Introduction to the conference “The initial Psychoanalytic interview and the treatment process

Introduzione alla conferenza: “The initial psychoanalytic interview and the treatment process”

Jaffè R.
Società Psicoanalitica Italiana

Articolo per esteso in italiano

 

Winnicott scrive: “il mio atteggiamento potrebbe essere paragonato a quello di un violoncellista il quale all’inizio della sua carriera lavora con tenacia ad una tecnica, poi riesce effettivamente a suonare una musica dando per scontata la tecnica acquisita”

Ed ora una citazione di Odgen:”è una faccenda rischiosa smuovere i fondali dell’inconscio E’ questo tipo di angoscia è raramente riconosciuta dai terapeuti alle prime armi. E’ interpretata come paura che il paziente si sottragga al trattamento, e   invece   il   terapeuta ha paura che il paziente rimanga” Odgen, 139).

Nel lavoro introduttivo a questa conferenza mi sono chiesto come comunicare le mie idee ad un ventaglio di analisti in cui coabitano, in un continuum temporale, esperti violoncellisti e giovani apprendisti.

Entrambi gli autori fanno riferimento all’inizio della carriera dell’analista sottolineando l’uno la ricerca di una tecnica –quella analitica – e l’altro la paura.

Nel timore che il paziente rimanga è insita l’inquietudine di immergersi nei luogo dell’intrapsichico e per di più affrontare questo luogo con il potente strumento del transfert e del controtransfert. Tuttavia penso che un analista che decida di cimentarsi nel lavoro analitico è anche spinto da un desiderio libidico che consente di andare oltre la paura.

A mio avviso la paura può accentuarsi se all’analista alle prime armi non è consentito di conservare anche i riferimenti e le memorie di quelle che sono state le teorie e tecniche acquisite precedentemente alla sua “professional novel” psicoanalitica (Ambrosiano, 2005,1611) costituita non soltanto dal “work done with patients but also from vicissitudes with teachers, colleagues, or istitutional group of reference”(Ambrosiano L.… (dove) theories and experiences are built up from paths of identification and deindification” (ibid)..

L’esperienza psicoanalitica è fortemente collegata ai passaggi interni, formativi, istituzionali in cui un analista si trova; per esempio queste linee di percorso fanno pensare a quanto diverso sia il vertice di partenza per un candidato che effettua le prime analisi rispetto ad un analista senior che svolge da tempo delle psicoanalisi. Nell’attività psicoanalitica è anche compreso the first psychoanalytical interview (Wegner), or first psychoanlytical encounter (Kleimberg) or consultation (Baldacci) e la differenza di terminologia dipende molto dai paradigmi teorico clinici di appartenenza su cui avremo un interessante dibattito nella Conferenza a seconda che il primo incontro sia inteso come un vera e propria esperienza psicoanalitica o/e un lavoro preparatorio per un’eventuale psicoanalisi. In ogni caso, come afferma Bolognini, “the consultation calls for an enormous amount of energy” (Int. J. Psy2006, p).

Per queste ragioni l’Esecutivo dell EPF ha ritenuto fondamentale avere un Congresso sul tema dell’Initial Psychoanalytical interview e va ricordato che da dieci anni vi è il Working Party Initiating Psychoanalysis (chair Bernard Reith) che ha pubblicato, grazie ad alcuni suoi membri, il libro “Initiating Psychaoanlysis Perspectives.

Nella psicoanalisi contemporanea molti autori sottolineano che si possa vivere fin dal primo momento un’esperienza che attraversi il mondo delle emozioni e delle turbolenze (Reith e al.1) ma credo che questa opportunità è maggiormente praticabile per analisti navigati ed esperti. Ho l’impressione che proprio gli analisti esperti, nella loro funzione di trasmissione della psicoanalisi, debbano anche ascoltare, accogliere, raccogliere, “dialogare” con le esperienze pregresse dei giovani e futuri analisti, comprese anche certe acquisizioni diagnostiche preformate o certi assetti di stampo più psicoterapico. Tali assetti fanno parte della storia di diversi analisti e di molti candidati e cercherò di indicare perché essi possano rappresentare per loro nei primi incontri psicoanalitici, degli elementi di sostegno per affrontare la paura e lo sgomento. L’ascolto (3) da parte di maestri e analisti senior, il disvelamento ed il contenimento di questi elementi, che, secondo un vertice psicoanalitico possiamo chiamare difese, baluardi, ostruzioni, “enemies within, Kleimberg, 6, 2011 –prendo a prestito un termine usato da Kleimberg –“ del campo analitico, possono consentire uno scioglimento ed una bonifica che permette al candidato di immergersi con una maggiore sicurezza nell’incontro con il paziente.  

Questa premessa apre una questione, a mio avviso, molto importante relativa alla trasmissione dell’applicazione psicoanalitica relativa ai primi colloqui che un candidato svolge con un potenziale paziente al fine di indicare un percorso psicoanalitico.

La maggior parte degli analisti, nei lavori teorici e clinici e nella funzione di trasmissione della psicoanalisi, fa riferimento alla centralità della coppia analitica ed all’ingaggio pre-transferale (Green, Di Chiara) transferale e controtransferale che si costituisce fin dal primo istante: a tale proposito alcuni potenziali pazienti possono essere muniti di sonde atte a cogliere ed attivare certi nuclei non solo del nostra struttura interna (Wegner, 2) ma anche della nostra “autobiografia professionale” che possono esprimersi con insicurezze e fragilità nell’acquisizione della conduzione analitica; tali insicurezze possono determinare nell’analista, l’insorgere di contro-risposte emotive talvolta non facilmente contenibili se non a costo di arginarle attraverso l’uso di meccanismi difensivi personali (distanza emotiva, freddezza, arroccamento, irrigidimento e così via) per evitare di mettere troppo in gioco l’organizzazione e l’identità personale dell’analista: i meccanismi difensivi personali e le “difese professionali” (Bellanova, Amati ed al. 101), a mio avviso non sono necessariamente sovrapponibili né omologabili.

In questa introduzione, non mi riferirò quindi, in modo specifico, alla vasta letteratura sul controtransfert –inteso nelle sue varie sfaccettature – ma al percorso identitario dell’analista. Ora ritengo che le identificazioni e certi legami transferali dell’analista non abbiamo solo a che fare con i supervisori, il gruppo dei colleghi, gli istituti psicoanalitici di appartenenza, e naturalmente con il proprio analista, ma anche con:

1) psicoterapie cui analisti e candidati possono essersi sottoposti precedentemente e di cui possono permanere residui ed orme affettive e transferali, nonostante l’analisi successiva

2) con esperienze professionali attigue alla psicoanalisi e che riguardano principalmente il mondo delle psicoterapie e il lavoro che molti analisti svolgono nelle università, in luoghi di ricerca, negli ambiti istituzionali psichiatrici, e più in generale nella sanità pubblica e privata con il risultato che l’analista si trova ad occupare nella sua vita diversi ruoli.

Inoltre la maggior parte degli analisti e dei candidati, privatamente, utilizzano la stessa stanza d’analisi come stanza della psicoterapia e quindi la domanda riguarda “il crinale che separa le due attività” (Bordi, 60, 1995) e la continità-discontinuità nelle oscillazioni tra questi due assetti mentali che coabitano in uno stesso spazio.

Molto è stato scritto a tale proposito e ricordo: le colloque dell’EPF (2000) sulla formazione “Les modeles de formation en psychoanalyse et en psicotherapei” (Bolletin 55, 2001) in cui Kluzer, citando Sandler, ricorda che “la premiere tache du candidat en formation consiste a se defaire en grand partie de ce qu’il appris dans le domaine de la psychoterapie….fino al paradosso che mener a bien certain types de psychoterapie è comme une controindication” (Kluzer, 2001, 47).

Ma è davvero possibile disfarsi, rimuovere, scindere acquisizioni psicoterapeutiche apprese oppure, seguendo il modello delle trasformazioni, non possiamo pensare che sia opportuno ascoltare ed accogliere questi strumenti per trasformarli ed integrarli dentro di noi ed in relazione con il paziente anche facendo riferimento a una sorta di dreamy listening (Ferro A. 262, 2012))? Per rispondere a chi ha una visione fortemente antitetica tra psicoanalisi e psicoterapia, non possiamo pensare di rendere l“enemy within”, in un collaboratore che non rimanga incistato, non possiamo pensare che si possa dare voce ai propri doppi nascosti (Jaffé) e ai propri compagni segreti (Conrad, Gaburri)? Penso che poter rendere ammissibili ed offrire cittadinanza a questi strumenti può fornire indizi di conoscenza sul perché abbiamo bisogno di fare perno su questi “oggetti di rame”(Freud…).

Widlocher ci ricorda che most patients, sulla scorta della loro sofferenza e delle loro difficoltà esistenziali “do not come to us because they want to undertake an analysis per se, and they are not ready to accept or to comply with the conventions we propose for this…and they come to the psychoanalyst and not to psychoanalysis ” (Widlocher, 2010, 48).

Come affrontare quindi l’incontro tra una persona che potrebbe divenire un paziente d’analisi ed un’analista alle prime armi, il quale estende il lavoro intrapsichico e transferale con il proprio analista al lavoro sull’inconscio con un potenziale paziente?

E’ su questo terreno minato delle incertezze che sto ponendo la mia attenzione tenuto conto che il processo analitico successivo alla consultazione implica “l’acte de passage du fauteuil au divan et ca est l’acte fondateur de la cure psychanalytique” (Baldacci, 10) che   richiede necessariamente e legittimamente la certezza di un setting rigoroso costituito, tra l’altro, da un elevato numero di sedute settimanali.

Inoltre come scriveva Gaddini, già trent’anni fa “c’è una progressiva ingravescenza delle patologie prevalenti e si naviga verso il bordo di una cascata” (1984, 577): naturalmente l’analista di oggi deve mantenere il timone della scialuppa per navigare su questo bordo per non cadere dentro la cascata. Questo monito credo sia particolarmente sentito in quegli analisti che seguono il modello teorico-clinico bi-personale e che si sentono a pieno titolo co-protagonisti della consultazione: infatti “the determinants for the reccomandation of analysis move from inside the patient to inside the dyad (Levine H. 1390, 2010).

Ed appunto l’analista è uno dei due protagonisti che può avere nel suo background formativo i modelli diagnostici, nosografici, psicoterapeutici suddetti. Ho alcune perplessità nell’affermare, come sostengono diversi colleghi, che se questi criteri vengono in mente nella stanza di consultazione essi appartengono soltanto a fantasie controtransferali come espressione di una resistenza, di un rifiuto e di un distanziamento del paziente. Forse, anzi, sono proprio delle scialuppe di salvataggio che permettono di creare un aggancio tra sé ed il paziente per non sentirsi persi nell’abisso, soprattutto quando parliamo di serie patologie con cui gli psicoanalisti di oggi sono confrontati.

M. de M’Uzan alla domanda se “the interview is to set up a treatment after bringing together anamnetic data and nosographical factors …to have some experience of the analytical situation” answers “Don’t they go together?”(2012, 126) ed aggiunge che “we can also introduce technical variations, and perhaps even to find oneself practising psychotherapy (because) I would be generous as regards the indications of psychoanalysis (ibid 129)”. Questa libertà di movimento tecnico, teorico e clinico che può agevolare un’apertura all’analisi, può svolgersi in quello che Donnet, nella stessa intervista effettuata con M. De M’uzan definisce “un provisional setting limited in time (tra quattro e sei incontri)” (ibid).

Poter condurre un colloquio in tempo non iper-condensato permette a mio avviso di evitare una serie di derive come sono bene indicate nel paper di Kleimberg che qui sintetizzo: “higher anxieties, projections very intense, defences for both parties higly intensified, and difficult search for meaning…that can mislead interpretations or conclusions” (Kleimberg, 6).

Mi sembra che questo angolo di visuale consenta all’analista, e penso in particolare ai candidati, di dare   agio, tempo e libertà; implicitamente questi elementi permettono   di dare anche spazio al senso di piacere nella conduzione di un colloquio stemperando un’eccessiva dose di ansia che può “lead unconsciously to decisions that obstruct the beginiing of psychoanalysis” (Wegner, 9).

Pue partendo da una prospettiva diversa, anche Baldacci sembra indicare una consultazione ad ampio respiro, naturalmente circoscritta nel tempo che “permets en effet au patient d’operer un renversment reflexif qui lui revel la presence potentielle d’un discours interierieur inhibé” (Baldacci 6).

Con le tre citazioni dei magnifici papers dei tre main speakers giungo alla fine della mia relazione e ringrazio tutti gli altri autori, discusants e chairs che hanno accettato di discutere insieme: penso davvero che così come “each new patient presents a particolar challenge” (leaflet of the Conference), questa conferenza rappresenta, nel mondo psicoanalitico contemporaneo, una sfida e una spinta a continuare ad essere psicoanalisti, fin dal primo istante, e trasmettere la psicoanalisi per le generazioni future fin dall’inizio del loro apprendimento.

 

Note

1) Mette Moeller, Sven Lagerlof e Bernard Reith in the introduction of the book “initiating Psychoanalysis. Perspective” ritengono that “Bion’s (1979) expression of a storm that takes place whenever two people meet for the first time seems particularly apt to describe this situation”. (4, 2012)

2) Peter Wegner si riferisce per esempio a quando un paziente è in grado “of stirring the analyst’s unconscious personality structure or conflictual structure and thus affecting areas of narcissistic vulnerability. (p. 7)

3) L’uso della parola ascolto si riferisce al concetto di “function of listening to listening di Haydee Faimberg che essa ha esteso dalla stanza d’analisi al “Forum on clinical issues” al fine di comprendere “the sources of misunderstanding and recognise the implicit basic assumptions” nel collega e dentro di sè.

 

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Articolo per esteso in lingua inglese

Introduction to the conference “The initial Psychoanalytic interview and the treatment process

“One could compare my position to that of a cellist who first slogs away at technique and then actually becomes able to play music, taking the technique for granted” (Winnicott, 1971)

“It is always dangerous business to stir up the depths of the unconscious mind. This anxiety is regularly misrecognized by therapists early in practice. It is treated as if it were a fear that the patient will leave treatment; in fact the therapist is afraid that the patient will stay”(Odgen, 1989).

 

In the introductory work to this conference I have asked myself how to communicate my ideas to a variety of analysts ranging, in a temporal continuum, from experienced cello players to young apprentices.

Both authors are referring to the beginnings of the analyst’s career, one underlying the research for a technique – the analytic technique – and the other emphasizing fear.

The fear that the patient will stay is mixed with the concern of plunging into the intrapsychic space and, moreover, of coping with this space with the powerful tools of transference and countertransference. However, I think that an analyst who decides to measure himself/herself with psychoanalytic work is also driven by a libidinal desire that enables him to overcome fear.

In my opinion, fear may increase if the novice analyst is not enabled to preserve also the references and the memories of the theories and techniques acquired before his/her psychoanalytic “professional novel” (Ambrosiano, 2005,1611) which derives not only from the “work done with patients but also from vicissitudes with teachers, colleagues, or institutional group of reference…(where) theories and experiences are built up from paths of identification and de-identification” (Ambrosiano)..

Psychoanalytic experience is strongly connected with the internal, educational, institutional passages in which an analyst finds himself/herself; for example these lines of experience make us think how different is the starting point for a candidate who is undertaking his/her first psychoanalytic treatments as compared to a senior analyst who has been practicing psychoanalysis for a long time.

The psychoanalytic activity includes the “first psychoanalytic interview” (Wegner, 2012), or “first psychoanalytic encounter” (Kleimberg, 2012) or “consultation” (Baldacci) and the difference in terminology depends very much on the theoretical clinical paradigms one belongs to; on these paradigms we shall have an interesting debate during the Conference according to whether the first encounter is considered as a full psychoanalytic experience and/or a preparatory work for a possible psychoanalysis. In any case, as Bolognini argues, “the consultation calls for an enormous amount of energy” (Int. J. Psychoanal. 2006).

For these reasons the EPF Executive has deemed it of fundamental importance to have a Conference on the Initial Psychoanalytic Interview and it must be remembered that the Working Party on Initiating Psychoanalysis (WPIP – chair Bernard Reith) is active since nearly ten years and that, thanks to some of its members, has published the book “Initiating Psychoanalysis Perspectives” (2012).

In contemporary psychoanalysis many authors argue that from the first moment one can experience emotions and turbulences (Reith e al.*1), however I believe that this opportunity is more feasible for senior and experienced analysts. I have the impression that exactly the experienced analysts, in their function of transmitting psychoanalysis, should also listen to, receive, gather, “talk with” the past experiences of young and prospective analysts, who, in their profession, may have applied certain pre-established diagnostic skills or certain approaches of a more psychotherapeutic type. Such approaches are part of the background of many candidates and, in the initial psychoanalytic encounters, they become supporting elements helping them to cope with fear and dismay. The listening to (*2) by masters and senior analysts, the a dialectic contact and containment of these elements, which from a psychoanalytic viewpoint can be called defenses, bulwarks, obstructions of the analytic field, “enemies within” (Kleimberg, 6, 2012) – I am borrowing a term used by Kleimberg –, can lead to a release and a transformation enabling the candidate to immerse himself with greater confidence in the encounter with the patient.  

Most analysts, in their theoretical and clinical works as well as in their function of transmitting psychoanalysis, refer to the centrality of the analytical couple and the setting in of the “pre-transferential” (Green, 2002) transferential and countertransferential engagement from the very first moment: regarding this connection some prospective patients may be provided with probes able to capture and activate certain areas, not only of our “inner structure” (Wegner *3) but also of our “professional novel”, that can express themselves with insecurities and fragilities in the acquisition of the psychoanalytic work; in the analyst such insecurities may trigger emotional reactionswhich cannot be easily contained unless they are stemmed by using personal defensive mechanisms (emotional distance, coldness, retreat, inelasticity and so on) in order to avoid to put the analyst’s personal organization and identity too much at stake: in my opinion, personal defence mechanisms and “professional defences” (Amati et al., 1981, 101) are not of necessity superimposable nor can they be homologated.

In this introduction, therefore, I am not specifically making reference to the vast literature on countertransference – considered in its various facets – but to the analyst’s identity-building process. Now, I believe that the analyst’s identifications and certain transferential links of his/hers do not just have something to do with his/her supervisors, his/her group of colleagues, the psychoanalytic institutes he/she belongs to, and obviously his/her own analyst, but also with

1) The psychotherapies some analysts and candidates may have previously undertaken, of which residues as well as affective and transferential tracks may remain despite the following analysis;

2) The professional experiences contiguous with psychoanalysis which are mainly related to the world of psychotherapies and to the work many analysts do at universities, research centres, in psychiatric institutional environments and more generally in the public and private health care system with the result that in his life the analyst finds himself playing different roles. Besides, most analysts and candidates –- use their private practice for psychotherapy as well and therefore the question regards “the boundary line separating the two activities” (Bordi, 60, 1995) and the continuity-discontinuity in the oscillations between these two mental settings living together in the same space.

Much has been written on this topic and I remember the EPF Conference on Training, “Training models in psychoanalysis and psychotherapy” (2000), (Bulletin 55, 2001) in which Kluzer, quoting Sandler, recalled that “la premiere tache du candidat en formation consiste a se defaire en grand partie de ce qu’il appris dans le domaine de la psychoterapie….” up to the paradox that “mener a bien certain types de psychoterapie è comme une controindication” (Kluzer, 2001, 47).

But is it really possible to get rid of, repress, split psychotherapeutic acquisitions or, following a transformational viewpoint, cannot we assume instead that it is appropriate to listen to and receive these tools in order to transform and change them trough ourselves and in connection with what the patient evokes, also resorting to a kind of “dreamy listening” (Ferro A. 262, 2012)? In order to respond to those who think psychoanalysis and psychotherapy to be strongly antithetical, cannot we think of turning the “enemy within” into a collaborator who does not remain encysted, cannot we think that it may be possible to let our “hidden doubles” (Jaffé, 2010) and secret sharers (Conrad, 1910, Gaburri,1986) speak ? I believe that giving room and making these tools acceptable can give us valuable clues on the reason why we need to resort to these “copper”(4*Freud, 1919) tools.

Widlocher reminds us that most patients, owing to their suffering and existential difficulties, “do not come to us because they want to undertake an analysis per se, and they are not ready to accept or to comply with the conventions we propose for this…and they come to the psychoanalyst and not to psychoanalysis ” (Widlocher, 2010, 48).

Therefore how can we deal with the encounter between a person who might become an analysis patient and a novice analyst, who extends the intrapsychic and transferential work with his/her own analyst to the work on the unconscious with a prospective patient?

It is on this minefield of uncertainties that I am focusing my attention, bearing in mind that the analytic process following the consultation implies “l’acte de passage du fauteuil au divan et ca est l’acte fondateur de la cure psychanalytique” (Baldacci, 10, 2012) which necessarily and legitimately requires the certainty of a rigorous setting involving, among other things, a high number of weekly sessions.

Besides, as Gaddini wrote already thirty years ago, “there is a progressive worsening of the prevailing disorders and we are sailing toward the edge of a waterfall” (Gaddini, 1984, 577): of course today’s analyst must hold the tiller steady and sail along this edge in order not to fall into the waterfall. I believe this warning is particularly felt by those analysts who follow the bi-personal theoretical-clinical approach and feel they legitimately are the co-protagonists of the consultations: in fact “the determinants for the recommendation of analysis move from inside the patient to inside the dyad (Levine H. 1390, 2010).

And of the two protagonists it is precisely the analyst who can happen to have the above-mentioned diagnostic, nosographic, psychotherapeutic models in his/her educational background. I have some perplexities in affirming, as some colleagues do, that if these criteria come to our mind in the consultation, they just belong to countertransferential phantasies being the expression of a resistance, a refusal and a distancing from the patient. Perhaps they actually are life boats making it possible to create a connection between oneself and the patient in order not to feel lost in the abyss, especially when we are talking about the serious disorders with which psychoanalysts are confronted today.

Asked whether “the interview is to set up a treatment after bringing together anamnestic data and nosographic factors …to have some experience of the analytical situation” M. de M’Uzan answered “Don’t they go together?”(2012, 126) and added that “we can also introduce technical variations, and perhaps even find oneself practising psychotherapy (because) I would be generous as regards the indications of psychoanalysis (ibid 129)”. This freedom of technical, theoretical and clinical movement that can make an opening towards analysis more possible, can take place in what Donnet in the same interview with M. De M’uzan defined “a provisional setting limited in time (between four and six meetings)” (ibid).

Being able to conduct an interview in a not hyper-condensed time makes it possible, in my view, to avoid a number of difficulties, accurately indicated in Kleimberg’s paper, which I am summarizing here: “higher anxieties, projections very intense, defences for both parties highly intensified, and difficult search for meaning…that can mislead interpretations or conclusions” (Kleimberg, 2012, 6).

It seems to me that this perspective allows the analyst – and the candidate in particular – to have ease, time and freedom; implicitly, these elements make it also possible to make room for a sense of pleasure in conducting an interview by toning down excess anxiety which can “lead unconsciously to decisions that obstruct the beginning of psychoanalysis” (Wegner,2012, 9).

Although moving from a different perspective, also Baldacci seems to recommend a wide-ranging consultation, of course limited in time, that “permets en effet au patient d’operer un renversment reflexif qui lui revel la presence potentielle d’un discours interierieur inhibé” (Baldacci,ibid, 6).

With the three quotes from the very interesting papers of our three main speakers I have reached the end of my own paper and would like to thank the other authors, discussants and chairs who have accepted to participate in the debate: I really think that as “each new patient presents a particular challenge” (leaflet of the Conference), this conference, in the world of contemporary psychoanalysis, represents a challenge and a stimulus to go on being psychoanalysts, from the very first moment, and to continue transmitting psychoanalysis for the future generations from the very beginning of their learning.

 

Notes

1) Mette Moeller, Sven Lagerlof and Bernard Reith in the introduction of the book “Initiating Psychoanalysis. Perspective” argues “Bion’s (1979) expression of a storm that takes place whenever two people meet for the first time seems particularly apt to describe this situation”. (4, 2012)

2) The use of the word listening refers to the concept of “function of listening to listening” by Haydee Faimberg that she extended from the analysis room to the “Forum on clinical issues” in order to understand “the sources of misunderstanding and recognise the implicit basic assumptions” in one’s colleague and within oneself.

3) Peter Wegner is referring for example to when a patient has the ability “of stirring the analyst’s unconscious personality structure or conflictual structure and thus affecting areas of narcissistic vulnerability. (p. 7)

4) “It is very probable, too, that the application of our therapy to numbers will compel us to alloy the pure gold of analysis plentifully with the copper of direct [hypnotic] suggestion”.[23] S. Freud, Lines of Advance in Psychoanalytic Therapy 1919.

 

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