L’infanzia della psicoanalisi – Risponde il Segretario della Commissione Bambini /Adolescenti, Marta Badoni

Tre domande per il Congresso SPI

L’infanzia della psicoanalisi

Intervista a cura di Stefania Nicasi

Risponde il Segretario della Commissione Bambini /Adolescenti, Marta Badoni

La prima giornata del Congresso ha per tema: “Essere bambini: la radicale creatività della Psiche” Propone un’immagine dell’infanzia diversa da quella  drammatica che è cara alla psicoanalisi. E un cambiamento di rotta?

Vorrei  dire che senza dramma non c’è psicoanalisi, come di fatto pare succedere, dato l’immenso spostamento della richiesta di consultazioni da problematiche legate all’area del disagio esistenziale o familiare a quelle relative alle competenze o presunte tali: non più bambini tristi, irrequieti,  insonni ,insopportabili, ma bambini che potrebbero essere perfetti se non fossero dislessici  ad esempio, o iperattivi.  Risposta un po’ forzata, ma è così.  Se si rinuncia al dramma, si rinuncia alla psicoanalisi. Ma allora, quale dramma?  Se ancora pare tenere, anche alla luce delle neuroscienze, dell’infant research,  il proposito di Winnicott, non  esiste una cosa come un bambino senza la madre (senza l’ambiente di cure)  dovremmo chiederci che ne è dello statuto della madre e quindi del bambino  in psicoanalisi. E qui ahimè abbiamo delle pecche. La madre, e prima della madre, la donna  ha troppo spesso oscillato tra  virtù salvifiche o  colpe irrimediabili, da un lato, e funzioni   concrete, utili ma del tutto aspecifiche dall’altro. Quanto sia grande la tentazione ad attribuire alla madre virtù speciali  (e con questo a escluderla)  lo si può constatare dal ruolo mistificante con cui si tende spesso a descrivere la rêverie materna: la tendenza è spesso quella di considerarla una virtù  magica, che permette di tutto comprendere e tutto spiegare,  senza fermarsi a riflettere sul lavoro psichico – lavoro di braccia pensanti – che la madre fa  per  una prima operazione fondante che è quella, sì  drammatica, di differenziare il bambino da sé.  Questa è la premessa perché la psiche sia creativa.  Vedo invece una oscillazione pericolosa tra bambino magicamente compreso e bambino competente, senza uno studio approfondito del ruolo specifico della madre nel promuovere e sostenere la creatività del  bambino.  Mi auguro che il prossimo congresso riesca a fare un po’ d’ordine  in questo campo e ci aiuti a avvicinarci senza mistificazioni alle origini della esperienza psichica.

Nella psicoanalisi, che pure è nata dalla “scoperta dell’infanzia” oltre che dalla “scoperta dell’inconscio”, la psicoanalisi infantile ha finito col rivestire un ruolo minore. Quali i motivi?

Forse la ragione di questa trascuratezza  è da riferire in parte a quanto esposto sopra. Il bambino della psicoanalisi ufficiale (IPA) è stato molto di più un “sogno psicoanalitico” che andava ad avverare il desiderio  di Freud di trovare  l’infantile dell’ adulto, per così dire, sul posto, che l’attenzione ai drammi del bambino reale. Questo  nonostante che Freud fosse un attento osservatore di bambini, basti pensare ad alcune battute del piccolo Hans o al famoso “gioco del rocchetto”. Attento ai bambini, meno attento alla madri come, sempre nel piccolo Hans, è dato di vedere: Freud sembra ignorare quasi del tutto la sofferenza grave della madre di Hans. D’altra parte, la psicoanalisi dei bambini è stata fin dall’inizio psicoanalisi dei tempi di crisi, appannaggio delle donne in una società patriarcale. Ne consegue che la psicoanalisi dei bambini o è stata spesso forzosa imitazione della psicoanalisi degli adulti o altrimenti tacciata di approccio pedagogico, nonostante la generosità di apporti riversata nella psicoanalisi degli adulti sia da Anna Freud sia da Melanie Klein.  Forse una via diversa è stata aperta da Winnicott che, da pediatra quale era e trovandosi a mediare nelle discussioni controverse tra Anna Freud e Melanie Klein, coniò il famoso “non c’è una cosa come un bambino senza la madre” , aprendo così tre strade: l’attenzione all’ambiente di cura, l’attenzione ai genitori e l’attenzione al  ruolo dell’oggetto soggettualizzante di cui oggi si parla (Cahn).

Sarà la crisi della psicoanalisi quella che ha convinto l’IPA a promuovere l’analisi infantile? Può darsi. E se Freud, invece che raccontare i suoi sogni a Fliess, li avesse raccontati a una donna? Donne e bambini compaiono in momenti di crisi, e questo ne è uno. Eppure pare finito, forse per forza maggiore, il momento in cui l’analista era tale solo con un paziente a 4/5 sedute sul lettino. E se invece  riuscissimo a pensare che l’analista deve poter fare esperienza di sofferenze nascoste, di soluzioni folli, là dove si trovano, allora ecco che potrebbe essere importante allargare la base di esperienza e cercare di  promuovere la ricerca analitica a tutti i livelli in cui possiamo confrontarci con i tanti modi in cui l’inconscio si esprime.

Quale potrebbe essere il ruolo della SPI nell’area composita dedicata ai bambini e agli adolescenti?

La SPI potrebbe oggi cogliere l’occasione opportuna per aprire una riflessione approfondita sul tema dato il grandissimo interesse sulle origini della esperienza psichica e il grande travaglio che agita l’adolescenza, spesso considerata una seconda nascita. Lo può fare a partire da due premesse. Da un lato la SPI sta facendo uno sforzo enorme per dare un livello di formazione approfondita e coerente, ma nello stesso tempo aperta alla attenzione alle altre scienze, alla società e ai rapporti internazionali. D’altro lato, dopo anni di diffidenza e di conflitti, sta  cercando di aprire un dialogo costruttivo con tutte le associazioni che da  anni si occupano sul campo dei disagi dei bambini, degli adolescenti e delle famiglie, in genere guidate da propri soci. Seppure in modi diversi il lavoro con i bambini e con gli adolescenti chiama in causa la coppia, la coppia dei genitori e il funzionamento familiare. Non ci si può improvvisare terapeuti su tanti e così sofisticati livelli, ma certamente si può mirare a contaminazioni feconde con beneficio di tutti. La SPI ha iniziato a farlo cercando di introdurre una cultura in proposito sia nel Training di base sia nell’attuale Corso di Perfezionamento. Sta alla generosità degli addetti ai lavori di creare un’area di lavoro e di ricerca che ci permetta di non più disperdere le nostre preziose energie.

11 marzo 2014

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