Intervista di Emanuela Quagliata a Gohar Homayounpour

Emanuela Quagliata intervista Gohar Homayounpour, ospite del convegno ” Il soggetto dislocato” (Centro di Psicoanalisi Romano e Centro Psicoanalitico di Roma).

Traduzione di Laura Porzio Giusto

E.Q. È molto interessante leggere di questo decreto/Fatwa, ottenuto dallo Ayatollah Khomeini nel 1987, che legittima la riattribuzione chirurgica del sesso. Come valuta l’esperienza dei pazienti nei gruppi terapeutici e nelle sedute individuali? È possibile esplorare l’incertezza che alcune persone hanno di sottoporsi all’operazione? E, secondo lei, la ragione dei suicidi che avvengono dopo aver realizzato il cambiamento di sesso, potrebbe essere legata in alcuni casi alla mancanza di una vera convinzione nella scelta di sottoporsi all’operazione?

G.H. Credo che il lavoro di gruppo sia in generale uno strumento estremamente potente, e certamente lo è anche per esplorare le diverse aree di trans- corporeità, così come ho illustrato nell’esempio clinico nel mio scritto.

La Fatwa, in Iran, è un caso davvero curioso. È sorprendente infatti che in un paese dove l’omosessualità è punita dalla legge, la Sharia legalizzi le operazioni di cambio di sesso. Nella mia relazione ho provato ad elaborare le trans-corporeità all’interno di questa specifica e curiosa situazione geografica, ma anche a sottolineare ciò sento come un discorso universale sull’eteronormativita, l’uniformità, le definizioni e le categorizzazioni. A questo proposito la psicoanalisi è stata doppiamente infettata: in passato nel patologizzare e oggi nel politicizzare. Qui credo che il particolare caso dell’Iran possa entrare in risonanza con certe tendenze psicoanalitiche che troviamo come “plat du jour”.

Per ciò che concerne i tassi di suicidio, in linea con la rassegna della letteratura che ho preso in esame nella mia relazione, penso che le operazioni di riattribuzione di sesso siano spesso un tentativo fallito di risolvere, all’interno del corpo, nella carne e nelle ossa, questioni simboliche, che originano altrove. È dunque nel registro simbolico che occorre esplorarle. I tentativi di affrontare queste situazioni attraverso modifiche radicali del corpo, se non profondamente elaborate, sono destinati ad essere inutili. Questo potrebbe essere un motivo all’origine dell’alto tasso di suicidi dopo l’operazione. Ciò che il genere significa (il suo “significante”) per ciascun soggetto è, nella sua essenza, un concetto che fallisce, in quanto dubito che ci potrà mai essere, rispetto a questo, un’idea soddisfacente per tutti. Riconosciamo la differenza tra i sessi attraverso il principio di realtà, ma le questioni che gravitano attorno al genere sono molto più complesse, fluide e in transizione. Il fallimento del linguaggio, gli aspetti non traducibili della nostra mente, le parti non rappresentabili dei nostri corpi, di ciascuno di noi (di ciascun corpo), non devono essere considerati un handicap, bensì possono diventare un arcobaleno di possibilità che ci permette di essere soggetti giocosi, liberi ed autonomi, mentre proviamo a tradurre, elaborare e rappresentare.

E.Q. Nel lavoro lei scrive che negli incontri di coppia si presentano solo donne (MtF, maschi diventati donne) che sono i partner di membri FtM (donne diventate uomini); non partecipa generalmente nessun maschio (FtM).

Quale pensa possa essere la ragione di questo? Quali angosce si evidenziano all’interno della relazione dopo che entrambi i partner hanno subito l’operazione: pensa che la non partecipazione dei maschi possa costituire una difesa rispetto a dubbi e fantasie legate alla loro virilità?

Lei scrive che il passaggio da uomo a donna è visto come un abbassamento al sesso inferiore e i pazienti MtF sono per questo più vulnerabili e fragili. Può dirci se e come lei pensa sia possibile affrontare nel lavoro clinico le angosce di questi pazienti nel non sentirsi rispettivamente un ‘vero uomo’ o una’ vera donna’ dopo aver subito l’operazione di riassegnazione dell’identità?

G.H. Dunque, l’esempio che ho fornito è tratto da pochi dati presi da un particolare gruppo di terapia e non sono sicura che possano essere generalizzati ed attribuiti alla popolazione allargata. Tuttavia si potrebbe considerare l’ansia dei MtF più intensa nei paesi come l’Iran, in cui il linguaggio della legge è patriarcale. Come ho detto altrove, questo è molto diverso nei paesi in cui il linguaggio della famiglia e le dinamiche culturali sono, mi sono spinta a dire, un matriarcato!

Ma tornando al fenomeno universale della condizione umana, in ultima analisi, tendo a pensare che ci sia una differenza importante tra tagliarsi il pene o aggiungerne uno. In tutti i casi di riassegnazione di sesso, non si può non considerare che, attraverso questo processo, avviene qualcosa di drastico nel corpo. Dobbiamo quindi cercare di uscire da questo binarismo sulle transessualità sia nel senso patologizzante che in quello politicizzato. Questo discorso binario è la morte del desiderio, la morte del soggetto, poiché finisce per essere un modo per promuovere lo status quo del “Devi essere come gli Altri”. Il politically correct ci imprigiona in un’uniformità e in un modo concreto di essere, condizioni violente che ci allontanano da ogni possibilità del divenire, in un flusso continuo, sempre mutevole. Questo non significa che non dobbiamo riconoscere che per anni, la teoria psicoanalitica ha imposto, sulle trans-corporeità, un discorso eteronormativo. Ma non è nemmeno liberatorio soccombere al politically correct.

E.Q. Lei scrive che la richiesta per la riattribuzione del sesso viene fatta all’autorità giudiziaria e poi allo psichiatra il quale decide se è presente una disforia e autorizza l’operazione. Dal grafico che spiega l’iter della valutazione prima di effettuare l’operazione sembra esserci una forte medicalizzazione nella quale la decisione e il consenso all’operazione è solo nelle mani dello psichiatra. In vari paesi europei invece la multidisciplinarità è un elemento essenziale di questo iter diagnostico. Per quanto riguarda gli adolescenti, per esempio, parallelamente alla visita medica psichiatrica, sono richieste anche sedute tra il paziente e lo psicoterapeuta, tra questo e i genitori o altri membri della famiglia e con l’endocrinologo.

La Fatwa a partire da quanti anni è applicata? Può spiegare meglio quale spazio viene attribuito alla multidisciplinarità e alla collaborazione tra lo psichiatra e altri specialisti sia per adolescenti che per gli adulti transgender?

G.H. La Fatwa non specifica un’età, ma avendo una dimensione legislativa, il governo iraniano permette la riassegnazione di sesso, ovviamente basata sulla Fatwa, soltanto dopo i 18 anni, età in cui si può dare il proprio consenso. È vero che il processo in Iran è senza dubbio pesantemente medicalizzato, così come lo è nella maggior parte del resto del mondo e come lo è nell’attuale discorso psicoanalitico. È molto importante vedere come alcuni paesi europei utilizzino un approccio multidisciplinare, anche se non si può dimenticare che l’esame del sistema endocrino appartiene ancora al campo della medicalizzazione. Tutte queste risorse sono utili, ma continuo a pensare che la psicoanalisi possa aprire uno spazio per esplorare profondamente e in un modo unico queste dislocazioni del soggetto, e tutte le nostre dislocazioni. Tendiamo a categorizzare tutti i transessuali e tutti i transgender sotto le stesse etichette (per es. “sono psicotici” oppure “nessuno di loro è psicotico”), mentre ciò di cui abbiamo bisogno è “sollevare il tetto”, come il poeta iraniano Hafez ci suggerì nel quattordicesimo secolo. Un transessuale alla volta, come ci dice la regola d’oro della psicoanalisi, un caso alla volta. Nella mia relazione ho cercato di mostrare che alcuni psicoanalisti contemporanei, non certo tutti, hanno finora continuato a nascondere le stesse vecchie angosce relative al genere e al sesso sotto questo nuovo discorso politically correct. Direi che adesso questo è ancora più pericoloso di prima perché non permette di analizzare la questione. Tutti sono così “buoni”: cosa possiamo dire? Questo è il problema con il politically correct, è un circuito chiuso, una camera d’eco. Perciò è davvero ora di spostarci dalla transessualità alle transessualità e di smettere di considerare le diverse sfaccettature che si dispiegano nelle transessualità sotto la stessa rubrica.