Intervista di Silvia Vessella a Jeanne Wolff Bernstein

Silvia Vessella intervista  JEANNE WOLFF BERNSTEIN, ospite del Convegno ” Il soggetto dislocato” ( Centro Psicoanalitico di Roma e Centro di Psicoanalisi Romano) .

Traduzione di Laura Porzio Giusto

S.V. Quali le difficoltà per un’analista di fronte ad un evento potenzialmente traumatico della vita reale, depositato nel corpo, come quello di chi, ad esempio, ha subito un trapianto di organo e si trova a convivere con una parte estranea, a cui deve la vita?

J.W.B. Per la persona che ha ricevuto un organo di solito è molto difficile parlare direttamente della persona che glielo ha donato. Troppo della vita del ricevente dipende dal donatore; questa situazione di debito e la conseguente gratitudine pongono problemi significativi a chi deve o ha già ricevuto organi vitali da una persona deceduta. Alcune persone che ricevono un organo si sentono trasformate dall’organo stesso e credono di aver assunto caratteristiche del donatore. Da un punto di vista clinico è importante fornire a chi ha ricevuto l’organo estraneo, uno spazio sufficiente ad integrarlo nella propria mente per poter gradualmente accettare l’estraneità di un altro nella propria vita psichica.

S.V. Quello della Madre è un mito fondante della nostra società, che la pratica della maternità surrogata mette in discussione. Cambiano i vissuti e le fantasie rispetto al pensare un figlio e alla gravidanza e anche la presa in carico attraverso le nuove genitorialità; cambiano quindi in maniera sostanziale le narrazioni e le prospettive future.

Allora come ripensare l’istinto materno e la relazione madre -bambino?

J.W.B. Le nuove tecnologie riproduttive fanno sì che non siano più necessari una madre e un padre per poter fare un figlio. Per avere un figlio, questo legame profondo non è più necessario né richiesto. Penso che le nuove tecnologie riproduttive abbiano e avranno in futuro profonde ripercussioni sui nostri valori e sulle nostre idee tradizionali rispetto a ciò che costituisce un nucleo familiare. Se queste tecnologie sono nate da un forte desiderio di aiutare le coppie in cui uno dei due partner è infertile, si sono ora trasformate in un’industria in cui uomini e donne single possono ottenere/comprare un bambino attraverso l’inseminazione, la surrogacy o altre tecniche avanzate. Penso che sia molto probabile che le madri i cui figli sono stati portati in grembo da una madre surrogata, possano sentirsi perseguitate da fantasmi, quali la convinzione e la fantasia che quel bambino non è davvero il loro e che la “vera” madre arriverà e si riprenderà il “proprio” bambino. Ci sono ancora troppe poche ricerche che hanno indagato gli effetti a lungo termine sulle persone concepite attraverso queste sofisticate tecniche riproduttive.

S.V. Pensa che sia possibile e utile tracciare un qualche parallelismo tra la riflessione psicoanalitica legata all’impianto in corpo diverso di un organo tramite trapianto e un fenomeno dilagante, quello delle migrazioni?

J.W.B. Penso che esista un interessante collegamento tra i possibili effetti di trapianto d’organo e le migrazioni perché anche gli organi “errano” in nuovi corpi, prolungando le loro vite e verosimilmente producendo nuove ed impreviste caratteristiche all’interno del corpo che li riceve. Tuttavia credo che le pratiche di surrogacy e di inseminazione artificiale abbiano attualmente un’influenza ancora maggiore delle migrazioni, poiché queste pratiche vengono già utilizzate a scopi politici. Per esempio, giovani donne sono state forzatamente ingravidate da Boko Haram per produrre piccoli guerrieri da far combattere in ostili paesi confinanti. Oppure donne palestinesi sono riuscite a portare via, di nascosto, dalle prigioni di Israele, lo sperma dei loro mariti, per produrre futuri “combattenti per la libertà” per il loro paese. Quindi possiamo vedere come questi semi “trapiantati” possano portare con sé veri messaggi politici e ribelli, pronti a trasformare il panorama politico di un certo paese.