L. Colombi – Psychic Withdrawal and Eating Disorders: some considerations from children and adult clinical material.

“La tecnica psicoanalitica, con il suo lungo processo di guarigione o di lenta risoluzione, comporta uno sbiadirsi della visione d’insieme, mentre la visione viene richiamata sui singoli elementi della complessa organizzazione del caso”. (S. Ferenczi, 1919).

La clinica infantile dei bambini gravi evidenzia come il disturbo alimentare possa derivare non tanto da difficoltà transitorie dovute a impatti con momenti complessi nello sviluppo, ma da situazioni in cui il “difetto di base” sta nella precarietà dei processi integrativi che sostengono lo sviluppo stesso. Una ferita inferta alla “continuità dell’esistenza” per mezzo del ritiro in enclaves sensoriali – con diverse sembianze- che, se non individuate e trasformate precocemente si radicano in modo strutturato, distorcendo il funzionamento mentale di chi è destinato a diventare un adulto.
Prima di presentare 2 illustrazioni cliniche tratte dall’esperienza con Bruna (26 anni) e Paola (18 anni), desidero allora parlarvi di un bambino, Fabrizio, sperando di poter comunicare quello che questa analisi mi ha insegnato sul possibile intreccio tra ambiente traumatico/ritiro/ terreno di insediamento del disturbo alimentare, e sui fattori terapeutici via via prioritari per aiutare il paziente ad abbandonare lentamente una modalità sensoriale di (dis) funzionamento tanto pervicace, quanto ingannevole e patogena.

CLINICA

Fabrizio e… le mostro-vacche.

Fabrizio ha 8 anni quando i genitori mi contattano, inviati dagli insegnanti. Abbiamo lavorato insieme per sette anni a 3 sedute settimanali.

L’Ambiente familiare.
Quando incontro i genitori di Fabrizio per la prima volta vengo colpita da quanto poco in comune sembrino avere. Non c’è interazione tra loro, non ostili, ma come abitanti di due pianeti differenti. Come se nella loro realtà fosse congrua la non comunicabilità.
La mamma dà di Fabrizio una descrizione tanto nebulosa quanto arida. Grossomodo: non mangia, non obbedisce.
Dalle mie domande emerge poi quanto sia isolato, distratto, lento, difficoltà scolastiche e di socializzazione, pochi e litigiosi i rapporti con il fratello (minore di 2 anni). Mangia pochissimo e selettivamente “da sempre” e “da sempre” ha disturbi del sonno. Una dermatosi da quando aveva 1 anno, viene riferita per inciso e con noncuranza, così come una sua tendenza a farsi male . Non c’è inquietudine nè apprensione.
Il padre, pur più sintono, sembra tuttavia incapace di considerare Fabrizio come oggetto separato, intrudendo fortemente con propri vissuti e ansie nello spazio soggettivo del figlio.
Alla fine dei colloqui di consultazione i ‘dati’ che ho in mano su di lui sono sostanzialmente quelli che ho cercato qui di comunicare: questa è la sua storia, una storia fatta di pezzi sparsi, sottratti al registro del pensiero e della parola.

Gli inizi
Al primo incontro mi trovo di fronte ad un bambino tutto pelle e ossa, pallido,vestiti inadatti per la stagione, non particolarmente pulito. Un bambino, insomma, con un aspetto trascurato.
La tendenza generale di Fabrizio in seduta all’inizio può essere considerata una relazione di natura sensoriale con il mondo esterno. Il sovrainvestimento del corpo come ‘teatro sensoriale’ impediva lo sviluppo di una identità psichica. Il permanere di una dermatite atopica come segnale somatico di una ‘pelle contenente deficitaria’ e il senso di vertigine panica (non notata dai genitori), evidenziavano la precarietà dei processi di integrazione.
Fabrizio viveva in continue fantasie cenestopatiche sensoriali(1) : intere sedute diventavano lo scenario di vere e proprie trasformazioni che lo catturavano e in cui F. non giocava ad essere un animale primitivo, ma, in una sorta di equazione simbolica, ‘era’ un animale primitivo: un velociraptor, un brontosauro, uno pterodattilo. Di natura simile alle ‘trasformazioni’ che lo catturavano, anche il gioco del detective aveva una qualità che, più che autenticamente ludica, si connotava come la ricerca di soluzioni magiche attraverso “imitazioni” (Gaddini,1969) con personaggi che lo ‘garantissero’ onnipotentemente contro persecutori ubiquitari.
Sul piano della relazione con me la mia presenza iniziò lentamente a passare da una posizione di oggetto assente (direi di oggetto da ‘tener fuori’) ad una in cui ero richiesta come spettatrice/descrittrice.
Questo spostamento cominciò a farmi sentire controtransferalmente meno impotente. Mi sollevava il fatto che lui potesse iniziare a trovare in seduta la continuità del “venire conosciuto” e ciò mi permetteva, d’altro canto, di poter entrare con delicatezza nel suo mondo, nelle sue attività, di descriverle e poi comunicargli come si poteva sentire.
In questa fase dell’analisi questa costante e dosata attività rispecchiante – questa lenta /betizzazione – sembrava essere il fattore terapeutico prioritario.

Gli sviluppi.
Progressivamente avviene che Fabrizio riuscisse a tenere dentro quanto gli comunicavo, mentre il ritiro nel corpo diventava meno continuativo.
La dermatosi inizia allora ad essere intermittente. Si riducono le cadute improvvise nel sonno e gli stati in cui non era nè totalmente sveglio, né addormentato. Il ritmo sonno-veglia è meno disturbato. Inizia gradualmente a ‘poter’ stare a tavola con gli altri e a mangiare un po’ di più. Diminuisce il controllo ossessivo sulle modalità di assunzione del cibo.
Si va ‘bambinizzando’, perdendo quell’inquietante aspetto plasticomorfico che lo faceva sembrare un burattino tutto pelle e ossa.
Il clima delle sedute si va’ facendo più intimo e Fabrizio è più comunicativo anche verbalmente.
Inizia a poter parlarmi delle sue “ansie”.
In concomitanza ai cambiamenti esterni e interni della pre-adolescenza, è molto allarmato di fronte agli “imprevisti” nei quali si sente “solo” ad affrontare un “mondo ignoto”.
Si addormenta tardi per terrori che lo attaccano prima del sonno: si immagina che una serie di mostri si presentifichino:
“combatto una lotta nella testa, per far vincere la parte del cervello che ragiona…ma poi la paura è tale che mi auguro che i mostri mi attacchino per finirla con questa paura… mostri terribili, ma i più terribili sono le mostro-vacche …sono così grosse che ti schiacciano con le loro mammelle…” .
L’esperienza nutritiva (con le possibili continue ripetizioni transfero-controtransferali) si caratterizza in senso patogeno: “mammelle che schiacciano” e che evocano un’esperienza relazionale primaria che si connota come terrorifica e mostruosa. Uno scenario traumatico (2)che si è impresso nel Sé nascente come angoscia arcaica, aprendo il varco a successive difficoltà nell’elaborazione della persecutorietà delle fantasie orali. Una patologia della funzione nutritiva che fa si che la soddisfazione istintintuale si caratterizzi come una minaccia che ha attivato il rifiuto/controllo del cibo come rappresentante concreto di tutto ciò che di “mostruoso” può ‘entrar dentro’ .
Il disegno 4 – fatto dopo una seduta saltata per difficoltà familiari- descrive sia il presentificarsi del caos terrorizzante, sia di una voracità – esperita come divorante- di un Sé primitivo crudele. Angosce primitive che lo minacciavano dall’interno, con il rishio continuo di invadere il campo relazionale.

disegn colombi

Lo avvicino con delicatezza a questa difficile realtà interna e, utilizzando un po’ dell’ umorismo che è anche suo, gli mostro che però c’è anche una piccola ‘carie’ in quel minaccioso canino.
‘Risponde’ con il disegno 5 in cui, gli dico, mi invita a seguirlo, in questo caos angoscioso senza spaventarmi, come la coraggiosa Lady Hawke. Un mondo ‘maligno’ che possiamo lasciare stando insieme.

dis colombi 2

Il caos è tutto ciò che si attiva in Fabrizio in ogni cambiamento di sistema.
Ma non solo.
Accanto a questi segnali si costituisce un suo essere catturato dal mondo del ‘fantasy’: fumetti, letture, collezioni. Trascorre il tempo a casa e a scuola ‘dentro’ questo mondo. Vive nel mondo fantasy, che lo assorbe a tal punto da portarlo a trascorrere ore chiuso in camera in ‘compagnia’ di queste letture che sembravano svolgere per Fabrizio la funzione di “oggetti autistici”, usati come barriere contro la realtà. Il ritiro nel corpo si è trasformato progressivamente in un ritiro nel mondo dissociato nella fantasia.
In seduta dovevo fare molta attenzione a ciò che accadeva: Fabrizio ‘mi costringeva’ ad leggergli storie che portava con sé, ad ascoltare racconti da lui letti, ad osservarlo mentre disegnava personaggi fantasy, ma tutto ciò senza che mi fosse concesso altro spazio se non quello di seguirlo dentro ‘quella realtà’, che lo eccitava e da cui dipendeva. Comprendevo come fosse importante che io non lo lasciassi solo in ‘quella realtà’, ma vivevo anche un intenso senso di preoccupazione e impotenza, sentendomi perlopiù disarmata nel poterlo aiutare.
Sostenuta dalla fiducia che il lavoro precedente aveva comunque lasciato, cercavo di essere particolarmente pronta a catturarlo quando era ‘tutto intero’. Proprio in questi momenti (quando era meno ingabbiato da questa fuga eccitata) potevo maggiormente aiutarlo, descrivendogli quel che gli accadeva.
Lo avvicinavo con molta delicatezza- vista la fragilità del Sé in fieri – alla rischiosità del suo ‘alimentarsi’ di questi ritiri eccitati: gli mostravo come essi lo fascinassero procurandogli il piacere di poter controllare tutto (come faceva con il cibo…) e di sentirsi protetto da tutte le frustrazioni, ma gli indicavo anche come si rivelassero false costruzioni, che lo facevano poi precipitare in un angoscioso senso di incapacità. Descrivevo a lui come funzionava in questo ‘stato’ e, d’altra parte, lo sostenevo con il mio essere presente, emotivamente viva, e con il dar sostegno e significato alle percezioni emotive che raggiungeva quando era ‘nella’ sua vita. Era molto importante – in questa fase- che io sentissi, e che fossi capace di fargli sentire con continuità, la mia fiducia sulle potenzialità trasformative in movimento.
Questo delicato ma costante lavoro di ‘distinzione’ che riuscivo ad introdurre, permettendogli di sentirsi compreso, contribuiva a sospingerlo verso le proprie risorse e a dargli un senso più forte e focalizzato della propria identità emotiva.
All’inizio del 4° anno d’analisi inizia a sognare.
In un sogno, fatto dopo le vacanze di Natale, si inscena l’oscillazione tra la ricerca della ralazione e la chiusura in un mondo autosufficiente:
SOGNO :
Ero nel kinderheim, mi accorgo improvvisamente che sono solo, perchè tutti sono spariti. Guardo fuori dalle finestre ed è buio, ma vedo degli occhi terribili di animali che circondano la casa. Riesco a fuggire e vado verso il paese, ma questo è abitato solo da zombi, con gli occhi fissi; l’unica persona è un’edicolante che è dentro l’edicola di giornali. Ci mettiamo a parlare.
Gli dico quel che penso possa essere successo nella separazione. La vacanza di Natale sembra averlo esposto ad essere invaso dalle angosce: lui si trova improvvisamente solo (la non stabilità dell’oggetto interiorizzato e la mancanza della rappresentabilità stabile nel tempo, lo espongono maggiormante all’invasione panica), circondato da animali terribili e terrorizzanti. Intuisce che la salvezza sta nella relazione -va al paese- ma è abitato da “zombi” (rappresentanti degli aspetti non recettivi, non vedenti, dei genitori e di me ‘assente’ nel bisogno). La cosa buona è la presenza della persona viva –analista/ edicolante – dentro l’edicola. L’ “edicolante”, con il suo essere ‘persona’, lo può preservare sia dagli zombi ( le angosce persecutorie anche inscenate dagli “occhi degli animali”) sia dal ritirarsi da solo nell’edicola ( il ritiro nel fantasy).**
Nel sogno lui descrive, più in generale, la sua angoscia di bambino solo nel letto (le paure d’addormentamento): lui scappa, ma le angosce lo perseguitano, gli zombi. L’edicola è anche una ‘confessione’ che lui, attraverso le letture fantasy , può creare un mondo fantastico in cui rifugiarsi, eccitante, ma pericoloso e a sua volta riproduttivo di angoscia.
Quello che mi preme marcare per il nostro argomento è come il mondo psichico, lentamente emerso dal dominio intrappolante del sensoriale alimentato nel ritiro, iniziasse a poter trovare ora una rappresentabilità mentale. Esperienze emotive, prima occluse dal ritiro nel corpo, evacuate in comportamenti ‘agiti’ (il disturbo alimentare) o nella fuga nella fantasia, potevano ora entrare a far parte di aree accessibili alla elaborazione trasformativa, permettendoci di avvicinare e occuparci di aree di fragilità in precedenza impenetrabili.
Il tracciato di questo cammino si venne poi consolidando nei tre anni sucessivi dell’analisi.

Bruna.
Le ipotesi di Mc Dougall (1989) sulla “dispersione” della potenzialità emotiva in forma di azioni coatte e di Ogden (1989), sui “misconoscimenti” come “sostituti difensivi alla consapevolezza di non sapere ciò che si sente e ciò che si è”, permettono di ampliare la comprensione dei possibili reciproci nessi tra “paura della catastrofe”- ritiro di natura difensiva- disturbi dell’alimentazione.
Bruna ha 26 anni, quando si rivolge a me, tre anni fa. Primogenita, ha una sorella di 4 anni minore.
Graziosa, acuta, laureata in Filosofia, un dottorato in corso. Chiede la terapia per il riacutizzarsi da un anno di un disturbo dell’alimentazione (abbuffate-dieta-purghe) strisciante da quando aveva 11 anni e strutturatosi attorno ai 17, quando viene “piantata” da un ragazzo. Fa una breve terapia a 19 anni, i cui esiti si sono però dispersi, lasciandola ancora più spaventata di non riuscire a “venire a capo di un intenso senso di malessere” che, oltre al disturbo alimentare, la sta invadendo, rendendo sempre più presenti fantasie suicidali.
Un desiderio residuo di ‘buon attaccamento’, cui corrisponde una mia specifica recettività empatica, umanizza in tempi non lunghi un clima caratterizzato, all’inizio, da un funzionamento mentale e linguistico tanto analitico e capace, quanto privo di competenza emotiva. Emozioni sconosciute – e dunque caotiche- tenute precariamente a bada con faticosi sistemi di controllo basati sul “fare”, in assenza di un senso dell’ “essere”.
Una modalità di entrare (non entrare?) in contatto cui corrispondeva, nelle prime fasi di terapia, un vissuto controtransferale in cui mi sentivo letteralmente soffocata e in difficoltà a ricordare e mentalizzare i contenuti portati in seduta. La comprensione di quanto stava accadendo (registravo dentro di me la violenza paralizzante delle angosce proiettate) e la graduale restituzione dotata di significato emotivo, fornendo un buon nutrimento , fecero da propulsore alla possibilità di entrare più in contatto e iniziare a far entrare in campo ricordi sbiaditi ed emozioni in precedenza espulse.
Emerge come Bruna sia cresciuta in un ambiente (idealizzato) emotivamente assente, che dava un messaggio di fondo centrato su un ideale di vita doverosa, razionale, antiaffettiva.
Come “fantasmi nella stanza”, lutti reali (il nonno e la zia materna muoiono quando la madre è in cinta di lei) e fantasmatici occupano, fin da subito, lo spazio della sua crescita soggettiva. Una fragilità somatica diffusa, un’asma bronchiale e una debolezza dell’apparato digerente, segnalano un ‘crollo’ che precede il prender forma, a 11 anni, del “rivolgersi al cibo in modo eccessivo come piacere compensativo” quando, in concomitanza dell’esplosione di una leucemia della sorellina, la già scarsa capacità e disponibilità materna collassa ulteriormente. Un’indisponibilità che incrementa in Bruna un senso di mancanza di significatività, che sembra aver radici precoci ed essersi in seguito alimentata anche di fraintendimenti di natura vittimistica. Un angosciante vissuto d’essere “insoddisfacente, mancante”, faticosamente tenuto a bada con un assetto interno e relazionale iper riparativo e un continuo “buttarsi nel cibo” e in attività inconsciamente funzionali al non lasciare spazio al pensiero .
Un circuito traumatico di angosce di morte e rabbia, che, privo di un contenitore bonificante si è impresso in senso profondamente superegoico come colpevolizzazione rispetto ai desideri vitali.
Ciò sembra aver dato luogo a deformazioni confusive, come si vede nel primo sogno d’analisi, verso la fine del primo anno.
Sognavo Jacopo e la ragazza con cui sta adesso, era grassa, ma quel che più mi colpiva era che lui mi diceva che era una cannibale.
Nel sogno Jacopo – il ragazzo/oggetto Sé con cui Bruna ha avuto per 5 anni un rapporto fusionale privo di sesso interrotto poco prima della ricomparsa a 25 anni della riesplosione bulimica – e la sua nuova ragazza “grassa” e “cannibale” sembrano essere i protagonisti di uno scenario su cui è stato proiettato un senso di sé deteriorato e distorto dall’ incapacità di poter distinguere i normali bisogni, dai bisogni-desideri cannibalici.
Un sogno/romanzo familiare di poco successivo “Non ero figlia di mia madre. Scoprivo che ero figlia di una relazione che mio padre aveva avuto con M. una vecchia amica di famiglia”, ci permette di iniziare a poter ricostruire come, in questo clima – interno ed esterno- lei si sia difesa dal senso di non-esistenza e vuoto, non solo isolandosi e ritirandosi in un mondo di sogni ad occhi aperti, ma anche in un’attività masturbatoria compulsiva intrecciata a fantasticherie a sfondo sado-masochistico. Fantasticherie eredi di un piacere autoerotico sperimentato la prima volta, da molto piccola, con il vedere un cartone animato dove “una fatina sgridave a umiliava l’altra ripetutamente”.
Iniziamo così a poter comprendere come, in assenza di esperienze primarie sufficientemente vive – di un’oggetto interno dispensatore di cure – Bruna trovasse nell’eccitamento di natura sado-masochistica (che improntava strisciantemente le sue relazioni e la sua attuale sessualità) e nel ricorso ad abbuffate che la facevano sentire sia “piena che sudicia”, “l’unica soluzione possibile per staccare il contatto mentale e non venir travolta”.
Una soluzione che, via via che l’esperienza nutritiva analitica procedeva, rafforzando la parte ‘sana’, autenticamente desiderosa di “venire a capo” , si andava lentamente svuotando del carattere automatico e coatto che aveva assunto, a favore della possibilità di accedere ad uno spazio mentale trasformativo, che sostituiva il precedente spazio occupato dalla dipendenza da ‘azioni’ funzionali alla scarica di eccessi d’esperienze affettive .

Paola.
“La distruttività è la droga del nercisismo ferito” P.Jeammet (2010)

Paola e io abbiamo lavorato insieme per 3 anni, prima che i genitori, delusi nelle loro aspettative di ‘guarigione’, interrompessero il trattamento, imponendo alla figlia il ricovero in una Comunità specialistica.(3)
Uno “strano” incidente per cui finisce sotto a un tram, ricoveri per coma etilico, etero e auto aggressività e il ritiro dalla scuola alle soglie della maturità, spingono i genitori a chiedere aiuto, “stupefatti” dal cambiamento di Bruna, bambina e preadolescente “tranquilla e performante”.
Uno sfondo fatto di azioni tese a evacuare esperienze psichiche insopportabili – mixer esplosivo di depressione e rabbia- con in primo piano, fin dall’inizio, superiorità e svalutazione. Una complessa dinamica transfero-controtransferale evocativa dell’oscillazione tra desiderio di fusione e minaccia di intrusione, angosce claustro e agorafobiche. Un ‘buco’ narcisistico (radicato anche in una coppia genitoriale incapace di reverie, composta da una madre rigida e narcisista e un padre debole) sottostante ad un funzionamento di tipo borderline, in cui si era installato da tempo, segretamente (all’inzio anche all’analista) una dinamica pervasiva di natura perversa: un ritiro nel corpo che la impegnava per ore -quasi quotidianamente- nel procurarsi il vomito, anche in assenza della ‘necessità’ iniziale di controllo del peso. Il vomito, sembrava aver assunto le sembianze della “ruminazione” infantile(4): un ritiro nel corpo impregnato di un piacere sensoriale da cui Paola dipendeva.
Lentamente il nostro terreno si fa meno minaccioso e la turbolenza distorcente delle iniziali battute transfero-controtransferali si mitiga parzialmente. Il clima si fa più comunicativo. Possiamo così iniziare a comprendere con più chiarezza come la paura acuta di “non essere la prima” (derivata anche da una identificazione patologica con un Superio persecutorio) l’abbia portata a sentirsi sempre sopraffata di fronte ad ogni minima disillusione o compito e a ricorrere alla chiusura in ritiri in fantasie immaginarie idealizzati, carichi del piacere dell’autosufficienza onnipotente, come risposta automatica al temuto fallimento/crollo. Ma questi ritiri, abusati fin dall’infanzia per quantità e ‘qualità’, avevano ulteriormente indebolito le sue risorse, creando un circolo vizioso in cui si erano poste le basi per un assoggettamento sempre più passivo ad una parte del sé altamente autodistruttiva. Una dinamica patologica che è descitta in questo sogno che emerge quando il sé sano, un po’ irrobustito dal lavoro analitico, le permette di avvicinarsi ad una certa presa di coscienza :
Ero con i miei ex compagni che mi sembravano bambinetti, mi annoiavo …poi arriva un tizio sui 40 anni, più fascinante di loro. Mi sembra di conoscerlo… mi tampina continuamente …io mi rivolgevo ad un mio compagno per dirgli di stare lì con me e lui lo fa…ma il tizio non se ne va…e io lo seguo, come ipnotizzata. Perdo il contatto con gli altri e mi trovo dentro una casa disabitata. ”
Il carattere maligno di questo dis/funzionamento di natura sensoriale, e le sue tragiche conseguenza sulla crescita emotivo-mentale e sul radicarsi di una stabile alleanza terapeutica, si vede in un breve sogno/Insight, fatto in un momento di progresso:
“ Sono piccola, come nana, e tengo per mano una persona mentre cammino. Ma ad ogni albero che incontro lascio la mano e così scivolo indietro, non riuscendo mai ad andare avanti”.
Un indebolimento che sembrava aver facilitato il collasso regressivo nel corpo e nel piacere/dipendenza dal vomito come distorsione perversa del piacere del pensiero e della relazionalità, dellarealtà psichica. Il ritiro in un oggetto feticcio-corpo sembrava essere l’ esito paradossale di quei ritiri in fantasia, idealizzati, autossuficienti a autogenerativi, di cui Paola aveva ‘abusato’ fin da bambina. Si era venuto cioè a creare, come uno spettro di “perennizzazione del disturbo”, una dinamica che portava Paola, pur più cosciente delle componenti traumatiche ma anche psicopatologiche che la dominavano, a ‘subire’ ancora la ‘condanna’ che lei stessa si infliggeva:
“Ho ancora vomitato. E’ proprio come nelle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij: c’è una parte oscura che è separata da quella senziente e volente….”

Conclusioni
In un panorama complesso come quello dei disordini alimentari, ho focalizzato l’attenzione su un aspetto che, pur non essendo specifico di questi disturbi, ne può costituire, tuttavia, un punto focale. Un punto che individuato e compreso nel suo significato originario e nella sua dinamica successiva, può aiutare a evitare confusioni tra situazioni che, pur caratterizzate da sintomi simili, fanno capo a strutture di personalità differenti. Situazioni che necessitano, dunque, di un uso elastico di differenti modelli clinico/teorici e differenti modulazioni e timing degli strumenti tesi alla trasformazione.
La mia esperienza con pazienti con patologie alimentari mi ha portato a mettere a fuoco come questo disturbo possa far parte di un dis-funzionamento mentale in cui il ritiro gioca un ruolo primario nell’organizzazione difensiva da angosce di natura catastrofica. Ho cercato di mostrare come, nell’intricato quadro sintomatico di partenza, emergesse gradualmente come l’uso precoce del ritiro svolga una funzione adattiva proteggendo il paziente da angosce soverchianti relative alla perdita del senso di sè ( Winnicott, 1945, 1953; Bick,1968) o da proiezioni genitoriali paralizzanti (Polacco Williams,1997). Contemporaneamente questa struttura finisce anche per interferire profondamente con lo sviluppo identitario, creando aree di fragilità che predispongono a successivi crolli. Scissioni psico-somatiche, dominio delle sensazioni, difetti della capacità immaginativa-rappresentativa, evocavano, infatti, la traumaticità delle esperienze relazionali primarie e la funzione difensiva che il ritiro in aree di non mentalizzazione aveva avuto per una salvaguardia narcisistica minimale, ma portavano in scena anche il pericoloso potenziale patogeno, “autoingannante” (Tustin,1990), del ritiro stesso.
Perdendo l’ iniziale funzione difensiva, il ritiro aveva assunto nel tempo una sua ‘vita autonoma’: una dinamica che si autoalimentava del piacere magico-onnipotente di carattere sensoriale che il sostare in queste dimensione dissociata comportava e che aveva alterato le funzioni alla base dell’integrazione della vita psichica. Appariva chiaro, in altri termini, come il ritiro non avesse creato ‘solo’ vuoti e precarietà (De Masi, 2012), ma si fosse costituito come una struttura psicopatologica di stampo distruttivo e tiranneggiante (Rosenfeld,1971; Meltzer,1973), che aveva distorto il senso della vita psichica fino a giungere ad una dipendenza perversa dal corpo, come feticcio sensoriale sostituivo della “madre ambiente”.

Note

(1)E. Gaddini (1980, 1981)parla di “fantasie nel corpo” come prima esperienza mentale di fantasie da cui può derivare il “corto circuito corpo-mente-corpo” che si esprime in sindromi psicofisiche precoci. La dermatite atopica, databile alla fine del primo anno, è l’espressione di difficoltà nella elaborazione della separazione e dell’esperienza transizionale.

(2)Venni a sapere (verso la conclusione dell’analisi) la presenza di disturbi alimentari nella storia materna che sembravano aver attivato un circolo vizioso nella relazione alimentare con Fabrizio. Una dinamica patologica di proiezioni e contro identificazioni che sclerotizzava la contrapposizione intrusione-rifiuto(Manzano 1999)

(3)Il tentativo di organizzare un lavoro integrato con i genitori era fallito per il ripetuto rifiuto di essere coinvolti . La loro decisione imposta fu traumatica per Paola che aveva iniziato ad avere un legame più significativo con me e l’analisi che le permetteva di essere più in contatto e più consapevole della dinamica sottostante alla distruttività che la imprigionava. Dopo un anno di ricovero, appena uscita mi telefonò perchè i sintomi si erano ripresentati immediatamente, immutati. Purtroppo una mia assenza dal lavoro a causa di un complesso intervento chirurgico e l’urgenza della richiesta mi costrinse a inviarla ad un collega, che so l’ha seguita utilmente fino alla decisione di Paola di trasferirsi all’estero per il secondo biennio universitario.

Scrive Gaddini (1985): “ …questi bambini si isolano dall’ambiente con un’espressione di grande tensione nel viso, si infilano in bocca un dito e cominciano a stimolarsi ritmicamente il palato…” Dopo l’induzione del vomito, si nota che : ”a questo punto la tensione cade e i bambini assumono l’espressione beata di quando sono sazi dopo una vera e propria poppata al seno…Ciò corrisponde a essere l’autore delle proprie sensazioni e il creatore di sé mio il corsivo”p.708.