Intervista a Benjamin Ogden

Psicoanalisi e Letteratura: un’applicazione un po’ démodé ? 

Intervista a Benjamin Ogden

A cura di Maria Grazia Vassallo Torrigiani

Introduzione

Benjamin H. Ogden ha conseguito un PhD in letteratura presso la Rutgers University nel 2013. Attualmente è Assistant Professor of Literature and Humanities allo Steven’s Institute of Technology. Si occupa di letteratura del XX secolo, critica letteraria, stile ed estetica letteraria. Ha pubblicato lavori su J.M. Coetzee, Philip Roth, William Faulkner, Samuel Beckett e altri ancora. È anche coautore, con Thomas H. Ogden, del libro : The Analysit’s Ear and the Critic’s Eye: Rethinking Psychoanalysis and Literature tradotto in italiano con il titolo L’orecchio dell’analista e l’occhio del critico. Ripensare psicoanalisi e letteratura, CIS editore 2013 http://www.ciseditore.it/Libri/SchedaLibriProf.asp?IDLibro=41

Intervista

Domanda: Il Congresso SPI di Roma verte intorno alla dialettica tra “piacere” e “dolore”. Come affronterà questo argomento?

Risposta: In tutta franchezza, non scrivo mai un lavoro per affrontare argomenti o temi predefiniti – semplicemente non mi riesce scrivere in questo modo. Devo partire da una condizione di totale libertà, cosicché la scrittura sia libera di fare qualunque cosa voglia. La mia strategia è scrivere il lavoro che voglio scrivere e poi confidare nel fatto che il lavoro trovi in sé la sua giustificazione: se si giustifica da sé, il fatto che possa essere “fuori tema” viene – se sono fortunato – perdonato o educatamente ignorato. Fortunatamente, nell’attuale circostanza, il lavoro che volevo scrivere, e che ho finito con lo scrivere, riguarda l’estetica e la psicoanalisi: è il tema del panel in cui lo presenterò. Il mio contributo esplora la logica piuttosto limitata su cui si basa la critica letteraria psicoanalitica e sostiene che c’è bisogno di una comprensione più sfaccettata dell’estetica e critica letteraria se si vuole che la psicoanalisi instauri un rapporto con la letteratura che non riduca la complessità letteraria ai dogmi psicoanalitici.

Domanda: Lei è uno studioso di letteratura: posso chiederle come è nato il suo interesse? È stato un lettore appassionato anche da bambino o adolescente? E quale autore, storia o personaggio ha avuto un particolare significato per lei?

Risposta: Direi che non mi identifico del tutto in uno studioso di letteratura. Oggigiorno, gli studiosi sono ricercatori. Io mi considero uno scrittore, uno che scrive spesso di letteratura, ma che potrebbe farlo su qualunque altro argomento (se la mia tastiera dovesse portarmi in quella direzione). Alla fin fine, la mia devozione è allo scrivere in sé, non alla letteratura o alla psicoanalisi o a qualsiasi altro soggetto. Il mio interesse per la letteratura, quindi, deriva da ciò che mi offre in quanto scrittore. Sono stato certamente un lettore precoce da bambino e da adolescente per cui continuo a pensare che la mia passione per la letteratura sia all’origine del mio scrivere. Non riuscirei a scegliere un singolo autore come particolarmente importante per me. Nel corso della mia vita sono tornato a riflettere su alcuni scrittori: James Joyce, J.M. Coetzee, Kazuo Ishiguro, Philip Roth, Franz Kafka. In anni più recenti, altri autori sono stati fonte di ispirazione: Lucia Berlin, Donal Ryan, Alexandar Hemon, Flannery O’Connor.

Domanda: La psicoanalisi è “la” cura con le parole, incentrata sul linguaggio, sul dialogo verbale. Suo padre è un eminente psicoanalista che, tra tanti altri argomenti, ha scritto anche su narratori e poeti. Nel 2013 avete pubblicato il libro: “The Analyst’s Ear and the Critic’s Eye. Rethinking Psychoanalysis and Literature”. Ci può dire qualcosa sull’esperienza di scrivere questo libro con suo padre?

Risposta: Molti sembrano sorpresi, quasi divertiti, quando racconto che l’esperienza di scrivere questo libro è stata proprio senza problemi. Forse, per gli psicoanalisti, c’è perfino un po’ di disappunto perché il libro non ha rappresentato un banco di prova per contrapposizioni edipiche – quanto più interessante se tutta la faccenda fosse stata un’acerrima battaglia! Ahimè, si è trattato invece di un’esperienza gratificante, davvero felice. Lo è stato così tanto che soltanto dopo la pubblicazione mi sono reso conto che da nessuna parte, nel libro, abbiamo mai detto esplicitamente che eravamo padre e figlio (in alcune recensioni, sono diventato il fratello di mio padre). Come siamo riusciti sostanzialmente a farla franca per tutto il lungo processo di scrittura a due mani? La mia ipotesi è che siamo entrambi scrittori e dunque la nostra dedizione, per tutto il tempo, era rivolta alla qualità della scrittura, non a noi stessi o all’altro. In nessun modo risultava che fossimo padre e figlio; lui era uno scrittore di psicoanalisi e io uno scrittore di letteratura e questo era tutto ciò che risultava importante.

Domanda: Lei ha scritto che questo libro è un tentativo di rendere di nuovo rilevante la psicoanalisi per gli studi letterari. Perché l’approccio psicoanalitico alla letteratura ha subito una marginalizzazione in ambito critico e accademico​  e come si potrebbe ripensarlo?

Risposta: Gli studi letterari seguono delle mode, proprio come le seguono tutte le altre discipline accademiche. Determinati modi di pensare saranno sacri per un certo periodo, poi verranno sostituiti. La psicoanalisi è stata di moda per un po’, adesso non lo è. Per certi versi, voglio dire, la psicoanalisi sta semplicemente arrancando un po’, in una fase  di impopolarità dovuta al naturale ciclo di vita di un settore disciplinare. Parafrasando Robert Frost, la verità è in auge a momenti alterni. Tuttavia, a essere onesti, la critica letteraria psicoanalitica è in parte responsabile della sua cattiva reputazione. Ci sono due spiegazioni per questo fatto. In primo luogo, ogni qualvolta la psicoanalisi viene applicata alla letteratura, gran parte della sua complessità e qualità di esperienza tende ad andare perduta: la psicoanalisi diventa nient’altro che una serie di termini tecnici – “libido”, “formazione reattiva”, “transfert”, eccetera.- e la loro applicazione. A questo livello, la sola cosa che rende psicoanalitico un lavoro di critica letteraria è che in esso vengono usati termini psicoanalitici. Inevitabilmente, se un ambito disciplinare non è altro che una litania di termini specialistici, diventa rigido e alla fine privo di interesse. In secondo luogo, nel campo degli studi letterari, la psicoanalisi è essenzialmente Freud e Lacan, forse qua e là Jung o Klein. C’è scarsa consapevolezza degli sviluppi psicoanalitici contemporanei e di conseguenza, per coloro che si occupano di letteratura, la psicoanalisi si riduce poco più che a Freud e le sue applicazioni o altrimenti a un indirizzo semiotico di linguistica psicoanalitica. Se questa è la situazione, perché la critica letteraria psicoanalitica dovrebbe essere un campo di indagine attraente a cui dedicarsi?

Domanda: Cosa pensa della tesi post-moderna sulla “morte” dell’autore, che non c’è niente oltre il testo e dobbiamo completamente dimenticarci della figura dell’autore? Un testo è un’impresa creativo/ linguistica: non scaturisce da una mente/Sé che sta esprimendo il suo proprio mondo e che in qualche modo infonde al testo uno stile, una musica, un colore personale?

Risposta: Il titolo del saggio di Roland Barthes, “La Morte dell’Autore”, è così provocatorio e aforistico che è facile esagerare la posizione di Barthes, farlo diventare uno dei riformatori del ventesimo secolo alla stregua di un Nietzsche. Tuttavia, se lo contestualizziamo, ritengo che le ambizioni di Barthes non fossero così rivoluzionarie. Barthes scriveva per reazione alla pratica critica di cercare di individuare, a partire dall’opera, l’intenzione dell’autore – la visione politica, le dinamiche familiari, i desideri inconsci, le convinzioni religiose. Sostanzialmente, Barthes prese posizione contro la tendenza critica a trasformare i testi in riduttive allegorie dell’autore e della sua psicologia: in questo modo, il testo viene decodificato in relazione a una concezione monolitica dell’autore. La missione di Barthes era di liberare il testo dall’autore, affinchè potesse essere esplorata tutta la complessità dei testi e l’autore essere giustamente considerato come qualcuno che opera in un complesso sistema linguistico, non come un burattinaio che manovra un docile strumento. In questo modo l’autore viene liberato anche dalla tirannia dell’interpretazione e può divenire irriducibile e sfaccettato come le sue opere. Per rispondere alla sua domanda, il Sé/ Autore sta certamente cercando di esprimere se stesso usando il linguaggio, ma raggiunge questa espressione in gran parte attraverso una comprensione dei modi non deterministici in cui significato ed emozione ineriscono al linguaggio. Qualsiasi aspetto di sé l’autore desideri esprimere, lo deve trovare nel linguaggio: questi aspetti devono essere riplasmati come linguaggio e ciò richiede una comprensione di come il linguaggio assume significato internamente.

Febbraio 2016

 

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Psychoanalysis and Literature: a slightly démodé «application»?

Interview with Benjam Ogden

By Maria Grazia Vassallo Torrigiani

Introduction

Benjamin H. Ogden received his PhD in literature from Rutgers University in 2013, and is now an assistant professor of literature and humanities at Stevens Institute of Technology. He works in the areas of twentieth century literature, the craft of literary criticism, and literary style and aesthetics. He has published articles on J.M. Coetzee, Philip Roth, William Faulkner, and Samuel Beckett, among others. He is also co-author, with Thomas H. Ogden, of The Analyst’s Ear and the Critic’s Eye: Rethinking Psychoanalysis and Literature.

Interview

Question: The SPI Congress in Rome is about the dialectics between “pleasure” and “pain”. How will you address this topic?

Answer: Quite honestly, I never write papers in order to address pre-selected topics or subjects—I simply can’t write that way. I have to begin writing from a place of total freedom, so that the writing can be free to do whatever it wants. My strategy is to write the paper I want to write, and then trust that the paper justifies itself on its own terms; if it justifies itself, the fact that it may be “off-topic” is, if I’m lucky, excused or politely ignored. In this case, fortunately, the paper that I wanted to write, and did end up writing, is relevant to aesthetics and psychoanalysis, which is the topic of the panel on which I will be presenting. My paper explores the rather restrictive logic that underlies psychoanalytic literary criticism, and proposes that a more nuanced understanding of the aesthetics of literature and criticism is needed if psychoanalysis is to have a relationship to literature that does not reduce literary complexity to psychoanalytic dogma.

Question: You are a literary scholar: may I ask you where does your interest for literature come from? Have you been a passionate reader as a child or adolescent? And which author, story or character has been particularly significant to you?

Answer: I should say that I do not really identify as a literary scholar. Nowadays, scholars are researchers. I consider myself a writer, one who often writes about literature, but who would (if my keyboard were to lead me that way) write about any number of other subjects. My allegiance is finally to writing itself, not to literature, or psychoanalysis, or any other subject. My interest in literature, then, derives from what it offers me as a writer. I certainly was a precocious reader as a child and adolescent, but I also wrote as a child and adolescent, so I continue to think that my passion for literature is as a wellspring for my writing. I could not pick out a single writer as being particularly important to me. Throughout my life particular writers have reappeared in my thinking: James Joyce, J.M. Coetzee, Kazuo Ishiguro, Philip Roth, Franz Kafka. In recent years, other authors have been sources of inspiration: Lucia Berlin, Donal Ryan, Alexsandar Hemon, Flannery O’Connor.

Question: Psychoanalysis is “the” talking cure, focused on language, on verbal dialogue. Your father is a prominent psychoanalyst and among many other subjects he wrote on novelists and poets as well. In 2013 the two of you co-authored the book: “The Analyst’s Ear and the Critic’s Eye. Rethinking psychoanalysis and literature”. Could you tell us something about the experience of writing this book with your father?

Answer: Many people seem surprised, even amused, when I tell them that the experience of writing the book was quite trouble-free. Maybe there is even, for the psychoanalysts, some disappointment that the book didn’t act as a testing ground for Oedipal struggles–how much more interesting if the whole thing had been an acrimonious battle!  Alas, it was a quite joyful, rewarding experience. So much so that it was not until after the book was published that I realized that nowhere in the book did we ever explicitly say we are father and son (in certain reviews, I have become my father’s brother). Why did we make it through the long process of co-writing a book basically unscathed? My guess is that we are both writers, and so our allegiance was at all times to the quality of the writing, not to ourselves or to each other. It seemed neither here nor there that we were father and son; he was a writer in psychoanalysis and I was a writer in literature, and that was all that seemed important.

Question: You wrote that this book is an attempt “to make psychoanalysis relevant once again to literary studies”. Why was psychoanalytic literary criticism marginalized in scholarly and academic studies? How could we rethink psychoanalysis and literature?

Answer: Literary studies follows trends, just as all academic disciplines follow trends. Certain ways of thinking will become sacred for a period of time, then be replaced. Psychoanalysis was trendy for a while, currently it is not. To some degree, I am saying, psychoanalysis is simply limping through an unpopular period due to the natural life cycle of the field. To paraphrase Robert Frost, the truth goes in and out of fashion. However, psychoanalytic literary criticism has, quite honestly, brought some of its bad reputation upon itself. There are two explanations for this. First, whenever psychoanalysis is brought to bear on literature much of its complexity and experiential qualities tend to be lost: psychoanalysis becomes nothing more than a collection of technical terms—“libido,” “reaction formation,” “transference,” etc.—and their applications. The only thing that, at this stage, makes a work of literary criticism psychoanalytic is that it uses psychoanalytic terms. Inevitably, if a field is nothing but a litany of specialized terms it grows inflexible, eventually uninteresting. Second, within the field of literary studies, psychoanalysis is essentially Freud and Lacan, perhaps here and there Jung or Klein. The literary field is largely unaware of contemporary developments in analysis.  So, for those working in literary studies, psychoanalysis amounts to little more than Freud and his applications, or else a semiotic branch of psychoanalytic linguistics. Given that, why would psychoanalytic literary criticism be an attractive field in which to work?

Question: What about the post-modernist statement on the “dead” author, i.e. that there is nothing beyond the text and we should completely forget the figure of the author? A text is a creative/linguistic endeavor: doesn’t  it spring from a mind/Self which is expressing its own world and somehow permeates or shapes the text with a personal style, music, colour?

Answer: The title of Roland Barthes’s essay, “The Death of the Author,” is so provocative and aphoristic that it easy to overstate Barthes’s position, to turn him into a 20th century reformer akin to Nietzsche. However, in context, I think that Barthes’s ambitions were not so revolutionary. Barthes was writing in response to the critical practice of trying to discern an author’s intent—his politics, his family dynamics, his unconscious desires, his religious convictions—from his work. Barthes was, essentially, taking issue with the tendency of critics to turn texts into reductive allegories of the author and his psychology: in such cases, the text is decoded in relation to a monolithic conception of the author. Barthes’s mission was to liberate the text from the author, so that the full complexity of the texts could be properly explored, and so that the author could rightly be seen as one working within a complicated language system, not as a puppet-master over a docile medium. In this way, the author is also freed from the tyranny of interpretation, and so can become as irreducible and multifaceted as his works. To answer your question, the self/author is of course trying to express itself in language, but it achieves this expression largely through an understanding of the non-deterministic ways in which meaning and emotion inhere in language. Whatever aspects of himself the author wishes to express he must find in language; these aspects must be remade as language, which requires an understanding of how language takes on meaning internally.

February 2016