Lucantoni S., Pietrantonio V.

Simona Lucantoni Violet Pietrantonio

Il corpo invisibile
Una possibile lettura di campo

“Per fare un’analista ci vogliono almeno un paziente e un collega analista”. In quest’aforisma di G. Carloni ci sembra di riconoscere l’intuizione che come un paziente cerca l’aiuto di un analista per poter sognare i sogni che da solo non riesce a sognare (Ferro 2010, 2013, 2014, Grotstein 2007, 2009 Ogden 2005, 2009), anche un’analista in certi momenti può sentire il bisogno di un collega per poter sognare il sogno necessario (Civitarese 2013) a significare più profondamente un’esperienza emotiva vissuta nell’hic et nunc di un’analisi.
Un’analista al lavoro con una paziente e il dialogo fuori della stanza con una collega: quello che vorremmo provare a descrivere è il tentativo di lavoro onirico svolto insieme in apres-coup su un momento preciso di un’analisi in corso a tre sedute settimanali, in cui ci è sembrato di riuscire a trovare nel confronto con un vertice di campo (BFT) il dreaming ensemble (Grotstein 2007, 2009) per riuscire a risognare un contenuto (♂) analitico rimasto nella mente dell’analista allo stato ibrido di sogno non del tutto sognato. In questo sogno di sogno o secondo sogno ci è sembrato di assistere all’avvio di un processo di soggettivazione successivo all’esperienza di una rêverie somatica dell’analista, pensando alla soggettivazione come allo sviluppo della capacità di poter sognare la propria esperienza emotiva.
Nella struttura narrativa del testo, che leggeremo a due voci, abbiamo cercato di trasmettere, forse incarnandola, la nostra esperienza di movimento tra vertici diversi (clinici, tra l’hic et nunc e l’apres coup, e teorici), cercando forse così di provare anche a rappresentare caesure, accordi e polifonie sperimentati nel campo teorico-clinico in cui ci siamo ritrovate immerse.

Invisibile è una donna eterea, malinconica, passiva. All’inizio mi sentivo spesso guardinga, come se temessi di “prenderla nel di dietro”, come se sentissi una puzza senza capirne la provenienza. La paziente a volte era adulatrice e seduttiva: “ma lei è proprio brava”; “vorrei proprio diventare come lei”. Altre volte riferiva battute aggressive nei confronti dell’analista fatte da altre persone, come se inconsciamente irrompesse in lei la voglia di aggredire usando le parole di qualcun altro. Non mi sentivo molto in sintonia con la condizione di essere “quella buona che non dice mai di no” dichiarata dalla paziente.
Il termine passiva viene spesso usato dalla paziente per indicare una propria modalità di funzionamento; in un passaggio lei stessa ben lo descrive: “il danno che ho subito è proprio quello di non poter essere presente a me stessa, come se non avessi accesso a una parte di me, rimango inerme, passiva, come durante la depressione, quando non mi alzavo dal divano”; per contro il termine attiva, nel linguaggio della paziente, diventa sinonimo di vitale.
Il suo funzionamento mentale sembrava riconducibile a una ripetizione inconscia della passività vissuta in tanti anni di abuso sessuale da parte di uno zio. Abuso protratto dai sei ai dodici anni.
La paziente presentava il vissuto dell’abuso come il suo grande dubbio: “e se fossi un’isterica che mi sono inventata tutto?” Dubbio che giustificava con il fatto che non c’era stata la penetrazione completa ma masturbazione reciproca, per lei sia vaginale che anale: “a volte penso che se fossi stata violentata brutalmente sarebbe stato meglio, così non avrei avuto dubbi! Un po’ le invidio le donne che vengono violentate.”

Visore Di Campo: Il dubbio, la puzza, oscure sensazioni di presenze pericolose. Lo spettro di un pedofilo che si aggira: sembra un campo-“notte al cimitero” in cui l’analista, in punta di piedi, cerca di tenere il contatto con la sagoma eterea della paziente, seguendo il filo del suo argomentare, mentre i pori del contenitore (♀) forse cercano di intercettare ed assorbire le β-esalazioni emanate dal poltergeist che si agita nelle tombe di incubi sepolti vivi.
Il nome dato alla paziente nel battesimo dell’analisi forse ospita e comunica una prima rêverie dell’analista: “invisibile”, circola nel campo la presenza di ♂♂ inquietanti, coagulati nell’accenno ripetuto all’abuso? Che cosa cerca di comunicare all’analista la paziente attraverso il ritornello amletico del suo dubbio? In un’ottica BFT (Bion Field Theory, Stern 2013) si potrebbe provare a deconcretizzare, decostruire e risognare questa prima assillante comunicazione della paziente. (Ferro, 2010, 2013, 2014, Ferro, Civitarese 2013, Levine 2013). Nucleo oniroide da cui sembrano partire le ombre di tante possibili storie che si agitano nel campo come fugaci ombre cinesi: c’è, Invisibile, una bambina che paventa in questi toccanti preliminari analitici la raccapricciante seduzione di un analista-pedofilo? Terrorizzata dalla paura di non avere un ♀ sufficiente per tutti i ♂♂ di questo sconosciuto sentire che sta cominciando a provare nella relazione analitica? Invisibile anche la presenza di un’analista spaventata dalla percezione-dubbio di una paziente-pedofila-seduttiva da cui si sente minacciata, temendo a sua volta l’assenza di un ♀ analitico sufficiente ad ospitare tutti i ♂♂♂ evacuati dalla paziente? Invisibile ma sensibile e pervasivo circola il terrore-dubbio che non sia possibile realizzare in questa esperienza analitica la preconcezione di rapporti intimi (♂♀) generativi?

In una seduta di due anni fa, la paziente esordisce dicendo: “oggi le voglio raccontare esattamente quello che succedeva con lo zio”. Così inizia un racconto straziante, rotto dal pianto, di come lo zio si infilava nel letto, le tirasse giù le mutandine, la toccasse, la masturbasse, le appoggiasse il pene tra le natiche, si facesse toccare da lei. Di tutte le volte che era successo, di come lo aspettasse atterrita dalla paura.
Ciò che mi succede è che nel sentire il suo racconto il corpo risponde prima con un’eccitazione e poi con un mal di testa. Mi sento disorientata dalla mia reazione, la prima cosa che penso è: “ma faccio schifo! Come posso eccitarmi a un racconto così doloroso!” Passato lo sgomento iniziale nella mia mente si affacciano domande che prima non erano pensate: certo io sono una persona tendenzialmente psicosomatica, ma è possibile che il mio corpo si sia fatto veicolo di qualcosa di non mio che non riesce ad essere pensato? Cosa mi diceva la mia eccitazione? Il mio mal di testa mi suggeriva che c’era qualcosa che era troppo doloroso pensare. Era possibile che quello che era successo a me e che non mi potevo negare fosse ciò che la paziente si negava con il suo dubbio, ovvero la portata della sua eccitazione? Che la paziente si stesse negando la possibilità che questa eccitazione fosse avvenuta e l’avesse fatta sentire “schifosa” come l’analista si era sentita in seduta? Da qui forse sarebbe scaturita la passività come passivizzazione del vero Sé, nascosto perché brutto e schifoso, da un falso sé sempre buono e accondiscendente. Quella che rimaneva intrappolata era la spinta vitale poiché associata al trauma, proprio come un fiore reciso che rimane bello da vedere, ma senza più linfa vitale che scorre.
Si poteva pensare che inconsciamente il corpo dell’analista fosse stato usato dalla paziente (Winnicott, 1969, Zanelli, Ferri, 2013) per portare in seduta qualcosa d’impensabile?
Era possibile che a causa di un’identificazione proiettiva della paziente, a sua volta identificata con l’aggressore, “sentissi” un eccitamento che era stato l’eccitamento stesso dell’aggressore (Ferenczi, 1932)? O che fosse anche passata inconsciamente la carica eccitatoria di cui i bambini sono sempre portatori (Freud, 1905, Marion, 2013)? In tal caso mi sarei trovata di fronte a qualcosa di vitale fino a quel momento soffocato perché scisso e negato: il dubbio sembrava funzionale alla scissione che aveva come esito l’invisibilità-passività corporea e psichica.

V.D.C.: Nella costanza della frequentazione analitica e nella continuità dello stare all’unisono con il nero delle ombre e l’angoscia di non sapere, invisibile, forse, comincia a tessersi il tessuto di un più solido ♀ e della fiducia di possibili, creativi, non devastanti, rapporti ♂♀. Forse è a questo punto che una prima vaga ombra riesce a trasformarsi in racconto. L’allusione criptica all’abuso si trasforma in narrazione. Cronaca di fatti, atti, attraverso cui forse la paziente cerca per la prima volta di trasmettere la sua esperienza emotiva all’analista. È un testo gremito di ♂♂ crudi, quale potrebbe essere la trasformazione in incubo di un pavor nocturnus (Ogden, 2005). ♂♂ che riescono a penetrare il ♀ e a fecondarlo di un potente sentire. Dopo un lungo convivere ed assorbire all’unisono i riverberi di O, l’analista si ritrova a poter “diventare” la paziente (Bion, 1965, Bouvet, 2013, De Toffoli, 2011, Grotstein, 2007, 2009), ad incarnare l’esperienza impensabile e indicibile che circolava nella stanza, ♂ (contenuto) in cerca di un ♀(contenitore) in cui poter essere accolto e trasformato in sogno (Ferro, 2009, 2011, 2013, 2014 Grotstein ib., Ogden, 2005, 2009). Il corpo (Civitarese, 2013) o forse l’area subtalamica (Bion ib., De Mattos Braga, 2013) dell’analista sembrano il luogo del campo che si fa sede dell’incontro e singamia tra un ♂ subtalamico terrifico e un ♀ capace di accoglierlo e farlo transitare in Sé: accoppiamento in area di coscienza primitiva (Bion, De Mattos Braga ib.) generativo di concepimenti onirici. Forse il primo vero intimo rapporto ♂♀, dopo vari eccitanti sfioramenti e fughe? Sembra un momento profondamente trasformativo, che segna una caesura nel campo. Nel realizzarsi della copula ♂♀, una rêverie sorprende l’analista: ora può sentire, comprendere, immaginare, nascosta sotto i vestiti di donna sfuggente, la bambina Invisibile, che forse da tempo giaceva sul lettino, paralizzata dall’assedio di ♂♂♂ terrifici che minacciavano il suo fragile e piccolo ♀. L’eccitazione nel corpo e l’orrore nella mente provato al sentire tale eccitazione si sono impresse nel corpo e nella mente dell’analista come la struttura di uno scheletro su una lastra radiografica. Ora, come un medico chiamato a leggere una schermografia, la funzione onirica dell’analista non può che impegnarsi nel lavoro di trasformazione in sogno dell’evidence (Bion, 1976-79) che trasuda da questa nuova vera esperienza emotiva.

Successivamente a questa seduta comincio a non dare più credito al dubbio della paziente come problematica centrale, bensì a questo nuovo sentire rimasto nascosto e invisibile. L’idea che si palesava era che ci fosse una connessione tra il mio eccitamento e il rendersi invisibile della paziente. Forse in questo eccitamento irrompeva la parte vitale della paziente che l’abuso aveva sotterrato, temuta inconsciamente come causa o traccia dell’abuso stesso: l’invisibilità diventava nascondiglio della parte vitale.
A questo mio cambiamento interno corrisponde un cambiamento interno della paziente: “ho capito che il dubbio mi ricompatta, è come se non fosse successo niente”; “a volte ho la sensazione che comincio a pensare delle cose perché prima le ha pensate lei”. Una settimana dopo l’episodio qui riportato la paziente racconta: “mi sono dimenticata di dirle che l’altra settimana quando le raccontavo del servizio in TV sui pedofili…è che tutto è scisso…non le ho detto che mi sono eccitata; è quasi tragicomico e schifoso, non so cosa ha detto il pedofilo quando ho sentito la scossettina…ho cancellato l’eccitamento e ricordo solo l’immobilità”. La settimana successiva: “c’è una cosa che mi vergogno di raccontarle, so che è una cosa che se la dico poi significa che è vero quello che è successo con lo zio….quando ero piccola, una sera io ho fatto a mia cugina quello che lui aveva fatto a me; non riesco a perdonarmi di aver abusato di mia cugina….sono malata e perversa”.
A questo punto era possibile vedere il trauma e la scissione, il dubbio non aveva più ragion d’essere. La paziente poteva cominciare a pensare allo schifo, alle parti brutte e quindi poteva cominciare ad elaborarle, trovando una modalità più attiva-vitale e meno passiva-immobile nelle relazioni.
La vita sessuale con il marito, descritta senza desiderio, vissuta come riedizione del trauma: “non le ho mai detto che io ho voglia di fare sesso solo d’estate…come con lo zio…e mi sono accorta che sto nella stessa posizione immobile con un piede di fuori e uno sotto coperta…non riesco a muovermi quando faccio sesso”; “io ho problemi con l’orgasmo…riesco a venire solo se faccio sesso ma non riesco se faccio l’amore…nel senso che se faccio sesso è perché mi estraneo, io non sono lì con mio marito, per poter arrivare all’orgasmo mi devo immaginare di essere da sola, se sto con lui non provo niente”.
Ciò che avviene nell’intimità con il marito la fa molto soffrire e la fa sentire malata. Con un intervento ipotetico-ricostruttivo-narrativo, le dico che chissà se fosse la stessa cosa che faceva con lo zio: immaginarsi che lui non ci fosse, che quello che accadeva al suo corpo era lei a procurarselo, come un tentativo onnipotente di assumere su di sé tutta la responsabilità di ciò che accadeva. La trasformazione/soggettivazione viene rappresentata metaforicamente dal cambiamento dell’assetto dei piedi: prima scissi uno fuori e uno sotto coperta durante l’abuso e i rapporti sessuali con il marito, poi integrati in un movimento armonico. Dopo un anno dall’episodio riportato la paziente racconta in modo emozionato: “sono riuscita a fare l’amore, sono rimasta lì con mio marito, non sono andata via…sento che sono sempre più presente e non solo a letto, in tante altre cose”. Nelle sue parole era presente tutta la gioia di potersi percepire in modo nuovo, come persona presente e partecipe alla propria esistenza. L’invisibilità lascia il posto alla consistenza: “non pensavo che una cosa semplice come stare vicini, condividere, fosse così difficile…è che ora sento di più le cose”.
L’intimità vissuta nella convivenza dell’analisi, il poter stare con Invisibile e tollerare la sua invisibilità fino al dissotterramento della parte vitale, sembrava aver dato la possibilità alla paziente di interiorizzare un’intimità non pericolosa, né troppo calda né troppo fredda. Nei suoi sogni Invisibile era sempre un’ebrea che in vari modi veniva scoperta e poi giustiziata, lentamente la persecuzione lascia posto all’esplorazione di case con tante stanze, fino ad arrivare a sognare di potersi salvare da un annegamento con il movimento nuotante dei piedi.

V.D.C. Il pedofilo dopo qualche puntata di riconoscimento e nuova più profonda comprensione sembra dileguarsi nell’oblio, lasciando il posto di protagonista al desiderio e alla pratica di rapporti intimi sempre meno spaventosi e impersonali, in cui sembra crescere la sensazione di piacere, vivibilità delle emozioni e degli affetti. Visibile la nascita e lo sviluppo di una capacità di poter sognare la propria esperienza emotiva e del processo-vissuto di soggettivazione che con essa coincide e si intreccia.
La rêverie nata nella mente dell’analista dall’aver sperimentato nel corpo psicosomatico l’esperienza emotiva impensabile e inenarrabile della paziente, sembra aver irrigato l’humus onirico del campo. L’analista non dice nulla alla paziente, ma la paziente sembra avere percepito che l’analista ha sentito e capito, che è riuscita a trasformare in sogno quell’incubo pedofilo che abusava la sua mente atterrita: entrambe sembrano sentire che “qualcosa è cambiato”.
Forse quest’esperienza analitica mostra come nel lavoro con pazienti gravemente traumatizzati ci possono essere ♂Kunta Kinte (Haley, 1976) che per la qualità della violenza e del terrore che incapsulano necessitano di poter sostare a lungo, muti clandestini, nel campo; che hanno bisogno di poter trovare un centro di prima accoglienza capace di risvegliare le preconcezioni di un ♀ e di rapporti ♂♀ bonificanti e α-nutrienti, prima di poter trovare nel campo stesso un modo e un luogo (♀) compatibili alla loro natura per realizzare il potenziale di germinazione onirica congenito alla loro essenza di ♂.

Nota finale:
Arrivati fin qua ci si potrebbe chiedere perché tutto questo? Cosa ha portato in più questo dialogo tra colleghe e tra teorie implicite di riferimento? Una possibile risposta è che con il vertice della teoria di campo ho trovato quello che non riuscivo da sola a spiegarmi: cosa mi era successo? Cosa era successo alla paziente tanto da cominciare a cambiare senza che io le dicessi nulla? Credo che i concetti di campo, di reverie e di trasformazioni in sogno mi abbiano consentito di dare un senso ampio e profondo a quello che era avvenuto senza aver paura dell’intensità dello scambio tra me e la paziente.
Nell’ottica di campo il focus è sulla possibilità dell’analista, non solo di comprendere e interpretare, ma di essere disponibile a sentire quello che affiora o si sprigiona nell’incontro analitico, chiedendosi il senso analitico di ciò che avviene tra paziente e analista in attesa di poter essere sognato e così significato.

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