca mirante a sondare in maniera specifica le credenziali scientifiche della psicoanalisi, evitandone l’appiattimento sul, peraltro importante, problema dell’efficacia terapeutica e della conseguente valutazione delle trasformazioni nel processo analitico esclusivamente in relazione all’outcome. A tal fine sarà necessario derivare dagli assiomi di vario ordine e grado, impliciti nei diversi modelli, conseguenze empiricamente osservabili, indispensabili al loro effettivo controllo e presupposto della loro completa o parziale conferma, confutazione o revisione. Memore della lezione di Popper, Fernando Riolo non ha parlato di «verifica» ma di «controllo», osservando come, per essere tale, il controllo di un’ipotesi debba implicarne la falsificabilità: non esiste prova, test o esame degno di questo nome che non implichi la possibilità di una smentita, per quanto indiretta, parziale, relativa, eventualmente provvisoria e rivedibile, dell’ipotesi sottoposta controllo. Da questo punto di vista, il lavoro di assiomatizzazione si rivela una premessa indispensabile per l’effettivo controllo empirico delle premesse di fondo della psicoanalisi, in modo non ideologico e aprioristico, dogmatico e pregiudiziale, ma empiricamente fondato in maniera significativa nella base clinica della nostra disciplina. Il superamento di controlli rigorosi, finalizzati a sondarne il reale potere esplicativo, non permette dunque mai di verificare in modo conclusivo le nostre ipotesi, ma piuttosto di «corroborarle» in maniera sicura ed empiricamente fondata fino a prova (esame, test, controllo) contraria.

Marianne Leuzinger-Bohleber, nella sua prima relazione, ha inquadrato dal punto di vista storico ed  epistemologico il problema della ricerca in psicoanalisi, sottolineando con forza tanto l’opportunità che la disciplina si apra a ricerche di tipo quantitativo, peraltro già realizzate o in fase di realizzazione da parte di gruppi di analisti di vari paesi, quanto la necessità che rimanga fedele al proprio metodo tradizionale di ricerca, eventualmente sviluppandolo in direzione maggiormente sistematica e intersoggettiva, come nel caso del «Three Level Model of Clinical Observation» («3-LM») da lei illustrato nella seconda relazione. Freud – ha ricordato la collega tedesca – non ha mai abbandonato l’idea della psicoanalisi come disciplina scientifica sul modello delle scienze naturali, auspicando che le conoscenze ottenute con il metodo clinico fossero un giorno oggettivamente convalidate con i «duri» metodi delle scienze della natura. Eppure, all’interno della comunità psicoanalitica, le riserve nei confronti di tale posizione freudiana non sono mai mancate, fino alla formulazione della tesi di Habermas (1968) di un «autofraintendimento scientistico» della psicoanalisi, che ne occulterebbe la vera natura di disciplina ermeneutica, tesi affermatasi e condivisa dalla maggioranza degli analisti negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. La psicoanalisi sarebbe dunque un’ermeneutica critica delle contraddizioni individuali e sociali e delle fonti inconsce della sofferenza psichica e psicosomatica. Nel corso di tale periodo, coincidente con la fase di maggiore approvazione e diffusione sociale della psicoanalisi, accanto alla tradizionale ricerca clinica, l’indagine psicoanalitica era concepita come analisi della cultura e dialogo con le discipline appartenenti al campo delle humanities come la filosofia, la sociologia, l’antropologia, la letteratura, il cinema e le arti, non essendo nemmeno lontanamente avvertito il problema di offrire una giustificazione dell’efficacia della cura. A ciò corrispondeva una quasi naturale diffidenza nei confronti delle, peraltro rare, ricerche empiriche in tal senso, giudicate inutili e inadeguate a cogliere con i loro rozzi metodi quantitativi le profondità della mente umana raggiunte dalla psicoanalisi.

Marianne Leuzinger-Bohleber ha osservato che negli ultimi decenni, mentre nella psicoanalisi francese e in diverse società latinoamericane dell’IPA è rimasta dominante la concezione ermeneutica, nei paesi di lingua inglese e in Germania si è verificato un vero e proprio mutamento di paradigma, con l’affermarsi di una visione empirico-quantitativa della ricerca. In relazione a tale cambiamento, la studiosa tedesca ha riconosciuto l’utilità dei metodi empirici e l’esistenza di un loro specifico ambito di applicazione, ma ha anche tenuto a mettere in guardia dal pericolo di una loro assolutizzazione, improbabile riedizione dell’ideale neopositivistico di una scienza unificata sotto il dominio di una sola idea di conoscenza. Contro tale concezione monolitica del metodo e della verità, Marianne Leuzinger-Bohleber ha ribadito con forza il carattere pluralistico della ricerca in psicoanalisi come caratteristica irrinunciabile della disciplina, nella convinzione che lo zeitgeist che porta a considerare che esista una sola modalità di ricerca rappresenti una inaccettabile semplificazione della complessità delle strategie di indagine e una grave perdita sul piano conoscitivo. Su questa base ha descritto e classificato le diverse forme della ricerca psicoanalitica.

La prima fonte di conoscenza, parte integrante dell’identità stessa della disciplina, è e rimane il tradizionale metodo clinico d’indagine e di cura, messo in pratica da ogni analista nella sua attività quotidiana attraverso il setting, le libere associazioni, l’uso del controtransfert, l’osservazione degli enactments, il lavoro sui sogni e sugli atti mancati. A questo livello la psicoanalisi è correttamente identificabile con un’ermeneutica critica, finalizzata alla costruzione di significati inconsci la cui verità viene stabilita consensualmente da analista e paziente sulla base della comune osservazione delle conseguenze delle interpretazioni, cosa che rende il «criterio di verità» della psicoanalisi il più democratico fra quelli di tutte le altre terapie. Naturale sviluppo del tradizionale metodo clinico d’indagine sono le riflessioni dell’analista sulle conoscenze ottenute in seduta, le supervisioni e le discussioni in gruppo dei casi clinici, le relazioni presentate ai colleghi e le pubblicazioni dei casi. Eppure, il fatto che il metodo clinico sia la principale fonte della conoscenza psicoanalitica non significa che esso non abbia dei limiti, che rendono auspicabile la sua integrazione con una procedura che attraverso chiare descrizioni e lucide considerazioni renda le osservazioni cliniche accessibili alla comprensione e alla critica di un terzo, affinché le conoscenze psicoanalitiche divengano parte a tutti gli effetti di una scienza clinica. Nonostante la pratica psicoanalitica della discussione e della supervisione, vi è ancora ampio spazio per l’evoluzione scientifica del metodo e per il superamento di noti problemi epistemologici come quello della funzione dei case reports, che spesso si limitano a illustrare i concetti piuttosto che verificarli e approfondirli criticamente. Un esempio di tale evoluzione è lo studio LAC sulla depressione, coordinato da Marianne Leuzinger-Bohleber e dai colleghi dell’istituto Sigmund Freud di Francoforte, che prevede la sistematica discussione in gruppo di sedute di trattamento parzialmente registrate e sistematicamente documentate ai fini di una «validazione psicoanalitica esperta» del resoconto narrativo dei casi, secondo la metodologia del «Three Level Model of Clinical Observation», come illustrato dalla ricercatrice nel testo curato da Marina Altmann de Litvan Time for change: tracking transformations in psychoanalysis – The three-level model, USA, Karnac, 2014.

In linea di continuità con la ricerca clinica è la ricerca concettuale, ormai un classico e insostituibile metodo di approfondimento psicoanalitico, definita e codificata nelle sue caratteristiche distintive da Joseph Sandler e Ursula Dreher negli anni Novanta e concepita da Daniel Widlöcher (2002) come il principale strumento di dialogo e di raccordo fra le differenti correnti della psicoanalisi.

Alla ricerca clinica e concettuale si affianca la ricerca extraclinica, suddivisa da Marianne Leuzinger-Bohleber in ricerca sull’esito e sul processo terapeutico con metodi empirico-quantitativi, cui abitualmente ci si riferisce con il termine di «ricerca empirica», e ricerca sperimentale e interdisciplinare. L’opportunità della ricerca extraclinica sull’esito e sul processo è motivata dalla necessità di far fronte alle richieste del mondo accademico e sanitario e, in alcuni Paesi, delle compagnie assicurative che finanziano i trattamenti, senza trascurare il fine etico di offrire alla popolazione prove dell’efficacia terapeutica. Di tale modalità di ricerca extraclinica la studiosa tedesca, seguendo Wallerstein (2001), distingue quattro diverse fasi in ordine crescente di complessità e adeguatezza metodologica. Dai primi studi retrospettivi, che con criteri aspecifici mostravamo il generale successo del trattamento psicoanalitico, si è passati a studi prospettici basati su differenti e ben definiti gruppi di trattamento e su una più chiara specificazione dei criteri di successo, a studi capaci di combinare l’esame dei risultati con quello del processo associando l’analisi dei gruppi con analisi a lungo termine di casi singoli, a ricerche che combinano la valutazione dell’esito e del processo con microanalisi del trattamento realizzate grazie a audio o video registrazioni. Marianne Leuzinger-Bohleber ha mostrato come lo studio LAC sulla depressione, mantenendo la specificità della psicoanalisi come ricerca clinica e concettuale, abbia incluso la valutazione extraclinica dell’esito e del processo terapeutico di 554 pazienti cronicamente depressi, mostrando con metodi empirici che l’unica forma di prevenzione rispetto alle ricadute dopo terapie brevi di tipo dinamico o cognitivo-comportamentale è il trattamento analitico a lungo termine.

La studiosa tedesca ha infine citato la ricerca sperimentale e interdisciplinare. La prima indaga in laboratorio fenomeni come l’elaborazione preconscia e inconscia delle informazioni nella memoria e nei sogni, l’embodied memory o l’interazione facciale. La seconda è basata sul dialogo con diverse altre aree disciplinari, come la ricerca sull’attaccamento, la ricerca evolutiva empirica e le moderne neuroscienze, oppure la critica letteraria, la sociologia, la filosofia, la psicologia sociale e le scienze della comunicazione. Al tempo stesso la politica e la società chiedono che le conoscenze psicoanalitiche vengano utilizzate in un dialogo interdisciplinare che favorisca una cultura critica delle radici sociali della malattia. La psicoanalisi deve sempre più farsi carico di nuovi temi di rilevanza sociale e comunicare i risultati delle sue ricerche al vasto mondo dei media. Si tratta di argomenti come il trauma, la migrazione, la prevenzione psicopatologica precoce, la violenza dei giovani, il nazionalismo, l’antisemitismo, il fondamentalismo e l’influenza a breve e lungo termine delle nuove tecnologie sullo sviluppo e sui conflitti nell’ambito della sessualità e delle relazioni oggettuali.

Nella seconda relazione, Marianne Leuzinger-Bohleber ha illustrato nelle sue linee essenziali il «Three Level Model of Clinical Observation» («3-LM») sviluppato dal Project Committee on Clinical Observation dell’IPA, rinviando per una sua più dettagliata esposizione alla descrizione che ne ha fatto Ricardo Bernardi nel sopramenzionato testo curato da Marina Altmann de Litvan Time for change: tracking transformations in psychoanalysis – The three-level model (2014). Il metodo dei tre livelli è concepito per affinare l’osservazione delle trasformazioni del paziente nel processo analitico e rappresenta un’evoluzione sistematica e intersoggettiva del tradizionale metodo psicoanalitico di osservazione clinica. La procedura è stata applicata da Marianne Leuzinger-Bohleber e collaboratori nello studio LAC sul trattamento psicoanalitico della depressione e in altre ricerche tuttora in corso. Secondo una modalità già sperimentata nella FEP, il metodo prevede la riunione settimanale di gruppi di analisti che discutono il materiale clinico in base a una metodologia finalizzata a rendere più intersoggettivamente condivisibili e utili alla valutazione delle diverse ipotesi interpretative le osservazioni cliniche. Oltre a ciò l’obiettivo è quello di introdurre nella comunità psicoanalitica una nuova modalità di scrittura dei casi clinici, accettabile non solo all’interno della comunità stessa ma anche all’esterno. Il modello è dunque un sistema euristico per raffinare, sistematizzare e concettualizzare le osservazioni cliniche al fine di facilitare un «secondo sguardo» sul materiale a scopi di ricerca e di insegnamento.

Il primo livello di osservazione è finalizzato al miglioramento della descrizione delle trasformazioni analitiche dal punto di vista fenomenologico in base a due o più punti di riferimento. Tale livello è basato sul materiale dei primi colloqui e di sedute di trattamento scelte dall’analista per mostrare quelli che a suo giudizio sono i cambiamenti significativi, ad esempio a sei mesi, tre anni o altro dall’inizio dell’analisi. Le descrizioni devono essere sufficientemente dettagliate da permettere ai colleghi del gruppo di confermare o meno le inferenze dell’analista sui processi inconsci e sulle loro trasformazioni. Il resoconto deve contenere una breve presentazione del paziente, la descrizione dell’esperienza dell’analista e del suo controtransfert e può eventualmente contenere materiale registrato. Su questa base il gruppo valuta se e quali siano le aree in cui si possono osservare cambiamenti, come la capacità di amare e la sessualità, le relazioni familiari e sociali, il lavoro e il tempo libero, gli interessi e la creatività, i sintomi e il benessere soggettivo.

Il secondo livello di osservazione mira a individuare le dimensioni psicoanaliticamente rilevanti dei cambiamenti osservati: si indaga se i cambiamenti «esterni» sono accompagnati da trasformazioni nei modelli relazionali interni, nell’esperienza soggettiva della malattia, nei conflitti intrapsichici, nella struttura della personalità o nel tipo di disturbo. Una dimensione presa in considerazione dal gruppo di Francoforte coordinato da Marianne Leuzinger-Bohleber è stata quella del contenuto manifesto e latente dei sogni all’inizio, nel secondo e nel terzo anno di trattamento, come indicatore della trasformazione delle relazioni oggettuali interne. Nell’esempio riportato la trasformazione è stata da un primo sogno dominato dalla passività e dall’angoscia di morte tipica di una situazione traumatica, a un secondo sogno meno passivo e angosciato, a un terzo caratterizzato da maggiore autonomia del sé e fiducia negli altri. Data la pluralità dei linguaggi teorici della psicoanalisi, la terminologia di queste discussioni deve essere il più vicino possibile al livello fenomenologico, al fine di raggiungere una base osservativa condivisa capace di specificare i diversi concetti teorici. Nello studio LAC sulla depressione l’analisi psicoanalitica delle trasformazioni oniriche è stata completata da una valutazione extraclinica basata su strumenti non psicoanalitici empiricamente validati, come il Beck Depression Inventory somministrato ai pazienti o il QUID applicato da valutatori indipendenti.

Il terzo livello consiste nella valutazione delle diverse ipotesi teoriche utilizzate per spiegare le trasformazioni, collegandole criticamente alle osservazioni cliniche e ricavando da esse previsioni e congetture da collegare a nuove osservazioni. Lo scopo è quello di valutare il potere esplicativo dei diversi modelli o «ipotesi alternative» attraverso la loro maggiore o minore adeguatezza al materiale clinico, evidenziandone punti di forza e di debolezza in vista di un miglioramento della loro applicazione al materiale. Un ulteriore obiettivo è quello di migliorare la qualità della scrittura dei casi clinici, ad esempio condensando le osservazioni utili alla discussione di alcuni concetti teorici, dando luogo a una «validazione psicoanalitica esperta» finalizzata all’avanzamento della ricerca clinica. Marianne Leuzinger-Bohleber ha precisato che da Freud in poi il resoconto clinico esteso dei casi continua a essere una delle più importanti forme di comunicazione in psicoanalisi, non sostituibile dal resoconto dettagliato delle sedute, basato su registrazioni o appunti, nel rendere l’impressione globale di una terapia e dei suoi risultati. Un aumento della scientificità dei case report può dunque restituirli alla loro insostituibile funzione comunicativa, dopo il loro relativo declino a causa delle riserve espresse sulla loro attendibilità. La collega tedesca ha precisato che il metodo proposto è particolarmente vicino alla pratica clinica, auspicandone l’applicazione ai fini della convalida delle analisi in corso e della documentazione di ciò che in esse si è appreso in casi clinici accurati, per un avanzamento della ricerca in psicoanalisi.

Giorgio Mattana

Editing redazionale: Renata Rizzitelli

Giornata Nazionale sulla Ricerca in Psicoanalisi. Roma, 20 gennaio 2018

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