Luci e ombre sull’identità dello psicoanalista

Andrea Marzi, Gregorio Hautmann, Gabriela Gabbriellini, Massimo Vigna-Taglianti

(a cura di Anna Scansani)

I colleghi che hanno proposto e condotto questo seminario hanno saputo affrontare un tema molto vasto da molteplici punti di vista, considerando l’identità e specificità analitica da un lato e il ruolo analitico istituzionale e sociale dall’altro.

E’ un gruppo, quello dei colleghi proponenti, che studia da tempo questi aspetti. Si alternano nella giornata proponendoci il frutto individuale e gruppale del loro lavoro.

L’inizio del seminario (Andrea Marzi, che è il referente del gruppo di studio SPI) parte dalla considerazione di tre punti basilari, che si intrecciano poi nei vari interventi della giornata: l’interiorità dell’analista (l’ analista in interiore homine, come lo ha definito), l’analista e la società, l’analista con l’istituzione e la formazione. Tre punti di snodo teorico da cui far discendere tutte le riflessioni e considerazioni dell’incontro.

Si è venuto allora  a creare un vero gruppo di lavoro, grazie anche alla rinuncia dei conduttori a leggere tutto quanto avevano preparato per far posto all’altro, a noi partecipanti. Obiettivo del gruppo era proprio quello, credo, di mettere a disposizione molte riflessioni per affrontare i temi proposti e aprire sentieri da esplorare.

Un successivo punto toccato da Andrea Marzi è la definizione dell’identità psicoanalitica come elemento comune e invariante che permette all’analista di sentire di appartenere al proprio gruppo di riferimento e alla propria Società (IPA), nonostante le inevitabili differenze.

Il nucleo profondo dell’identità dell’analista è più facile da definire, ma la costruzione intrapsichica individuale e le aggregazioni interpersonali e gruppali si intrecciano. Importante qui il riferimento a varie teorizzazioni, e in special modo a quella di Leon Grinberg, che anche per l’identità dello psicoanalista, come per l’identità in genere, sottolinea l’importanza della terna Integrazione spaziale, temporale e sociale, che trovano ulteriore realizzazione nella fondante “funzione psicoanalitica della mente”, uno dei perni dell’identità in interiore homine.

Abbiamo tutti iniziato con la nostra analisi e da quella stanza intima, da quell’incontro, cominciato a porre le basi della nostra identità analitica, sempre in divenire. E’ interessante notare che uno dei primi interventi di una collega ci parla del sogno della notte che l’ha portata a scegliere il seminario; il sogno, interrogarlo, dargli ascolto, è già una delle caratteristiche che a ogni latitudine accomuna gli analisti.

Si passa poi a parlare (Gregorio Hautmann) della costituzione di un oggetto analitico interno; ricordo alcuni punti del suo bel lavoro su alcune caratteristiche della funzione analitica della mente: avere curiosità rispetto al mondo interno e alla realtà psichica, saper pensare nella tempesta, essere capaci di riservatezza, tollerare la frustrazione, essere in grado di trasformare, dare significato. Occorre, per questo, avere introiettato figure parentali buone, la psicoanalisi come oggetto buono. Hautmann ci ricorda il lavoro di Wille sulla fiducia dell’analista nello strumento analitico, come bussola che ci può orientare. Fiducia nel metodo, quindi, anche nelle “tempeste”.

Il gruppo si concentra sulla fede/fiducia: come in ogni avvenimento della vita occorre “fede” per abbandonare gli ormeggi, per avventurarsi in qualcosa di ignoto, misterioso; ma la fiducia che si crea in un incontro analitico buono ci permette di procedere e di passare dal primo nido caldo che ci ha ospitato al gruppo istituzionale più vasto, nei vari passaggi istituzionali, che inevitabilmente ci confrontano con luci e ombre. Anche queste ultime sono state trattate e dibattute nel gruppo, con spirito costruttivo.

Gabriela Gabbriellini introduce il pomeriggio parlandoci della trasmissione psicoanalitica, ponendo il focus del discorso sul fatto che abbiamo a che fare con una teoria, non con aspetti dottrinali. Freud costruì una teoria per comprendere ciò che avveniva, indagò, cercò, scoprì, ma da subito teoria e clinica sono indissolubilmente intrecciate e la teoria volta ad una esplorazione continua. La teoria è un deposito in noi delle generazioni passate, con cui ci confrontiamo, in un continuo lavoro psichico che, per essere tale, accoglie l’ambivalenza e mette in crisi quelle stesse teorie, per permetterci di procedere.

Possiamo “giocare” con le teorie, per arrivare a pensieri nuovi.

E come “restare” analista, con una funzione viva interiore e aperta all’istituzione, anche in tempi in cui i pazienti cambiano e siamo esposti a esigenze nuove?

Qui sostiamo un poco riprendendo, ognuno a suo modo, le tematiche anche della mattinata. Il clima, non dottrinale, e il pensiero della costituzione dell’oggetto analitico interno, ci portano a pensare ai momenti della nostra crescita analitica affettivamente (i nostri analisti, supervisori, autori amati, gruppi con cui lavoriamo) e ci sentiamo immersi in un clima emotivo in cui possiamo far affiorare pensieri che ruotano attorno al concetto di fiducia, ancora, e all’aspetto affettivo come uno dei cardini centrali della nostra vita professionale. Ricordiamo il fattore F, di Claudio Neri, e anche il fattore T: la tenerezza e la capacità di relazione, nella introduzione a Scritti Scelti di Eugenio Gaburri. E alla fondamentale importanza della creatività nel nostro lavoro.

Gabriela ci ha ricordato infatti, con Meltzer, l’aspetto creativo-artistico della psicoanalisi.

Ci domandiamo: perché questi elementi faticano, ci sembra, ad essere sperimentati, a volte, nella vita istituzionale? E’ una domanda ingenua forse, ma è  importante sottolineare anche le ombre, come dice il titolo del seminario. Rimane questa una domanda, ma ci piacerebbe esplorare come l’istituzione potrebbe curare i suoi aspetti meno vitali. E perché alcuni, anche silenziosamente, se ne vanno? Sono domande aperte, non abbiamo risposte, ma l’idea che l’istituzione possa interrogarsi anche su questo.

Conclude il pomeriggio l’intervento di Massimo Vigna-Taglianti, che ci ricorda le vicende storiche che portarono alla costituzione di un gruppo indipendente che diede agli psicoanalisti infantili una possibilità di riconoscere una propria identità anche di gruppo. Nell’analisi dei bambini tutto è in movimento, Massimo Vigna-Taglianti parte dal luogo fisico della stanza dell’analisi infantile, essenziale, con arredamento solido e sobrio, a prova di gioco e potenziali attacchi, colpi a sorpresa del paziente bambino. Questa stanza ci porta a pensare all’assetto mentale dell’analista, un assetto simile al “bar nel deserto” di Bolognini, cui l’analista degli adolescenti deve ispirarsi. Ma questo luogo prende vita e diviene ring, casa in cui si cucina, aula, giungla…

Un analista infantile deve essere capace di mettere alla prova la sua tolleranza a essere toccato e disturbato, partecipare al gioco del bambino e contemporaneamente osservare e pensare.

Deve stare al gioco del bambino, tollerare l’ambiguità della sua comunicazione. Solnit definisce questa capacità come “la volontaria sospensione dell’incredulità”. Dice Massimo Vigna-Taglianti: “è solo attraverso la sospensione di un pensiero sospettoso, pregiudiziale, impregnato di incredulità, che il gioco, l’osservazione, l’interpretazione possono essere integrate con una prospettiva scientifica”; in questo Winnicott ci è maestro.

Esposizioni cliniche ci portano nel vivo della stanza d’analisi e anche a divertirci.

Dopo questo quadro vivo dell’analista infantile pensiamo che poter “giocare” e avere una stanza mentale così attrezzata possa aiutarci anche nell’analisi degli adulti: giocare, pensare, sognare, questo ogni giorno siamo chiamati a fare.

Ho accennato ad alcune delle tematiche emerse in una giornata che ho sentito armoniosa e feconda, che ci lascia con pensieri e sentieri aperti, e in cui le idee sono state esposte con affettività e con una vera capacità di ascolto dell’altro.

E’ una giornata che porto con me e che ho salutato con un poco di nostalgia.

23 maggio 2015

Vedi anche :

psicoanalisi infantile

group relations