Leonelli Langer L.

Nati per vivere. Le radici corporee dell’anima.
Note sul pensiero di Franco Fornari.

Lidia Leonelli Langer

Nel 1982, nell’aula Magna dell’Università Statale di Milano, si svolgeva il Congresso “La nascita psicologica e le sue premesse neurobiologiche”, organizzato da M. Bertolini, che raccoglieva i contributi delle ricerche di numerosi scienziati e psicoanalisti, tra cui anche Fornari.
Uniti dall’ interesse per il manifestarsi del funzionamento mentale a partire da una condizione di indistinzione, questi studiosi si sentivano ingaggiati in una feconda collaborazione tra discipline diverse, sicuri che avrebbe portato frutto.
Nell’aula c’erano anche molti giovani, grati di inserirsi in un filone di ricerca che avvertivano complesso, ma in grado di orientarli negli anni a venire.
Gli atti, (cui farò riferimento per gli autori, che cito senza virgolettare per snellire il discorso), sarebbero stati pubblicati due anni dopo, ma quei discorsi rimasero presenti nell’aria che si respirava e nella passione che animava lo studio e il lavoro.

L’argomento del Congresso Nazionale della SPI di quest’anno “All’origine dell’esperienza psichica: divenire soggetti”, richiama in parte gli argomenti discussi allora. Mi piace pensare che oggi si raccolgano frutti nati anche da quei primi semi gettati da pionieri, che, abitati da grandi sogni, cercavano di dissodare il campo con gli strumenti che avevano, poveri al confronto con quelli a disposizione oggi, perché sapevano che qualcuno li avrebbe seguiti.
Intendo questo mio intervento come un contributo di memoria, per aiutare a tenere presente quei primi lavori e quei primi sogni, in cui si è sviluppato il nostro sognare e lavorare.

La maggior parte dei relatori si riferiva allora al concetto, non definito in modo univoco, di Sé, elemento ponte tra soma e mente, ma Renata Gaddini invitava a lasciare le cose indefinite e sfumate, come aveva suggerito Winnicott, perché “è nelle sfumature, come si vanno componendo dal corporeo all’affettivo e dall’interno all’esterno, che emerge il Sé”.
In questo nostro Congresso il tema è il divenire soggetto, concetto altrettanto complesso e sfumato, che rimanda al substrato ignoto e mai completamente conoscibile di chi vive, alla sua capacità autoriflessiva, all’attività di pensiero, di conoscenza, di azione creativa e alla sua intenzionalità. Al suo speciale modo di essere al mondo, come punto di incontro di infiniti vettori, impossibile da fissare nel tempo e nello spazio, nodo di innumerevoli legami sempre in divenire, funzione in continua trasformazione e movimento, di cui Ungaretti dice “Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”.

Rileggendo le relazioni di allora, si nota come, guardando da punti di vista diversi, molti di questi studiosi, nel loro percorrere la strada dal soma alla psiche e viceversa, si incontrino in punti di convergenza, nei quali sembra che corpo e mente si tocchino. Il loro sguardo si sposta dal neonato, per andare oltre, agli albori della vita intrauterina, per cercare di scoprire come il feto, crescendo, si prepara a vivere. Scoprono che durante i lunghi periodi di sonno quieto nel quale il feto è immerso, ha il suo picco l’ormone della crescita, deficitario nella sindrome da carenza affettiva del neonato. Notano la presenza di sonno attivo, esperienza di tipo proto onirico nella quale potrebbe iniziare ad integrarsi, secondo Mancia, un nucleo protomentale. Vedono che nel feto si alternano con ritmo circadiano sonno e veglia, attività respiratoria e movimento. Individuano veri e propri patterns motori, quasi equivalenti fisici di preconcezioni, descritti da Milani Comparetti, sempre più collegati, con il passare del tempo, allo stato e ai ritmi della madre e disponibili ad acquisire significato funzionale. Questi e molti altri gli argomenti trattati, da cui nascevano molte domande.
Quale affetto avvolge il sonno del feto permettendogli di crescere? Quale sogno può sognare? Come può il feto percepire la madre e i suoi ritmi?

In questo contesto culturale ha preso forma ed è venuto alla luce il pensiero di Fornari sul nucleo più arcaico del soggetto, che contiene l’essenza della potenzialità vitale, che qui chiama Sé originario o Sé fetale, per sottolinearne il radicamento naturale nella vita intrauterina, e che è imparentato con quell’ “anima” di cui parlerà altrove, “questa incredibile” la cui riscoperta lo colma di stupore.

La vita psichica ed ogni movimento di soggettivazione troverebbero inizio e fondamento mentre il corpo viene tessuto nel ventre della madre, nell’esperienza di appartenenza e di dialogo straordinario che caratterizzano la vita intrauterina, all’interno della quale verrebbe trasmessa geneticamente al feto anche una competenza affettiva innata, inestricabilmente collegata alle più arcaiche esperienze corporee, equipaggiamento che gli permetterà, nell’incontro creativo con l’altro e con il mondo, di vivere e di portare avanti la vita della specie, in un suo modo unico ed irripetibile.
Fornari ipotizza che la vita psichica si sviluppi lungo tutto l’arco dell’esistenza umana a partire dalla cesura del parto-nascita, da cui ha inizio un continuo andirivieni transferale tra esperienza del mondo prenatale e di quello postnatale, nel quale si tesserà la storia del soggetto.
Ciò può avvenire, come spiega ampiamente nel Codice Vivente, a patto che l’esperienza drammatica del travaglio e del parto-nascita sia elaborata attraverso la paranoia primaria.

Egli arriva a formulare queste ipotesi indirettamente, inferendole da segni che trova nell’analisi dei sogni delle madri in gravidanza, nelle osservazioni ecografiche del comportamento fetale, nell’infant observation, nelle fantasie degli analizzandi, negli studi antropologici e nell’analisi dei miti, vie attraverso le quali cerca di intravedere qualcosa che è impossibile vedere direttamente perchè, per sua natura, è nascosto. Del nucleo originario della vita psichica, “piccolo signore dal loden verde” infatti, dice parafrasando Freud, “non solo non riusciamo a vedere la faccia, ma nemmeno il loden”.

Petrella, per sottolineare il paradosso racchiuso nel provare a dire l’indicibile circa il proprio divenire soggetto, fa notare che nella lingua italiana il pronome personale riflessivo “sé” si riferisce sempre solo alla terza persona e che non si può dire “Io guardo sé”, quasi a testimoniare anche nel linguaggio che il rapporto autoriflessivo e la capacità di rappresentare se stesso, necessaria per individuarsi, passa necessariamente nel bambino attraverso l’identificazione con il punto di vista della madre e del padre che parlano di lui.

In un audace andare oltre, Fornari ipotizza che il nucleo originario e naturale della soggettività autoriflessiva, che chiama “Sé fetale”, stia nell’identificazione primaria del feto con il “Sé gestante della madre”, in particolare con la capacità della madre di sentire, attraverso la cenestesi, il suo bambino che non può vedere, altro all’interno di sé ma anche contemporaneamente parte di sé, in una straordinaria coincidenza tra intersoggettività ed intrasoggettività.
Nell’identificazione primaria con la madre all’interno di questo particolare rapporto cenestesico, prototipo di ogni successiva conoscenza attraverso identificazione empatica (en-pathos, che sente dentro), si radicherebbe il nucleo originario naturale della soggettività.

Contemporaneamente, l’esperienza di essere contenuto in un contenitore vissuto come proprio sarebbe, attraverso l’identificazione primaria con il contenimento materno, la precondizione biologica per la costituzione della mente, spazio interno capace di contenere il pensiero.
Fornari descrive questo rapporto tra contenitore e contenuto attraverso la figura della matriosca, presente nei sogni di gravidanza, nella quale la madre contiene un bambino che contiene un bambino.
La matriosca può raffigurare il sogno della madre che contiene il sogno del bambino, che contiene il sogno della madre, ma contemporaneamente richiama, per omologazione, il rapporto contenitore-contenuto che intercorre tra concetto e oggetti, e tra significante e significato. Possiamo quindi utilizzarla per descrivere come nel nucleo originario dentro l’utero stia il germe degli aspetti affettivi e cognitivi, inconsci e consci del soggetto.

In un’audacia di pensiero potremmo provare a immaginare la figura del doppio o del gemello segreto combinata con quella della matriosca , per provare ad esprimere il paradosso intrasoggettivo ed intersoggettivo di essere contemporaneamente sé e l’altro.

Nella vita prenatale sta anche l’origine di ogni conoscenza onirica del mondo, che si radica in una capacità innata del feto di sognare, alternandosi al sogno della madre, forse tramite l’ accensione periodica endogena di luce, quasi una piccola lucciola.
Nel reciproco alternarsi di sonno quieto e di sonno attivo, all’interno di questo dialogo fatto di reciproco contenimento e di reciproco sentire comune (koinos aisthesis), verrebbe attivata, forse proprio durante il sogno, quella competenza affettiva innata naturale a conoscere il mondo familiarizzandolo in modo onirico (i coinemi), trasmessa geneticamente.
Questa competenza a conoscere, confondendo i fatti storici con il proprio sogno, darà senso alla vita postnatale, permettendo al bambino di trovare in essa tracce del mondo che ha lasciato e ciò lo aiuterà ad affrontare ogni nuova esperienza, ritrovando in essa anche l’esperienza originaria.

Nella vita intrauterina viene quindi posto il seme della psiche, di quell’anima che, a partire dalla cesura del parto-nascita, farà per sempre da ponte tra mondo prenatale e mondo postnatale, permettendo di vivere aprendosi ad indefinite nuove realizzazioni.
Ma perché ciò avvenga, la conoscenza onirica deve confrontarsi con la realtà, l’ordine della notte deve lasciar posto all’ordine del giorno, perché il pensiero si sviluppa sul crinale che separa e congiunge il regno della madre e quello del padre. Questo crinale, rappresentato dalla cesura del parto-nascita, è però anche un fronte.

Il coinema della nascita si incarna infatti nell’evento violento del parto-nascita, in cui vita e morte si toccano. Mentre la madre è attraversata da angosce paranoidi e depressive legate al pericolo di subire o di dare la morte, il nascituro, in balia di un’esperienza catastrofica proveniente da un interno esterno non differenziato, cui non sa dare senso, è preda di quel “terrificante non pensabile”, che è prototipo di ogni terrore senza nome.
Sradicato dal luogo delle origini ed espulso in un altrove abitato solo dall’assenza, il bambino non potrebbe sopravvivere senza essere soccorso.

E’ qui che la funzione paterna separante diventa essenziale per dare avvio al percorso che vedrà il bambino diventare soggetto attivo, permettendogli di godere la necessaria relazione con la madre, in un terreno rappacificato, liberati entrambi dall’angoscia e dalla colpa. Attraverso l’attivazione della figura inconscia della paranoia primaria, la violenza insita nel parto viene attribuita al padre, che, secondo un programma predisposto alla sopravvivenza dell’individuo e della specie, se ne assume la responsabilità.
Il terzo separante, oltre a rendersi responsabile del taglio dell’unità originaria, ferita narcisistica primaria, attribuisce un senso e una funzione alla cesura, riconoscendola come punto di partenza per la vita, e addita, aiutando a simbolizzarlo, il futuro. Ciò permette l’elaborazione del lutto per la perdita della vita intrauterina e l’inizio di quel continuo processo creativo di elaborazione del lutto del proprio morire, che paradossalmente inizia dalla nascita e che abita ogni istante, attraverso la possibilità di rendere presente l’assente simbolizzandolo.

E’ grazie al buon funzionamento della paranoia primaria, che si può instaurare quel “fenomeno staffetta”, inizio di ogni movimento di transfert, attraverso il quale il neonato potrà recuperare oniricamente, usando le esperienze ed i canali sensoriali della vita postnatale, l’esperienza prenatale come presenza buona, e potrà così proiettarsi fiducioso verso un futuro ignoto, ritrovando in esso, trasformato, il bene perso.

Secondo Fornari non è postulabile che il pensiero nasca solo a partire dall’assenza, perché essa diventa per il neonato presenza cattiva che provoca angoscia ed evacuazione. E’ a partire da un’ esperienza realmente buona che non c’è più ma che viene recuperata come presenza, attraverso l’aiuto di un altro che usa la propria capacità di sognarlo (reverie) e contemporaneamente il proprio pensiero vigile, che l’esperienza dell’assenza viene trasformata. Il bambino riesce allora a fare propria, sulla base di antiche tracce di identificazione, la capacità della madre di sognarlo, e così espande la propria originaria capacità di pensiero.

La capacità di pensare nasce allora da un atto di fede primaria nell’esistenza del bene, radicata nell’ esperienza di un bene esperito nella vita intrauterina e perso, continuamente cercato e ritrovato nelle buone esperienze presenti. E’ proprio l’incontro con queste esperienze che aiuta a recuperare in sé quel bene, sostenendo ed alimentando la fede e con essa la capacità di pensare, tenendo viva la speranza di incontrarlo ancora.
Così il capezzolo che rimanda alla suzione primaria del dito in utero, il suono della voce, il contenimento seno brachiale ed il bagnetto che ripresentificano la condizione di contenimento, permettono al neonato di superare la frustrazione recuperando momenti di pace e di contatto con il nucleo di sé originario.

In una condizione di quiete, di narcisismo e di onnipotenza ritrovata, si sviluppa così gradualmente la capacità di pensare e di conoscere il mondo per abitarlo, in un continuo intreccio e confronto tra conoscenza onirica e conoscenza operativa. Si sviluppa anche, sospesa tra presenza e assenza, la capacità di simbolizzarlo e di parlarne.
Ed ogni discorso avrà sullo sfondo un discorso inconscio che verterà sul modo in cui adempiere al compito di vivere, che ci viene affidato quando nasciamo.

Mi piace immaginare ogni analisi e ogni seduta anche come una gravidanza nella quale si sviluppano nell’ombra e nel silenzio esperienze dentro le quali vengono tessute possibilità e competenze. Ogni crisi come un travaglio. Ogni nuovo movimento verso l’ignoto, che se autentico sarà accompagnato da angoscia genetica, come qualcosa di nuovo che nasce, in funzione del vivere.

Bertolini M. (a cura di) (1984) La nascita psicologica e le sue premesse neurobiologiche Atti del Congresso IES Mercury Edit. Roma

Negli Atti
Bertolini M. Introduzione. La nascita psicologica
Fornari F. I segni del Sé e il Sé originario
Gaddini R. Sé e mondo esterno: oggetti e fenomeni trasferali
Mancia M. Vita prenatale e formazione del Sé
Milani Comparetti A. Innato e acquisito nello sviluppo neuropsicomotorio
Petrella F. Immagine del Sé e grammatica della riflessione

Fornari F (1981) Il codice Vivente Boringhieri
Fornari F (1984) La riscoperta dell’anima Laterza