Initial interviews in the light of the psychoanalytical process

I primi colloqui e il processo psicoanalitico

 

Diena S.
Società Psicoanalitica Italiana

 

Questo lavoro trae spunto da una situazione molto particolare nell’attività professionale: cosa succede quando un paziente decide di fare i primi colloqui con più analisti. Esiste nella situazione analitica e nel processo analitico qualche cosa di specifico che si modifica nel suo effetto dinamico se l’analisi di un certo paziente viene fatta con l’analista A piuttosto che con l’analista B? Quali possono essere le possibili e molteplici evoluzioni narrative che quella vicenda clinica può assumere a partire da stimoli inziali differenti e da differenti scelte di analista? Altri elementi che possono essere utili nella discussione sono l’ambiguità di fondo della presa in carico (cioè quali aspetti di un paziente si prendono in carico?), la funzione del role responsiveness di Joseph Sandler nella relazione transfert controtransfert; gli elementi predittivi di un’analisi a partire dai primi colloqui (quello che viene raccontato, quello che viene percepito e quello che viene omesso); la consapevolezza della non-saturazione del processo analitico, e delle sue successive possibili evoluzioni.

In genere è difficile che lo psicoanalista con il quale poi il paziente sceglie di fare l’analisi venga a sapere di essere stato prescelto, rispetto ad altri colleghi. Quando questo accade, e si viene a sapere dell’esistenza di altri colloqui fatti dal paziente con analisti differenti, che non sono andati a buon fine, cioè non hanno portato allo sviluppo di un successivo rapporto terapeutico, è interessante potere valutare se e come sia stato differente il materiale riferito dai pazienti nel corso di questi primi colloqui, oppure se il medesimo racconto abbia avuto un ascolto e un’attenzione differente da parte dell’altro analista. Infine sarebbe interessante potersi porre il problema di come il diverso ascolto, o il diverso racconto iniziale possa influenzare lo sviluppo del successivo processo analitico e determinare lo svolgimento di un’analisi differente.

A spingermi verso tali riflessioni sono state due pazienti, che ho avuto in analisi, e che a distanza di tempo mi hanno raccontato di come avessero fatto i colloqui iniziali anche con un altro analista. Il contenuto e lo svolgimento di tali colloqui (in seguito appunto raccontato) si erano rivelati piuttosto differenti rispetto a quelli effettuati con me, ma nel corso dell’analisi avevo potuto apprezzare come gli aspetti emersi con l’altro analista riguardassero elementi della personalità e strutture difensive che entrambi le pazienti non erano state in grado, in una fase iniziale di contatto, di affrontare e condividere con un altro, ma che sicuramente erano ben presenti e radicati nel paziente.

Antonino Ferro ha più volte nei suoi scritti (1999, 2002, 2006, 2010) sottolineato come “una particolarità di ogni analisi sia la scelta del “genere narrativo”, …. scelto e proposto “di giorno in giorno” dal paziente, a seconda delle emozioni che desidera esprimere … e dall’analista a seconda “del modello teorico impiegato” (Ferro, 2002). Per l’analista è importante cogliere quello che Ferro chiama il “derivato narrativo”, ovvero le emozioni ed i vissuti alla base del racconto.

Nel corso dei primi colloqui l’ascolto iniziale della storia narrata dal paziente acquista un senso ed un significato all’interno della mente dell’analista, che trasforma il materiale ascoltato in un’altra narrazione, che sottende non solo la comprensione e la condivisione della storia del paziente, ma anche una nuova possibilità di riscrittura di una vicenda antica, densa di sofferenza e di coazioni a ripetere. Come ricorda Racalbuto (2004) “il primo colloquio (la consultazione) dà luogo al possibile inizio del processo analitico, solo a patto di originare un’iniziale trasformazione”.

 

Initial interviews in the light of the psychoanalytical process

Diena S.
Società Psicoanalitica Italiana

 

This work is inspired by a very peculiar situation in our professional activity: what happens when a patient decides to have the initial interviews with several analysts. Is there in the analytic setting and in the analytic process something specific whose dynamic effect changes if a certain patient undergoes analysis with analyst A rather than with analyst B? What are the possible and various narrative developments of that clinical vicissitude resulting from different initial stimuli and different analysts? Other elements that can be useful in the discussion are the fundamental ambiguity of the care-taking (i.e.: what aspects of a patient are taken care of?), the role-responsiveness function by Joseph Sandler in the transference and countertransference relation; the predictive elements of an analysis starting from the initial interviews (what is being told, what is being perceived and what is being omitted); the awareness of the non-saturation of the analytic process, and of its later possible developments.

Generally speaking, it is uncommon that the psychoanalyst with whom the patient chooses to start analysis gets to know that he has been selected among other colleagues. When this is the case, and he becomes aware of the existence of other interviews the patient had with other analysts (which have been unsuccessful, i.e. have not led to a subsequent therapeutic relationship), it is interesting to be able to evaluate whether and how the material brought by the patients during these initial interviews was different, or if the same narrative had received a different listening and attention from the other analyst. Finally, it would be interesting to address the issue of how a different listening, or a different initial narrative might influence the development of the following analytic process and determine the course of a different analysis.

These reflections have been spurred by two patients I had in analysis, who after some time told me that they had had initial interviews with another analyst as well. The content and the course of these interviews (which had been reported later) seemed to be quite different from the interviews they had had with me, and both patients remembered them with a certain degree of indignation and irritation, because in the course of these interviews the other analyst, in their opinion, had proved themselves insensitive and dull as regards their real problems. Actually, in the course of the analysis I had been able to realize that the aspects emerged with the other analyst regarded elements of the patients’ personality and defensive structures which both of them, in my opinion, were absolutely unable to face and share with somebody else at an early stage of the contact, and which, however, were ingrained in the patient.

In his writings Antonino Ferro (1999, 2002, 2006, 2010) stressed that “every analysis calls for a choice of narrative genre… chosen and presented by the patient on a daily basis… and by the analyst in accordance with his theoretical model” (Ferro, 2002).

For the analyst it is important to grasp what Ferro calls “the narrative derivative”, that is to catch the emotions that lie upstream the individual narration of the patient.

We know that during the initial interviews the initial listening to the story told by the patients assumes a sense and a meaning in the analyst’s mind, who transforms the material listened to into another narrative which underlies not only the understanding and the sharing of the patient’s story, but also a new possibility of rewriting an ancient vicissitude, full of suffering and repetition compulsions. As Racalbuto (2004) argued: “the first interview (the consultation) determines the possible beginning of the analytic process only if an original event is created in the new encounter”.

During the initial interviews the analyst appears as someone who is not only able to listen and understand, but also to produce transformations of the narrated material.

Already Harry Stack Sullivan (1954) referred to the “technique of the participant observer” to describe the interlocutory attitude of the analyst during the psychoanalytic interview, attitude that influences and favours the conditions for the psychoanalytic process to develop during the same interview.

Articolo per esteso in lingua italiana

I primi colloqui e il processo psicoanalitico

Diena S.
Società Psicoanalitica Italiana

Questo lavoro trae spunto da una situazione molto particolare nell’attività professionale: cosa succede quando un paziente decide di fare i primi colloqui con più analisti. Esiste nella situazione analitica e nel processo analitico qualche cosa di specifico che si modifica nel suo effetto dinamico se l’analisi di un certo paziente viene fatta con l’analista A piuttosto che con l’analista B? Quali possono essere le possibili e molteplici evoluzioni narrative che quella vicenda clinica può assumere a partire da stimoli inziali differenti e da differenti scelte di analista? Altri elementi che possono essere utili nella discussione sono l’ambiguità di fondo della presa in carico (cioè quali aspetti di un paziente si prendono in carico?), la funzione del role responsiveness di Joseph Sandler nella relazione transfert controtransfert; gli elementi predittivi di un’analisi a partire dai primi colloqui (quello che viene raccontato, quello che viene percepito e quello che viene omesso); la consapevolezza della non-saturazione del processo analitico, e delle sue successive possibili evoluzioni.

In genere è difficile che lo psicoanalista con il quale poi il paziente sceglie di fare l’analisi venga a sapere di essere stato prescelto, rispetto ad altri colleghi. Quando questo accade, e si viene a sapere dell’esistenza di altri colloqui fatti dal paziente con analisti differenti, che non sono andati a buon fine, cioè non hanno portato allo sviluppo di un successivo rapporto terapeutico, è interessante potere valutare se e come sia stato differente il materiale riferito dai pazienti nel corso di questi primi colloqui, oppure se il medesimo racconto abbia avuto un ascolto e un’attenzione differente da parte dell’altro analista. Infine sarebbe interessante potersi porre il problema di come il diverso ascolto, o il diverso racconto iniziale possa influenzare lo sviluppo del successivo processo analitico e determinare lo svolgimento di un’analisi differente.

A spingermi verso tali riflessioni sono state due pazienti, che ho avuto in analisi, e che a distanza di tempo mi hanno raccontato di come avessero fatto i colloqui iniziali anche con un altro analista. Il contenuto e lo svolgimento di tali colloqui (in seguito appunto raccontato) si era rivelato piuttosto differente rispetto a quelli effettuati con me, ma nel corso dell’analisi avevo potuto apprezzare come gli aspetti emersi con l’altro analista riguardassero elementi della personalità e strutture difensive che entrambi le pazienti non erano state in grado, in una fase iniziale di contatto, di affrontare e condividere con un altro, ma che sicuramente erano ben presenti e radicati nel paziente.

Antonino Ferro ha più volte nei suoi scritti (1999, 2002, 2006, 2010) sottolineato come “una particolarità di ogni analisi sia la scelta del “genere narrativo”, …. scelto e proposto “di giorno in giorno” dal paziente, a seconda delle emozioni che desidera esprimere … e dall’analista a seconda “del modello teorico impiegato” (Ferro, 2002). Per l’analista è importante cogliere quello che Ferro chiama il “derivato narrativo”, ovvero le emozioni ed i vissuti alla base del racconto.

Nel corso dei primi colloqui l’ascolto iniziale della storia narrata dal paziente acquista un senso ed un significato all’interno della mente dell’analista, che trasforma il materiale ascoltato in un’altra narrazione, che sottende non solo la comprensione e la condivisione della storia del paziente, ma anche una nuova possibilità di riscrittura di una vicenda antica, densa di sofferenza e di coazioni a ripetere. Come ricorda Racalbuto (2004) “il primo colloquio (la consultazione) dà luogo al possibile inizio del processo analitico, solo a patto di originare un’iniziale trasformazione”.

Nel corso dei primi colloqui l’analista si presenta quindi come qualcuno non solo in grado di ascoltare e di capire, ma anche di produrre delle trasformazioni del materiale narrato. Già Harry Stack Sullivan (1954) parlava della tecnica dell’osservatore partecipante (partecipant observator) per descrivere l’atteggiamento interlocutorio dell’analista nel corso dei primi colloqui, atteggiamento che condiziona lo sviluppo del materiale del colloquio stesso. L’aspetto singolare di questo processo risiede nella costituzione, immediata, di uno spazio narrativo condiviso, nel quale l’interpretazione soggettiva da parte dell’analista del materiale ascoltato trasforma l’esperienza narrata in una vicenda con possibilità significative sia da un punto di vista metaforico che simbolico. Noi siamo abituati a pensare ai primi colloqui come a un’introduzione del processo analitico che ne seguirà. Diciamo che i primi sogni contengono già tutto lo sviluppo successivo dell’analisi, che sono una presentazione sintetica di una lunga narrazione, e che la risonanza emotiva dell’analista è determinante rispetto alle numerose possibilità di sviluppo del processo terapeutico. Ma come la mettiamo con la polisemicità della narrazione? E’ sufficiente affidarsi al “fatto scelto”? (Bion, 1962). Bion scrive: “Il termine “fatto scelto” indica un’esperienza emotiva consistente nella sensazione di aver scoperto qualcosa di coerente… Con questo termine designo il collegarsi, mediante un’improvvisa intuizione, di una serie di fenomeni apparentemente slegati tra loro e che, dopo l’intuizione, hanno assunto una coerenza e un significato che prima non possedevano” ovvero le componenti dell’operazione mentale che porta l’analista a cogliere “ i fatti degni di nota”.

Inizio con il sottolineare il fatto che nella psicoanalisi contemporanea ci sia stato uno spostamento di attenzione da una posizione in cui era essenziale capire cosa noi pensiamo ad una nella quale invece il tema principale è focalizzato sul come noi pensiamo, anche se, ovviamente, l’enfasi sul come si pensa non sostituisce il cosa si pensa, ma piuttosto la implementa. (Vedi a proposito Ogden, 2010, che distingue a tale riguardo un’era Freud-Klein, caratterizzata soprattutto dall’oggetto dei nostri pensieri, e un’eraWinnicott-Bion, più incentrata sulle modalità di funzionamento del pensiero.)

Questi fatti scelti possono essere molto differenti da analista a analista rispetto al medesimo materiale clinico, e a mio avviso questa differenza, da cui poi origina tutta una lunga differenza nello sviluppo del processo analitico ha più a che fare con la diversa risonanza o reverie che il materiale presentato suscita in diversi analisti che con oggettive differenti interpretazioni date da diversi modelli teorici utilizzati. Già Etchegoyen (1986) riprendendo Liberman (1972) sottolineava come il “processo analitico non avviene esclusivamente nel paziente, ma nella relazione”, e indicava la coppia analitica come un fattore determinante nello sviluppo del processo analitico. E si domandava come poteva influire sul processo lo specifico legame tra un determinato analista e un determinato paziente. Per amore della verità devo aggiungere che la risposta che si dava era che “la variabile in questione era troppo complessa per prenderla validamente in considerazione.”

Sicuramente esiste uno sfondo indecidibile, perché non possiamo sapere come sarebbe stata una certa analisi se uno dei due componenti la coppia analitica fosse stato differente (un po’ come chiedersi come sarebbe stato quel matrimonio se lui o lei fossero stati diversi…).

Obbiettivo di questo mio lavoro non è però il porsi domande di questo tipo, ma di riflettere su alcune costanti e alcune variabili dei primi colloqui, in relazione appunto alla coppia analitica, proprio all’interno dello spostamento dell’asse del pensiero psicoanalitico da una posizione di cosa si pensa ad una di come si pensa.

Morris Eagle, nel suo recente libro “From Classical to Contemporary Psychoanalysis” (2011) ricorda come: “Uno dei risultati più consistenti nelle ricerche sulla psicoterapia è che la forza della alleanza terapeutica è il migliore predictor dell’esito della terapia….(Baldwin, Wampold & Imel, 2007), il che porta molti ricercatori a concludere che il principale fattore terapeutico in virtualmente tutte le forme di terapia sia la relazione terapeutica. (Lambert, 2001)”

Negli esempi clinici che adesso riporto cercherò quindi di soffermarmi sulla differenza che l’impatto del materiale presentato dal paziente ha avuto sull’analista A rispetto all’analista B, e cercherò di riflettere sull’influenza che questa differenza può avere in seguito avuto sullo svolgimento del processo analitico.

Casi Clinici e Discussione (1)

(materiale non pubblicabile)

Conclusioni

Vorrei concludere citando un frammento di Eraclito (n° 93). Così recita il frammento: “Il Signore cui appartiene l’oracolo, quello di Delfi, non dice e non nasconde: egli significa”.

Possiamo raffigurarci i pazienti che si presentano ai primi colloqui come antichi ateniesi che si recano a Delfi a interrogare l’Oracolo, ovvero qualcuno che offra delle risposte alle loro angosce. Ma, analogamente all’Oracolo di Delfi, noi non dobbiamo, né possiamo, affermare o nascondere, bensì aiutare a rappresentare metaforicamente, a significare, le loro emozioni. Il fatto che per l’analista la realtà emotiva psichica abbia un significato di per sé, sposta l’attenzione del colloquio dal cosa si pensa (un cosa cui si può rispondere con un sì o con un no) a come si pensa. (un come che può prendere percorsi narrativi e semantici differenti). E questo darà origine a un processo analitico originale e significativo, unico per quella coppia analista/paziente.

Note

1) Alcune riflessioni teoriche all’origine di questo lavoro si basano sull’illuminante recente rilettura di Ogden (2011) del lavoro di Susan Isaacs “The nature and function of phantasy” (1952).

2)…..

3) “Parallel to the ‘free-floating attention’ of the analyst is what I should like to call his free-floating responsiveness. I want to suggest that very often the irrational response of the analyst, which his professional conscience leads him to see entirely as a blind spot of his own, may sometimes be usefully regarded as a compromise-formation between his own tendencies and his reflexive acceptance of the role which the patient is forcing on him.” Sandler (1976)

Bibliografia

BION, W. R. (1962) “Learning from Experience” London: Heinemann (tr.it. Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma, 1970.)

BION, W. R. (1967) Notes on the theory of schizophrenia. In “Second Thoughts” New York: Aronson.

BALDWIN, WAMPOLD & IMEL, (2007) “Untangling the alliance –outcome correlation” Journal of Counsulting and Clinical Psychology, 75 (6) 842-852.

BLEGER, JOSÉ (1971) “La entrevista psicologica: su empleo en la diagnostic y la investigacion” ( in Temas de psicologia Buenos Aires: Nueva Vision (“The Psychological Interview”)

BRETECHER, CLAIRE (1975) ‘Les Frustrés’.

ETCHEGOYEN, HORACIO (1986), “Los fundamentos de la tecnica psicoanalitica” Buenos Aires: Amorrortu (The fundamentals of psychoanalytic technique. London: Karnac, 1991)

EAGLE, MORRIS (2011) “From Classical to Contemporary Psychoanalysis” Routledge , New York.

FERRO, ANTONINO (2002) “Fattori di malattia, fattori di guarigione” Raffaello Cortina Editore (“Seeds of illness, seeds of recovery”, 2005, Brunner- Routledge, , New York.)

FERRO, ANTONINO (2010) “Tormenti di anime” Raffaello Cortina Editore

Heraclitus, The Complete Fragments Translation and Commentary and The Greek text by William Harris Prof. Emeritus Middlebury College

ISAACS, SUSAN (1952) “The nature and function of phantasy” in: Riviere J. “Developments in Psychoanalysis” London: Hogarth, 1952.

LAMBERT, M (2001) “Research Summary on the Therapeutic relationship and psychotherapy outcome” Psychotherapy, 38 (4) 357-361.

LIBERMAN, DAVID (1972) “Evaluaciòn de las entrevistas diagnosticas previas a la iniciacion del los tratamientos analiticos.” Revista de Psicoanàlisis 29 461-509

Ogden, Thomas (1997) “Reverie and Metaphor” Int. Journal of Psychoanalysis 78: 719-31

OGDEN, THOMAS (2010) “On three forms of thinking: Magical thinking, dream thinking and transformative thinking” Psychoanalytic Quarterly 79 317-47

OGDEN, THOMAS (2011) “Reading Susan Isaacs: Toward a radically revised theory of thinking” Int. Journal of Psychoanalysis 92 925-942

RACALBUTO, AGOSTINO (2004) “La consultazione in psicoanalisi e i suoi luoghi: Un lavoro di confine” (Consultation in psychoanalysis and its places: Work on the frontiers)in “L’assetto mentale dello psicoanalista nella consultazione” Quaderni del Centro Milanese di Psicoanalisi, 9, 2006

SANDLER, JOSEPH (1976) “Countertrasference and role –responsiveness” International Review of Psychoanalysis, 3, 43-47.Sullivan, Harry Stack (1954) “The Psychiatric Interview” Oxford, England: W. W. Norton & Co. (tr. It: Il colloquio psichiatrico, Milano: Feltrinelli, 1983.)

 

Articolo per esteso in lingua inglese

Initial interviews in the light of the psychoanalytical process

 

Diena S.
Società Psicoanalitica Italiana

This work is inspired by a very peculiar situation in our professional activity: what happens when a patient decides to have the initial interviews with several analysts. Is there in the analytic setting and in the analytic process something specific whose dynamic effect changes if a certain patient undergoes analysis with analyst A rather than with analyst B? What are the possible and various narrative developments of that clinical vicissitude resulting from different initial stimuli and different analysts? Other elements that can be useful in the discussion are the fundamental ambiguity of the care-taking (i.e.: what aspects of a patient are taken care of?), the role-responsiveness function by Joseph Sandler in the transference and countertransference relation; the predictive elements of an analysis starting from the initial interviews (what is being told, what is being perceived and what is being omitted); the awareness of the non-saturation of the analytic process, and of its later possible developments.

Generally speaking, it is uncommon that the psychoanalyst with whom the patient chooses to start analysis gets to know that he has been selected among other colleagues. When this is the case, and he becomes aware of the existence of other interviews the patient had with other analysts (which have been unsuccessful, i.e. have not led to a subsequent therapeutic relationship), it is interesting to be able to evaluate whether and how the material brought by the patients during these initial interviews was different, or if the same narrative had received a different listening and attention from the other analyst. Finally, it would be interesting to address the issue of how a different listening, or a different initial narrative might influence the development of the following analytic process and determine the course of a different analysis.

These reflections have been spurred by two patients I had in analysis, who after some time told me that they had had initial interviews with another analyst as well. The content and the course of these interviews (which had been reported later) seemed to be quite different from the interviews they had had with me, and both patients remembered them with a certain degree of indignation and irritation, because in the course of these interviews the other analyst, in their opinion, had proved themselves insensitive and dull as regards their real problems. Actually, in the course of the analysis I had been able to realize that the aspects emerged with the other analyst regarded elements of the patients’ personality and defensive structures which both of them, in my opinion, were absolutely unable to face and share with somebody else at an early stage of the contact, and which, however, were ingrained in the patient.

In his writings Antonino Ferro (1999, 2002, 2006, 2010) stressed that “every analysis calls for a choice of narrative genre… chosen and presented by the patient on a daily basis….and by the analyst in accordance with his theoretical model” (Ferro, 2002).

For the analyst it is important to grasp what Ferro calls “the narrative derivative”, that is to catch the emotions that lie upstream the individual narration of the patient.

We know that during the initial interviews the initial listening to the story told by the patients assumes a sense and a meaning in the analyst’s mind, who transforms the material listened to into another narrative which underlies not only the understanding and the sharing of the patient’s story, but also a new possibility of rewriting an ancient vicissitude, full of suffering and repetition compulsions. As Racalbuto (2004) argued: “the first interview (the consultation) determines the possible beginning of the analytic process only if an original event is created in the new encounter”.

During the initial interviews the analyst appears as someone who is not only able to listen and understand, but also to produce transformations of the narrated material.

Already Harry Stack Sullivan (1954) referred to the “technique of the participant observer” to describe the interlocutory attitude of the analyst during the psychoanalytic interview, attitude that influences and favours the conditions for the psychoanalytic process to develop during the same interview.

The remarkable aspect of this process lies in the – immediate – setting up of a shared narrative space, in which the subjective interpretation of the narrated material by the analyst transforms the narrated experience into a vicissitude with possibilities that are meaningful both from the metaphoric and the symbolic viewpoint. We are used to think of the initial interviews as an introduction of the analytic process that will follow. We say that the first dreams already contain the whole subsequent development of the analysis, that they are a concise presentation of a long narration, and that the emotional resonance of the analyst is crucial as to the numerous development possibilities of the therapeutic process. But what about the polysemy of narration? Is it enough to resort to the “selected fact”? (Bion,1962). Bion said: “The selected fact is the name of an emotional experience, the emotional experience of a sense of discovery of coherence…. I have used the term “selected fact” to describe that which the psychoanalyst must experience in the process of synthesis. The name of one element is used to particularize the selected fact, that is to say the name of that element in the realization that appears to link together elements not hitherto seen to be connected. The representations of the selected facts may then be seen to have a similar coherence if the appropriate representation for a number of selected facts can be found.”

To begin with, I would like to point out that in contemporary psychoanalysis we have witnessed a transition from a position of primarily understanding what we think to one in which the primary focus is instead on the way we think, although, of course, the emphasis on what we think does not replace that on the way we think, but it rather integrates it. (In this connection see Ogden, 2010, who, in this respect, makes a distinction between a “Freud-Klein era”, mainly characterized by the object of our thoughts, and a “Winnicott-Bion era”, primarily focused on the various forms of thinking and the development of a thinking apparatus).

These selected facts can vary greatly from analyst to analyst with regard to the same clinical material and, in my opinion, this difference, from which a whole long difference in the development of the analytic process originates, has to do more with the different resonance or reverie that the presented material arouses in different analysts rather than with the objective different interpretations offered by the different theoretical models.

Already Etchegoyen (1986), quoting Liberman (1972), insisted on the fact that “the psychoanalytic process does not occur exclusively in the patient but in the relation” and pointed to the analytic couple as a decisive factor in the evolution of the psychoanalytic process.

And he wondered how the specific link between a particular analyst and a particular analysand will influence the process. To tell the truth, I must add that the answer he would have added was that “I consider that the variable studied is illusory or so complex that it cannot be validly considered”.

Certainly there is an indecidable background, because we cannot know what a certain analysis would have been like if one of two components of the analytic couple had been different (a bit like wondering what that marriage would have been like if he or she had been different…).

However, the purpose of this paper is not asking such questions, but reflecting on some constants and some variables of the initial interviews as regards the analytic couple, exactly within the shifting of the axis of psychoanalytic thinking from a what we think position to a the way we think position.

Morris Eagle, in his recent book “From Classical to Contemporary Psychoanalysis” (2011) argued that: “One of the most consistent findings in psychotherapy research is that the strength of the therapeutic alliance is the single best predictor of treatment outcome (Baldwin, Wampold & Imel, 2007)… which has led many observers to conclude that the main curative factor in virtually all types of therapy is the therapeutic relationship (Lambert, 2001)”.

In the clinical examples I am going to illustrate, I will try to highlight the difference that the impact of the material presented by the patient had on analyst A as compared to analyst B, and I will try to reflect on the influence that this difference might have had later on the development of the analytic process.

Clinical cases, Discussion (1)

(clinical data unprintable)

 

Conclusions

I would like to conclude by quoting a fragment by Heraclitus (n. 93). The fragment says: “The Lord whose oracle is at Delphi neither speaks nor conceals: he signifies”.

We can imagine the patients coming for the initial interviews as ancient Athenians going to Delphi to interrogate the Oracle, i.e. someone who can offer answers to their anxieties. However, like the Oracle at Delphi, we must not, and can not, speak or conceal, we must rather help to metaphorically represent, signify, their emotions. Since for the analyst the psychic emotional reality has a meaning per se, the attention of the interview shifts from what we think (a what that can be answered with a yes or no) to how we think (a how that can take different narrative and semantic routes). And this will give rise to an original and meaningful analytic process that is unique for that analyst/patient couple.

 

Notes

1) Some theoretical reflections at the origin of this work are based on the illuminating recent re-reading of Ogden (2011) of the work by Susan Isaacs “The nature and function of phantasy” (1952).

2)…

3) “Parallel to the ‘free-floating attention’ of the analyst is what I should like to call his free-floating responsiveness. I want to suggest that very often the irrational response of the analyst, which his professional conscience leads him to see entirely as a blind spot of his own, may sometimes be usefully regarded as a compromise-formation between his own tendencies and his reflexive acceptance of the role which the patient is forcing on him.” (Sandler, 1976)

References

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FERRO, ANTONINO (2002) “Fattori di malattia, fattori di guarigione” Raffaello Cortina Editore (“Seeds of illness, seeds of recovery”, 2005, Brunner- Routledge, , New York.)

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